Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Storia e migrazioni. Appunti per un dibattito raccolti “a mezza parete” tra Italia e Brasile

Appunti per un dibattito raccolti “a mezza parete” tra Italia e Brasile

Premessa

Una versione più sintetica e in portoghese di questo testo è stata presentata alla sessione d’apertura del seminario internazionale Migraçỡes e identidade. Conflitos e novos horizontes, che si è svolto all’Università di São Paulo, in collaborazione con l’Università di Osaka, dal 5 al 7 agosto 2008, in occasione del centenario dell’immigrazione giapponese in Brasile. Si spiega così, almeno in parte,  il perché di questi appunti “a mezza parete”, per riprendere la nota definizione che diede il titolo a un libro sulle condizioni patologiche del migrante[1]. Si tratta di appunti,  raccolti da chi scrive durante la sua permanenza in Brasile, ormai di oltre quattro anni, ma con lo sguardo rivolto all’Italia, punto di partenza e prossimo ritorno delle sue vicissitudini accademiche. Senza nessuna pretesa, sia ben chiaro, di presentare un’esauriente rassegna storiografica degli studi migratori in Italia e in Brasile ma con l’obiettivo di offrire alcuni spunti al dibattito. Oltre alle vicende personali e all’occasione che ha offerto la riflessione oggetto di questo articolo - definendone i limiti - la prospettiva che lega Italia e Brasile riguardo allo studio della storia delle migrazioni è ben più profonda e, in certa misura, trova il suo fondamento nei reciproci flussi di migranti di ieri e di oggi. Si può dire che, in forza di questi legami costruiti dalla mobilità dei propri cittadini, Italia e Brasile si presentano come due sponde privilegiate dalle quali poter gettare uno sguardo incrociato sugli studi migratori particolarmente interessante e produttivo, in specie sotto il profilo dell’approccio e della metodologia della ricerca.

Uomini e frontiere tra Italia e Brasile

- Signora, dobbiamo sapere se siete buoni per entrare nel Nuovo Mondo…

- E vossia chi siete? Domineiddio? U deciditi vossia si semu boni o no semu boni pe’ trasere na vostra terra dell’altro mondo?

da Nuovo Mondo, di Emanuele Crialese, 2006

Con queste parole, Fortunata Mancuso[2] apostrofava uno dei funzionari dell’Ispettorato d’Immigrazione di Ellis Island, rivelando attraverso la vivacità espressiva del dialetto siciliano, la sua appartenenza a un altro mondo. Il Vecchio Mondo di Fortunata era separato da quello Nuovo non solo da un oceano, che aveva ormai attraversato, ma da un intero universo culturale. Lei, che arrivava dalla profonda Sicilia, da una cultura fatta di oralità e dialetto, ancora intrisa di riti millenari arcaici, frammisti a superstizioni e religiosità contadina che non di rado sconfinava tra magia e idolatria, si trova improvvisamente catapultata alle porte del Nuovo Mondo.

L’impatto con la modernità avviene per Fortunata - come avvenne per circa 15 milioni di immigranti negli USA, solo nel periodo compreso tra il 1890 e il 1914 - nella maniera più brutale, attraverso i custodi della Terra Promessa, i gendarmi del Nuovo Mondo, preposti al controllo, la classificazione, la selezione e l’eventuale deportazione dei migranti valutati inadatti o indesiderabili. In una delle fasi di maggior vigore delle migrazioni di massa del secolo scorso, le porte delle Americhe tendevano a chiudersi costruendo maglie sempre più fitte di leggi e regolamenti che attribuivano ai loro funzionari il potere discrezionale del giudizio finale che Fortunata Mancuso, nel suo semplice quanto efficace je accuse, denuncia come una indebita auto-attribuzione di poteri divini. E, orgogliosamente, sceglie di ritornarsene nel suo Vecchio Mondo.

La scena citata, ci porta immediatamente al cuore del problema: la storia delle migrazioni di massa e le relazioni esistenti fra i soggetti protagonisti, ossia i migranti, e gli stati nazionali, intesi sia come società d’accoglienza sia come apparati preposti alla vigilanza e al controllo delle frontiere. Lo scenario di riferimento era, in questo caso, quello di Ellis Island, la porta dell’America per eccellenza nell’immaginario collettivo, ma avrebbe potuto svolgersi, più o meno negli stessi termini in Brasile, all’Hospedaria dos Imigrantes di São Paulo, dove avveniva la selezione degli immigrati sbarcati nel porto di Santos, la principale porta d’accesso dei flussi migratori transoceanici. La particolarità dell’Hospedaria, l’unica tra le grandi “porte dell’America” che non sia stata costruita all’interno di un porto, risiede nella sua relazione con il mondo della produzione del caffè: era, infatti, stata voluta e costruita per i nuovi “baroni del caffè” dello stato di São Paulo. In un certo senso, L’Hospedaria era la rappresentazione concreta del potere economico e del peso politico che quella classe di proprietari terrieri di recente formazione - i fazendeiros - aveva acquisito nello stato di São Paulo e nell’intero paese. Anche a Santos esisteva una Hospedaria ma, da quando vennero completati i lavori di costruzione della ferrovia,  gli immigrati appena sbarcati venivano trasportati direttamente a São Paulo, al centro del crocevia dove, in direzione della costa, si smistava il caffè da imbarcare per l’Europa e, verso l’interno, si doveva indirizzare la mano d’opera in arrivo. Santos sarebbe stata troppo lontana e dispersiva rispetto agli interessi dei fazendeiros, i quali si stavano ormai consolidando come la nuova classe dirigente di un paese che assisteva al definitivo spostamento del proprio baricentro economico dal Nord e Nord-Est dello zucchero al Sud-Est del caffè. Questo ri-orientamento dell’assetto produttivo ha favorito un vero e proprio boom economico che ha innescato un’industrializzazione accelerata, le cui ripercussioni si sarebbero in poco tempo ampliate fino a trasformare la zona urbana di São Paulo, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, nella principale metropoli del colosso do Sul nonché in una delle maggiori città d’immigranti del mondo. L’Hospedaria funzionava non solo come centro di smistamento ma come un mercato della forza lavoro, in cui i fazendeiros potevano andare a scegliere il lavoratore che preferivano contrattandolo direttamente: in buona misura i fazendeiros avevano riprodotto qualcosa di terribilmente simile ai mercati in cui abitualmente, fino a poco tempo prima, andavano a comprare gli schiavi, mettendo a nudo quanto poco si fossero modificati l’approccio e le modalità di reclutamento della mano d’opera[3]. Non è un caso che fin dai primi anni di funzionamento si siano verificati episodi di disordini e tumulti - seguiti, non di rado, da provvedimenti di espulsione - dovuti alle pessime condizioni delle sistemazioni e ai metodi di coercizione e controllo che facevano dell’Hospedaria qualcosa che assomigliava più ad una prigione dalla quale si poteva scappare solo firmando un contratto di lavoro per una fazenda.

Oggi, a cento anni dall’inizio dell’immigrazione giapponese in Brasile (1908), ci siamo posti l’obiettivo di segnalare gli spunti di ricerca più vitali e interessanti che collocano gli studi sulle migrazioni al centro del dibattito internazionale, almeno secondo il nostro parziale punto di vista.

Negli ultimi 15 anni il fenomeno delle migrazioni internazionali ha assunto dimensioni enormi su scala planetaria. Secondo il World Migration Report del 2005 il numero di migranti nel mondo ha raggiunto i 192 milioni, circa il 3% della popolazione mondiale di cui il 49% sono donne: si tratta di un insieme di etnie, lingue, culture, conoscenze, capitali e merci di proporzioni eccezionali che si vanno dislocando e inducono cambiamenti e trasformazioni nelle società di origine, transito e destino. Un fenomeno che ha assunto una complessità tale su scala mondiale e caratteristiche di urgenza sociale e politica che lo hanno iscritto all’ordine del giorno, nell’agenda della politica internazionale delle principali potenze mondiali.

Mentre oggi l’Italia si interroga sul significato, le cause e le conseguenze dell’essersi “improvvisamente” trasformata da paese di emigranti in paese d’immigrazione, alla ricerca affannosa e disordinata di strategie atte alla gestione di un fenomeno destinato, ineluttabilmente, a crescere, il Brasile ha assistito alla partenza di più di due milioni di cittadini, scoprendosi così non solo ancora importatore  - i migranti in arrivo dalle limitrofe repubbliche andine sono un fenomeno significativo - ma anche esportatore di migranti. Il dibattito sulle migrazioni è dunque, anche in Brasile, di grande attualità. Le comunità di discendenti di cittadini europei, e del medio o estremo oriente arrivati durante la Grande Emigrazione stanno da tempo riscoprendo le loro radici e l’orgoglio “etnico”, dando vita ad una vasta produzione editoriale e di pubbliche iniziative, anche se prevalentemente di stampo ora nostalgico-romantico, ora rivendicativo nei confronti di una madrepatria verso la quale si sentono molto spesso in credito, per essere stati “costretti”, i loro genitori o, secondo le generazioni, nonni e bisnonni, ad abbandonarla. Per quanto riguarda il caso italiano, le difficili e conflittuali relazioni tra gli italiani in Brasile, o gli italo-brasiliani, e le istituzioni della terra natale sono ulteriormente inasprite dallo sforzo tardivo e gestito sotto il segno di speculazioni politiche legate alle dinamiche della contesa del potere nei palazzi del parlamento o del governo. Ma anche questo, insieme alla recente concessione del diritto di voto a chi mantiene o ha ottenuto la cittadinanza pur vivendo all’estero, contribuisce ad alimentare il dibattito sulle migrazioni passate ed attuali, dando adito, in non pochi casi, ad atteggiamenti e valutazioni di stampo xenofobo verso gli immigrati di oggi in Italia, da parte degli emigranti di ieri. Spesso viene lasciato nelle mani di politici, giornalisti e opinion makers il compito di delineare il quadro del problema, con il risultato di un crescente allarme sociale e di sempre più evidenti manifestazioni di xenofobia e razzismo non di rado supportate - è il recente caso italiano, dalla schedatura dei bambini rom al cosiddetto “pacchetto sicurezza” - da politiche istituzionali di discriminazione su base etnica che ci fanno ricordare incubi di un passato sempre pronto a risorgere.

Dai macro-modelli ai soggetti

La centralità del dibattito sulle migrazioni ha prodotto un rinnovato interesse e uno sviluppo degli studi anche nell’ambito della storiografia[4]. Ormai superati i vecchi macro-modelli “idraulici” che privilegiavano, secondo le teorie del push and pull, le cause dell’espulsione nei paesi di partenza o le cause di attrazione nei paesi di arrivo; macro-modelli, improntati ad un rigido determinismo socio-economico, validi a spiegare i tratti generali del fenomeno e parte delle cause oggettive, ma che non aiutano ad entrare in profondità e, soprattutto, che escludono completamente ogni partecipazione attiva del migrante che appare solo come un pedone mosso da una mano invisibile sulla scacchiera del mercato mondiale della forza lavoro. Oggi e da diversi anni ormai, si tende sempre più a privilegiare gli studi di caso e soprattutto gli approcci e le fonti che offrano la possibilità di indagare le strategie individuali e/o familiari che sottendono i movimenti migratori e che sono alla base della scelta di migrare.

I classici macro-modelli, in realtà, già non avevano retto alla prova degli studi mirati a delle realtà circoscritte, come ha ben dimostrato, oltre vent’anni fa, Franco Ramella per il caso della provincia di Biella[5]. Una regione in cui si registrava un forte sviluppo della manifattura tessile e quindi un aumento della domanda di mano d’opera e, allo stesso tempo, robusti flussi di emigrazione. Un fenomeno che, rispetto al determinismo dei modelli in uso, provocava un letterale cortocircuito e che poteva invece solo leggersi e spiegarsi attraverso lo studio delle reti sociali e comunitarie che costituiscono il tessuto dei flussi migratori. In altre parole, veniva alla luce il fattore scelta individuale, familiare o collettiva ma legata a strategie alternative, o comunque in aperta controtendenza con le dinamiche del mercato del lavoro capitalista di quella regione.

L’attenzione verso i soggetti delle migrazioni significa innanzi tutto attenzione verso i documenti da loro prodotti. Sono in particolare le lettere, quelle private e familiari, che ci rivelano dall’interno i meccanismi di funzionamento delle reti sociali e familiari. Gli esempi in questa direzione si possono trovare già a partire dall’inizio del secolo scorso: in Italia, Filippo Lussana pubblicò nel 1913 un’antologia di documenti (oltre cento lettere di contadini abruzzesi), dedicata proprio agli emigranti, dall’emblematico titolo Lettere d’illetterati[6]. Ma è stato con l’opera di Thomas e Znaniecki, The Polish Peasant in Europe and America[7], pubblicata tra il 1918 e il 1920, che si è inaugurata la pratica della raccolta delle testimonianze dirette dei migranti, tanto che il loro lavoro, basato sullo studio di 754 lettere di contadini e l’autobiografia di un giovane migrante polacco, è diventato un classico della sociologia del Novecento e una delle più celebri tra le ricerche condotte dalla cosiddetta Scuola di Chicago.

Anche se, sia in Italia sia negli Stati Uniti, ma lo stesso vale a livello internazionale, gli storici e, anche se in misura minore, i sociologi sono rimasti a lungo indifferenti o diffidenti rispetto a questo genere di fonti e alla loro validità per la ricerca sulle migrazioni. Riguardo al caso italiano bisognerà aspettare fino al 1979, quando Emilio Franzina pubblica un piccolo volume destinato a segnare una svolta negli studi sulla storia delle migrazioni italiane, interamente dedicato alle corrispondenze dei contadini veneti in Argentina e in Brasile, dimostrando come, nelle parole sgrammaticate e scritte a fatica in una lingua frammista a dialetto e oralità si potessero rintracciare non solo preziosi frammenti di cultura contadina ma anche informazioni essenziali alla comprensione profonda degli aspetti soggettivi dei fenomeni migratori e dei meccanismi che ne regolano i flussi.

Sul versante della storiografia brasiliana, la diffidenza o l’indifferenza verso le fonti scritte dalle classi subalterne è stata incrinata solo da poche isolate eccezioni, a fronte di un potenziale patrimonio di memoria sommersa ancora tutto da studiare e da scoprire che corre il rischio di andare irrimediabilmente perduto. Risale, infatti, ad oltre vent’anni fa la pubblicazione del diario di Thomas Davatz, diario-memoria del maestro della colonia di Ibicaba, di cui ha curato la traduzione, scritto la prefazione e le note Sergio Buarque de Hollanda.

Ma se è pur vero che il lavoro di scavo e ricerca sui documenti scritti delle classi subalterne è di fondamentale importanza, fondandosi sul presupposto che queste fonti sono schegge di cultura che testimoniano la produzione, lo scambio e la circolazione di una cultura subalterna che sfugge ai canoni della cultura alta o comunque colta, fornendo spunti di riflessione che sono al centro del dibattito dei subaltern studies; il nodo centrale non è tanto quello delle fonti sulle quali focalizzare la ricerca, quanto quello dei piani prospettici di approccio.

Un tradizionale punto di vista dal basso, è quello rappresentato dalle fonti orali e dalle storie di vita, riguardo alle quali il panorama è decisamente più vivace e la letteratura prodotta non solo in campo sociologico ma anche dagli storici, cosiddetti oralisti o specialisti in Oral History, soltanto qui in Brasile riguardo alla storia delle migrazioni, non ci lascerebbe spazio sufficiente per completare il nostro articolo. Ma, pur non trattandosi di una oralista in senso stretto, è importante almeno segnalare, anche perché non ne esiste ancora un’edizione in portoghese e, come i nostri spunti di riflessione, si colloca “a mezza parete” tra Italia e Brasile, lo studio di Chiara Vangelista, Terra, etnie, migrazioni. Tre donne nel Brasile contemporaneo[8]. Frutto di un pluridecennale lavoro di ricerca, questo saggio, attraverso un’analisi di tre storie di vita raccolte nel corso di diversi anni, riesce a cogliere le relazioni tra soggettività e costruzione dell’identità nazionale, percorrendo categorie centrali per lo studio delle migrazioni come razza, etnia, genere e frontiera. Uno studio esemplare che supera l’approccio multidisciplinare alle migrazioni, per mettere concretamente al lavoro saperi e categorie interpretative afferenti a diversi ambiti disciplinari, rivelando una non comune sensibilità di carattere sociologico e antropologico.

Ed è proprio questa apertura ad ambiti disciplinari diversi che nello studio dei fenomeni migratori si rivela indispensabile. Le migrazioni sono infatti anche state definite come un fatto sociale totale: ogni elemento, ogni aspetto della vita economica, sociale, politica, culturale e religiosa di una persona sono coinvolte in tale esperienza umana.

Per un approccio multi-prospettico

Se è vero dunque che lo studio della storia dei movimenti migratori ci può consentire di comprendere profondamente la realtà contemporanea - e quella brasiliana in particolare, per essere un vero e proprio “laboratorio sociale a cielo aperto” degli studi migratori: storicamente terra di immigrazione forzata, quella della tratta degli schiavi, successivamente diventata una delle porte dell’America, per le migrazioni transoceaniche, per ritrovarsi poi profondamente ristrutturata nella sua composizione sociale dalle migrazioni interne, fino ad oggi in cui si ritrova ad essere nel contempo punto di arrivo, di movimenti sudamericani, e di partenza, di nazionali verso l’estero - la condizione necessaria e indispensabile per realizzare questo obiettivo è quella di riuscire a osservare la storia delle migrazioni attraverso diversi piani prospettici.

Innanzitutto dall’interno, evitando uno sguardo esclusivamente o prevalentemente legato ad un singolo gruppo di migranti: occorre studiare il fenomeno nel suo interagire con la società di accoglienza ma anche e soprattutto con gli altri gruppi di migranti. Mentre molto spesso, per non dire quasi sempre, la tendenza generale è quella di studiare i fenomeni migratori selezionandoli su base etnica, ricreando specularmente nell’ambito della ricerca una sorta di segregazione secondo la quale gli italiani o gli italo-discendenti “naturalmente” studiano le migrazioni italiane, i giapponesi o i nippo-discendenti quelle giapponesi, e così via. Un limite questo che ha caratterizzato gran parte della storiografia delle migrazioni fino ad oggi, costruendo delle presunte specializzazioni che autorizzerebbero gli uni e automaticamente delegittimerebbero gli altri dallo studiare le migrazioni “altrui”.  È invece indispensabile alla comprensione delle dinamiche sociali, culturali e politiche sviluppatesi nei luoghi di arrivo, o di passaggio - per evitare di indurre la vecchia e superata immagine di movimenti esclusivamente uni o bi-direzionali - studiare la storia delle migrazioni nella loro complessa articolazione e interazione fra i diversi gruppi di migranti. Ancora una volta São Paulo ci offre una eccezionale opportunità di studio dall’interno proprio per la sua caratteristica di punto di arrivo e passaggio di un variegato universo umano che arrivava dall’Europa mediterranea, orientale, centrale così come dal medio e dall’estremo Oriente. E l’occasione per la quale sono stati raccolti questi appunti, il centenario dell’immigrazione giapponese, è allo stesso tempo una conferma e una sfida in questo senso.

La storia delle migrazioni bisogna osservarla dall’interno e allo stesso tempo dall’alto, per non perdere la visione d’insieme di un fenomeno che risulterebbe altrimenti mutilo di una delle sue componenti essenziali: l’interazione dialettica fra migrazioni diverse, dinamiche nazionali e dinamiche internazionali. La tendenza invece è quella di circoscrivere il campo di studi dentro gli angusti confini degli stati nazionali, rimanendo ancorati solo alla situazione dei paesi di partenza o a quelli di arrivo:  l’esatto contrario delle dinamiche espresse dai movimenti migratori che ogni giorno di più rivelano sia la permeabilità di confini e frontiere, sia la fragilità di modelli analitici e categorie interpretative, mettendo costantemente in discussione le leggi della domanda e dell’offerta che regolano la divisione internazionale del lavoro e facendo emergere scelte, pratiche e progetti migratori soggettivi che ci costringono a ripensare il quadro d’insieme della mobilità del lavoro in prospettiva storica.

Dall’interno, dicevamo, dall’alto, ma necessariamente anche dal basso. Perché, come abbiamo appena detto, il fenomeno migratorio ha nella sua componente essenziale l’elemento umano: i migranti, quei milioni di uomini e donne che, se visti solo come un indice statistico, una massa uniforme e priva di individualità e componenti soggettive, rimangono confinati sullo sfondo di un quadro che in realtà li ha visti protagonisti attivi di scelte e messa in atto di strategie. Anche una visione dal basso è dunque essenziale, se vogliamo addentrarci nell’esplorazione delle tracce che i migranti hanno lasciato nel corso delle trasformazioni sociali, culturali e identitarie indotte dal fenomeno migratorio. E, come abbiamo appena detto, risulta indispensabile per questo l’uso delle fonti prodotte direttamente dai migranti, sia scritte sia orali, ma sempre solidamente inscritte in un quadro che tenga conto della pluralità delle fonti disponibili e degli attori coinvolti nel processo.

Il difficile equilibrio di questi tre piani di lettura storiografica ci può mettere in condizione di fornire assi di riferimento e analisi di fondo di un fenomeno destinato a rimanere ancora per molto tempo al centro del dibattito politico e culturale della nostra società.

Come Socrate - ha scritto Bourdieu nella Prefazione a L’immigrazione. O i paradossi dell’alterità, di Abdelmalek Sayad[9] - l’immigrante è atopos, senza luogo, dislocato, inclassificabile. [...] Né cittadino né straniero, né completamente da una parte, né dall’altra, l’immigrante si situa in quel luogo ‘bastardo’ del quale parla anche Platone, la frontiera fra l’essere e il non-essere sociale. Dislocato, nel senso di incongruente e inopportuno, suscita imbarazzo; [...] A disagio ovunque, sia nella società d’origine sia in quella ospite, obbliga a ripensare radicalmente la questione dei fondamenti legittimi della cittadinanza e della relazione tra Stato e Nazione o nazionalità.

Si tratta insomma della costituzione di una nuova classe potenzialmente “pericolosa”, portatrice di una doppia pericolosità, testimone di una presenza scomoda, ingombrante, inclassificabile secondo i canoni dello stato moderno, portatrice di una cultura “diversa”, spesso considerata non assimilabile. (È il caso lampante dell’immigrazione giapponese in Brasile ben messo in evidenza dagli studi di Marcia Yumi Takeuchi e Rogerio Dezem[10]). Una classe che per definizione fa della mobilità e dell’appartenenza a realtà transnazionali la sua ragion d’essere, entrando in aperto conflitto con le necessità di controllo delle strutture statali

Abbiamo usato il termine transnazionale, che oggi, tra gli storici, è oggetto di un dibattito abbastanza spinoso che non possiamo oggi qui affrontare. Ma al di là dei neologismi e senza voler inseguire a tutti i costi le categorie sociologiche che si avvicendano sulla questione con una frequenza impressionante, dettata forse anche dall’urgenza del problema e dalla necessità di descriverlo in tutte le sue cangianti sfaccettature, quel che ci sembra significativo è che una definizione del genere consente di contestualizzare certi aspetti del fenomeno migratorio e di analizzare più profondamente quei fattori che afferiscono in parte alla lunga durata del fenomeno, in parte all’accelerazione della modernizzazione in corso. Ma soprattutto possiamo capire e analizzare meglio la valenza delle strategie e delle scelte operate dai migranti in quanto soggetti e protagonisti.

Da un lato, la crescente internazionalizzazione del mercato, delle merci e dei capitali spingeva in direzione di una mobilità internazionale della forza lavoro, dall’altro, gli stati nazionali attraverso i confini e le infrastrutture di controllo tendevano sempre più a cercare di imprigionare, bloccare, dirigere e disciplinare i movimenti migratori. Nello spazio di questa contraddizione si è sviluppato un fenomeno che conteneva – spesso solo in nuce e a volte, esplicito e cosciente – il libero esercizio del diritto alla mobilità e, in certi casi, alla fuga come forma di resistenza o come atto di creazione di spazi, percorsi e territori d’oltre frontiera che sono una sfida alle istituzioni degli Stati Nazionali, nella fase in cui si stavano consolidando gli apparati coercitivi nati per soddisfare i nuovi imperativi di controllo sociale che l’avvento della società di massa imponeva.

Diritto alla mobilità, diritto alla fuga

Abbiamo volutamente fatto riferimento al diritto di fuga, per segnalare un altro tra i più fecondi e stimolanti recenti studi sulle migrazioni, quello di Sandro Mezzadra, per l’appunto intitolato Diritto di Fuga. Migrazioni, Cittadinanza, Globalizzazione[11], che prende avvio da un’analisi dei lavori che il giovane Max Weber condusse negli anni ’90 dell’800 per conto del Verein fur Sozialpolitik. Il Verein commissionò a Weber un’indagine sulle condizioni dei lavoratori agricoli nelle province della Prussia Orientale. Weber indagò la crisi della struttura sociale tradizionale, che legava al proprietario terriero l’intera famiglia del lavoratore in cambio di una remunerazione essenzialmente non monetaria. Con la proletarizzazione dei lavoratori agricoli ogni vincolo comunitario è dissolto per lasciare spazio a relazioni di dominio spersonalizzate. All’analisi della crisi della società tradizionale si affianca quella della mobilità della forza lavoro. Weber analizza le dinamiche migratorie che attraversano in quell’epoca le campagne prussiane dal punto di vista delle motivazioni soggettive dei migranti. Scopre così nella soggettiva volontà di sfuggire all’oppressione paternalistica e dispotica dei proprietari terrieri la principale ragione dell’abbandono delle campagne da parte delle giovani generazioni. I tedeschi abbandonano le campagne alla ricerca della libertà; e poco importa se questa libertà si rivelerà ben presto un’illusione. Ciò che importa è la sua “magia possente”, per quanto “puramente psicologica”. In questa “opzione soggettiva per la condizione proletaria”, in questo “individualismo proletario di massa”, che Weber pone alla base della sua analisi, Mezzadra trova il primo embrione di quel diritto di fuga che il lavoro si propone di indagare. Si comprende l’importanza che un simile contesto interpretativo dovrà dare al tema delle migrazioni. Se le migrazioni corrispondono innanzitutto ad una opzione soggettiva di fuga dalle condizioni di sfruttamento del lavoro tipiche di un dato tempo e luogo (per quanto questa fuga non rappresenti, come ricordava Weber, che un’illusione), preoccupazione fondamentale per il buon funzionamento del sistema capitalistico di accumulazione sarà quella di “imbrigliare” la mobilità della forza lavoro. E la migliore briglia che si riuscirà ad escogitare sarà lo stato nazione con i suoi confini. Alla luce dell’esercizio del diritto di fuga si rivela l’irriducibile singolarità del migrante, capace di scelte soggettive, mettendo in risalto l’esemplarità dell’esperienza migratoria in quanto limite dell’esperienza politica moderna. Ed è questo trovarsi al limite che costringe a ripensare l’intero quadro di riferimento che consenta di consolidare le riflessioni in atto per un’analisi politica delle migrazioni contemporanee[12].

Ci è parso, infine, d’individuare l’equilibrio multi prospettico poc’anzi auspicato, felicemente accompagnato da solidi assi di riferimento, nel monumentale lavoro di Yann Moulier Boutang[13], che si muove anch’esso nella prospettiva della mobilità del lavoro - asse centrale di questo Dossier - nel capitalismo storico. Lo stesso Mezzadra vi fa più volte riferimento, e le analogie di prospettiva sono più che evidenti. La dialettica dei rapporti tra lavoratore e padrone, viene analizzata alla luce della costante tensione e scontro tra mobilità, ricerca della libertà e forme di coercizione al lavoro. Boutang ripercorre alcuni momenti centrali della storia della conflittualità del lavoro, seguendo alcuni fili conduttori il suo studio spazia  dal tumulto dei Ciompi – la rivolta popolare che avvenne a Firenze nell’estate del 1378 - alla schiavitù in Brasile - a cui è dedicato l’intero cap. 17 (441-502) - e negli USA, all'apartheid in Sudafrica. I fili attorno ai quali viene intessuto l’ordito del suo lavoro ci riconducono al problema della libertà o della privazione della libertà della popolazione salariata straniera, all’analisi sistematica del contratto che si afferma nell’assunzione di un lavoro, osservando il lavoro salariato libero e il mercato a partire dal punto di vista dello schiavo, del servo, del dipendente, del coolies con un riferimento privilegiato alla storia dal basso, quella “della liberazione effettiva che non fu mai una giustapposizione disarticolata delle libertà ‘borghesi’ e dell’attività economica della plebe, ma il vero e proprio capitale circolante, il lavoro in movimento” (16). Attraverso la sua ricerca, Boutang ci presenta il lavoratore migrante come un soggetto con il suo diritto alla libertà coniugata come mobilità, negazione a sottomettersi a certe condizioni di lavoro per trovarne altre. È attraverso la pratica della mobilità e della fuga che vengono lette le migrazioni su scala mondiale con al centro lo statuto del lavoro. Il controllo della fuga dei lavoratori dipendenti si configura così come l’elemento determinante che ha guidato la nascita, il logoramento e la sostituzione delle diverse forme di lavoro non libero e l’avvento della protezione sociale e dello statuto del lavoro salariato libero. La prospettiva e il solido impianto metodologico da cui prende le mosse questo lavoro mettono in discussione alcune categorie consolidate come “esercito di riserva” e “proletarizzazione”, ponendo in evidenza - e qui, forse, risiede l’aspetto più affascinante del suo studio - come è attraverso la fuga, intesa come defezione anonima, collettiva, continua, che avanzano i cambiamenti storici, trasformando il mercato del lavoro in una marcia per la libertà.

La storia delle migrazioni assume così una dimensione che la svincola definitivamente dalla visione pietistica e paternalista per collocarsi al centro delle trasformazioni epocali che caratterizzano la società contemporanea. Viene così fatto uscire dal cono d’ombra dentro cui è stato spesso relegato un fenomeno che per il caso italiano ha determinato l’uscita dai confini nazionali di un cospicuo settore di classi subalterne, la cui fuga o assenza non risulta più come una mancanza bensì come un elemento portante che può rientrare con pieno diritto nel complessivo ritratto della nostra identità nazionale.

Note

[1] D. Frigessi Castelnuovo, M. Risso, A mezza parete. Emigrazione, nostalgia, malattia mentale, Torino, Einaudi, 1982.

[2] Si tratta del personaggio dell’anziana madre, contadina siciliana, interpretato da Aurora Quattrocchi in una formidabile sequenza di un recente film di Emanuele Crialese, Nuovo Mondo, premiato con il Leone d’Argento come film rivelazione al Festival di Venezia del 2006.

[3] Cfr. C. Vangelista, Le braccia per la fazenda, . Immigrati e caipiras nella formazione del mercato del lavoro paulista (1850-1930), Milano, Franco Angeli, 1982, pp. 46-65. [Os braços da lavoura, São Paulo, HUCITEC, 1991].

[4] La panoramica più aggiornata e completa sugli orientamenti metodologici e la produzione degli studi storiografici si deve a M. Sanfilippo, Problemi di storiografia dell’emigrazione italiana, Viterbo, Sette Città, 2005 (2ª ed.);  Idem, Emigrazione italiana: il dibattito storiografico nel 2003-2004, «Archivio Storico dell’Emigrazione italiana», aprile 2005. Per una riflessione critica sulle categorie interpretative in uso negli studi sull’emigrazione italiana il riferimento d’obbligo va a M. Tirabassi (ed.), Itinera. Paradigmi delle migrazioni italiane, Torino, Edizioni Fondazione G. Agnelli, 2005.

[5] F. Ramella, Terra e telai. Sistemi di parentela e manifattura nel Biellese dell’Ottocento, Torino, Einaudi 1984.

[6] F. Lussana, Lettere d’illetterati, Note di psicologia sociale, Bolonha, s.d. [1913].

[7] W. I. Thomas, F. Znaniecki, The Polish Peasant in Europe and America, Urbana and Chicago, University of Illinois Press, 1984. [ed. italiana, Il contadino polacco in Europa e in America, Milano, Ed. Comunità, 1968]

[8] C. Vangelista, Terra, Etnie, Migrazioni. Tre Donne nel Brasile Contemporaneo, Torino, Il Segnalibro, 1999.

[9] P. Bourdieu, Prefácio, in A. Sayad, A Imigração. Ou os Paradoxos da Alteridade, São Paulo, Edusp, 1998, 11-12.

[10] M. Y. Takeuchi, O Perigo Amarelo: Imagens do Mito, Realidade do Preconceito (1920-1945), São Paulo, Humanitas, 2008; Idem, O Perigo Amarelo em Tempos de Guerra (1939-1945), São Paulo, Arquivo do Estado/Imprensa Oficial do Estado, 2002; R. Dezem, Matizes do “Amarelo”. A Gênese dos Discursos sobre os Orientais no Brasil (1878-1908), São Paulo, Humanitas, 2005.

[11] S. Mezzadra, Diritto di Fuga. Migrazioni, Cittadinanza, Globalizzazione, Verona, Ombrecorte, 2006.

[12] Per avere un’idea delle linee di tendenza in corso si veda S. Mezzadra (ed.), I confini della libertà. Per un’analisi politica delle migrazioni contemporanee, Roma, DeriveApprodi, 2004.

[13] Y. M. Boutang, Dalla schiavitù al lavoro salariato, Roma, Manifestolibri, 2002.