Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca

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Abstract

The article focuses on the tangle of diplomatic relations, economic agreements and political connections between Moscow and Rome in the decade 1958-1968. For the Italian government, a period marked by important innovations in the relationship with the USSR, with which it won the favour of the Kremlin. A great deal of research has been carried out in the Italian and Soviet archives, especially through the examination of the documents and records of the Central Committee of the PCUS in the Contemporary History State Archive of Moscow (RGANI).

Introduzione

Le relazioni bilaterali italo-sovietiche nel decennio tra il 1958 e il 1968 si inseriscono nel contesto dei profondi mutamenti che investirono la politica mondiale in seguito alla fine dello stalinismo e all’avvio della distensione. L’antagonismo bipolare, infatti, alla fine degli anni ’50 approdò ad una fase nuova, determinata dalla constatazione che uno scontro termonucleare tra blocchi avrebbe potuto distruggere l’intera civiltà umana. I dirigenti sovietici abbandonarono la dottrina della guerra inevitabile e iniziarono a sostenere la necessità di una “coesistenza pacifica”. In modo analogo nel blocco occidentale, benché si dubitasse delle reali intenzioni sovietiche, ci si convinse che fosse indispensabile evitare lo scoppio di un conflitto. La sfida tra i valori del socialismo e della democrazia si giocava ora sulla capacità di attrarre la maggior parte degli stati verso il proprio modello politico ed economico, riuscendo in tal modo a disegnare il futuro delle relazioni internazionali. L’attenzione verso il Terzo Mondo nacque con queste prospettive e generò i momenti di maggior crisi dell’intera guerra fredda [Romero 2009, 125, 140]. L’inizio del miglioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, intervallato e reso ancora più urgente da gravi crisi internazionali quali la questione di Berlino o la vicenda dei missili a Cuba, si esplicitò con la firma del Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari nel 1963, che aprì la strada per successivi sviluppi nell’ambito del controllo degli armamenti [Gala 2002]. La nuova fase della situazione internazionale, inoltre, favorì la conclusione dei Trattati di Roma e la nascita della Comunità Economica Europea, un’alleanza economica tra paesi dell’Europa occidentale direttamente confinanti con il blocco socialista che modificò il sistema degli scambi commerciali nel Vecchio continente [Ballini, Varsori 2004]. Tali nuovi scenari influenzarono l’evoluzione politica, economica e sociale in URSS e in Italia, avvicinando Mosca e Roma in maniera impensabile solo pochi anni prima.

Gronchi e Kruscev a Mosca, 1960
Gronchi e Kruscev a Mosca, 1960

La recente apertura di fondi archivistici relativi a questo periodo, quali il fondo Fanfani, le carte Moro e il fondo Andreotti in Italia, e di altri fondi in America, Gran Bretagna, Francia, Germania e Federazione Russa ha permesso di affrontare lo studio di questi anni con maggiore obiettività e di tracciare un quadro parzialmente diverso rispetto alle precedenti interpretazioni sul ruolo internazionale dell’Italia nell’intreccio geopolitico. Di particolare rilievo i documenti inediti provenienti dall’Archivio statale russo di storia contemporanea (RGANI), resi disponibili nell’ambito di un progetto di ricerca sul tema: Le relazioni italo-sovietiche dal 1955 al 1970, al quale partecipano l’Università di Napoli-l’Orientale, il dipartimento di Studi storici geografici antropologici dell’Università “Roma Tre”, lo RGANI e l’Istituto di storia universale dell’Accademia delle scienze della Federazione Russa. L’esame della documentazione sovietica ha fatto emergere che la diplomazia dell’URSS aveva prestato un’attenzione particolare all’Italia – vista in prospettiva, persino esagerata – poiché riteneva che la penisola potesse giocare un ruolo congeniale alle posizioni di Mosca rompendo il monolitismo dell’Alleanza Atlantica.

L’orientamento prevalente nell’ultimo decennio all’interno del dibattito storiografico italiano è quello di indagare sulle importanti innovazioni in politica estera dalla fine degli anni cinquanta, con l’inizio della III legislatura e del processo che avrebbe portato nel 1962 al primo esperimento di governo di centro-sinistra[1]. Anni in cui si impose una riflessione più ampia sul ruolo internazionale dell’Italia e sulla sua politica estera. Fu il periodo in cui i governi italiani tentarono di accrescere il peso specifico dell’Italia all’interno dell’Alleanza Atlantica, gli anni del “neo-atlantismo”, o “dell’altro atlantismo” come è stato recentemente scritto [Martelli 2008]. Benché le interpretazioni sulle cause che portarono a tale cambiamento, e soprattutto sui risultati raggiunti, non siano sempre concordi, è un dato di fatto che l’azione diplomatica dell’Italia, a partire dal 1958, abbia intrapreso un nuovo corso, volto a inserire in modo attivo il paese nel dialogo tra Est e Ovest, e a dare un contributo effettivo al processo di distensione. L’apertura di credito ai paesi d’oltrecortina ne rappresentava uno dei principali aspetti. In breve tempo Roma e Mosca si ritrovarono molto più vicine che in passato.

Numerosi studi hanno ormai chiarito che, in Italia, un ruolo chiave nel percorso di avvicinamento fu giocato da Amintore Fanfani, figura di spicco della classe dirigente democristiana, che nel decennio 1958-1968 assunse per tre volte la Presidenza del Consiglio e per tre volte la responsabilità degli Affari Esteri. In queste due vesti fu uno dei massimi artefici degli orientamenti e della gestione dell’azione internazionale di Roma nel decennio. Teorizzatori, sostenitori e realizzatori della necessità di un’apertura ad Est dell’Italia furono, oltre a Fanfani, altri esponenti della classe dirigente politica e imprenditoriale democristiana, quali Mattei[2], Valletta[3] e La Pira[4]. Tra queste figure non mancarono differenze di approccio e di azione sul dossier Unione Sovietica, complicate spesso dalle complesse relazioni personali. Comune però a tutti era la percezione della particolarità del momento storico e dell’opportunità presentata all’Italia da cogliere in fretta. Mattei e Valletta furono mossi prevalentemente dalla necessità di allargare il volume degli scambi delle proprie imprese con i paesi d’oltrecortina. La Pira maturò l’urgenza di aprire l’Italia all’Est all’interno della sua visione messianica del ruolo della penisola nel mondo, nella convinzione che Roma potesse diventare fautrice della “politica dei ponti” tra Occidente e Oriente [Garzaniti, Tonini 2005].

Centrale nel pensiero di Fanfani fu la ricerca di una piena cooperazione tra gli alleati, con l’obiettivo di rendere più operativa ed efficace l’unità occidentale. Per Fanfani – come ha rilevato Giovagnoli – ciascun membro della NATO avrebbe dovuto apportare un contributo creativo all’Alleanza, perché nella nuova fase della Guerra Fredda fronteggiare solo militarmente l’Unione Sovietica non sarebbe stato sufficiente a sconfiggerla: andava invece avviata un’opera capillare di “svuotamento dall’interno” della potenza sovietica, allo scopo di indebolirla e di affermare la superiorità del sistema occidentale. Questo anticomunismo dal carattere propositivo e non distruttivo, diede un peculiare dinamismo all’azione italiana in campo internazionale, e caratterizzò la nuova fase di relazioni tra Roma e Mosca [Giovagnoli 2010, 47].

La classe dirigente sovietica guardò con estrema attenzione all’evoluzione degli eventi politici italiani, anche perché nel quadro complesso e confuso seguito al XX Congresso era divenuta consapevole che solo attraverso la collaborazione con l’Occidente sarebbe stato possibile risollevare l’Unione Sovietica dalle difficili condizioni economiche e sociali in cui versava. Gli anni Sessanta, in effetti, divennero per l’URSS un decennio particolarmente vitale in tutti i settori, probabilmente l’ultimo decennio vitale della sua storia [Graziosi 2008]. Sono gli anni cui Chruščëv aveva promesso che le nuove generazioni sovietiche avrebbero vissuto nel paradiso del comunismo [Zubok 2007, 177]. I principi della coesistenza pacifica, a cui si ispirarono le iniziative del gruppo dirigente sovietico, favorirono il disgelo tra i blocchi. L’attenzione verso Italia, paese di frontiera tra Occidente e blocco sovietico, rientrava in tale strategia. Per riannodare i rapporti con Roma era già stata abbandonata da vari anni la politica di ostracismo all’inserimento dell’Italia nelle organizzazioni internazionali [Bettanin 2009]. Nel decennio preso in esame, invece, fu promossa una politica di rapporti personali che fu curata sia da Chruščëv in persona, sia da altri alti dirigenti sovietici, quali Gromyko e Kosygin.

Nel decennio 1958-1968 si evidenziano due momenti, i cui limiti cronologici corrispondono a snodi importanti nella vita politica dei due paesi. Una prima fase copre l’arco temporale della III legislatura in Italia (1958-1963) e, da parte sovietica, l’ultimo quinquennio della dirigenza di Chruščëv (che venne destituito nell’ottobre del 1964). In questo quinquennio tra Italia e Unione Sovietica furono poste le fondamenta delle relazioni bilaterali, sia in campo economico, che in campo politico, culturale e tecnico-scientifico. Una seconda fase, dalla fine del 1964 al 1968, fu caratterizzata in URSS dall’ascesa della leadership brezneviana e in Italia dall’avvio del centro-sinistra organico con i governi Moro, all’interno dei quali Fanfani ricoprì a più riprese il ruolo di ministro degli Esteri. In questa fase si assistette alla stabilizzazione delle relazioni bilaterali nonché una collaborazione, seppure parziale e limitata, nelle principali questioni internazionali. Un periodo di rallentamento delle relazioni bilaterali si ebbe tra la seconda metà 1963 e la fine del 1964, non tanto per scelte politiche dirette, quanto per una serie di avvenimenti importanti nella politica italiana, nel governo sovietico e nel quadro internazionale, che posero altre priorità alle due capitali. Nel giro di poco più di un anno, infatti, in Italia si realizzò il progetto di centro-sinistra organico, si consumò lo scisma del PSI e morì Palmiro Togliatti, lasciando improvvisamente senza guida il PCI; in URSS fu destituito Chruščëv con metodi che preoccuparono il mondo e si insediò la segreteria di Leonid Brežnev; inoltre uscirono dalla scena dei protagonisti internazionali della distensione quali Kennedy e Giovanni XXIII.

La strategia del Cremlino verso l’Italia

Tra il 1958 e il 1968 la diplomazia sovietica, eccetto alcune battute di arresto in occasione delle crisi internazionali più acute, seguì una politica piuttosto lineare nei confronti dell’Italia, che non mutò neanche con l’ascesa della leadership brezneviana. Un bilancio degli obiettivi raggiunti e delle modalità di azione fu tracciato in un’informativa segreta dell’ambasciatore di Mosca a Roma Nikita Ryžov al ministro degli Esteri Gromyko nel 1969, che così recita:

Negli ultimi anni i rapporti italo-sovietici hanno registrato un significativo miglioramento in tutti i campi. I passi avanti più evidenti sono visibili per ciò che riguarda le relazioni economico-commerciali e quelle tecnico-scientifiche, sviluppatesi sulla base dell’accordo commerciale a lungo termine 1966-1969 […] L’ambasciata ritiene, inoltre, che la specificità italiana è tale, che in assenza di una seria e stabile base economica alla radice delle relazioni sovietico-italiane, le possibilità di realizzare e di sviluppare un’azione politica volta a influenzare la politica italiana a nostro favore saranno molto limitate. Al contrario, una nostra esatta valutazione degli interessi economici dell’Italia – che per tanti versi ne determinano la politica estera – in certe circostanze potrebbe sortire il risultato politico di cui abbiamo bisogno[5].

Alle considerazioni sulle relazioni bilaterali l’ambasciatore aggiungeva valutazioni più generali sull’utilità di rafforzare i rapporti con Roma per raggiungere fini di politica internazionale congeniali all’URSS. Così continua il documento:

Secondo l’ambasciata, il consolidamento e lo sviluppo delle nostre relazioni con l’Italia sono estremamente importanti, anche alla luce di ciò che è avvenuto in Francia in seguito alle dimissioni di De Gaulle. Ci sembra che lo sviluppo delle relazioni sovietico-italiane potrebbe diventare uno dei fattori importanti per la stabilizzazione della situazione europea, stimolerebbe inoltre la crescita dei rapporti dell’URSS con altri paesi dell’Europa Occidentale, e indebolirebbe le posizioni di quelle forze europee che auspicano un peggioramento delle relazioni con l’URSS, il rafforzamento della NATO e l’acutizzazione della situazione in Europa. […] Come è noto, negli ultimi tempi l’Italia, forte del crescente potenziale economico, porta avanti più attivamente nell’arena internazionale i propri interessi nazionali, intraprende evidenti sforzi per accrescere il peso nella politica internazionale e, soprattutto, europea. La circostanza, ci sembra, potrebbe essere sfruttata nell’interesse della politica estera sovietica, tanto più che in Italia sono consapevoli di quanto sia decisivo, per il prestigio internazionale di un paese, il livello delle sue relazioni con l’URSS. L’avvicinamento sovietico-italiano, realizzabile solo sulla base di un serio sviluppo di relazioni economiche stabili tra i due paesi, potrebbe diventare un nuovo fattore a nostro vantaggio nella politica europea e mondiale, e creare posizioni di riserva, in particolare nel caso in cui la Francia cambiasse gli orientamenti della politica estera.[6]

La lettera dell’ambasciatore Ryžov esprime con estrema chiarezza le linee generali e gli obiettivi della politica estera dell’URSS nei confronti dell’Italia nel decennio 1958-1968: il miglioramento dei rapporti con Roma, grazie al consolidamento degli scambi economici, avrebbe contribuito alla stabilizzazione della situazione nel continente europeo e avrebbe contrastato la possibile tendenza di altri stati occidentali di inasprire ulteriormente i rapporti tra i due blocchi. Inoltre avrebbe potuto essere una preziosa sponda occidentale nella più vasta azione mondiale dell’URSS. Su questo binario, pur tra ombre e luci, le relazioni bilaterali registrarono un percorso di crescita regolare.

I rapporti tra Mosca e Roma non si svilupparono solo per via partitica. La presenza del PCI e i suoi legami con il PCUS furono, come è evidente, determinanti negli orientamenti della politica sovietica verso l’Italia. Sarebbe tuttavia errato considerare che l’interesse di Mosca per il nostro paese derivasse solo dall’esistenza di un grande movimento comunista. Dagli archivi di Mosca emerge l’intenzione dell’URSS di avviare una nuova fase dei rapporti bilaterali che passasse attraverso il canale degli incontri personali con i leader italiani, attraverso la ricerca di punti di contatto su alcune questioni internazionali e attraverso una proficua collaborazione in tutti i settori. Mosca, in sostanza, stando ai documenti sovietici, aveva iniziato a capire che per influenzare le scelte dell’Italia non era sufficiente la pressione sul governo esercitata dall’opposizione del PCI. Tanto più che diventava sempre più evidente che si sarebbe presto realizzata la partecipazione socialista al progetto di centro-sinistra e che essa avrebbe implicato l’esclusione permanente dei comunisti dalla compagine governativa. E i diplomatici sovietici rilevavano sempre più spesso che all’interno del PCI si sollevavano voci a favore di un corso “autonomo” del partito più adeguato agli interessi nazionali. Esemplicative, a riguardo, le reazioni all’interno della dirigenza del PCI dopo il XXII Congresso del PCUS nel 1961, o quelle alla destituzione di Chruščëv nel 1964[7].

Mosca si rendeva conto che i fili del legame tra Cremlino e Botteghe Oscure si stavano allentando, perciò ritenne opportuno allacciare relazioni politiche con l’Italia che utilizzassero anche altri percorsi, diversi rispetto a quelli del canale del PCI. In tale contesto si inquadra il tentativo di Mosca di stringere rapporti diretti con alcuni leader della maggioranza e con esponenti del governo, iniziativa che avrebbe inaugurato una stagione di regolari e frequenti incontri. È indicativo, a esempio, che dal 1959 al 1968 si registrò ogni anno almeno una visita di Stato di un esponente del governo italiano in URSS o del governo sovietico in Italia. Alcune furono particolarmente significative per la risonanza che ebbero nei rapporti bilaterali, come quella di Gronchi in URSS nel 1960 − durante la quale fu firmato il primo accordo culturale italo-sovietico[8] −, di Fanfani a Mosca nel 1961 o di Gromyko in Italia nel 1966.

Dalla fine degli anni cinquanta, dunque, sembra che nella dirigenza del Cremlino abbia prevalso un approccio di politica estera che, nella formulazione delle politiche nei confronti dell’Italia, sacrificò in molti casi gli interessi del PCI alla ragion di stato e, come era avvenuto già in passato, si attenne più a calcoli di Realpolitik che a considerazioni di natura ideologica.

L’URSS e i partiti nell’Italia del centro-sinistra

La leadership sovietica fu sin dall’inizio assai scettica sul progetto di centro-sinistra: con l’ingresso del PSI al governo si sarebbe rotta in modo definitivo l’unità della classe operaia, per non parlare del timore di un rigido allineamento della politica estera italiana a quella degli USA, che avevano chiesto “prove di fedeltà” ai socialisti, come ha messo in evidenza Nuti [1999]. Ma in fin dei conti non poté far nulla di concreto per ostacolarlo. Per questo, tessere legami di fiducia con i leader democristiani avrebbe permesso di bilanciare il paventato contributo del PSI agli orientamenti del governo. Se Nenni appariva a Mosca inaffidabile, di Fanfani si aveva fiducia.

Le fonti sovietiche rilevano che nel decennio 1958-1968 vi fu in più di uno scenario internazionale una certa vicinanza di vedute tra Roma e Mosca. La politica neoatlantica dei governi italiani e l’approccio di una parte della dirigenza democristiana a determinate questioni aperte suscitarono l’interesse della diplomazia del Cremlino. Le posizioni di esponenti della maggioranza, in particolare di Fanfani, erano apprezzate presso il governo sovietico [Gromyko 1989, 212-216]. E anche quando il timone dei governi di centro-sinistra passò nelle mani di Moro, il politico toscano continuò a essere il canale privilegiato delle relazioni con l’URSS. È evidente che Chruščëv cercava in Occidente potenze le cui posizioni fossero vicine a quelle dell’Unione Sovietica su temi quali la pace, la distensione o il disarmo. L’orientamento di Fanfani, influenzato e sorretto dal magistero di Giovanni XXIII, si prestava all’obiettivo di avvicinare Roma e Mosca. Fanfani, insomma, era per la diplomazia sovietica un interlocutore prezioso, potenziale tramite con l’Amministrazione americana, il Vaticano, i gruppi industriali italiani, e anche una fonte di informazione sulla situazione interna italiana complementare, se non alternativa, a quella del PCI [Bettanin 2009].

Nell’analisi dell’avvicinamento sovietico a Fanfani emerge però un’incomprensione di fondo che condizionò le valutazioni della diplomazia moscovita. Secondo i sovietici il politico aretino avrebbe avuto una propensione al neutralismo, in alcuni momenti persino tale da mettere in discussione la collocazione internazionale dell’Italia. Dalla politica estera di Fanfani, ora confermata dalle carte personali, emerge invece come egli fosse un fermo sostenitore della scelta atlantica dell’Italia, e che mai ne avrebbe modificato i pilastri della collocazione internazionale. Il dialogo, e non lo scontro diretto, era per Fanfani lo strumento più appropriato per vincere la competizione con il blocco socialista.

Per vie molto più contorte si svilupparono le relazioni tra Mosca e il Partito socialista italiano in questo decennio. I rapporti del Cremlino con il PSI furono tesi sin dallo strappo di Nenni con l’URSS dopo i fatti d’Ungheria del ’56. Uno dei motivi della contrarietà sovietica circa il progetto di centro-sinistra risiede proprio nella valutazione dell’operato socialista, considerato un vero e proprio tradimento dei legami che avevano unito il PSI al PCUS. Dalla documentazione sovietica risulta un’ostilità viscerale verso Nenni, accusato di voler “socialdemocratizzare” il PSI a discapito dei tradizionali valori del socialismo italiano. Tuttavia, benché il Cremlino provasse a muovere dall’interno l’opposizione alla maggioranza nenniana tramite l’ala di Vecchietti – cui arrivarono negli anni ingenti finanziamenti [Riva 1999] – il governo sovietico non riuscì a elaborare una scelta definitiva sull’opportunità di favorire una scissione del partito socialista ovvero di tentare di scongiurarla. Mosca, infatti, rimproverava al gruppo di Vecchietti una mancanza di concretezza politica che con buona probabilità avrebbe impedito di creare una reale alternativa al PSI. Peraltro molte posizioni della corrente di sinistra erano in conflitto con i piani d’azione del PCI, a sua volta seriamente preoccupato dell’ipotesi di scissione. Nel resoconto dell’ambasciata sovietica a Roma sul XXXV Congresso socialista, che avrebbe accelerato la scissione del PSI, si legge:

I socialisti di sinistra si sono limitati solo ad appelli generici a sostituire il corso autonomistico con un “nuovo corso”, basato sulla ripresa della lotta di classe, un corso che respinge qualsiasi forma di collaborazione con la DC, che punta sul cambiamento radicale degli alleati e sull’antiatlantismo. […] Questa linea non ha favorito il successo della corrente di sinistra, tanto più che il PCI, come è noto, ha un’altra posizione: ritiene che non convenga uno scontro frontale con il governo di centro-sinistra e che sia meglio criticarlo, appoggiando allo stesso tempo quegli aspetti che possono favorire gli interessi specifici dei lavoratori. […] Le posizioni della corrente di sinistra sono indebolite non solo dalla lotta accanita che hanno scagliato gli autonomisti, ma anche dalla mancanza di una unità piena tra i leader della corrente (Vecchietti, Valori e Gatto, da una parte, e Basso dall’altra). Un grave danno alla corrente è inflitto dalle tendenze di estrema sinistra, che ne segnano tutto il corso politico. È noto che una parte degli esponenti più in vista della corrente abbraccia posizioni sinistroidi e anarco-sindacaliste. […] Il tentativo di criticare i comunisti da sinistra porta alcuni membri della corrente ad affermazioni di chiaro stampo anticomunista9 .

Diversamente da come è stato spesso sostenuto[9], dalle carte sovietiche emerge che Mosca non avviò né approvò l’iniziativa di fondare il nuovo partito del PSIUP. Alla vigilia del convegno nazionale della sinistra socialista, convocato dal 10 al 12 gennaio 1964, Lucio Luzzatto fu inviato a Mosca per annunciare ufficialmente la nascita del nuovo partito e per verificarne la dovuta copertura finanziaria. Fu ricevuto da Suslov, responsabile della politica ideologica del PCUS. Ciò dimostra quanto il Cremlino valutasse importante la vicenda, perché non era consuetudine che una personalità del calibro di Suslov incontrasse un esponente di un partito estero. In un appunto scritto dall’esponente sovietico per il comitato centrale si legge che egli non consigliò «in modo diretto a Luzzatto di evitare la scissione e di restare nel partito a qualsiasi condizione», ma, preso atto della decisione irremovibile della sinistra socialista, richiamò l’attenzione di Luzzatto «sulle conseguenze negative della separazione e sulla convenienza di utilizzare tutte le possibilità […] per giungere a un compromesso». Sebbene a Mosca fosse noto che la responsabilità politica della scissione sarebbe ricaduta esclusivamente su Nenni, Suslov esternò a Luzzatto l’augurio

che nelle difficili condizioni createsi, i compagni della sinistra del PSI non si lasciassero sfuggire nessuna possibilità, nemmeno la più piccola, di preservare l’unità del partito e il lavoro della sinistra in esso, considerando che nel PSI c’erano elementi ostili alla scissione, consapevoli che in Italia la maggioranza dei socialisti e le masse dei lavoratori erano a favore dell’unità del movimento operaio e contrari alla frantumazione delle proprie forze[10].

Tale reazione scaturiva dal fatto che il Cremlino, al contrario di quanto è stato spesso scritto, vedeva nella scissione socialista un vero e proprio successo della strategia del centro-sinistra e quindi una sconfitta della sinistra in Italia.

Per quanto riguarda i legami tra URSS e PCI, come è stato accennato in precedenza, nel decennio 1958-1968 si osservarono cambiamenti importanti. Sarebbe improprio parlare di “svolta” o di “brusco strappo” del PCI con Mosca, ma gli osservatori sovietici dai primi anni sessanta iniziarono a intravedere quegli elementi di distanza che si sarebbero palesati dopo la morte di Togliatti e con le scelte operate dal PCI nel decennio successivo [Pons 2006]. Significativi, in tal senso, furono l’acceso dibattito all’interno del Comitato centrale del PCI suscitato dagli esiti del XXII Congresso del PCUS nel 1961, durante il quale Amendola dichiarò che «bisogna[va] sbarazzarsi di questa finzione dell’unanimità [tra i partiti comunisti] che ostacola[va] lo sviluppo della democrazia, la circolazione delle idee e la vivacità del dibattito» [Righi 2007, 107-120], nonché la dura requisitoria dei dirigenti del PCUS Podgornij, Suslov e Ponomarëv contro il Memoriale di Yalta e le posizioni assunte dalla nuova dirigenza del PCI dopo la morte di Togliatti, nel corso di un colloquio con Berlinguer, Bufalini e Sereni nell’ottobre del 1964. In tale occasione, i dirigenti sovietici, tra le altre cose, contrastarono la proposta di Togliatti di «unità nella differenza» all’interno del movimento comunista internazionale e definirono inaccettabile il concetto di autonomia del partito[11].

Commentando la situazione dei comunisti italiani dopo la scomparsa di Togliatti, l’ambasciatore Kozyrev scrisse:

Nella seconda metà del 1964, in particolare dopo la pubblicazione del Memoriale di Togliatti – documento contenente le tesi per il confronto con i compagni sovietici e non per la pubblicazione sulla stampa – nel partito si è rafforzata la tendenza a sottolineare l’accentuazione della “autonomia” del PCI, e in una serie di casi “l’approccio critico” ai problemi e ai fenomeni della realtà russa[12].

Dal 1964, quindi, il contesto che si stava delineando nel rapporto tra PCI e PCUS, per usare le parole di Bufalini, era quello di due partiti che, pur parlandosi, non riuscivano più a comprendersi fino in fondo, come accade tra due persone che parlano lingue differenti[13]. In tale quadro di affievolimento dei legami del PCI con Mosca si comprendono i tentativi del Cremlino di diversificare sempre di più gli interlocutori rispetto al partito comunista.

La realtà politica italiana, insomma, restò sostanzialmente inintelligibile per la dirigenza sovietica, che non seppe orientare la politica dei partiti di sinistra in direzione a lei favorevole e mal interpretò le aperture di alcuni dirigenti democristiani come segno di una possibile virata neutralista dell’Italia. La crescita dei rapporti con alcuni rappresentanti della maggioranza politica italiana, come Amintore Fanfani, fornirono tuttavia la garanzia politica per l’intensificarsi delle relazioni economiche.

Gli scambi commerciali

Le ricerche di Bruna Bagnato e della studiosa moscovita Irina Chormač hanno dimostrato nel dettaglio come i rapporti commerciali siano stati determinanti per sbloccare le stagnanti relazioni italo-sovietiche nel dopoguerra [Chormač 2005]. Nel corso degli anni cinquanta erano stati i partiti della maggioranza parlamentare italiana a frapporre i maggiori ostacoli allo sviluppo degli scambi commerciali. Molte erano state infatti le preoccupazioni per un aumento dell’influenza sovietica in Italia, con una ripercussione diretta sugli equilibri politici del paese, nonché per le reazioni in ambito atlantico che l’aumento degli scambi avrebbe potuto suscitare. Problemi che non si pose il mondo dell’imprenditoria italiana, che aveva seguito con attenzione gli sviluppi della situazione internazionale e, alla fine degli anni Cinquanta, intravide ampi margini di azione per allargare gli scambi nel clima di distensione. La svolta ufficiale delle relazioni economiche si ebbe con la firma nel dicembre 1957 di importanti protocolli commerciali a lungo termine tra i due governi, seguita nel 1958 dalla visita in URSS del ministro per il Commercio Estero Del Bo, primo ministro italiano a recarsi a Mosca dal dopoguerra[14].

Il progressivo incremento degli scambi fu considerato dalla leadership sovietica frutto della strategia di diversificazione degli interlocutori politici e di avvicinamento alla leadership democristiana avviata dal Cremlino alla fine del decennio. L’intreccio delle relazioni tra il mondo imprenditoriale italiano e la dirigenza del Cremlino favorì – e in più di un’occasione creò le premesse – per l’avvicinamento tra le due capitali. Basti pensare al lungo colloquio tra il presidente del Consiglio Fanfani e l’ambasciatore Kozyrev nel maggio 1961, organizzato dal presidente della Snia Viscosa Marinotti (e ospitato nella sua casa), nel quale il politico aretino spiegò al diplomatico di Mosca le prospettive del centro-sinistra e chiese esplicitamente al Cremlino di appoggiarlo nell’interesse dello sviluppo delle relazioni italo-sovietiche[15]. O al lungo colloquio tra il presidente delle FIAT Valletta e Chruščëv nel giugno del 1962, nel quale l’industriale italiano si propose non solo come punto di contatto tra la dirigenza sovietica e governo italiano, ma assicurò anche l’interlocutore di poter esercitare la sua influenza sul presidente Kennedy, a favore dell’avvicinamento tra USA e URSS[16].

Il mercato dell’Unione Sovietica si presentò al mondo imprenditoriale italiano ricco di opportunità di espansione, dovute all’ampiezza del territorio e della domanda di beni da parte della popolazione. L’apertura del commercio con l’URSS sembrava quindi lo sbocco più logico per l’economia italiana, che proprio negli anni sessanta si andava rafforzando e necessitava di nuovi mercati su cui piazzare le proprie merci e di fonti di approvvigionamento di materie prime. Tra il 1960 e il 1963 le esportazioni dell’URSS in Italia passarono da 92 a 127 milioni di rubli, quelle dell’Italia in URSS da 81 a 121[17]. Per quanto riguarda le risorse energetiche, le forniture sovietiche rispondevano alle urgenze tecnologiche e commerciali della penisola. Al primo posto delle importazioni vi furono sempre quelle di petrolio e di prodotti petroliferi, seguite da quelle di metalli ferrosi, legno e carbone.

La collaborazione commerciale con l’Italia era vantaggiosa anche per il Cremlino, poiché dal nostro paese l’URSS poteva importare le moderne tecnologie di cui era carente il suo sistema di produzione. Nel 1962 un resoconto sulla visita agli stabilimenti italiani stilato da Kosygin e dai responsabili per l’industria chimica e la pianificazione dell’URSS recitava:

Attualmente l’Italia è un paese con un alto potenziale industriale ed occupa uno dei primo posti al mondo per il livello di sviluppo tecnico nella maggior parte dei settori produttivi. [...] Consideriamo necessario notare che la futura crescita delle relazioni commerciali con l’Italia risulterà essere per noi una buona possibilità per sviluppare i legami tecnico-scientifici, ed ottenere informazioni tecnico-scientifiche. [...] Attualmente l’industria italiana possiede una serie di manifatture che da noi non hanno raggiunto ancora il necessario sviluppo e pertanto il loro studio e la loro acquisizione rappresenta un grande interesse per la nostra industria[18].

Negli anni la struttura delle importazioni sovietiche fu sempre più sbilanciata verso il settore delle macchine e delle strumentazioni. Tra il 1962 e il 1963, per esempio, le importazioni di macchinari dall’Italia passarono dal 33,8% al 59,1% di tutto l’import [19]. Inoltre la dipendenza dell’Italia dal mercato sovietico, nelle valutazioni della dirigenza dell’URSS, aumentava le probabilità del Cremlino di influire sulle scelte politiche del governo. In questi anni, insomma, si creò un legame a filo doppio tra le due economie, agevolato dalla relativa facilità con cui l’Italia accettò di erogare crediti a lungo termine all’URSS, in alcuni casi persino aggirando gli obblighi del MEC. Nel 1963, peraltro, Roma accettò per la prima volta di firmare un accordo di collaborazione economica a lungo termine della durata di sette anni, che la diplomazia sovietica considerò di portata storica per la sua ricaduta sulle relazioni bilaterali[20].

Tre furono le principali operazioni commerciali avviate nel decennio 1958-1968: l’accordo con l’ENI per l’importazione di petrolio dall’URSS firmato nel 1960 (che fu rinnovato negli anni seguenti); quello del 1966 con la FIAT per produrre automobili a Togliattigrad; la realizzazione del gasdotto ENI per fornire metano all’Italia dai giacimenti sovietici, le cui trattative furono avviate alla metà degli anni sessanta e si conclusero nel 1969. Accanto a queste, numerosi furono gli accordi commerciali conclusi dalle principali imprese italiane, tra le quali la Montecatini, la Pirelli, la Snia Viscosa, l’Olivetti, la Chatillon.

Un ruolo particolare nelle relazioni bilaterali ebbero i rapporti tra il Cremlino e l’ENI di Mattei. Nella storia dell'ENI, la fine degli anni Cinquanta si distingue per la realizzazione di un sistema integrato di lavorazione dei prodotti petroliferi all’avanguardia nel mondo dal punto di vista tecnologico. Ciò che difettava alla compagnia di stato italiana era un adeguato approvvigionamento di greggio. In questa sede non si intende ricostruire i negoziati che portarono alla firma dei due grandi accordi commerciali, ma si vuole solo rilevare come Mosca considerasse l’ENI un interlocutore privilegiato per spingere l’Italia alla neutralità in politica estera. Un’illusione, certo, che però emerge in più di un documento sovietico del periodo. Il regista principale delle trattative fu Enrico Mattei, molto abile nel lusingare i dirigenti del Cremlino proprio con dichiarazioni che a Mosca suonavano estremamente gradite. Per esempio, in un colloquio con il primo vicepresidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS Kosygin in Italia, nel giugno del 1962, egli disse che la crescita degli scambi tra Italia e URSS avrebbe facilitato il passaggio alla neutralità dell’Italia in politica estera, che l’ENI perseguiva da tempo, e fece intendere che anche Fanfani la pensava allo stesso modo. Nella circostanza, si legge nel resoconto sovietico del colloquio, l’ENI si era impegnata con Mosca a lavorare attivamente con gli alti dirigenti del ministero degli Esteri che ancora temevano le reazioni di Washington[21]. Alla fine del soggiorno in Italia, Kosygin annotò:

Mattei ha detto che attualmente l’ENI si è posta l’obiettivo di intraprendere un grande lavoro per indebolire le posizioni delle grandi compagnie del cartello petrolifero internazionale (Standard Oil, British Petroleum, Shell) in Europa occidentale e in Africa, spingendo fuori il petrolio americano dai mercati dell’Africa e dell’Europa occidentale, così come si è riuscito a fare in buona parte nel mercato italiano [22].

I successi dell’ENI furono possibili grazie alla fama che l’ente italiano si era guadagnata negli anni in URSS. Al ministero del Commercio Estero dell’Unione Sovietica il giudizio era univoco. Per questo, la Sojuznefteeksport, l’ente sovietico per l’esportazione di petrolio, si impegnò a non vendere greggio in Italia ad altri acquirenti nel periodo 1961-1966[23]. Garante dell’accordo, secondo un testimonianza resa da Eugenio Cefis a Bagnato, fu in ultima istanza il partito comunista italiano, nella figura di Giancarlo Pajetta. Secondo il dirigente dell’ENI, in quei mesi vi fu una frenetica attività svolta da Pajetta a Mosca, come trait d’union e garante politico dell’accordo [Bagnato 2003, 336]. La documentazione per ora disponibile negli archivi sovietici non permette di confermare questa versione dei fatti. Le parole di Cefis, tuttavia, lasciano pensare che l’accordo fu approvato definitivamente dal Cremlino solo dopo l’avallo del PCI.

La morte di Mattei, occorsa in tragiche circostanze il 27 ottobre del 1962 sembrò in un primo momento privare l’Unione Sovietica di uno dei maggiori sostenitori dell’avvicinamento tra Italia e URSS. Le rassicurazioni della nuova dirigenza dell’ENI, e i vari protocolli di intesa che poi portarono alla firma dell’accordo per il gas nel 1969, confermarono invece che l’ente petrolifero non si sarebbe discostato dagli orientamenti di Mattei, pur ridimensionandone l’estrema creatività e la dinamica spregiudicatezza.

Le operazioni dell’ENI in URSS non sarebbero state realizzabili senza l’appoggio politico da parte della dirigenza democristiana e quello di mediazione del PCI. Nel 1960, dopo che l’ENI firmò l’accordo per l’esportazione in Italia di 12 milioni di tonnellate di greggio sovietico nel periodo 1960-1965, fu evidente che il governo italiano appoggiava in pieno l’iniziativa e la difendeva con fermezza. In seguito alle reazioni di molti paesi del blocco occidentale che avevano accusato l’ENI di non aver calcolato le implicazioni politiche dell’operazione, Fanfani scrisse al segretario dell’ONU:

Il Governo non può accettare che si discuta in seno alla NATO degli scambi tra Est ed Ovest limitatamente ad un solo prodotto, sia pure il petrolio. [...] è noto al Governo italiano e all’opinione pubblica italiana, che i singolo paesi NATO hanno liberamente trafficato con l’Est anche in settori (navi petrolifere) di cui sino a tutto il 1960 l’Italia si è ben guardata dall’occuparsi. Per quanto riguarda la questione del petrolio [...] l’Italia fa presente sin da ora la modestia dei suoi acquisti [...] e fa presente infine che essa non ha attinto al petrolio sovietico in quanto sovietico, ma perché a più buon mercato; [...] Il caso particolare del petrolio deve essere affrontato in tutti i suoi aspetti [...] in modo che realmente non si colga l’occasione per indebolire l’economia italiana e rafforzare quella di altri paesi sotto il pretesto di danneggiare l’economia sovietica[24].

Circa l’accordo sul gas del 1969, invece, da quanto attestano i documenti sovietici, la conclusione delle trattative fu possibile solo grazie alla mediazione del PCI. Armando Cossutta si occupò della questione nell’inverno del 1966-1967 assicurando al partito ingenti finanziamenti nei dieci anni seguenti a titolo di compenso per la mediazione[25].

Una strategia vincente?

La strategia sovietica verso Roma raggiunse molti dei suoi obiettivi, ma non quello principale: il neutralismo della penisola in politica estera. Tra Italia e URSS nel decennio 1958-1968 si instaurarono relazioni così soddisfacenti da suscitare in determinati momenti viva apprensione da parte dei partner atlantici. Il mondo economico italiano, e in alcuni momenti anche quello politico, riuscì a trasmettere a Mosca, con tratti più o meno autentici, l’impressione che si stesse facendo di tutto per svincolare la politica estera della penisola da quella atlantica, alla ricerca di posizioni originali nelle questioni internazionali. Da parte sua Mosca sfruttò il desiderio italiano di godere di maggior prestigio sulla scena mondiale per blandire i dirigenti e dare loro, almeno in apparenza, un peso che in realtà non avevano.

Su alcune questioni, tuttavia, ci fu per davvero una vicinanza di punti di vista. A Mosca si apprezzò molto che il governo italiano nel corso delle grandi crisi bipolari (Berlino, Cuba, Vietnam) e nelle trattative per il disarmo avesse assunto posizioni originali non appiattite acriticamente su quelle degli Stati Uniti, e indirizzate alla ricerca del dialogo e di una risoluzione pacifica delle controversie.

Durante la crisi di Berlino del 1961 sembrò addirittura che Fanfani fosse stato individuato da Mosca se non come un attendibile portavoce delle istanze sovietiche, quantomeno come il leader occidentale più vicino. Prova ne sono i resoconti sovietici della visita di Fanfani e Segni in Urss, e una lettera che il leader sovietico scrisse al presidente del Consiglio nell’agosto del 1961. Scrisse Chruščëv:

Ho avuto l’impressione che Lei, Signor Presidente, abbia giustamente compreso la posizione del Governo sovietico sulle questioni sopraindicate. […] Io apprezzo moltissimo, Signor Presidente, i suoi sforzi diretti a raggiungere questo scopo. Quanto avete fatto al ritorno da Mosca è molto importante ed utile. Vorrei esprimerle la mia sincera riconoscenza e considerazione per l’energia con la quale Lei continua la propria attività mirante a ricercare vie di assestamento pacifico dei più scottanti problemi attuali[26].

Sul versante italiano si può dire che il “fattore URSS” fu senz’altro uno dei temi più caldi del dibattito politico dell’epoca. Fanfani fu l’artefice della politica estera più ambiziosa del centro-sinistra. Ai suoi occhi la distensione avrebbe rappresentato per l’Italia l’occasione di svolgere un ruolo internazionale visibile, fuori dall’ombra delle superpotenze, di essere una cerniera tra Est e Ovest. La fine della parabola del centro-sinistra coincise anche con la fine del suo ruolo come attore principale della politica italiana, e in particolare di quella estera.

Il decennio 1958-1968 fu il periodo in cui si gettarono le basi delle relazioni italo-sovietiche, durante il quale emersero intuizioni che avrebbero caratterizzato i rapporti bilaterali nei decenni successivi. Con la fine del centro-sinistra, il consolidarsi della distensione e l’affermarsi del dialogo diretto tra Stati Uniti e Unione Sovietica negli anni settanta, l’ambizione dell’Italia a essere un ponte tra Est e Ovest si ridusse gradualmente. Gli elementi di carattere nazionale e internazionale che distinsero e seguirono il 1968 modificarono i rapporti tra Italia e Unione Sovietica, che continuarono a svilupparsi negli anni seguenti su una base di continuità delle relazioni, soprattutto nel settore commerciale. Ma alle politiche delle due capitali si imposero altre priorità che ne cambiarono e raffreddarono il rapporto.

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Note

[1] Sul tema cfr.: Ferraris 1998; Romano 2002; Bagnato 2003; Craveri, Quagliarello 2003; Giovagnoli, Tosi 2003; Romero, Varsori 2005; Mammarella, Cacace 2006; Villani 2007; Martelli 2008; Giovagnoli, Tosi 2010.

[2] Su Mattei esiste una bibliografia molto vasta. Tra i più recenti: Galli G. 2005; Pozzi D. 2009.

[3] Su Valletta: Bairati P. 1983; Castronovo V. 2005.

[4] Su La Pira e l’URSS: Citterich V. 1986.

[5] Lettera politica dell'ambasciata dell'URSS in Italia al ministro degli Affari Esteri dell'URSS A. A. Gromyko su “Alcune questioni sull’andamento dei rapporti sovietico-italiani”, agosto 1969, RGANI, F. 5, op. 61, d. 585, ll. 155-166.

[6] Ibidem.

[7] Sulle reazioni della dirigenza del PCI al XXI Congresso cfr. Righi 2007. Sulle reazioni della dirigenza comunista alla notizia delle dimissioni di Chruščëv si vedano i verbali della Direzione del PCI del 15 e del 22 ottobre 1964, in Archivio Storico Fondazione Gramsci, Archivio PCI, Fondo Direzione 1964, busta 28.

[8] Durante il viaggio di Gronchi in URSS fu firmato il primo accordo culturale italo-sovietico, allo scopo di regolamentare per via intergovernativa gli scambi culturali in tutti i settori. L’accordo fu proposto dall’URSS. Inizialmente l’Italia accettò perché vedeva in esso la possibilità di limitare l’azione delle organizzazioni culturali legate al PCI, (prima fra tutti l’associazione Italia-Urss), in realtà la stesura finale dell’accordo lasciò ampio margine di manovra anche alle associazioni non statali. Cfr. Bagnato B. 2003, 197 e ss.; Salacone A. 2011, 113-123.

[9] Per esempio, Riva ha parlato della scissione del PSIUP come di un’operazione direttamente avviata da Mosca per destabilizzare Nenni (cfr. Riva 1999, 297-304). Colarizzi ha scritto che dietro le quinte, Mosca appoggiava con tutti i mezzi gli scissionisti del PSIUP: Colarizzi 2007, 81.

[10] Cfr. memorandum di Suslov per il CC del PCUS sul colloquio con Lucio Luzzatto, 8/1/1964, in RGANI, F. 81, op. 1, d. 308, ll. 64-65.

[11] Cfr. materiali preparatori al colloquio con la delegazione con il PCI (Berlinguer, Bufalini, Sereni), rigorosamente segreto, 30-31 ottobre 1964, in RGANI, F. 81, op. 1, d. 308, ll. 166-180. Si veda anche il resoconto riportato dai membri della delegazione del PCI, cfr. Verbale della Direzione del 6 novembre 1964 su “Relazione della delegazione a Mosca”, in ASFG, Archivio PCI, Fondo Direzione 1964, Bobina 28, 915-936.

[12] Rapporto politico dell’ambasciata dell’URSS in Italia per l’anno 1964, rigorosamente segreto, stilato da Kozyrev, 8/2/1965, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 560, ll. 1-75. La citazione riguarda il par. II “Situazione politica italiana”, ll. 25-26.

[13] Cfr. resoconto segreto dei colloqui del primo segretario d’ambasciata, O. Ivanickij, durante il ricevimento in ambasciata in occasione del 47° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, 6/11/1964, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 559, ll. 237-239.

[14] La visita di Del Bo in URSS fu anche l’occasione per chiudere la questione dei prigionieri di guerra, che era ancora irrisolta ed aveva ostacolato tutte le trattative politico-commerciali degli anni precedenti.

[15] Cfr. appunto sul colloquio tra l’ambasciatore dell’URSS in Italia, S. P. Kozyrev e il primo ministro italiano, A. Fanfani, segreto, 28/5/1961, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 299, ll. 80-87.

[16] Memorandum del colloquio di N.S. Chruščëv con il presidente della ditta italiana FIAT V. Valletta, 13 giugno 1962, RGANI, F. 52, op. 1, d. 568, ll. 98-110. Il colloquio tra Valletta e Chruščëv è riportato in F. Castronovo 2005.

[17] Cfr. rapporto politico dell’ambasciata dell’URSS in Italia per l’anno 1963, rigorosamente segreto, 19/2/1964, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 468, ll. 1-192. I dati sono citati nella IV parte, dedicata alle relazioni italo-sovietiche.

[18] Cfr. resoconto segreto n. 26281 sulla permanenza in Italia stilato da Kosygin, Fedorov e Strokin per il CC del PCUS, in RGANI, F. 3, op. 16, d. 117, ll. 49, 51.

[19]Idem.

[20]Idem.

[21] Cfr. resoconto segreto del colloquio tra il primo vicepresidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS, compagno A. N. Kosygin, e il presidente dell’ENI, Enrico Mattei, 31/5/1960, in AVP RF, F. 098, op. 43, p. 60, d. 12, ll. 37-42.

[22] Cfr. resoconto segreto sulla permanenza in Italia stilato da Kosygin, Fedorov e Strokin per il CC del PCUS, in RGANI, F. 3, op. 16, d. 117, l. 47.

[23] Cfr. lettera del presidente della Sojuznefteeksport all’ENI, 20/4/1960, in Archivio Storico ENI, (di seguito ASENI), Coll. H.IV.3, udc 30, nua 6AD.

[24] Cfr. appunto dell’on. Fanfani per il segretario generale della NATO, 20/10/1961, in ASENI, Coll. AZ.I.1, udc 002, nua 7DA.

[25] Cfr. informativa segreta dell’ambasciata della Cecoslovacchia sul colloquio tra i compagni M. Vazlika e O. Kadeki con il membro della dirigenza del PCI, compagno O. Cossutta, 28/2/1967, in RGANI, F. 5, op. 59, d. 356, ll. 26-30.

[26] Cfr. testo della lettera di Chruščëv, datata 22/8/1961, e recapitata a Fanfani da Kozyrev il 24/8/1961, in ASSR, Fondo Fanfani, sez. 1, serie 1, b. 11, fasc. 10, sottofascicolo 6, 4-9. Parte della lettera è citata in E. Martelli, L’altro atlantismo, cit., 310.