Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

I cento anni del Vittoriano: da luogo della memoria a luogo turistico

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Abstract

"Il Vittoriano" is the great memorial dedicated to the first king of Italy Vittorio Emanuele II and it was built in Rome's historic centre and inaugurated in 1911 during the celebrations for the fifty years of the unification of Italy. Over the years his role has changed several times: first a place of exaltation of the Risorgimento, then a place of remembrance for the dead of World Wars and finally the current form of museum and art gallery. 'Il Vittoriano', however, has ever been a place of tourist interest and so over the years it has been affected by changes of tourism structure, a fundamental phenomenon of the Twentieth century. This article aims to analyse the history of this monument focusing not only on political aspects but on tourist ones too.

Introduzione

É raro che l’oggetto di una ricerca storica si trasformi così profondamente in un tempo così breve. Negli anni che vanno dal 1980 all’inizio del XXI secolo, il monumento a Vittorio Emanuele di Roma ha profondamente cambiato status: una volta il più detestato dell’Urbs, ha oggi acquisito allo stesso tempo un ruolo patrimoniale, e ha ritrovato un senso politico. Aperto ai visitatori, ospita numerose esposizioni, oltre al Museo del Risorgimento modernizzato, ed è diventato un luogo turistico molto apprezzato [Brice 2005, 5].

Le prime righe del libro di Catherine Brice sul Vittoriano colgono perfettamente la stranezza storica del monumento funebre a Vittorio Emanuele II che, per vari aspetti, è un caso di studio interessante. É infatti un luogo simbolo della memoria dell'ultimo secolo di storia italiana ed è un luogo che nel tempo si è modificato di fronte ai mutamenti della realtà nazionale. Inaugurato ancora incompleto nel 1911 per il cinquantesimo dell’Unità, il Vittoriano ha assunto negli anni vari ruoli: da luogo di esaltazione del Risorgimento a centro della memoria per i morti delle guerre mondiali, fino all’attuale forma di museo e galleria d’arte. S’è compiuto nel Vittoriano lo stesso processo che Gian Enrico Rusconi ha notato a Berlino per alcuni monumenti come la Porta di Brandeburgo o la Neue Wache che, pur rimanendo invariati, hanno mutato la propria funzione sia simbolica che pratica [Rusconi 2009, 101 126]. In quanto luogo espositivo, tuttavia, il museo del Vittoriano a Roma è divenuto un luogo di interesse turistico, subendo le modificazioni economiche e sociali che nel tempo hanno interessato il settore. In questo articolo si vuole analizzare la storia del Vittoriano ponendo l’attenzione non solo sull'aspetto della memoria ma anche su quello turistico, inquadrando il colossale monumento al centro di Roma e i suoi mutamenti nell’ottica della storia del turismo.

L'altare della Patria e la tomba del milite ignoto

É il 9 gennaio del 1878 quando a Roma nel palazzo del Quirinale muore il primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II. La prima ipotesi per la sepoltura del sovrano è quella di riportare la salma nella città di Torino, dove il Savoia aveva vissuto e regnato sino al 1865. La tradizione aveva visto sino ad allora tutti i membri della famiglia Savoia essere sepolti nella basilica di Superga e inizialmente questa soluzione sembrò la più ovvia sia per la famiglia che per il governo, era inoltre un’ipotesi che non sarebbe dispiaciuta alla Santa Sede che dopo il 20 settembre 1870 aveva mal tollerato la presenza di un altro sovrano a Roma [Martina 2000, 1061 1100]. La soluzione torinese si dissolse però in poche ore e il governo Crispi preferì che la sepoltura avvenisse a Roma nel tempio del Pantheon. Ai funerali con la tumulazione della salma seguì anche una seconda cerimonia solenne, il 16 febbraio, avvenuta soltanto pochi giorni dopo la scomparsa dell’altro sovrano di Roma, Pio IX. I solenni funerali e la sepoltura nella capitale non furono dei gesti puramente simbolici, il governo vi vide infatti la possibilità di rafforzare il neonato sentimento nazionale. Gli stessi motivi furono decisivi per spingere il governo italiano verso la decisione di dare al sovrano un omaggio permanente attraverso la costruzione di un monumento che fosse anche il simbolo della nuova Roma [Agnew 1998, 229 240; Brice 2005,61 71; Banti 2007, 637 664].

Il 23 settembre 1880 il parlamento italiano bandì il primo concorso per la realizzazione del monumento a Vittorio Emanuele II, a questo parteciparono più di trecento progetti provenienti da tutto il mondo, alcuni dei quali decisamente bizzarri. La gara si chiuse con un progetto vincitore, quello dell’architetto francese Henry Paul Nénot, ma già alla fine della competizione fu deciso che l’opera non sarebbe stata realizzata e che si sarebbe dovuto bandire un nuovo concorso. La prima competizione, per come era stata pensata, aveva infatti notevoli difetti ed i progetti presentati ne risentirono negativamente. Non era stato deciso né un luogo deputato al monumento né una linea guida che l’architetto vincitore avrebbe dovuto seguire per realizzare il complesso e renderlo ben identificabile [Savorra 2002, 42 67].

Così nel dicembre del 1882 la Gazzetta Ufficiale pubblicò un nuovo bando, questa volta molto più dettagliato. Si prescriveva che il monumento fosse da erigersi sull’altura settentrionale del Campidoglio, in asse con via del Corso, e composto di tre parti: la statua equestre del re, un fondo architettonico e le opportune scalinate per salire alla nuova spianata del monumento. La decisione di costruire il complesso in quel luogo si rivelò da subito controversa e non mancarono i pareri contrari di chi riteneva quei lavori uno scempio al patrimonio archeologico ed artistico della capitale. Per la gloria di Vittorio Emanuele sarebbero state infatti sacrificate opere di notevole interesse storico come il convento dell’Ara Coeli e la torre di Paolo III.

Sono anni in cui in realtà la capitale vive profonde trasformazioni urbanistiche dettate dall’intersecarsi di vari fattori. C’era innanzitutto il nuovo pensiero urbanistico del XIX secolo influenzato da teorie filosofiche, mediche e sociologiche, che insisteva sulla necessità di ricostruire intere aree cittadine ritenute malsane e pericolose [Zucconi 1999, 23 30]. A questo si unirono da un lato la volontà politica del governo piemontese di ritrasformare la nuova capitale, e dall’altro la logica economica speculativa dei grandi costruttori [Mangone 2002, 13 41; Brice 2005, 19 22].

La seconda gara si chiuse nel 1884 quando fu dichiarato vincitore il progetto di un giovane architetto marchigiano, Giuseppe Sacconi [David 1990; Capici 2005]. Altri concorsi saranno banditi successivamente per la realizzazione della statua equestre del “re galantuomo” e per l’Altare della Patria, quest’ultimo faceva parte del progetto originale del Sacconi e avrebbe dovuto fungere da luogo di culto laico per il sovrano e per gli eroi del Risorgimento. Sacconi diresse personalmente i lunghi lavori, resi problematici dalla morfologia del luogo destinato all’opera, facendo numerose modifiche al progetto iniziale. L’architetto marchigiano non ebbe però la possibilità di vedere la realizzazione del suo progetto in quanto la morte lo colse nel 1905, il suo posto fu preso così da un triumvirato, composto da Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini, i quali ebbero il merito di continuare i lavori utilizzando i soli schizzi del Sacconi, dovendo spesso interpretarne il pensiero [Di Paola 1986, 153].

Si arrivò così all’inaugurazione nel 1911 nell’ambito delle celebrazioni dei cinquanta anni dell’Unità nazionale, ma il monumento era ancora incompiuto e soltanto alcuni anni dopo entrò nel pieno dell’immaginario collettivo italiano. Il Vittoriano, e con esso l’altare della patria, trovò infatti una vera credibilità come monumento nazionale solo nel 1921 quando diventò la Tomba del milite ignoto [Brice 2005, 287 288].

Nel complesso clima ideologico e politico del Primo dopoguerra si pensò di celebrare i numerosi soldati morti e dispersi dando vita ad un cerimoniale nel quale i reduci e la comunità nazionale avrebbero potuto riconoscersi. La prima proposta fu quella di interrare il milite ignoto nel Pantheon di fianco al re. Successivamente si decise invece di porlo al centro dell’Altare della patria, un gesto ritenuto da molti un colpo di genio in quanto diede sacralità ad un luogo sino ad allora anonimo [Isnenghi 1994, 301 306; Tobia 1998, 72 73].

Il 4 novembre 1921 furono inumati i resti di un milite italiano scelto ad Aquileia, tra undici salme irriconoscibili, dalla madre di un disperso, la triestina Maria Bergamas. Al rito complessivo, la scelta della salma, la partenza per Roma, il passaggio del treno nelle principali stazioni italiane e la tumulazione, assistette circa un milione di persone; tra queste molte erano donne, mogli e madri di soldati uccisi e dispersi [Cadeddu 2001]. La salma in un vagone speciale seguito da diciassette carri recanti corone e bandiere, giunse a Roma da Udine, passando da Treviso, Venezia, Padova, Ferrara, Bologna, Firenze, accolta ovunque da una grande folla commossa, mentre ali di gente rendevano omaggio al passaggio del feretro. Giuseppe Prezzolini scrisse che quella fu la prima vera celebrazione patriottica veramente sentita da tutto il popolo italiano [Gentile 1993, 36].

Molti storici hanno visto nel rito in onore del milite ignoto il prodromo degli appuntamenti totalitari che seguiranno di lì a qualche anno a piazza Venezia con i discorsi del duce. Con la sepoltura del milite ignoto il Vittoriano iniziò infatti una nuova stagione della propria vita, perfezionata proprio dal fascismo. Già il 10 novembre 1921 un affollato corteo di fascisti celebrò la conclusione del loro congresso rendendo omaggio alla tomba del Milite Ignoto. I fascisti che avevano appena sancito la trasformazione del loro movimento di massa in partito celebrarono così anche l’inizio del nuovo culto della patria. Da luogo di semplice ricordo il monumento divenne la tribuna per un perenne ossequio alla Patria. Il fascismo si impossessò così del Vittoriano facendolo diventare sfondo delle principali manifestazioni del regime che però avevano i centri principali nelle vicine vie dell’Impero e dei Trionfi e ovviamente sotto il balcone di piazza Venezia [Gentile 1993, 35 38; Tobia 1998, 87 109].

Emilio Gentile ha visto nella storia del Vittoriano il simbolo principale della difficile ricerca di una religione della patria da porre a fondamento dello stato nazionale. Il più ambizioso e grandioso progetto architettonico concepito dall’Italia liberale sarebbe dovuto servire a consacrare il culto monarchico come valore fondante del regno d’Italia. La lentezza nella realizzazione del progetto, resa difficile da laceranti contrasti anche sul modo di materializzare la religione della patria, e la sua sostanziale riconversione nel 1921 con la tumulazione del milite ignoto, ne fanno un simbolo fondamentale di una nazione che faceva fatica a trovare simboli chiari e comuni. Si pensi infatti che fino al 1922 l’unica festa nazionale era la festa dello Statuto e dell’Unità d’Italia, che si celebrava la prima domenica di giugno [Gentile 1993, 19 25].

Il Vittoriano divenne quindi un teatro della memoria nel quale fu esaltata l'idea della nuova Italia imperiale e fascista, e nel quale la retorica di Benito Mussolini trovò uno spazio fertile. Proprio questa esaltazione del monumento come luogo “sacro” dell'idea di nazione al centro della città ha poi condizionato il suo sfortunato destino nel dopoguerra [Atkinson, Cosgrove 1998, 28 49].

Sin dalla sua nascita il Vittoriano fu però anche un'attrazione turistica, sia per i turisti della memoria, alla ricerca dei luoghi simbolo della Grande guerra, sia per le comitive di giovani nei viaggi organizzati dal partito fascista. Sono questi gli anni in cui il turismo diventa in Italia un fenomeno economicamente e socialmente importante. Nascono infatti le prime città di villeggiatura, nelle quali le attività economiche primarie erano quelle turistiche e, allo stesso tempo si organizzano quei modelli di turismo che avrebbero costituito le basi del turismo di massa, cioè quello balneare, culturale e montano. É infatti solo tra l’Unità e le guerre mondiali che il turismo diventa una pratica sociale [Battilani 2001, 234 251; Paloscia 2004, 15 16].

Una particolare forma di turismo si manifestò subito dopo la fine della Grande Guerra ed era costituito dal pellegrinaggio nei campi di battaglia o nei luoghi simbolo del conflitto. In particolare fu nei territori del Trentino, passati da poco sotto il controllo italiano, che si cercò di proporre un turismo patriottico che sceglieva la montagna per ripercorrere i sentieri dei soldati e visitare i luoghi di battaglia e i musei di guerra [Battilani 2001, 294 295]. In tutta Italia il culto dei caduti fu la prima manifestazione liturgica della comunità nazionale. I cimiteri di guerra e i monumenti alla memoria dei caduti divennero luogo di pellegrinaggio e occasione per la celebrazione di riti patriottici con la venerazione dei simboli della nazione e della guerra [Gentile 1993, 35 36]. Oltre alla coreografia di bronzi e marmi la memoria del primo conflitto mondiale venne portata avanti grazie ai cosiddetti viali e parchi della Rimembranza, realizzati a partire dagli anni venti, nei quali ogni morto in guerra avrebbe dovuto avere un suo albero. Negli anni trenta furono realizzati i grandi sacrari militari sul Grappa, sul Pasubio, ad Asiago e a Redipuglia [Isnenghi 194, 306 310].

Allo stesso tempo durante il regime l’Opera Nazionale Dopolavoro svolse un grande ruolo nel favorire il turismo italiano, patriottico ma non solo, organizzando escursioni continue per balilla, reduci della Grande guerra, giovani italiane e lavoratori. Uno degli elementi importanti della promozione fascista del turismo fu l’istituzione dei treni popolari avviata in via sperimentale nel 1931. Erano treni che a prezzo ridotto portavano i viaggiatori nelle principali mete turistiche d’Italia. Si trattava di un tentativo volto a intensificare il turismo interno, in anni in cui si avvertivano gli effetti negativi della Grande Crisi, ma anche uno dei passi verso l’organizzazione del tempo libero messa in atto a partire dal 1925 con la creazione dell’Opera Nazionale Dopolavoro. Nel 1932 l’Enit (Ente Nazionale Italiano Turismo) aveva invitato gli italiani a riposarsi dalle fatiche lavorative giovandosi delle bellezze naturali ed artistiche disseminate nel paese. In tal modo si sarebbe adempiuto anche ad un compito patriottico, poiché conoscere il proprio paese era considerato un dovere [Gozzini 1998, 549 550; Giuntini 2001, 55 77; Cavazza 2003, 735 736; Mariani 2007, 19 34].

Crisi d'identità di un monumento

Alla fine della Seconda guerra mondiale il Vittoriano continuò ad essere uno dei luoghi principali per la commemorazione delle vittime delle guerre, con l'aggiunta anche dei simboli della Resistenza, nella generale simbologia militare del luogo vennero infatti introdotti gli stemmi delle associazioni partigiane. É in questo modo che lo stato repubblicano ha cercato di dare al complesso un suo ruolo nel nuovo contesto politico ma i risultati in tal senso non sono stati completamente soddisfacenti. Nel 1961 viene inaugurato all'interno del Vittoriano il museo sacrario della Marina con pezzi storici come il MAS 15 di Luigi Rizzo, che affondò durante la Grande Guerra la corazzata austriaca Santo Stefano, e il relitto del sommergibile Sciré affondato dagli inglesi nel 1941 al largo di Haifa. Nel 1968 viene inaugurato il Museo sacrario delle bandiere dei reggimenti sciolti, formato da ben 697 vessilli. Sono però eventi limitati e a partire da questi anni il complesso inizia un lento declino. Il 12 dicembre del 1969, stesso giorno della bomba a piazza Fontana a Milano, un attentato che non fa vittime ne danneggia pesantemente alcune parti. Il Vittoriano viene chiuso al pubblico e resta in questa condizione per diversi decenni, cresce anche il dibattito su come intervenire nel restauro e più in generale sul destino del complesso. Negli anni ottanta venne infatti fuori, tra gli altri, anche un progetto per ridimensionarne pesantemente la struttura alleggerendo il complesso di parti importanti. Realizzato dagli architetti Ludovico Quaroni e Carolina Vaccaro il progetto urbanistico – architettonico fu presentato alla XVII Triennale di Milano. La proposta principale prevedeva il trasferimento della parte dedicata al milite ignoto nel parco della rimembranza alle pendici del monte Parioli e successivamente la statua di Vittorio Emanuele e i simboli delle vittorie in un museo. Il progetto sarebbe stato completato dalla demolizione di consistenti parti per ridare in parte alla strada la prospettiva che si aveva prima della costruzione del monumento [Tobia 1998, 111 123].

Il progetto invasivo non venne realizzato e al contrario nei primi anni ottanta incominciò un’estesa campagna di indagine e rilevamento delle lesioni delle murature e dei problemi derivanti dal dissesto del terreno. Per più di venti anni il Vittoriano rimase una sorta di involucro vuoto, i cui notevoli spazi interni restarono inutilizzati ed aperti al pubblico solo per brevi periodi. La mancanza d’utilizzo del complesso portò ad un graduale degrado del complesso nelle strutture interne a cui si unì il deperimento esterno dei preziosi marmi. Fu però soprattutto l’abbandono di parte delle strutture interne a causare i danni maggiori, negli anni ottanta gli impianti erano ormai desueti e le infiltrazioni d’acqua piovana costituivano dei gravi problemi all’agibilità. Secondo Roberto Di Paola fu la sfortuna critica del monumento a causare il suo graduale degrado, in quanto questa aveva determinato il blocco dei fondi che sarebbero invece stati necessari per la manutenzione. Le cerimonie inoltre si erano ridotte con il tempo sempre più a funzioni pubbliche sull’Altare della Patria e sulla tomba del milite ignoto, il complesso veniva così valorizzato solo all’esterno mentre l’interno era lasciato al degrado [Di Paola 1986, 119 168].

Un film del 1987, Il ventre dell'architetto di Peter Greenway, mostra la strana situazione del Vittoriano, una sorta di palco su un teatro bellissimo, Roma con i suoi capolavori, e allo stesso tempo un edificio dileggiato definito dalla popolazione cittadina “macchina da scrivere” o “torta nuziale”[1].

La difficile sorte del Vittoriano è però legata anche a cambiamenti in atto nel settore turistico e nel turismo della memoria, infatti dopo il conflitto il pellegrinaggio verso i luoghi di guerra è continuato ma solo in misura minore rispetto al passato. Alla retorica del fascismo si sostituì la celebrazione della neonata democrazia repubblicana con una spinta evocativa decisamente meno forte, ma soprattutto furono il boom economico e la nuova società dei consumi a cambiare completamente le modalità e le finalità del viaggio degli italiani[2].

Nella storia del turismo il secondo dopoguerra è infatti conosciuto come il periodo del turismo di massa. La lunga fase di pace conosciuta per decenni dopo il conflitto, unita al periodo di intenso sviluppo, noto come “miracolo economico”, portarono ad una rivoluzione nei settori produttivi e negli stessi consumi delle famiglie, che di riflesso si sentirono nel comparto turistico. Ne derivò un generale aumento nelle possibilità di spesa per la classe media che favorì anche l’introduzione di un modello “americano” nello stile di vita e nei consumi. I progressi nel settore dei trasporti resero, inoltre, più facili e più economici i viaggi, allargando così alla massa la possibilità di usufruire di servizi turistici che prima erano principalmente per l’élite [Maggi 2005].

Il turismo ha assunto così dopo la guerra un carattere di massa anche nell’organizzazione, fortemente influenzata dal Fordismo, e che s’è orientata verso l’offerta di servizi standardizzati. Si sono imposti così, proprio perché alla portata di tutti, modelli di turismo semplici da consumarsi nelle spiagge, nelle montagne e nelle città d’arte. Anche in queste ultime si impose il turismo di massa, l’effetto fu così che i grandi monumenti e i grandi musei furono presi d’assalto poiché considerati prodotti di massa, mentre altre forme di turismo culturale di nicchia restarono più ai margini. Oltre ad un cambiamento economico nell’epoca del turismo di massa si è verificato un mutamento sociale molto importante. La vacanza era diventata infatti uno dei riti di riferimento della società occidentale, e non partecipare al rito vacanziero ne avrebbe segnato l’esclusione [Morin1962; Boorstin 1964; Enzensberger 1965; Barthes 1972; Turner, Ash 1975].

Ai cambiamenti dell’economia e della società c’è da aggiungere come la nuova società industriale del dopoguerra, nel riconoscere il diritto al tempo libero e alle ferie pagate, ha sancito tra le conquiste più rilevanti proprio la possibilità di concedersi un periodo di vacanza e la libertà di viaggiare per i più diversi scopi individuali. Al di là delle visioni negative di sociologi e intellettuali del periodo è soltanto con l’epoca del turismo di massa che le vacanze sono diventate un diritto di tutti [Paloscia 2004, 16; Novelli 2006, 243 257; Swarbrooke, Horner, 2007].

Il Vittoriano oggi

La riapertura del Vittoriano al pubblico coincide anche con la fine dell'epoca del turismo di massa e con l'entrata in un nuovo periodo decisamente più complesso. Nel novembre del 1997 si fece il primo passo, in quell’occasione il comune di Roma, in collaborazione con l’Enel, riportò il monumento letteralmente sotto i riflettori, predisponendo un sistema di 390 corpi illuminanti disposti su vari livelli che davano al complesso tonalità di luci differenti. L’accensione avvenne alla presenza dell’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli e del presidente dell’Enel Chicco Testa. Nello stesso anno inoltre fu completata la riapertura graduale del Museo del Risorgimento, aperto nel 1970 e chiuso già nel 1979 a causa dell’inagibilità dei locali.

Intanto, a partire dagli anni novanta, il turismo e le istituzioni museali hanno cominciato un processo di modifica ancora in corso, scaturito per diverse ragioni. Dal punto di vista culturale il turista odierno è giunto ad una maggiore personalizzazione del gusto, frutto dell’aumentato livello d’istruzione della popolazione. Il turista odierno, o turista post moderno come viene definito soprattutto dalla letteratura sociologica, fa più viaggi rispetto al passato ma va anche alla ricerca di attrattive meno semplici e meno standardizzate [Harvey 1993, 395 437]. Ne deriva perciò che il turista post moderno visita anche luoghi non tipicamente turistici, ma che possono rientrare per vari motivi nel suo interesse, e che apprezza anche elementi culturali meno scontati come le tradizioni e il patrimonio eno gastronomico [Gatti, Romana Puggelli 2004, 59 60; Novelli 2005, 63 65; O’Dell 2005, 11 33; Noy 2007, 349 370]. Dal punto di vista economico le nuove realtà lavorative e contrattuali hanno frantumato il periodo delle ferie così da rompere il modello di vacanza lunga e stanziale che prima si svolgeva quasi esclusivamente nel periodo estivo. Negli ultimi anni la vacanza è diventata short break, cioè fatta da più periodi brevi nel corso dell’anno e sul fronte tecnologico internet ha modificato radicalmente le abitudini dei turisti [Morgan, Pritchard, 2000, 3 22; Traclò, Tortorella 2007, 27 32; Cattaneo 2008, 91 113; Lavarini 2009,61 65].

Tra i risultati principali delle ultime tendenze del turismo c’è la nuova concezione del luogo turistico. Questo infatti non è più un concetto oggettivamente univoco ma soggettivamente complesso. In parole povere una stessa località o attrattiva può essere concepita in chiave turistica in modi diversi anche contemporaneamente. In termini di offerta viene fuori che un unico luogo turistico può essere interessato, per venire incontro a gusti differenti, da più servizi offerti che valorizzino vari aspetti della località [Timothy, Boyd 2003, 2 6; Bagnoli 2006, 10 15; Betton 2006, 19 24].

I più recenti cambiamenti nella società e nel turismo hanno avuto un effetto innovatore anche nella fisionomia delle istituzioni museali. Da un lato i grandi complessi espositivi stanno acquisendo sempre più un modo di operare impostato su una maggiore funzionalità organizzativa ed efficienza economica, dall’altro i musei sono diventati degli strumenti per modificare, in maniera anche importante, l’offerta di una località, trasformandone anche le possibilità turistiche. L’esempio più lampante è il museo Guggenheim di Bilbao, inaugurato negli anni Novanta e progettato dal grande architetto canadese Frank Gerhy. Questo è diventato il punto di riferimento di tutta una regione e la principale attrazione turistica di una città che sino ad allora era stata considerata principalmente come una città industriale [Vidarte 2000, 87 96].

Il concetto di patrimonio culturale adesso dominante è inoltre in gran parte svincolato da considerazioni estetiche e connesso piuttosto ad aspetti di carattere sociale. Tutto ciò ha portato alla nascita di nuovi tipi di museo capaci di mettere in relazione tra loro tanti aspetti e reperti diversi, anche di vita quotidiana, spesso legati al territorio. In realtà molto dinamiche sono nate nuove tipologie di musei, spesso molto piccoli, legati al territorio e alle culture locali: è questo il caso dei Musei del lavoro in Svezia. Negli anni Novanta sono infatti nate nel paese scandinavo oltre 1300 raccolte ed esposizioni di questo tipo, in genere di minime dimensioni, che hanno generato un numero enorme di visite, ma anche una forte mobilitazione di volontari. Negli Stati Uniti il fenomeno ha invece avuto come risultato l’arricchimento dell’offerta museale di nuove categorie di strutture, di dimensioni maggiori rispetto a quelle svedesi e con una forte componente tecnologica. Il caso più particolare su tutti è quello del Creation Museum, nato nel 2007 nello stato del Kentucky, e dedicato con grande disponibilità di tecnologie e scenografie a sostenere la versione biblica della nascita della vita [Maggi 2009, 30 34].

Un caso molto interessante diffuso sia in Europa che oltreoceano è quello dei musei dell’emigrazione. Questi sono stati realizzati sia in luoghi simbolo delle principali destinazioni dell’emigrazione, come Ellis Island a New York e il molo 21 di Halifax in Canada, ma anche in territori coinvolti fortemente dal fenomeno delle partenze verso terre straniere, come l'Italia[3]. Oltre ai musei sull’emigrazione, in Italia il nuovo concetto di patrimonio culturale ha spinto nella direzione di creare negli ultimi anni innumerevoli musei nell’area etno antropologica [Togni, Forni, Pisani 1997; Forni 1999, 47 52].

In base alle nuove tendenze del turismo museale internazionale, il Vittoriano ha subito negli ultimi anni una graduale riconversione. Come s’è detto, è dalla fine degli anni novanta che è in atto un processo di rivalutazione del monumento romano. Questo si è espresso inizialmente con il miglioramento dell’immagine esterna, e successivamente con la trasformazione dei grandi locali interni. La riapertura del museo del Risorgimento, avvenuta nel 2001, è stato in tal senso il primo passo. Il museo del Risorgimento costituisce oggi un percorso espositivo legato alle tappe fondamentali della storia d’Italia dalla seconda metà del Settecento sino alla fine della Grande guerra. Soltanto dal 2006 il museo ha iniziato a contare gli ingressi, questi, che abbiamo raccolto nella tabella 1, mettono comunque in luce numeri importanti rappresentativi del successo dell’iniziativa. Il calo nel numero di visitatori tra il 2008 e il 2009 risulta motivato da importanti lavori di restauro e pulizia di parte del complesso del Vittoriano[4].

Tabella 1. Visitatori del Museo Centrale del Risorgimento (2006 2009)

Anno Numero ingressi
2006 850.000
2007 880.000
2008 810.000
2009 641.625

Fonte: statistiche del Museo Centrale del Risorgimento

Sempre a partire dagli stessi anni il Complesso è diventato sede di importanti esposizioni gestite dalla società privata Comunicare Organizzando. Nelle diverse sale del museo del Vittoriano le mostre d’arte si alternano a esposizioni storico celebrative, a volte riguardanti personaggi italiani popolari (tra i più recenti Eleonora Duse e Fausto Coppi)[5].

L’ultimo tassello posto per la rivalutazione complessiva del Vittoriano è stato costituito nel 2007 dalla decisione statale di porre al suo interno, nelle sale un tempo occupate dalla gipsoteca, il Museo nazionale dell’emigrazione italiana. Come s’è detto quello dell’emigrazione è un tema che ha condizionato negli ultimi tempi in maniera importante i musei locali italiani. La decisione di costituirne uno nazionale in un luogo così importante per la storia italiana è legata ad una generale rivalutazione dell’emigrazione come tema costitutivo del senso patriottico. Tra gli scopi principali del museo vi è infatti la possibilità di approfondire la tematica dell’esperienza migratoria attraverso i vari percorsi dalle realtà regionali fino alle terre di arrivo. Il museo inoltre dovrebbe realizzare in pieno il collegamento in rete tra i vari musei dell’emigrazione esistenti in Italia e all’estero, creando la possibilità per i visitatori di consultare le banche dati esistenti presso le diverse strutture[6]. Il Vittoriano costituisce così un complesso museale di grande rilievo con un’offerta variegata e che risulta di successo nell’odierno contesto. Le grandi mostre evento, la più recente riguarda Van Gogh, che attirano migliaia di visitatori fanno certamente da traino ai musei istituzionali presenti nello stesso complesso. Allo stesso tempo il museo del Risorgimento e quello sull’emigrazione, grazie al rinnovamento nelle forme e nei contenuti, possono vivere di vita propria.

Il cambiamento nella fruizione del Vittoriano e nella sua fortuna agli occhi dei romani e dei turisti è testimoniato soprattutto dalle guide turistiche. Nelle guide del dopoguerra il monumento viene in parte ignorato oppure viene considerato soltanto come il contenitore per i più famosi Altare della Patria e Tomba del milite ignoto. Il volume guida di Livio Apolloni del 1964, che già nel titolo (Roma, Roma, Roma scritto in tre differenti caratteri) esalta la presenza di tre diverse versioni della città eterna, quella antica, quella papalina e la capitale d'Italia, tralascia completamente la presenza del Vittoriano preferendo al contrario ricordare tra i monumenti più recenti la stazione Termini, l'orologio ad acqua del Pincio e persino l'ippodromo di Capannelle [Apolloni1964]. Nella guida del Touring Club Italiano del 1977 la presenza del Vittoriano non può essere ignorata, ed infatti ne viene data una dettagliata descrizione di tutte le sue parti, ma nelle parole del redattore si legge chiaramente quanto poca fosse la fortuna del grande monumento.

Il calcare di Botticino (Brescia) usato nella costruzione, di un bianco freddo e abbagliante, non si armonizza con la tinta calda e dorata del travertino, la pietra dominante a Roma; né il monumento, malgrado l'ispirazione classica della sua architettura, riesce ad ambientarsi nella scenografia delle più antiche costruzioni e delle rovine circostanti.[7]

Nella guida del Touring del 1999 il giudizio negativo sul Vittoriano è in parte attenuato ma il giudizio storico resta severo soprattutto sulle demolizioni compiute per fare spazio alla sua gigantesca mole.

Il giudizio odierno è meno ostile di un tempo riguardo al fatto artistico in sé, inquadrato e compreso nel suo momento storico e culturale, ma non può prescindere dalla considerazione che il monumento è stato la causa diretta e indiretta della cancellazione o dello sconvolgimento di una parte rilevante della città papale. [8]

Ancora nel 2000, anno del Giubileo e quindi fondamentale per il turismo a Roma, la guida Edt (quella che era la versione italiana della Lonely Planet) così presentava il Vittoriano.

Spesso indicato con diversi soprannomi, per esempio macchina da scrivere, (il Vittoriano, ndr.) celebra l'unificazione del paese. É chiamato anche Altare della Patria e racchiude la tomba del milite ignoto. Molti ritenendo che questo monumento in marmo bianco contrasti eccessivamente con i palazzi circostanti, ne hanno già chiesto la demolizione [Gillman et al. 2000, 71].

Nessun cenno viene ancora fatto sui lavori in corso per il recupero del monumento e sulle possibilità riguardanti la sua valutazione. Già però una manciata di anni dopo nelle guide si può leggere una sorta di riabilitazione del Vittoriano. Anche se i giudizi estetici restano tutto sommato severi, si inizia a sottolineare come il monumento dopo anni di chiusura e degrado fosse tornato ad avere una funzione turistica. Nel 2005 la Rough Guide così ne parla.

Inaccessibile ai visitatori per anni, il Vittoriano è oggi fruibile dalla cittadinanza. Vale però la pena inerpicarsi sulle vaste terrazze e percorrere le rampe di scale che, fino ad alcuni anni fa, era possibile ammirare solo dalla strada.[Dunford 2005, 21].

La Rough Guide segnala e consiglia la visita esterna al monumento, mentre al contrario sconsiglia in maniera netta l'entrata nei musei interni.

Il monumento offre diverse attrattive che consigliamo di visitare, forse, solo in caso di pioggia: un ampio e noioso Museo del Risorgimento, una collezione di stendardi militari, una libreria e mostre temporanee di vario genere, allestite regolarmente nelle rimbombanti sale interne [Dunford 2005, 21].

Nel 2006 la collana di guide Tracce edita dal Touring Club riabilita in senso pieno il Vittoriano sottolineando finalmente la presenza del Museo del Risorgimento e del Museo Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate, in passato spesso tralasciati, e dello spazio espositivo per le mostre temporanee di arte. Curiosamente nell'introduzione al complesso viene fatto sparire il giudizio storico negativo sulle demolizioni fatte per fare posto al cantiere di Sacconi e che era presente nella guida del 1999.

Negli ultimi anni il tradizionale giudizio assai severo circa la sua bruttezza si è in parte mitigato, se non altro perché da questo spazio, divenuto finalmente accessibile, è possibile godere di una delle migliori viste su Roma. (…) Camminando verso via dei Fori Imperiali si accede al Museo centrale del Risorgimento italiano, ospitato in un grande spazio sotterraneo e suggestivo. (…) Accanto al museo si trova oggi uno spazio per mostre temporanee, con una programmazione sui grandi artisti del XX secolo[9].

Infine la più recente delle Lonely Planet dedicata a Roma dà una versione aggiornata del giudizio sul Vittoriano eliminando i giudizi negativi estetici e storici esaltando la sua posizione al centro della Roma antica e la sua funzione espositiva.

Il Vittoriano, ovvero l'Altare della Patria, è indubbiamente una struttura architettonica di notevole impatto, dalla cui terrazza si gode il miglior panorama della città. Si può odiarlo o amarlo, ma di certo non si può ignorarlo: è il Vittoriano, quella montagna di marmo bianco che domina Piazza Venezia.(...) Qualunque cosa pensiate della “macchina da scrivere”, una cosa è innegabile: la vista a 360° gradi dalla terrazza in cima è francamente stupefacente, specialmente di sera, quando l'intera città è illuminata ai vostri piedi [Garwood, Hole 2008, 94 95].

Conclusioni

É possibile a questo punto riassumere i cento anni di vita del Vittoriano nelle fasi della storia del turismo italiano. La prima fase (1911 1945) è quella del turismo d’élite, in questi anni il turismo non ha ancora raggiunto le masse anche se nei decenni precedenti alla guerra iniziano a comparire alcuni fenomeni di massa, sviluppati a pieno solo nel secondo dopoguerra. In questo contesto le visite nei luoghi della memoria costituivano invece un’esperienza per le masse ed è certo che queste costituirono un primo passo verso l’organizzazione del tempo libero che si verificò in pieno durante il fascismo. In questo periodo il Vittoriano funzionò quindi a pieno come simbolo dei neonati culti nazionali. La seconda fase (1945 anni novanta) è quella in cui il turismo è diventato di massa e quindi un prodotto da consumare alla portata di tutti. I luoghi della memoria perdono così la loro valenza di aggregazione per le masse e rientrano in un contesto più di nicchia, il Vittoriano in questa fase vive così una sostanziale decadenza. La terza ed attuale fase è quella del turismo post moderno in cui la cultura di nicchia è stata rivalutata. Il Vittoriano è ritornato quindi in auge ma in una veste nuova, come un luogo con più significati e accessibile in vario modo. Da un lato è ancora uno dei simboli dell’Unità italiana ma in una forma rinnovata, più moderna, dall’altro sfrutta la sua posizione e struttura come luogo di richiamo per mostre d’arte di grandissimo interesse. Con entrambe queste valenze oggi il Vittoriano, dopo cento anni di storia, è una delle attrazioni turistiche più importanti di Roma.

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Note

[1] Il ventre dell'architetto (titolo originale The Belly of an Architect), 1987 film di Peter Greenaway.

[2] Sul turismo nei luoghi della Seconda guerra mondiale si veda come esempio il volume Emilia Romagna. Itinerari nei luoghi della memoria 1943 1945, Milano: Touring Club, 2005.

[3] Vedi il numero monografico curato da L. Prencipe di «Studi Emigrazione», XLIX/167, 2007.

[4] Si ringrazia per i dati sugli ingressi il Museo Centrale del Risorgimento ed in particolare il dottor Emanuele Martinez, responsabile relazioni esterne e dell’ufficio stampa. Dal 2001 al 2005 non sono stati contati gli ingressi al museo, quindi gli unici disponibili sono quelli dal 2006.

[6] Atto costitutivo del Museo nazionale dell’emigrazione italiana in http://www.
museonazionaleemigrazione.it/
museo.php?id=1

[7] Guida d'Italia. Roma e dintorni, Touring Club Italiano, Milano 1977, p. 75.

[8] Guida d'Italia. Roma, Touring Club Italiano, Milano, 1999, 200 201.

[9] Roma, Touring Club Italiano, Milano, 2006, 69.