Storicamente. Laboratorio di storia

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Élisée Reclus : natura ed educazione

Sono gli atti del convegno tenuto il 12-13 ottobre 2005 presso l’Università di Milano-Bicocca nell’ambito delle iniziative per il centenario del geografo anarchico, nato a Sainte-Foy-la-Grande nel 1830 e morto a Bruxelles nel 1905 dopo una vita caratterizzata da viaggi, dall’esilio e da un’attività scientifica intensissima. Molte altre sono state le iniziative organizzate nel 2005, soprattutto a Lyon, dove si è riunito forse il numero di studiosi più grande e con più respiro internazionale. Delle 15 relazioni pubblicate, eterogenee per questioni affrontate, per provenienza e formazione degli intervenuti, dobbiamo limitarci a rendere conto di quelle che ci sono parse più innovative.
La curatrice ripropone la sua introduzione all’ultima edizione Eleuthera della Storia di un ruscello. Centrale, nella sua elaborazione, l’affermazione reclusiana dell’amore per la natura, e dell’urgenza della sua salvaguardia.
F. Farinelli apre la serie delle relazioni con un titolo significativo: L’ultimo degli Erdkunder. Per Farinelli l’oblio di Reclus si colloca proprio al momento della sua riscoperta, quando i geografi francesi, in particolare il gruppo di «Hérodote», hanno rimosso quel secolo di geografia tedesca al quale Reclus si collega indissolubilmente: sia perché era stato allievo di Carl Ritter - di cui segue le lezioni a Berlino nel 1851 e del quale cura nel 1859 la traduzione dello scritto sulla forma dei continenti e le loro funzioni nella storia (letto da Ritter in occasione del bicentenario di Leibniz), le cui linee metodologiche saranno alla base delle sue maggiori opere - sia perché si rileva un’evidente continuità della Nouvelle Géographie Universelle rispetto alla altrettanto monumentale opera di Ritter, intitolata appunto Erdkunde, uno «studio della Terra nei suoi rapporti con la natura e la storia dell’uomo per servire da base allo studio ed all’insegnamento delle scienze fisiche e storiche». Nonché delle scienze politiche, dato che l’Erdkunde del XIX secolo corona il percorso partito con la cosiddetta “geografia pura” del ‘700, che cercava di costruire un sapere geografico indipendente dalla geografia di Stato espressione del potere assoluto, basata su misurazioni ed elaborazioni statistiche. Politica è la separazione che individua Farinelli fra gli allievi di Ritter: i “ritteriani di destra” Ratzel, Mackinder, Guyot, von Clausewitz, Richthofen, e i “ritteriani di sinistra” Reclus e Geddes (ai quali chi scrive aggiungerebbe a buon diritto Kropotkin, Mećnikov, Perron). Ma il punto che li accomuna è proprio quel dispositivo con cui la geografia pura cercava di aggirare il potere statale: la critica della carta come strumento di rappresentazione e conoscenza del mondo.
Ph. Pelletier propone una panoramica del concetto di natura in Reclus. Intanto, precisando che la geografia non ha scoperto i problemi ambientali da poco, ma fin dalla sua fondazione li ha affrontati come tematiche primarie, grazie a Reclus e a Perkins-Marsh, ma anche all’influenza di Haeckel su Ratzel e in qualche modo su Vidal de la Blache. In Reclus il concetto di natura è interfacciato con quello di società: c’è una dialettica costante che Pelletier definisce «seriale», proudhoniana. Come c’è anche qui un debito sottolineato dallo stesso Reclus verso Ritter, la cui metafora leibniziana di corpo e anima per definire terra e umanità è alla base del suo concetto naturalistico. La storia umana, dunque, deve sempre essere letta sulla base dell’ambiente in cui è situata, e nella sua ultima opera, L’Homme et la Terre, Reclus individua tre leggi fondamentali che regolano il progresso umano: la lotta delle classi (intesa non nel senso economicista ma come eterno contrasto fra autorità e libertà), la ricerca dell’equilibrio (equilibrio instabile), la decisione sovrana dell’individuo che, associato ad altri (si parla dell’umanità), diventa il motore del cambiamento. Si sottolinea anche quella “passione della natura” con cui Reclus è capace di fare amare gli ambienti che descrive.
V. Guarrasi propone un’originale lettura della Nouvelle Géographie Universelle alla luce dei postcolonial studies, in particolare dell’idea espressa da Dipesh Chakrabarty in Provincializzare l’Europa. Mentre in questi scritti si analizza come nell’opera coloniale l’illuminismo europeo venisse diffuso nella teoria e smentito nella prassi, Guarrasi riconosce a Reclus lo sforzo «titanico» di concepire un’opera universalista, basata su un pensiero profondamente europeo, ma che allo stesso tempo smentisse politicamente le conclusioni pratiche a cui era arrivato quel pensiero tramite una dominazione che, per Chakrabarty, passava anche per l’egemonia culturale dello storicismo.
E. Casti, proprio a partire dal discorso coloniale, traccia un parallelo fra i volumi della Nouvelle Géographie Universelle dedicati all’Africa e l’opera di uno dei principali corrispondenti italiani di Reclus, Arcangelo Ghisleri. Con il suo Atlante d’Africa l’eclettico geografo cremonese, prossimo alle idee politiche di Reclus in quanto repubblicano federalista, evoluzionista ed anticlericale, se ne allontana però su almeno un paio di questioni. In primo luogo la posizione più “pragmatica” nei confronti del colonialismo, che accetta come situazione stante, e riguardo al quale ritiene di fare comunque opera utile diffondendo la conoscenza scientifica dei territori delle colonie. In secondo luogo per la preminente importanza data alla comunicazione cartografica, della quale il geografo anarchico diffidava particolarmente, proponendone fra l’altro il superamento con rappresentazioni tridimensionali.
T. Vicente-Mosquete, principale studiosa di Reclus nella penisola iberica, traccia un dettagliato bilancio dell’esperienza del geografo alla Université Nouvelle di Bruxelles, dove si impegna negli ultimi anni della sua vita tentando di creare un modello di educazione totale, fondata sulla partecipazione attiva degli studenti. È qui che hanno inizio gli esperimenti di produzione di carte sferiche e dischi globulari, negli anni in cui Reclus progetta la sua mancata «utopia geografica», la costruzione di un globo di oltre 127 m. di diametro per l’Esposizione universale di Parigi del 1900.
F. Codello espone i concetti del rifiuto dell’educazione autoritaria, sia religiosa che statale, e di tutte quelle che Reclus considera vuote elencazioni spacciate per geografia nelle scuole. Interessante la serrata critica dei manuali, in favore di un modello educativo basato sull’esperienza. Lo studioso veneto sottolinea i contatti fra Reclus e le esperienze più avanzate di quel movimento, come la Escuela Moderna di Ferrer y Guardia. F. Eva prosegue nel discorso sull’applicazione dei modelli di Reclus ai fatti geopolitici odierni. Se la geografia politica degli ultimi 100 anni non ha saputo prescindere dal concetto di Stato, per Reclus questo non è che una condizione momentanea: i confini sono sempre artificiali, le unità di analisi da lui preferite sono basate sulla storia, sui generi di vita, sulla lingua, sull’utilizzo del suolo, non disdegnando le funzioni storiche di mari, bacini fluviali, altipiani, ecc. Per questo, ha sostenuto Eva, se oggi studiamo la Somalia, ci accorgiamo che atlanti ed enciclopedie vanno in crisi perché non sanno classificare tutte quelle regioni etniche e politiche godenti di mutuo riconoscimento, al di sotto però del livello di una statalità. Con gli strumenti reclusiani si può sostenere che la soluzione del problema somalo non è lo Stato. A conclusioni simili portano altri esempi, come le questioni palestinese e irachena.
Il volume si chiude con C. Raffestin, che sottolinea l’importanza di due scritti concepiti con finalità pedagogiche, Storia di un ruscello e Storia di una montagna, esempi di un utilizzo dei bacini idrografici e delle forme della natura come strumenti di indagine, anche più avanzati della geografia regionale che sarebbe andata per la maggiore in Francia. Un esempio anche della coerenza fra gli strumenti del geografo e i valori del libertario, come nella celebre scena nella quale un battaglione di soldati arriva a passo marziale per fare il bagno nel ruscello, e Reclus, con irriverente ironia, sottolinea come la nudità si contrapponga alla disciplina e alla divisa. Poi la truppa si riveste e riparte, ma per il tempo dell’immersione questi individui erano tutti uguali, tutti fratelli come per Reclus dovrebbero essere tutti gli uomini sulla superficie del globo.