Storicamente. Laboratorio di storia

Dibattiti

Discorso sull’Estado Novo portoghese. Intervista a cura di Daniele Serapiglia

In occasione dell’uscita della sua ultima opera, Estados Novos Estado Novo, abbiamo rivolto alcune domande a Luís Reis Torgal, professore ordinario di storia presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Coimbra, fondatore e coordinatore del Centro di studi interdisciplinari del Ventesimo secolo (Ceis20). L’intervista ha dato l’opportunità di affrontare questioni fondamentali della storia dell’Estado Novo portoghese, offrendo così, soprattutto al lettore non lusitano, alcuni spunti di riflessione su un regime ancora troppo poco studiato e conosciuto dalla storiografia mondiale.

Come scrive nell’introduzione, lei ha dedicato circa quarant’anni della sua vita alla ricerca storica, venticinque dei quali al tema dell’Estado Novo. Ma essendo nato nel 1942, per circa tre decenni lei è stato anche un testimone diretto di quella lunga dittatura. Fino a che punto tale esperienza ha influenzato il suo lavoro accademico?

Sono figlio di un integralista, monarchico e cattolico, ma tollerante. Ho studiato in una scuola influenzata dall’ideologia dell’Estado Novo e fino ai 12 anni ho frequentato - era obbligatorio - la Gioventù portoghese. All’università, negli anni Sessanta, mi sono avvicinato a un cattolicesimo progressista in disaccordo con il regime. Laureato nel 1966, nel 1968-69 ho fatto il servizio militare in Guinea, durante la guerra coloniale, e qui ho conosciuto i militari che qualche anno dopo avrebbero dato vita al Movimento delle forze armate (Mfa). Tornato agli studi universitari, ho militato in un movimento para-sindacale e ho partecipato al Congresso di opposizione democratica tenutosi ad Aveiro nel 1973. Naturalmente, tutte queste esperienze hanno influenzato il mio percorso di studi sull’Estado Novo, che per inciso si è aperto solo nel 1982 con la pubblicazione di una monografia, scritta insieme ad Amedeu Carvalho Homem, sulla biblioteca di una Casa del popolo (organizzazione corporativa di tipo rurale creata nel 1933 dal regime di Salazar, apprezzata anche da Mussolini secondo quanto dichiarò in un’intervista concessa ad António Ferro). Tuttavia, ho sempre cercato di fare il lavoro di storico con la maggior oggettività possibile e non come forma di militanza ideologica.

Lei sostiene che l’inizio del XXI secolo corrisponde al tempo della «crisi della cultura e della conoscenza storica». Da questo punto di vista, studiare oggi l’Estado Novo, comprendere cosa fu, quale significato può avere per i giovani portoghesi nati dopo il 25 aprile 1974? Quanto questi ultimi sono influenzati più da programmi televisivi come “I grandi Portoghesi”, nel quale si definisce António Oliveira Salazar «il più grande portoghese di sempre», che non dai risultati di una rigorosa ricerca scientifica?

Quando parlo di «crisi della cultura e della coscienza storica» intendo dire che oggi non c’è atteggiamento critico rispetto alla realtà storica, cosa che è molto più grave dell’ignoranza. I giovani vedono l’Estado Novo come un’esperienza molto distante, che non li riguarda. Vogliono la democrazia, ma non hanno idea di cosa sia stato davvero l’Estado Novo e considerano Salazar come una semplice figura del passato. È per questo che in un banale concorso della Rtp, la televisione di stato, Salazar è stato proclamato «il più grande portoghese di sempre». Ciò non implica l’esistenza di un diffuso neo-salazarismo; piuttosto è la prova della mancanza di spirito critico e di cultura storica, che ha permesso la manipolazione del concorso da parte di alcuni nostalgici. Molti giovani non sanno e non vogliono sapere che cosa fu il “fascismo alla portoghese”, com’è mia abitudine definire l’Estado Novo.

Prima di soffermarci sui temi sollevati dal suo libro, è forse il caso di spiegare al pubblico italiano cosa fosse il Portogallo prima del colpo di stato del 1926.

Era una Repubblica parlamentare, liberal-democratica, istituita nel 1910, che non era riuscita a conseguire stabilità, visto che si succedettero 45 o 46 governi in sedici anni. Va però specificato che il golpe del 28 maggio 1926 portò all’instaurazione della dittatura militare, o “dittatura nazionale”, ma non rappresenta la data di nascita dell’Estado Novo. Tra i sostenitori del colpo di stato c’erano molti repubblicani autentici, convinti che sarebbe stato possibile conservare le istituzioni repubblicane. Soltanto a partire dal 1930, con la formazione dell’União nacional destinata a diventare il partito unico e la crescita del mito di Salazar “salvatore delle finanze della patria” (era stato ministro delle Finanze dopo il 1928), iniziò a manifestarsi una logica dell’Estado Novo, che aveva come modello il fascismo italiano.

Com’è implicito già nel titolo del libro, lei sostiene che «l’Estado Novo fu appena un epilogo delle varie ideologie politiche che spingevano per una nuova concezione dello Stato» [Torgal 2009, I:48]. Quali erano queste correnti ideologiche?

Sul piano ideologico, l’esperienza dell’Estado Novo portoghese fa parte di quella ricerca della “terza via” - tra la democrazia liberale e il socialismo - comune a vari movimenti politici europei. Cattolici, integralisti monarchici, nazional-sindacalisti, repubblicani nazionalisti e presidenzialisti con tendenze all’autoritarismo, intellettuali modernisti (figure simili a D’Annunzio o Marinetti), formavano un’élite che si rappresentava come una “generazione nuova”, proponeva una cultura differente dalla “cultura borghese”, e aspirava alla creazione di uno “Stato nuovo”. Da qui deriva la cultura istituzionale dell’Estado Novo.

Nel secondo volume, all’inizio del quale vengono indagate le premesse ideologiche del regime salazarista, si legge che la cultura portoghese di fine Ottocento era «simultaneamente laica e religiosa, razionalista e sentimentalista, universalista e nazionalista, idealista e relativista, pessimista e ottimista». Secondo lei, «da tutta questa serie di ambiguità e contraddizioni sorsero due realtà politico culturali che si alternarono nel tempo: la Repubblica (Instabile) e L’Estado Novo» [Torgal 2009, II:33]. Quanto dell’Estado Novo c’era nella Repubblica e quanto della Repubblica c’era nell’Estado Novo?

Effettivamente si può affermare che durante la Repubblica si preparò l’Estado Novo. Molti repubblicani, sia liberal-democratici, sia conservatori come Cunha Leal, finirono per opporsi al regime di Salazar. Ma nel frattempo altri autentici repubblicani - sul piano culturale attratti da Bergson, Nietzsche, Wagner, D’Annunzio e da un nazionalismo che trovava espressione in movimenti come la Cruzada Nacional Nun´Álvares studiata dal mio collega Castro Leal - manifestarono la loro sintonia con il progetto dell’Estado Novo. Analogamente, anche tra gli anarchici vi fu chi si trasformò in nazional-sindacalista o in repubblicano di destra. Si noti, inoltre, che da un punto di vista costituzionale l’Estado Novo rimase uno stato repubblicano: era infatti una “Repubblica corporativa”, non del tutto difforme da quella liberal-democratica. Tanto che si continuò a celebrare come festa nazionale il 5 ottobre - in ricordo del 5 ottobre 1910, quando venne proclamata la Repubblica portoghese - e non il 28 maggio, sebbene il golpe del 1926 fosse considerato una sorta di “marcia su Roma” del “fascismo alla portoghese”, ossia l’avvio del processo che portò all’Estado Novo.

La cultura dell’Estado Novo e dello stesso Salazar sembra impregnata da suggestioni straniere: le teorie di Le Bon, Maurras, Demolins, ma anche la letteratura di D’Annunzio, i discorsi di Mussolini, le opere di papa Leone XIII e di altri intellettuali cattolici come Toniolo, Le Play, de Maistre. Quanta influenza esercitò la cultura politica europea in Portogallo all’inizio del XX secolo?

Senza dubbio una grande influenza venne esercitata dalla tradizione letteraria, filosofica e sociologica francese. Ma se la cultura francese per così dire “tradizionalista” da un lato svolse un ruolo di opposizione alle dottrine razionaliste, dall’altro suscitò un particolare interesse per la produzione filosofica, musicale, giuridica e letteraria tedesca, nonché per quella italiana. Inoltre, l’ordinamento corporativo dell’Estado Novo traeva ispirazione sia dal corporativismo cattolico di Leone XIII, sia dal corporativismo fascista, sia dal “socialismo della cattedra” tedesco. La cultura portoghese si formò insomma nel contesto della cultura europea, in una logica di scambi e circolazione di idee. Non fu per nulla una cultura autoctona, esclusivamente riversa su se stessa e sui suoi valori, anche se questi, com’era naturale per la visione ideologica nazionalista, fossero affermati con grande forza.

E la Prima guerra mondiale? Quale impatto ebbe sul Portogallo e sui portoghesi? Fu importante per l’affermazione della destra nel paese?

Lo fu, senza dubbio. È stata appena realizzata una ricerca sul tema, grazie a Jorge Pais de Sousa. Non solo Salazar scrisse opere giuridiche sui problemi conseguenti alla guerra, particolarmente sulla questione cerealifera; ma sussistevano anche la retorica della “vittoria mutilata”, proprio come in Italia, e un’esaltazione della violenza e del sacrificio per la patria, che sopravvissero nei monumenti e nella Lega dei combattenti della Grande guerra. Tutto ciò ispirò l’idea del miracolo, che le apparizioni di Fatima rappresentano tanto bene. L’aumento della forza della religione e della Chiesa andarono a rafforzare i movimenti di destra.

Nella prima parte del libro viene affrontato un tema ancora molto discusso: se l’Estado Novo fosse o non fosse un fascismo. A tal proposito, come abbiamo anticipato, lei ricorre al concetto di «fascismo alla portoghese» [Torgal 2009, I:364]. Potrebbe ora illustrarcelo meglio?

Il punto è che Salazar e il suo entourage cercarono di enfatizzare l’originalità del regime portoghese, e lo fecero con tale insistenza ed efficacia da riuscire a convincere buona parte dell’opinione pubblica europea, a partire per esempio da autorevoli testate quali Le Monde o il Times. Eduardo Lourenço, uno dei nostri migliori intellettuali di oggi, ironizzando sull’impatto di tale discorso ha scritto un articolo molto interessante, intitolato Il fascismo non è esistito per nulla. In realtà, però, esso esistette davvero. L’Estado Novo aveva caratteristiche peculiari del “fascismo”, inteso, ovviamente, in senso generico; così come aveva le proprie specificità, alla pari di tutti i regimi nazionalisti.
È vero che - come fa notare anche Emilio Gentile [Gentile 2006, 149] - l’Estado Novo non sorse da un movimento rivoluzionario. Ma ciò non significa che il regime fosse privo di altri elementi caratteristici del fascismo. La fondazione dell’União nacional nel 1930, e la conseguente estromissione dal sistema politico di tutti gli altri partiti, rappresentò il primo passo verso la costruzione di un regime a partito unico, gravitante attorno alla figura carismatica di Salazar, presentato come il “salvatore della patria”. A partire da qui si formarono tutte le strutture proprie di uno stato fascista: le corporazioni, la macchina propagandistica (il Secretariado de propaganda nacional), le organizzazioni per mobilitare le masse e soprattutto le giovani generazioni (la Mocidade portuguesa e la Legião portuguesa), l’apparato repressivo (la Polícia de vigilância e defesa do estado). Salazar - per la sua formazione cattolica e giuridica - non intendeva far propria la concezione totalitaria dello stato; ma il suo motto “tutto per la nazione, nulla contro la nazione” non era molto differente dal discorso totalitario di Mussolini, dato che lo stato era per lui la sintesi della nazione e ogni forma di dissenso giustificava la repressione. Così, se da un lato venne organizzato un plebiscito per l’approvazione della Costituzione dell’Estado Novo, dove si proclamava fra l’altro la libertà dei cittadini, dall’altro nello stesso giorno in cui questa entrò in vigore una serie di decreti legge limitò gravemente le libertà. In breve, l’Estado Novo ebbe sempre una tendenza totalitaria, sebbene Salazar amasse presentarsi con un’immagine meramente autoritaria (antiliberale e anticomunista). Si potrebbe dire che il “fascismo alla portoghese” generò una “via portoghese al totalitarismo”.

Perché all’estero - con poche eccezioni, per esempio Enzo Collotti - la maggior parte degli storici sembra invece d’accordo con Manuel Braga da Cruz e António Costa Pinto nel definire l’Estado Novo una forma di autoritarismo conservatore e interventista che non va incluso tra i regimi propriamente “fascisti”?

Braga da Cruz non include l’Estado Novo tra i regimi fascisti perché enfatizza l’anima cattolica del salazarismo, sottovalutando invece quella laica. Nonostante la sua formazione cattolica, Salazar non si presentò mai come il rappresentante del Centro católico português (partito che anzi costrinse all’estinzione poco dopo essere arrivato al potere), né permise il richiamo a Dio nella Carta costituzionale (richiamo inserito solo nell’ultima revisione, nel 1971). Secondo Costa Pinto, l’unico autentico fascismo portoghese fu il movimento nazional-sindacalista guidato da Rolão Preto, fondato nel 1932 sull’esempio del Pnf ma messo fuorilegge nel 1934 da Salazar, per il quale era più importante attribuire al proprio regime una parvenza di “originalità” rispetto al modello italiano. Tuttavia, nella pratica il governo di Salazar non si distingueva molto da quello di Mussolini. Alfredo Pimenta - storico e politico di orientamento monarchico, tra i fondatori del movimento nazional-sindacalista - in una lettera a Salazar molto significativamente gli domandò: «La sua pratica è, in verità, totalitaria. Per questo non l’afferma?». Insomma, per la sua formazione cattolica e giuridica, a parole Salazar intendeva rispettare la forma “legale” e “morale” dello Stato, dichiarando che il potere statale doveva essere limitato appunto dalla morale e dal diritto; ma nella realtà, sia la morale che il diritto erano creati dallo stesso dittatore. Apprezzo molto le ricerche dei miei colleghi Braga da Cruz e Costa Pinto, ma non sono completamente d’accordo con loro, anche se è certa la loro influenza sugli storici stranieri. Cosa fra l’altro comprensibile, visto che soprattutto Costa Pinto annovera pubblicazioni in varie lingue, dall’inglese all’italiano, e in questo senso è il più internazionale tra gli storici portoghesi, in tempi in cui l’inglese è una specie di latino ma in cui l’internazionalismo, di cui si parla tanto, non ha portato a una più diffusa comprensione della nostra lingua.

Riprendendo una vecchia tesi di Hermínio Martins, lo stesso Costa Pinto ha sostenuto che solo durante la guerra civile spagnola, quando l’ipotesi di una vittoria dei “rossi” era percepita come una minaccia per il regime salazarista, si avviò un processo di “fascistizzazione” dell’Estado Novo [Costa Pinto 2001, 359-364; Martins 1968].

La tesi di Costa Pinto però non corrisponde esattamente a quella di Hermínio Martins, che interpretava l’Estado Novo come un fascismo che si andò “perfezionando” negli anni della guerra di Spagna. D’altra parte, anche il regime di Mussolini si “fascistizzò” gradualmente.

Torniamo al tema del totalitarismo prendendo spunto dalle parole di Mircea Eliade da lei citate, secondo le quali il regime portoghese era «una forma cristiana di totalitarismo»[Torgal 2009, I:265]. In ultima analisi, in cosa consisteva questo “totalitarismo alla portoghese”?

Definendo così il salazarismo - «una forma cristiana di totalitarismo» - Mircea Eliade intendeva sottolineare che attraverso il cristianesimo veniva proposta una particolare pratica totalitaria. In quell’epoca, il cristianesimo manifestava una tendenza totalitaria, benchè avversa al modello “cesarista”, perché riteneva che l’unica via alla salvezza passasse dalla piena adesione alla propria dottrina. Analogamente, per Salazar la democrazia liberale e il comunismo dovevano essere sconfitti attraverso la “conversione” - concetto centrale nell’ideologia dell’Estado Novo - a un sistema autoritario, antiparlamentare, corporativo, difensore dei “veri” valori dell’Occidente. Beninteso, non si trattava di un “totalitarismo totale” - poiché il totalitarismo perfettamente compiuto rimane sempre una meta irraggiungibile - né di un espediente puramente retorico, ma di una pratica di governo tendenzialmente totalitaria. Per esempio, Salazar permise lo svolgimento delle elezioni con regolare scadenza come stabilito dalla Costituzione, ma tutte furono falsate per impedire il ritorno a un sistema liberal-democratico. Quando per le elezioni presidenziali del 1958 si candidò Humberto Delgado, Salazar modificò immediatamente la legge, facendo passare l’elezione del Presidente della Repubblica attraverso un collegio formato da figure necessariamente aderenti al regime (membri dell’Assemblea nazionale e della Camera corporativa, presidenti delle Camere ecc.). Da tale punto di vista, Marcelo Caetano era più coerente: già nel 1938 affermò che uno Stato corporativo non doveva prevedere elezioni, ma l’adesione incondizionata all’União nacional.

Ma se - come si è più volte accennato - l’Estado Novo aveva le sue basi ideologiche nella teoria del corporativismo, fino a che punto esso divenne davvero uno Stato corporativo?

Si trattò di un corporativismo non integrale. In altri termini, il sistema era presentato come un corporativismo nazionale espressione della comune volontà di lavoratori e datori di lavoro, ma in realtà tutte le istituzioni corporative erano di formazione statale. D’altra parte, Salazar difficilmente avrebbe accettato l’idea di uno Stato nel quale gli organi di potere fossero costituiti davvero in modo corporativo, anche se in prospettiva le assemblee legislative avrebbero dovuto essere sostituite da nuovi organi composti per metà da tecnici. Questa forma ambigua e incompleta di Stato corporativo non soddisfaceva Marcelo Caetano, che aspirava a un corporativismo più compiuto e rapidamente costruito.

Per tutti i totalitarismi la propaganda rappresenta uno strumento fondamentale. Nel caso del Portogallo salazarista questa funzione-chiave venne affidata ad António Ferro, che diresse il Secretariado de propaganda nacional dal 1933 al 1949. Secondo Goffredo Adinolfi, però, tale struttura non fu mai dotata di effettivi poteri, poiché «una propaganda insinuante avrebbe potuto svegliare interesse ed esacerbare conflitti presenti in un regime che faceva dell’equilibrio delle sue forze sostenitrici il vero elemento di stabilità» [Adinolfi 2007, 234]. Quale fu secondo lei il ruolo della propaganda e il contributo specifico di Ferro alla stabilizzazione dell’Estado Novo?

Innanzitutto il fatto stesso che Salazar dotasse l’Estado Novo di un apparato propagandistico dimostra quanto fosse “moderna” la sua concezione del potere. Per quanto riguarda Ferro, che veniva dal modernismo lusitano e poteva vantare l’amicizia di Fernando Pessoa e Almada Negreiros, fu una figura indubbiamente centrale. Basta pensare che la sua celebre intervista - se così la si può chiamare... - a Salazar fu il maggior best-seller portoghese dell’epoca e venne tradotta in diverse lingue (tra cui il polacco e il concani, la lingua usata nell’India portoghese). Alla pari di Ferro, un ruolo importante giocarono anche i nuovi cineasti, come António Lopes Ribeiro (che andò in Russia, incontrò Eisenstein e realizzò documentari di regime e film di finzione e propaganda) o Leitão de Barros (regista di opere di genere storico e organizzatore di grandi spettacoli popolari). António Ferro, però, fu la vera mente della propaganda, il grande amplificatore dell’ideologia salazarista. Se il ruolo della propaganda in uno Stato autoritario o totalitario è sempre quello di riprodurre fedelmente l’ideologia ufficiale, non è detto che ciò debba avvenire solamente attraverso le grandi marce o le pubbliche acclamazioni. Nel caso salazarista, vennero adottate anche modalità più discrete che portavano alla collaborazione di “tutti”. Per questo la rivista «Panorama» (organo del Secretariado nacional de informação che alla fine della guerra sostituì il Secretariado de propaganda nacional) arrivò a pubblicare testi di oppositori che raccontavano il paese senza manifestare dissenso verso l’Estado Novo. Lo stesso accadde con le raccolte di poesia o di racconti curate da scrittori che non s’identificavano con il salazarismo, o con le opere architettoniche e artistiche commissionate dal regime. Ritengo insomma che, soprattutto nel periodo in cui fu guidato da Ferro, il Secretariado ebbe poteri molto significativi.

Un altro importante termine di comparazione tra il fascismo italiano e il caso portoghese riguarda le figure dei due dittatori: Mussolini e Salazar.

António Oliveira Salazar, nato nel 1889 in un villaggio rurale della Beira Alta, studiò per diventare sacerdote ma poi si laureò in Diritto all’Università di Coimbra, dove convisse con il futuro cardinal-patriarca Gonçalves Cerejeira, col quale condivise la militanza sia nel Centro académico da democracia cristã, polo di diffusione del cristianesimo sociale organizzato a Coimbra agli albori del XX secolo, sia nel Centro católico português, partito cattolico con un programma presentato dallo stesso Salazar durante il secondo congresso, tenutosi a Lisbona nel 1922. Al contrario di Mussolini, Salazar non aveva dunque una formazione “rivoluzionaria”. Tuttavia, la sua ammirazione per il Duce fu grande almeno fino al 1938, motivata dalla comune avversione per democrazia liberale e comunismo, nonché da comuni obiettivi politico-sociali. Non a caso sulla sua scrivania campeggiava il ritratto di Mussolini. Solo che Salazar, come tutti i nazionalisti, voleva creare un regime “originale”: perciò, pur collocandosi al fianco di Mussolini, cercava di attenuare quei tratti della dittatura fascista che giudicava strettamente legati alla realtà italiana. Si potrebbe dire che Salazar volle dar vita a un “Mussolini portoghese” in vesti sacerdotali e dall’aspetto severo di un docente universitario.

Nel 2010 ricorre il quarantesimo anniversario della morte di Salazar: quali sono i suoi ricordi del 27 luglio 1970?

Ricordo la grande manifestazione di propaganda che fu il suo funerale, tanto più che attraversò il centro del paese, da Lisbona fino al piccolo cimitero di Vimeiro, dove la modesta tomba è posta in un campo brullo (molto differente dalla cripta monumentale della famiglia Mussolini a Predappio). Vidi alcuni momenti di questa cerimonia in televisione. Ma ciò che mi aveva impressionato di più, per le speranze di trasformazione suscitate, era stata la “morte politica” di Salazar nel 1968 [nell’estate del 1968 venne colpito da emorragia cerebrale, circostanza che ne pregiudicò per sempre le funzioni intellettive. Il 27 settembre gli successe Marcelo Caetano, N.d.r.]. Ero in Guinea e pensavo che sarebbe presto terminata la guerra coloniale, cosa che invece accadde solo sei anni dopo, il 25 aprile 1974. Soprattutto per noi militari antisalazaristi, questa “morte politica” rappresentò quindi una grande speranza ma anche una grande delusione. A Caetano, infatti, piacque la posizione di difensore delle colonie d’oltremare, quando ci si poteva aspettare una politica differente.

Perché in Portogallo, a 40 anni dalla morte, ancora non esiste una biografia di António Oliveira Salazar scritta da uno storico, essendo l’unica grande biografia quella redatta da Franco Nogueira, ovvero dal ministro degli Esteri di Salazar?

È evidente che gli storici portoghesi abbiano privilegiato lo studio del regime nel suo complesso, piuttosto che dell’uomo che lo guidò. È un peccato non aver avuto un De Felice o un Milza come si sono avuti per Mussolini, o un Joachim Fest e un Kershaw per la figura di Hitler, o un Preston e un Benassar per quella di Franco. Devo confessare che anch’io ho avuto la tentazione di studiare la vita di Salazar, ma comunque non credo che con una tale operazione si andrebbe a chiarire o a modificare radicalmente l’attuale conoscenza storica del regime. Anche perché sono numerosi gli storici o i sociologi che all’interno dei loro lavori hanno dedicato molte pagine a Salazar: per esempio António Barreto nel Dicionário de História de Portugal o Fernando Rosas nel Dicionário de História do Estado Novo.
(Post Scriptum: mentre stavo rispondendo a questa intervista, il «Público» del 29 ottobre 2009 ha dato ampio risalto a un’opera appena pubblicata: Salazar. A political Biography di Filipe Ribeiro de Meneses, sénior lecturer alla National University of Ireland di Dublino. Con grande enfasi il libro viene presentato come «la prima biografia politica del dittatore», «l’opera che mancava alla storiografia internazionale», destinata a «collocare Salazar nella storia europea». Speriamo che non sia solo un’esagerazione giornalistica, e che questo lavoro tenga conto degli innumerevoli studi già condotti sull’Estado Novo, sul salazarismo, e sullo stesso Salazar. Se infatti ancora non c’è - o non c’era - una biografia “accademica”, un’indagine sistematica sugli scritti giovanili, sui documenti conservati all’Archivio nazionale di Torre do Tombo o alla biblioteca di Santa Comba Dão, sulla connessione tra sfera pubblica e vita privata, ormai da molto tempo i ricercatori studiano Salazar e la sua politica sia leggendo e interpretando i suoi discorsi, sia tentando di recepire il senso dei suoi interventi in politica interna ed estera. Nella recensione apparsa sul «Público», inoltre, c’è un titolo che mi lascia perplesso: «Salazar non si preoccupò per nulla dell’indottrinamento ideologico». In realtà, se qualcosa lo preoccupò fu, fin da subito, quest’azione di indottrinamento, condotta attraverso le interviste rilasciate ad António Ferro, le varie traduzioni e introduzioni commissionate a importanti intellettuali e politici stranieri, la fondazione del Secretariado de propaganda nacional, le sovvenzioni a un cinema ideologico, al Teatro del popolo, a biblioteche popolari, a concorsi, feste, cortei… Se in Salazar c’era una qualche difficoltà nel definirsi ideologicamente, ciò faceva parte della stessa «logica dell’ambiguità» che rappresentava - come ci ricorda il «Público» in prima pagina - l’«arma di Salazar», il mezzo per conquistare il governo e mantenerlo, adattandosi costantemente alle contingenze storiche.)

Passiamo a un altro tema controverso: secondo Stanley Payne, uno degli ostacoli alla piena affermazione del fascismo in Portogallo consisteva nel fatto che l’Estado Novo aveva «una posizione imperiale soddisfatta e difensiva, preoccupata solo di mantenere l’impero già acquisito» [Payne 1999, 320]. Nel suo libro però si delinea una tesi non del tutto coincidente...

In effetti non sono molto d’accordo con Payne. Ossia, il fatto che il Portogallo avesse grandi possedimenti oltremare legittimava l’immagine dell’“Impero” - espressione usata fino agli anni Cinquanta, quando le “colonie” divennero “province d’oltremare”, avviando un processo che portò nel 1962 alla revoca della “legge sull’indigenato” e al riconoscimento di tutti gli abitanti d’oltremare, bianchi o neri che fossero, come “cittadini portoghesi”. E la difesa di questo impero era il principale compito delle forze armate, in un secolo in cui il Portogallo non avrebbe comunque potuto giocare alcuna politica di potenza “offensiva”. Però tale situazione accentuava, più che uno stato di soddisfazione, un diffuso orgoglio imperiale, un sentimento che accompagnò il “fascismo alla portoghese” fino alla sua fine nel 1974.

Qual era l’atteggiamento dei portoghesi del continente verso le colonie?

Devo dire che c’era una relazione sentimentale, modellata da un’educazione scolastica fortemente ideologicizzata. Pochi conoscevano la Guinea, Capo Verde, S. Tomé e Príncipe, l’Angola, il Mozambico, Timor o Macao (che non era propriamente una colonia), ma la maggioranza della nostra generazione aveva una relazione sentimentale con l’Impero o con queste colonie. Perciò, solo tardivamente l’opposizione cominciò a parlare con chiarezza di autodeterminazione, il che avvenne nel 1958 con la candidatura alla Presidenza della Repubblica di Arlindo Vicente, appoggiata dai comunisti [Designato come candidato del Fronte democratico nazionale, Vicende poi rinunciò a favore di Delgado, candidato unico dell’opposizione, N.d.r.]. Questa relazione sentimentale con l’“Oltremare” cominciò a svanire con la guerra coloniale. Fu il contatto con la realtà bellica a depotenziare il mito delle colonie, soprattutto per chi si ritrovò nel 1968-69 in Guinea, il nostro “piccolo Vietnam”. La guerra contribuì allo sfaldamento del regime e alla formazione del Movimento das Forças Armadas, artefice del golpe del 25 aprile 1974. Ma questa è una storia complessa... Qui mi limito a sottolineare che se ci furono sempre gruppi antisalazaristi - alcuni provenienti dalle file repubblicane più conservatrici, altri da quelle anarchiche o comuniste, mentre i cattolici mantennero quasi sempre una posizione filo-governativa - il lento processo di formazione dell’opposizione approdò a risultati significativi solo negli anni Sessanta-Settanta, con la disillusione nei confronti di Caetano, la guerra coloniale e la nascita del movimento militare.

Nel dicembre del 1936 Giorgio Mameli, plenipotenziario a Lisbona del governo italiano, scrivendo a Ciano definì il Portogallo una «colonia inglese» [Documenti diplomatici italiani 1994, 641-645]. Alludeva così ai consolidati rapporti politici ed economici tra il paese lusitano e il Regno Unito. Può spiegarci quale linea di politica estera venne seguita tra il 1933 e il 1943 dall’Estado Novo, diviso com’era tra questa vecchia alleanza con la Gran Bretagna e la fascinazione per le potenze dell’Asse?

L’alleanza con la Gran Bretagna ha sempre fornito una bussola alle relazioni internazionali del Portogallo. Nonostante la simpatia per il fascismo italiano, la “questione inglese” era posta come ostacolo a un più esplicito avvicinamento all’Asse. Tuttavia, che Salazar non accettasse la riduzione a “colonia inglese” è provato dallo sforzo di mantenere un’assoluta neutralità anche dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Soltanto dopo la caduta di Mussolini nel 1943 l’alleanza con la Gran Bretagna venne davvero rispettata, con la concessione della base delle Azzorre agli Alleati. Ciò permise poi a Salazar di costruire l’immagine della “neutralità collaborativa” - collaborativa ovviamente con lo schieramento vincitore.

Lei dedica un capitolo del libro anche al successore di Salazar, Marcelo Caetano, che governò dal 27 settembre 1968 al 25 aprile 1974. A suo parere, questo periodo fu caratterizzato da una sostanziale continuità rispetto alla politica salazarista. Perché Caetano, che era una delle menti più lucide e critiche dell’Estado Novo, non riuscì a imprimere una svolta?

In realtà Caetano non aveva mai espresso una posizione critica. Alcune discordanze con Salazar sono da interpretare come episodi del tutto occasionali, in certi casi determinati dall’aspirazione a uno Stato più radicalmente fascista e corporativo. Un Caetano “liberale” - come a volte si vuole dipingerlo - non è mai esistito. Egli si annunciava portatore di un “rinnovamento nella continuità”, ma alla fine la continuità prevalse nettamente sul rinnovamento: per esempio quando rinunciò a una politica più aperta con le colonie per non turbare i “falchi” del regime. Paradossalmente, furono simili decisioni a provocare la rivolta militare contro la dittatura; rivolta animata non solo da ufficiali di basso grado, ma anche da alcuni esponenti di alto rango delle forze armate come i generali Costa Gomes e Spínola.

Concludiamo con un altro ricordo personale: Torgal e il 25 aprile 1974.

Se nell’estate 1968 - mentre ero in servizio militare - avevo ingenuamente sperato in un rapido mutamento di regime condotto da forze politiche, all’inizio degli anni Settanta - diventato assistente all’università - ero ormai consapevole che solo i militari avrebbero potuto avviare e guidare la transizione. Il mio contributo fu insomma piuttosto modesto, e si limitò alla partecipazione al III Congresso di opposizione democratica (che a differenze dei due precedenti non si definiva più “congresso repubblicano”, perché ora contava anche sulla presenza dei monarchici). In questa occasione si andò elaborando l’idea di una riforma universitaria e la creazione di un gruppo parasindacale, nulla di più. Ma al 25 aprile assistetti con vero giubilo! Anche se poi ho resistito agli appelli comunisti del Processo revolucionário em curso, opponendomi come potevo alle epurazioni selvagge di colleghi. In seguito ho militato nel Partito socialista, dal quale sono uscito negli anni Ottanta. Al momento giusto, poiché nulla rimane del socialismo democratico in questo mondo di globalizzazione e neoliberalismo, nel quale i governi hanno aiutato la formazione di un capitalismo monopolista e “anarchico”, con l’idea che il consumismo, di qualsiasi tipo sia, avrebbe risolto e risolverà tutti i problemi. La crisi del 2008-09 sta provando il contrario, ma ciò che sta accadendo ora è il tentativo di riabilitare, in forma “simpatica”, il peggior capitalismo. Non voglio però terminare con un discorso pessimista. Un giorno l’uomo tornerà a tener conto della storia.

Bibliografia

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