Storicamente. Laboratorio di storia

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Arundhati Virmani, A National Flag for India. Rituals, Nationalism, and the Politics of Sentiment, Ranikhet (India), Permanent Black, 2008, 370 pp.

Mentre esce il volume di Testi sulla bandiera a stelle e strisce, Virmani si confronta con la storia di quella indiana. Ma questo libro va ben oltre il caso dell’India per inserirsi in modo convincente nel più ampio dibattito sul nazionalismo mettendo in evidenza come il modello ‘civico territoriale’ della nazione espresso appunto dalla bandiera possa prevalere su quello di tipo etnico genealogico. L’esplorazione di Virmani non costruisce una univoca genealogia nazionalista indiana a posteriori. Apre invece immediatamente l’obiettivo su un grandangolo che include la Gran Bretagna e il suo immaginario coloniale. Non per caso il terminus a quo è fissato al 1901, anno della morte della regina Vittoria, quando per la prima volta apparve opportuno rappresentare l’India nelle celebrazioni della nuova incoronazione. Furono presto coinvolte anche l’opinione pubblica e la stampa, dato che, come disse lord Curzon, si dovevano dotare di un simbolo di comune appartenenza tutti «fellow citizens of the same empire» (p. 31). Del resto dagli anni sessanta dell’Ottocento il Canada aveva avuto una sua bandiera che inglobava le proprie insegne all’interno dell’Union Jack, e qualcosa di simile era avvenuto per altre colonie e dominions, fino all’Australia, proprio nel 1901. Ma gruppi e movimenti nazionalisti si preoccuparono solo più tardi di identificare una bandiera comune. Se vessilli tricolori furono esposti nel 1906 (p. 54), l’idea di una bandiera per tutta la nazione indiana si impose all’immaginazione popolare solo dopo la fine della prima guerra mondiale, quando scoppiò quella che Virmani chiama anche una «rivoluzione dei simboli». Per definire i tratti della bandiera ci volle tempo. E molti furono gli attori in gioco. Nel 1920 Gandhi chiese a Venkayya di preparare una bandiera nazionale, con la ruota dell’arcolaio e, per il momento, uno sfondo rosso e verde. Ma contemporaneamente un accorto membro del consiglio del viceré spinse per costituire una commissione che comprendesse anche nazionalisti indiani per pensare a una bandiera comune e ricondurre la questione sotto l’ombrello di un paternalismo coloniale. Ancora nel 1921 quella esibita da Gandhi come espressione tangibile dell’idea dell’indipendenza indiana – la Swaray Flag – era però assai diversa da quella attuale. Virmani, da buona allieva di Agulhon, esplora il repertorio delle immagini che rappresentano il paese, dalle mappe, variamente incluse in simbologie, ai ‘santi nazionali’, come quelli a cui si riferiva Tagore. Anche la idea della madre della nazione (alla quale Virmani ha dedicato nel 2009 un articolo su «Passato e Presente») non forniva una rappresentazione soddisfacente. Il tricolore con il charkha scelto nel 1931 rappresentò infine una rottura definitiva con l’universo dei simboli dell’india antica. Virmani studia soprattutto la straordinaria capacità di ‘imporre’ attorno all’idea di una bandiera un ‘consenso dal basso’. Si pensi ai ‘giorni della bandiera’ celebrati in tutto il vasto paese – per portare avanti la lotta per l’indipendenza, o alla forza delle dimostrazioni del 1929 e 30 al grido di «up up with the national flag down down with the Union Jack» – che riuscirono ad ottenere ampia risonanza anche sulle pagine della stampa internazionale. Intanto, da simbolo ideologico la bandiera si evolve in un simbolo territoriale (p. 99) e svolge una funzione coesiva e nazionalizzante di grande rilievo pur in presenza di contrasti come quello tra musulmani e hindu. La riflessione sui colori della bandiera offre una prospettiva eccellente per cogliere le tensioni interne alle diverse componenti del movimento nazionale e le paure di marginalizzazione. Tra tutti emerge il problema di dare visibilità alla componente musulmana. Ma uno sguardo non ovvio va anche ad altri movimenti, come quello comunista che introduce la bandiera rossa, e per l’altro alle comunità minoritarie (come quella Sikh). Non manca un’attenzione specifica al tema del gender: le donne come si sa, hanno sempre avuto un rapporto speciale con la bandiera. Qui non si parla solo delle proposte di Nivedita e Annie Besant. Si riflette invece alle modalità con le quali la bandiera assunse una dimensione intima, collegandosi ad esempio all’abbigliamento delle donne, come avvenne quando le madri di giornalisti arrestate vollero ricamare una bandiera sul loro burqua (p. 67), ed ebbe un ruolo all’interno della sezione musulmana dell’All India Muslim League nel 1940 (pp. 231 – 237). La ricerca, condotta su fonti estremamente varie e guidata da uno sguardo non ovvio, ha dato frutti eccellenti, anche grazie ad una scrittura limpida e chiara che mette insieme tessere impreviste, scorci di materialità e immagini che paiono fotogrammi di un film. Speriamo che questo bel libro sia presto tradotto in italiano.