Storicamente. Laboratorio di storia

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Giuseppe Rizzo Schettino, «Terrorista per sistema, non per cuore». Vita e pensiero di Carlo Bianco

Tre agili capitoli ripercorrono la parabola di Carlo Bianco di Saint-Jorioz (1795-1843), protagonista indiscusso quanto complesso della prima fase del Risorgimento italiano, e – come questo volume contribuisce a dimostrare – figura di grande interesse per la portata internazionale delle sue esperienze e delle sue riflessioni storico-politiche.

Cugino di Federigo Sclopis di Salerano, Bianco frequentò in giovane età quella casa, entrando a contatto con i Balbo, con l’abate Valperga di Caluso e con Diodata Roero di Saluzzo, vale a dire con quello che si stava configurando come il “ceto dirigente” dell’intellettualità cattolico-moderata subalpina. E tuttavia, nella formazione del futuro patriota influirono maggiormente le letture fatte in solitudine, e specialmente quella di Machiavelli. Dal fiorentino, oltre che dalla recente memoria del Terrore, Bianco attinse concetti e idee che sarebbero rimasti centrali nel suo pensiero. Tra questi, era già prioritaria la legittimazione della violenza, anzi dello «esterminio di tutti quegli uomini che […] al cambiamento erano decisamente contrari»  (p. 19). Arruolato tra i dragoni reali di stanza ad Alessandria, Bianco fu protagonista del moto del Ventuno, all’indomani del quale, per sfuggire alla condanna a morte, dovette riparare all’estero. Già fermo nelle idee repubblicane e unitarie, e in un credo egualitario formato dapprima sui testi di diritto incontrati negli anni universitari, Bianco prese parte alle guerre che in Spagna opponevano liberali e carlisti. Ancora esule, a Malta si adoperò in seguito per rafforzare la setta degli Apofasimeni, creando nuove cellule e nuovi contatti negli Stati italiani. Ma nell’isola egli trovò pure il tempo di dare compiuta espressione alle sue teorie:  lì, infatti, vide la luce il saggio Della guerra nazionale d’insurrezione per bande applicata all’Italia, con la spietata critica delle divisioni e delle aporie proprie delle società segrete sorte negli anni ’10, e più ancora della loro fiducia nei «tiranni».

Alla stesura del saggio Bianco arrivò dopo aver lungamente meditato sulle rivoluzioni del secolo precedente e del suo tempo. L’a. mostra chiaramente come alle riflessioni maturate sui testi di Machiavelli si fosse affiancata l’analisi degli eventi verificatisi in America, in Francia, in Spagna oltre che, naturalmente, nella penisola; e come Bianco fosse portato ad individuare le ragioni del successo e del fallimento delle rivoluzioni soprattutto nelle capacità dei “condottieri” – da Washington a Riego, ai cospiratori italiani - che le suscitavano e guidavano.

Da qui, la elaborazione di un nuovo rito di affiliazione agli Apofasimeni, che doveva passare attraverso la comprovata partecipazione a qualche atto di violenza contro i nemici della libertà. Da qui, inoltre, l’intesa con Filippo Buonarroti, assieme al quale lavorò per diffondere nelle sette italiane e negli ambienti dell’esilio una nuova strategia d’azione, che tenesse conto delle ingenuità e degli errori del Ventuno.

Da qui, infine, le aspettative che Bianco ripose nella Giovine Italia, nella cui Congrega centrale credette di individuare il nucleo della nuova formazione rivoluzionaria, che avrebbe restituito all’Italia libertà e indipendenza. Mazzini, da parte sua, era stato affiliato agli Apofasimeni e, dopo aver dato vita alla nuova formazione, ritenne estremamente preziosa la riflessione strategica e militare del torinese. Le divergenze non tardarono ad affiorare. Bianco riteneva necessaria, dopo la riuscita della rivoluzione, una stagione dittatoriale, durante la quale si giungesse all’eliminazione dei nemici “interni”; e solo dopo questa fase, dolorosa ma necessaria, egli riteneva possibile l’istituzione di un ordine repubblicano e democratico, dalle solida fondamenta e garantito dalla Carta costituzionale. Una distanza enorme e incolmabile col pensiero di Mazzini, tanto più che il torinese non esitava a postulare il necessario “sacrificio” di qualche innocente, e il ricorso alla violenza anche in tempo di pace. Grazie all’influsso sansimoniano, Mazzini prese presto le distanze dal radicalismo di Bianco e dei buonarrotiani, privilegiando la declinazione politica della democrazia e dell’eguaglianza. Già nel 1832 il genovese completò l’allontanamento teorico, rimuovendo dal programma della sua associazione la giustificazione della fase “terroristica” come coronamento della guerra di liberazione. Per Bianco, cominciò allora una stagione di progressiva emarginazione, di isolamento rispetto alle nuove tendenze del movimento nazionale. Una stagione che doveva culminare tragicamente: vistosi rifiutare la grazia da Carlo Alberto (che aveva letto, e stigmatizzato ferocemente, il saggio scritto nell’esilio maltese), e constatato il fallimento pressoché totale del suo frenetico apostolato, nel maggio del 1843 Carlo Bianco di Saint-Jorioz decise, infatti, di togliersi la vita.