Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

Il colpo di stato in Grecia e la Giunta dei Colonnelli. Nodi e interpretazioni storiografiche

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Abstract

Many recent events have awakened international interest towards Greek politics and Greek economy. Greek contemporary history is quite unknown to our country. This is the reason why we chose to consider a fundamental period of Greek history, which is the seven years dictatorship of the colonels. We analyzed some important issues through a survey on Italian and Greek studies that were published during the dictatorship period and the following years. This text shows the results of our research.

Vicende molto recenti ci hanno portato a rivolgere lo sguardo verso la Grecia, la sua politica e la sua economia, e ci inducono, dopo molto tempo, ad analizzare quella che, parafrasando Palmiro Togliatti, può forse essere vista come una nuova «prospettiva greca» da cui tenersi lontani.

La storia contemporanea di questa nazione non è particolarmente conosciuta nel nostro paese, se si escludono alcune vicende quali la guerra civile e la dittatura dei colonnelli, periodo storico quest’ultimo rievocato di frequente nei servizi televisivi e su giornali greci di diverso orientamento politico, alla ricerca di ciò che potrebbe legare l’oggi ai sette anni della giunta. Ad esempio sul quotidiano «To vima», giornale di area progressista, il 21 aprile 2010 Antonis Karakousis scriveva un articolo intitolato Allora con i carri armati ora con il Fmi:

43 anni fa i colonnelli rovesciarono la democrazia e fecero piombare il paese in sette anni di buio. Per una coincidenza in questo triste anniversario per risolvere i gravi problemi del paese, sono iniziati con la comunità europea e con il Fondo monetario internazionale, i peggiori negoziati dal ritorno della democrazia. All’epoca, i colonnelli arrivarono con i carri armati come "i salvatori della nazione" ed ora sono gli uomini in grisaglia dell’istituto di Chicago che arrivano a imporre le loro condizioni, ad abolire la sovranità nazionale e l’autorità politica greca e, di conseguenza, quella di tutta la popolazione. Esagerazioni, si potrebbe dire, non ci sono analogie, ma quando passeranno gli anni ci si ricorderà di questo momento come un giorno di lutto nazionale.

Alla luce di ciò ci pare ancor più interessante prendere in esame, attraverso una ricognizione bibliografica, alcuni nodi rilevanti del colpo di Stato e dei 7 anni di dittatura analizzando anche il riflesso che si ebbe in Italia. Va subito detto che nel nostro Paese l’interesse non fu cospicuo e duraturo: immediatamente dopo il golpe uscirono volumi scritti da giornalisti italiani e da autori greci o di origine greca che vivevano all’estero in cui erano raccontati i prodromi, l’evento e le sue conseguenze, furono poi pubblicati testi di giornalisti italiani, basati su inchieste e su interviste, che seguivano e si affiancavano all’attenzione dedicata dalla stampa periodica alla perdita della democrazia in un paese così vicino all’Italia.

Questo interesse andò scemando per divenire quasi nullo dopo la fine della dittatura, se si escludono le traduzioni di alcuni romanzi di scrittori greci in cui vi sono cenni al periodo della Giunta dei colonnelli, quali ad esempio Si è suicidato il Che, un giallo di Petros Màrkaris uscito per Bompiani nel 2004 o il romanzo di Alki Zei, La fidanzata di Achille, pubblicato da Crocetti nel 1998. Per quello che riguarda invece la produzione storiografica si deve sottolineare come non siano certo molte le opere in italiano che si occupano della storia greca contemporanea e in particolare di queste vicende. Nella più rilevante la Storia della Grecia moderna dalla caduta dell’impero bizantino a oggi, di Richard Clogg, vengono dedicate 18 pagine (sulle 300 complessive del volume) al periodo 1960-1974. Non mancano accenni alla dittatura in vari testi sugli anni Settanta e sull’estrema destra, soprattutto per rilevare le possibili connessioni fra quei movimenti politici italiani ed il regime ellenico. È quindi interessante rivolgere lo sguardo alle pubblicazioni greche: se si va alla ricerca degli studi sulla Giunta dei colonnelli, si rileva la carenza di analisi approfondite e la prima riflessione che se ne trae è che bisognerà aspettare ancora qualche tempo per avere opere storiografiche rilevanti, visto che solo ora si stanno affrontando sistematicamente i temi legati alla Resistenza e alla guerra civile (1940-1949).

Sul nodo della dittatura sono stati pubblicati nel corso degli anni alcuni volumi scritti per lo più da giornalisti e sociologi. Ad esempio il giornalista Tasos Vournas (1913-1990) nella sua amplissima Storia della Grecia moderna e contemporanea ha dedicato il sesto volume, dal titolo 1967-1974 Giunta e dossier Cipro, a questi eventi sottolineando, fin dal titolo, lo stretto legame fra la storia della dittatura e le vicende cipriote, vicende che non è possibile trattare in questo contesto. Vournas fu anche un testimone, un protagonista della resistenza alla dittatura, come lo furono molti degli autori che si sono occupati di questi temi. Fra questi qualcuno si propone di ricostruire la propria esperienza allo scopo di «ristabilire la verità storica», Come scrive Vassilis Filia [2000] oppure raccontano le loro esperienze come Eleni Blaxou editrice del giornale «Kathimerini», anche alla luce di un produzione di volumi che hanno l’intento di giustificare ed esaltare la Giunta dei colonnelli.

Immediatamente dopo il 1974, nei primi anni dopo la caduta della Giunta dei colonnelli, si ebbe in Grecia una discreta produzione di volumi di testimonianze, scritti da protagonisti della resistenza e del movimento studentesco con una particolare attenzione alle vicende del politecnico del novembre 1973. Testi pubblicati per «non dimenticare», volumi che, in un certo senso, si possono affiancare a quelli usciti durante la dittatura in Italia: memorie e racconti di denuncia in entrambi i casi. Scritti per tenere desta, all’estero, l’attenzione durante la dittatura e per tenerla viva, in Grecia, al ritorno della democrazia.

Il golpe

Il 21 aprile 1967, a poco più di un mese dalla data delle elezioni politiche, la popolazione greca, accendendo la radio, si accorse che tutte le emittenti erano mute mentre dalla stazione dell’esercito venivano trasmesse marce militari. I telefoni erano stati isolati per molte ore e al centro della capitale si vedevano muovere i carri armati.

Già nella tarda serata precedente erano avvenuti strani movimenti, c’era la sensazione che qualcosa potesse accadere; lo ricorda in una intervista la cantante Marisa Koch raccontando come alla fine di una serata passata con amici Mikis Theodorakis avesse raccomandato di fare attenzione e di rincasare al più presto tenendosi pronti ad ogni evenienza.

Fino alle 2 di quel mattino Atene era ancora una città libera, ricorda Eleni Vlaxou editore del quotidiano «Kathimerini», alle tre la situazione era completamente cambiata: i carri armati avevano occupato il cuore della città ed erano davanti al parlamento e ai ministeri

Dalle 6:25 vennero messi in onda dal canale radiofonico dell’esercito secchi comunicati.

«Qui stazione radio delle forze armate greche. A causa della drammatica situazione che si è creata, da mezzanotte l’esercito ha assunto il governo del paese. Seguirà un comunicato del comandante dell’esercito». Poco tempo dopo un altro comunicato informava i greci che: «secondo l’articolo 91 della Costituzione e dopo suggerimento del governo sospendiamo gli articoli 6, 8, 10, 12, 14, 18, 20, 95 e 98 della Costituzione a causa della minaccia alla sicurezza dei cittadini e della nazione che proviene dall’estero. Firmato Costantino re dei greci. Il presidente e i membri del Consiglio dei ministri» [Vlaxou 2008, 18-32].

Iniziava così la dittatura.

Due giorni dopo Gheorghios Papadopoulos illustrava alla stampa e alle televisioni straniere la situazione:

Il Paese era caduto in una profonda crisi. Io cercavo una soluzione perché la politica era in un vicolo cieco. I greci per la loro storia non sono vicini al comunismo, perché il comunismo non ha nessuna cosa in comune con la tradizione cristiana che è sempre stata alla base dell’educazione dei greci. In questa situazione l’esercito nazionale e le forze armate del paese erano l’unica forza neutrale che poteva scendere in campo mentre i greci si stavano aspramente contrapponendo gli uni agli altri. Questa forza ha creduto opportuno intervenire sentendosi in dovere di fermare la corsa del Paese verso il precipizio 1.

Papadopoulos giustificò il golpe in nome del pericolo comunista in un paese in cui il partito comunista era fuorilegge: secondo le aberranti valutazioni dei colonnelli, così come ci illustra Mathiopulos [1968, 14], almeno il 90% della popolazione greca poteva essere definita comunista 2. La lacerante guerra civile terminata nel 1949 aveva lasciato profonde spaccature, erano state varate leggi speciali, divenute ordinarie e ancora negli anni Sessanta, prima del colpo di Stato, per poter avere un posto di lavoro si doveva essere in possesso di un certificato di affidabilità politica:

nel periodo che va dalla fine della guerra civile alla dittatura del 1967, i diritti politici furono garantiti. Tuttavia, una parte della popolazione ne era esclusa secondo leggi conosciute come para-costituzionali che furono aggiunte a integrazione della Costituzione. È in questo modo che i cittadini considerati appartenenti alla Sinistra furono arrestati, esiliati e fu impedito loro il libero esercizio dei diritti politici. La popolazione esclusa dai diritti politici venne considerata come esclusa tout court dalla comunità nazionale [Liakos, 2002, 68-69].

In questo contesto l’esercito aveva poteri molto larghi e controllava in modo stretto e rigoroso i paesi posti ai confini, le forze armate avevano una stazione radiofonica attraverso la quale facevano azione di propaganda.

Non si deve dimenticare che la democrazia in Grecia aveva avuto una storia travagliata, dopo la liberazione dal dominio turco si erano infatti alternate governi democratici, sovrani più o meno illuminati e dittature come quelle del generale Ioannis Metaxas nel 1936.

Negli anni Sessanta la Grecia viveva un periodo di mutamenti sociali, economici e politici: un partito come l’Eda (sinistra democratica greca), guidato da Grigoris Lambrakis ucciso da neofascisti nel 1963, e in cui militavano comunisti, socialisti e giovani di sinistra stava introducendo nuovi temi e nuovi modi di fare politica 3. Questo partito, che pur appoggiò un governo Papandreou, veniva tacciato di essere l’aspetto legale di un partito comunista illegale e di essere di estrema sinistra. Il partito comunista, in realtà, aveva la sua dirigenza all’estero e non si riconosceva nell’Eda, anche se suoi militanti erano presenti in questa organizzazione.

La vittoria elettorale dell’Unione di centro guidata da Gheorghios Papandreou, nel 1964, aveva portato ad alcune, seppur timide, riforme, quali quella della scuola pensata «per dare al popolo l’educazione che serve e che si merita» come sosteneva il ministro dell’istruzione Loukàs Akritas [Evaggelopoulos 1987, 28], una riduzione del potere dell’esercito, un allentamento delle misure repressive ed un atto di clemenza nei confronti degli uomini e delle donne ancora in carcere dopo la guerra civile: 430 i detenuti politici liberati e 120 i condannati a morte, all’ergastolo o a 20 anni di reclusione che ottennero una riduzione della pena [Ploritis 1970, 115]. La mancata adesione del governo Papandreou al piano statunitense per Cipro, poi, non fece altro che rendere sempre più inviso alla destra, al re e agli Stati Uniti il governo e il suo primo ministro.

Forze politiche e militari misero in atto numerosi tentativi di screditare il partito e il governo, accreditando al tempo stesso le presunte, e inesistenti, simpatie comuniste del liberale Papandreou. Ad esempio fu denunciata l’esistenza di un complotto «di sinistra» all’interno dell’esercito. Il piano, denominato Aspida (scudo), era attribuito al figlio di Papandreou, Andreas e, come accertò la magistratura, era stato ordito da «un potere parallelo per screditare i suoi avversari sia militari sia civili». Il 15 luglio 1965 il re esautorò, con un atto anticostituzionale, il primo ministro eletto Gheorghios Papandreou, provocando forti proteste popolari. Pare accertato che lo stesso Costantino stesse per organizzare un vero e proprio colpo di stato.

«Le Monde» nel 1967 sottolineava come in Grecia vi fosse una crisi delle istituzioni che erano simbolo del Paese stesso. La monarchia era accusata di falsare la vita politica, la Chiesa, da sempre considerata base spirituale e istituzione identitaria, era indebolita da lotte interne, la magistratura attaccata in parlamento. La vita sociale era segnata da una crisi economica, da proteste sindacali per la disoccupazione e per le difficili condizioni di vita della popolazione. A questo si affiancava un modo aggressivo di fare politica, un elevato tasso di corruzione e un re che aveva difficoltà a gestire la vita politico-istituzionale del paese.

La situazione politica greca alla vigilia del golpe non poteva quindi certamente essere definita stabile.

Le manovre del re, e in seguito la dittatura, interrompevano un tentativo di sviluppo e di modernizzazione, cominciato all’inizio del decennio, che si era scontrato con difficoltà causate dal sistema politico, dalle condizioni economiche e dalle forti resistenze dei militari e delle forze conservatrici. In questo contesto i colonnelli si ponevano come la soluzione ad una situazione di crisi e di confusione in nome della tradizione e dell’anticomunismo.

Grecia e Italia: una vicinanza solo geografica?

Sfogliando i giornali italiani dei giorni immediatamente successivi al colpo di stato, la prima cosa che salta agli occhi è l’accostamento, seppur a volte solo di impaginazione, dei titoli che riguardano la situazione greca con quelli che fanno riferimento allo scandalo dei fascicoli del Sifar e al "Piano Solo", eventi del 1964 che solo nel 1967 vennero alla luce grazie all’impegno del Senatore Parri e di giornalisti come Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari, entrambi de «L'Espresso», che per primi scoprirono e rivelarono all'opinione pubblica italiana i progetti golpisti del Generale De Lorenzo. Qualche anno dopo, nei testi relativi alle vicende greche scritti da De Jaco 4 e Minuzzo 5, usciti nel 1970, sono sottolineate ed analizzate le possibili similitudini fra il golpe greco e la situazione italiana, attraverso il confronto fra il piano che hanno portato alla dittatura al "Piano Solo". In effetti, come riportato in quasi tutti i testi consultati e come si poteva anche leggere sul «New York Times» il 3 maggio 1967 [De Jaco 1970, 23], i colonnelli presero il potere utilizzando il piano Prometeo, un piano comune ai paesi della Nato, ufficialmente difensivo, pronto a scattare in caso di invasione comunista. Come abbiamo visto, però, in Grecia il piano, ribattezzato per l’occasione Ierax (falco), scattò e il pericolo comunista era solo ed esclusivamente un pretesto per giustificare la presa del potere. Lo stesso piano Prometeo era alla base del "Piano Solo": ecco quindi uno dei legami forti con la situazione italiana [Ferraresi 1995, 151].

Il piano prevedeva l’istituzione di liste di persone "pericolose": in Grecia queste erano già pronte dal 1949 [Mathiopoulos 1968, 20-21] da quando erano schedati i sospetti comunisti e i cittadini con idee di sinistra; in Italia liste simili vennero scoperte quando, come si diceva, furono rese note le schedature illegali del Sifar.

Nel testo di De Jaco si pone poi molta attenzione sulla presenza in Italia di organizzazioni legate al regime e ai rapporti tra queste e i neofascisti italiani 6, così come si presentano le esperienze degli esuli e degli studenti greci. In quei momenti anche il Movimento Sociale Italiano, in contrasto con le prese di posizione dei partiti di sinistra, non solo riconosceva e condivideva le scelte golpiste dei colonnelli, ma arrivava ad auspicare un destino simile per l’Italia. Lo faceva in diretta televisiva Giorgio Almirante durante la Tribuna politica, il 25 maggio 1970 e lo facevano i militanti, così come ricorda Maurizio Gasparri in una sua intervista rilasciata a Luca Telese, e pubblicata su «Il Giornale», 16 maggio 2009. Nel testo Strage di stato uscito pochi mesi dopo la strage di piazza Fontana un capitolo è proprio dedicato ai legami fra neofascisti italiani e Grecia 7.

Stylianos Pattakos, protagonista del golpe e della giunta assieme a Papadopoulos e Nikolaos Makarezos, affermava in una intervista concessa e pubblicata da Minuzzo [1970, 59]. Nel suo testo: «mi auguro che anche voi, in Italia, riusciate presto a trovare la persona capace di riportare il paese verso l’ordine e la pacificazione interna».

In molti casi, sui giornali e su pubblicazioni venivano espressi timori per la situazione italiana, in un volume di Gian Giacomo Feltrinelli [1969] è la post fazione di Vassilis Vassilikos che sottolinea questo possibile legame fra la situazione italiana e quella greca.

Un altro tema presente in tutti i testi fin qui analizzati è quello delle responsabilità statunitensi nel golpe: si passa da una certezza di presenza della Cia alle spalle dei colonnelli esposta da Sarte [1970, 5-6] e, in momenti successivi, da Andreas Papandreou alle affermazioni di Mario Cervi che escludono categoricamente ogni coinvolgimento dei servizi segreti americani. Con giudizi meno tranchant si esprimono De Jaco e Minuzzo ed anche James Becket che pubblicò nel 1970 con Feltrinelli un testo intitolato Tortura in Grecia in cui scrive nell’introduzione che, nonostante la convinzione dei Greci, non è mai stata provata la partecipazione della Cia all’organizzazione del golpe, mentre, secondo l’autore, è ipotizzabile un impegno del Pentagono e un successivo sostegno economico e politico. Becket non manca di sottolineare il ruolo nel golpe dei servizi segreti greci (Kyp), di cui lo stesso Papadopoulos era stato membro, servizi strettamente legati alla Cia [Becket 1970, 44-50]. Le vicende greche ebbero grande eco in nazioni come l’Italia e la Francia e in tutta Europa, in particolar modo quando nel settembre 1967, su iniziativa dei governi danese, norvegese, svedese e olandese, vennero denunciate alla Commissione europea per i diritti dell’uomo le torture inflitte ai prigionieri politici. I lavori di questa commissione terminarono poi nel novembre 1969 e portarono alla sospensione della Grecia per violazione dei diritti umani durante una seduta dell’Assemblea del Consiglio d’Europa presieduta il 13 dicembre 1969 da Aldo Moro, come lui stesso ricorda nel suo memoriale.

Quale definizione per il regime dei colonnelli

Papadopoulos e la Giunta dei Colonnelli definivano il loro colpo di stato una rivoluzione, mentre su alcune pubblicazioni di movimenti di resistenza si leggeva che il golpe non era sostenuto da nessuna ideologia: diventa quindi interessante vedere, attraverso i testi pubblicati, quale definizione è stata data da chi ha, in vario modo, analizzato quei fatti.

Un paragrafo del testo di Aldo De Jaco viene dedicato proprio a questa ricerca e l’autore si domanda se fosse giusto definire fascismo la dittatura greca. De Jaco molto acutamente pone dapprima l’accento sulle modalità di uso che in quegli egli anni sessanta e settanta aveva assunto questo termine per poi affermare che i colonnelli potevano essere definiti fascisti visto che «per molte e pur valide ragioni il termine "fascista" è diventato con gli anni sinonimo generico di oppressore, violento, totalitario, sciovinista, ecc.». Tuttavia, continua l’autore, se ci riferiamo ad una concreta realtà storica come a quella del ventennio fascista in Italia non possiamo far altro se non rilevare numerose differenze, fra cui l’assenza di un consenso di massa, opinione questa condivisa da Jean Paul Sartre [Sartre 1970, 108]. Secondo Mario Cervi non si può parlare di fascismo visto che il regime non coinvolgeva i giovani se non con l’anticomunismo [Cervi 1968, 60]. Cervi sottovaluta per altro il forte condizionamento che il regime pose in atto nella scuola e la martellante propaganda che i mezzi di comunicazione di massa, radio e televisione in primis, misero in campo anche nelle trasmissioni per ragazzi, ne ho raccolto testimonianza diretta, si esaltava l’operato della giunta.

Stephen Rousseas nel suo testo Grecia contemporanea dalla crisi della democrazia a colpo di stato, alla fuga del re, dedicato ad Andreas Papandreou, afferma invece che si è trattato della «prima dittatura di tipo fascista che si fosse mai vista in Europa dai tempi di Mussolini e di Hitler» [Rousseas 1968, 7].

Minuzzo [1970] propone diverse definizioni: pseudofascismo paternalistico, nasserismo di destra, fascismo aggiornato di tipo militare privo di una ideologia corporativistica; per concludere che la dittatura greca era un fenomeno di sopraffazione estraneo a ogni categoria politica e ideologica e di cui era difficile dare una definizione attraverso esempi storici.

Di regime autoritario parla Gianfranco Pasquino per definire la dittatura dei colonnelli: un governo a netta prevalenza militare che, nonostante «tutte le solite bardature dei regimi autoritari (lotta alla pornografia, censura, manipolazione dei libri di testo, uso dei simboli dell’autorità e, da ultimo, imponenti costruzioni sovrastate dalla fenice, a gloria imperitura del regime) non era riuscito a plasmare una nuova mentalità» [Pasquino 1975, 218].

Nessun dubbio coglieva, invece, la maggior parte degli oppositori greci che, negli anni della dittatura, definivano fascismo, neofascismo e nuovo totalitarismo il regime [Papandreou 1970, 345-349; Stangos 1973, 36-48]. Nei numerosi scritti usciti in Italia fra il 1967 e il 1974 viene evidenziata, fra le caratteristiche principali della dittatura dei colonnelli, la repressione: l’arresto sistematico di chiunque risultasse sospettato, o sospettabile, di avere idee contrarie al regime, la riapertura dei campi di prigionia nelle isole già utilizzati durante e dopo la guerra civile, l’uso sistematico della tortura 8. Amalia Flemming, Kitti Arseni, Alexandros Panagoulis, Mikis Theodorakis e tantissimi altri in vari modi e maniere raccontavano quello che avevano subito o quello di cui erano a conoscenza, descrivendo fatti drammatici e strazianti, per tenere alta l’attenzione mondiale e per sollecitare l’Europa a prendere dei provvedimenti contro il regime. L’unico volume consultato che si discosta su questo tema è quello di Mario Cervi, leggendo questo testo, infatti, ci si può immaginare una dittatura non particolarmente dura, ammesso che possa esistere un ossimoro di questo tipo, grazie alle stesse parole dell’autore.

Detto questo aggiungerei che il terrorismo, la violenza fisica, non mi sembrano le note caratteristiche del nuovo regime greco. Ove si raffronti il suo comportamento a quello medio delle dittature, bisogna riconoscergli, complessivamente una certa morbidezza, che lascia ovviamente il posto ad aspre rappresaglie quando la resistenza si faccia viva con un gesto clamoroso [Cervi 1968, 240].

Su questi temi e sulle possibili definizioni della dittatura dei colonnelli si è riflettuto anche nei volumi usciti in Grecia, che hanno il vantaggio di essere stati elaborati e pubblicati a numerosi anni dalla fine della dittatura. Nel volume collettaneo, La dittatura 1967-1974 Pratiche politiche, ideologia, resistenza edito nel 1999, il giurista Aristovoulos Manesis cerca una possibile definizione della dittatura e sostiene che le differenze con il fascismo siano la mancanza di un diffuso consenso popolare e l’assenza di una vera e propria ideologia sostituita da slogan quali "Ellas Ellinon Christianon" (la Grecia dei greci cristiani) [Athanasatou, Rigos, Seferiadis 1999, 43], proponendo un interpretazione simile a quella già esposta da Sartre e De Jaco. La dittatura era quindi, secondo l’autore, un regime militare. Su una lunghezza d’onda simile Pierre Milza che, raffrontando la giunta greca al regime mussoliniano, trova analogie nel sistema repressivo e nel controllo culturale e mass mediatico ed identifica una differenza essenziale nel mancato coinvolgimento delle masse [Milza 2003 310-312].

Sulla ideologia che era alla base della dittatura ellenica si interrogano anche due testi estremamente differenti fra loro: La dittatura dei colonnelli, di Meletis Meletopoulos [2000] e L’ideologia del 21 aprile di Manos Xatzidakis [2008].

Il primo testo citato è il lavoro di un giovane sociologo uscito nel 1993, e ristampato nella terza edizione nel 2000, in cui l’autore cerca nella guerra civile le radici del colpo di Stato dei colonnelli e identifica nell’anticomunismo e nel nazionalismo a connotazione religiosa due elementi portanti della dittatura. A questo si dovevano aggiungere le indicazioni di uno degli ideologi del governo militare, ovvero Dimitris Tsakounas che teorizzava la sostituzione dei politici, inetti e inadeguati secondo la sua interpretazione, con i militari, proponendo una sorta di nasserismo di estrema destra, definizione questa riportata anche dai testi italiani analizzati, come visto. Secondo Meletopoulos, si può applicare la definizione di fascismo a questa dittatura, o meglio si può riconoscerle un carattere fascista per la presenza di un "capo carismatico", ovvero Papadopoulos che pur essendo affiancato nella gestione del potere da altri militari (Stillyanos Pattakos, Ioannis Ladas, Nicolaos Markezinis, Dimitris Ioannidis) era considerato la figura centrale su ci si incarnava il regime e inoltre per una forte "intromissione" nella vita privata con il tentativo di omologare i pensieri e i comportamenti, con la censura imposta in ogni campo dalla letteratura greca classica a quella moderna alle canzoni, con l’istituzione di cerimonie ed adunate e con l’utilizzo della propaganda. Infine era ben presente il ritorno alle radici di un passato mitizzato, caratteristica anche dei fascismi: ad esempio l’introduzione di katharevousa come lingua obbligatoria nelle scuole, ovvero il greco colto ottocentesco, in sostituzione di dimotkì, la lingua parlata, introdotta nelle scuole dalla riforma di Gheorghios Papandreou [Evaggelopoulos 1987, 30], significava obbligare gli studenti all’uso di un linguaggio desueto e legato ad un passato eroico, quello della liberazione dall’occupazione turca, su cui ricostruire una identità nazionale minata, a giudizio dei colonnelli, dal nemico interno, ovvero dai comunisti, e da una politica inerme e portatrice di caos e insicurezze.

Uno studio serio, documentato ed approfondito quello di Meletopoulos, assai diverso dal secondo testo citato, chiaramente schierato a difesa della dittatura, in cui le 643 pagine, suddivise da capitoli introdotti dall’immagine della fenice simbolo dei colonnelli, si riportano discorsi, scritti, proclami di Papadopulos. A sostegno della necessità del regime, ribadisce le accuse rivolte dai colonnelli ai politici e alla sinistra visti come unici responsabili della catastrofe in cui la Grecia era piombata prima dell’avvento "salvifico" dei militari. Le fotografie riportate nel testo, le stesse utilizzate da opuscoli di propaganda redatti dalla Giunta, hanno la funzione di "mostrare" questa situazione: senza altre informazioni e senza contestualizzazioni queste immagini possono essere definite appunto di "propaganda" come risulta evidente anche dalle foto di Papadopoulos che sono presenti nello spazio ampio che viene a lui dedicato.

La resistenza in Grecia e all’estero

Già nei primi testi pubblicati in Italia, uno dei temi centrali è la reazione e quindi la resistenza opposta al regime. Secondo Mario Cervi non vi fu alcuna resistenza al golpe per le caratteristiche connaturate nel popolo greco, ovvero un popolo dai «costumi arcaici», soprattutto nella periferia, un paese fondamentalmente turco, turchi e albanesi se non per «razza» almeno per cultura, un paese incapace di fare politica e di scegliersi governi democratici.

Di opinione diversa Mathiopoulos che nel suo volume del 1968 [45], sottolinea come «i sentimenti della popolazione andavano dall’aperto sdegno al sarcastico umorismo della disperazione. [I miei collaboratori tedeschi] espressero ripetutamente il loro stupore per il coraggio civico dei cittadini ateniesi, che sarebbe stato difficilmente immaginabile, con le stesse premesse, in una altro paese».

La rapidità del golpe, l’attuazione di un controllo sistematico e capillare del territorio, l’immediato fermo dei principali esponenti politici, l’arresto subitaneo di migliaia di persone e l’appoggio, seppur non entusiastico e tardivo del re, sono alla base della relativa facilità con cui i colonnelli presero il potere. Dopo questa prima fase iniziarono forme di resistenza organizzata, in Grecia e all’estero dove molti esponenti politici erano stati costretti a rifugiarsi per evitare l’arresto. Momenti come il funerale di Gheorghios Papandreou nel 1968, a cui partecipò un milione di persone, o il funerale del premio nobel Seferis, [Viola 2001] furono sfide aperte alla dittatura che portarono ad un inasprimento di controlli e repressione. Una resistenza, seppur a volte divisa al suo interno, formata da uomini e donne di varie idee politiche e diverse estrazioni sociali: operai, studenti e professori in vario modo cercavano di opporsi ad un regime estremamente repressivo.

La resistenza è al centro di numerosi volumi, usciti in Grecia anche e soprattutto negli anniversari della rivolta del Politecnico (17 novembre 1973) o della morte di membri della resistenza, come Alekos Panagoulis. Nel 30° anniversario della sua morte ad esempio, è stato tenuto un incontro gli atti del quale sono usciti nel volume: Alexandros Panagoulis protagonista e bardo della resistenza[Panos et al. 2008].

Molto lungo è l’elenco degli scritti che hanno come tema gli studenti e l’occupazione del politecnico usciti nel 1983, 1993, nel 2003. Fra tutti ricordiamo la raccolta di testimonianze Ek ton isteron (Col senno di poi) [Papachrestos D. 1993] uscita nel 1993 e Politecnico ’73 reportage con la storia, in cui ritroviamo oltre alle testimonianze le schede delle organizzazioni studentesche e alcuni documenti delle stesse. Infine giornali come «Elefterotipia», Quotidiano ateniese di centro sinistra, editano volumi su questi temi. Va ricordato che una data come quella del 17 novembre 1973 continua ad essere sentita e ricordata in Grecia.

I numerosi studenti Greci che affollavano le università europee sono stati attivi protagonisti di una resistenza ritenuta così pericolosa da giustificare in Italia la creazione di una falsa organizzazione studentesca, Esesi, emanazione diretta dei servizi segreti greci con il compito di controllare gli studenti. Questo non impedì l’attivazione di gruppi, partiti che, sovente in collaborazione con le organizzazioni italiane, tenevano viva l’attenzione sui temi greci con pubblicazioni, volantini, manifestazioni.

Qualche testo sta ora uscendo su questi temi: in italiano segnalo il lavoro di Costantinos Paputsis dedicato a Kostas Georgakis, uno studente di Corfù che decise, per protestare contro i colonnelli, di uccidersi con il fuoco in piazza a Genova. In greco, ma riferiti alla resistenza in Italia, vi sono i volumi di Nikos Klitsikas, studente a Napoli durante la dittatura, che si è occupato di raccontare alcuni momenti ed eventi legati al Pak (Panellinio apelefthrtotikò kinima - Movimento di liberazione panellenico). Infine, nel 40° anniversario dell’inizio della dittatura è uscito To imerologio tou Londino (Il diario di Londra) di Maria Karavia, un volume di memorie di una allora studentessa all’estero.

Bibliografia

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Notes

1 Tratto dal documentario di Theodosi Theodosopoulos, Anatomia mias ditactoria (1967-1974). Traduzione di chi scrive. Ringrazio Panajotis Dimitriou per l’aiuto datomi nelle traduzioni, in particolare rispetto ai discorsi e alle dichiarazioni in katharevousa.

2 L’autore, giornalista di origine greca, stava accompagnando una troupe televisiva della Repubblica Federale Tedesca per un rèportage in Grecia quando fu sorpreso dal golpe.

3 Grigoris Lambrakis, medico, fu una figura di grande rilievo nella politica greca. Progressista, si impegnò molto nel sociale. In prima fila nelle manifestazioni per la pace organizzò il 21 aprile 1963 con il movimento pacifista una marcia per la pace da Maratona al centro di Atene.

4 Il giornalista dell’Unità Aldo De Jaco fu arrestato in Grecia per la sua attività.

5 Nerio Minuzzo, firma di «L'Europeo» e collaboratore nella stesura delle sceneggiature di film quali il caso Mattei.

6 Il giudice Guido Salvini, occupandosi dell’ultimo processo sulla strage di piazza Fontana, ha riaffermato l’esistenza di questi legami.

7 Nel 1973 è il film Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli ad esporre, seppur in commedia, questi possibili legami e la minaccia di un colpo di Stato o di una evoluzione autoritaria nella politica italiana.

8 Secondo un rapporto della Cia datato 6 giugno 1967, più di 6.000 erano in quel momento i sospetti comunisti arrestati e più di 2.500 gli internati nei campi di detenzione organizzati nelle isole. Intelligence memorandum, The situation in Greece, 6 giugno 1967, http://www.foia.cia.gov
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/DOC_0000227054.pdf