Storicamente. Laboratorio di storia

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Santo Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica

L’aspirazione a sottrarre la riflessione storica sulla Resistenza italiana alla sterile distorsione polemica che l’ha connotata, e che l’ha così spesso trasformata «in oggetto contundente da agitare nell’agone politico» (p. 13), è il movente di questa rapida ma equilibrata sintesi, delineata da uno storico impegnato anche in precedenti lavori nell’indagine e nel racconto di una «Resistenza difficile». Senza pretese di esaustività, si tratta di un tentativo di restituire complessità alla storia della Resistenza, cercando innanzitutto di evitare interpretazioni del fenomeno resistenziale come categoria dello spirito, per inscriverlo invece in un contesto ben preciso e riconnetterlo quindi alla storia nazionale: secondo una lucida premessa, infatti, «comprendere grandezza e limiti della Resistenza, intravederne i contorni utopici quanto il realismo politico è possibile solamente pensando a una società che vent’anni di fascismo hanno in gran parte spoliticizzato e appiattito, occupando tutti i gangli vitali della vita collettiva» (p. 6). Fu questa condizione di «analfabetismo politico di massa», aggravata dalle ripercussioni sulla società italiana generate da una guerra totale, a costituire l’ambiente socio-culturale in cui la Resistenza prese vita e poi sopravvisse, assumendo varie forme e alternando momenti di forza e di debolezza. Sopravvivenza, sottolinea l’autore, per nulla scontata né lineare, se si abbandona una prospettiva “a posteriori” e si assume il punto di vista dei protagonisti, che non potevano sapere come sarebbe andata a finire e che dovevano costruire, nei tempi dettati dalla cronologia della guerra mondiale, una difficoltosa identità autonoma in uno scenario saturo per le numerosi forze già presenti sul campo (fascisti, tedeschi, alleati, monarchia, governi del Sud...). Accanto a una resistenza dotata di un consapevole progetto politico-militare, va allora considerata anche una resistenza più diffusa e mutevole, motivata essenzialmente dal rifiuto della guerra; una resistenza che solo in minima parte partecipò direttamente alla lotta partigiana, costituendone tuttavia un presupposto indispensabile. In quest’ottica, un merito certo non secondario dell’esperienza resistenziale è rappresentato dall’aver favorito un nuovo desiderio di partecipazione alla vita collettiva, «una ripresa della parola dal basso» (p. 8), che si manifestò in modo compiuto nell’immediato dopoguerra.
Basato su tale paradigma interpretativo, e corredato da un ampio apparato di indicazioni bibliografiche, il libro è organizzato in due parti, dedicate rispettivamente alla ricostruzione delle vicende resistenziali e all’approfondimento di alcuni dei principali nodi storiografici. Nella prima parte, l’autore propone una periodizzazione complessiva, scandendo in cinque fasi l’intreccio di progetti politici e di vincoli esterni, di scelte etiche e di casualità, di localismi e di problemi nazionali o internazionali che animò la guerra partigiana: gli stentati esordi tra l’8 settembre e la fine del 1943; il consolidamento e lo sviluppo delle bande durante il primo semestre del 1944; l’espansione nel corso dell’estate e il successivo ripiegamento autunnale; la crisi dell’inverno 1944-45; l’insurrezione finale. Al centro del discorso è dunque posta la resistenza politica e armata, egemonizzata dai partiti antifascisti, che rappresentò il momento di massima discontinuità nella storia nazionale.
Nella seconda parte, rivisitando criticamente interpretazioni stratificatesi nell’ultimo cinquantennio, l’attenzione si sposta sull’esistenza di differenti forme resistenziali e sul rapporto tra la guerra partigiana e la società nel suo complesso. Al fine di chiarire almeno alcuni aspetti delle tormentate memorie del bienno 1943-1945, vengono messe in luce la vicenda a lungo ignorata degli internati militari italiani in Germania, il tema della Resistenza disarmata, la questione dell’atteggiamento della popolazione civile verso il movimento partigiano, il problema dell’uso e degli effetti della violenza.
Sulla scia dei migliori studi degli ultimi decenni, stimolando nuove domande oltreché articolando risposte, la sintesi di Peli fornisce un quadro in cui si alternano luci e ombre, grandezza e limiti, unicità e contraddizioni della Resistenza italiana. La sua storia risulta così affrancata da una visione “monumentale” e mitizzata, ma anche dagli attacchi del più deteriore revisionismo antiresistenziale, che si ostina a ignorare i risultati di percorsi di ricerca ormai consolidati.