Storicamente. Laboratorio di storia

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Jean-Loup Amselle, Il Distacco dall’Occidente, Roma, Meltemi, 2009, 252 pp.

“L’Occidente fa acqua da ogni parte, e quando la nave affonda i topi scappano.” (p. 1). È con questo paragrafo polemico che si apre Il distacco dall’Occidente, penultima opera del famoso antropologo e direttore di ricerche dell’ École des Hautes Études en Sciences Sociales. Il libro trae spunto delle cosiddette “sommosse del 93”, una serie di rivolte popolari delle banlieue di grandi città francesi come Parigi, Lille, Marsiglia. Queste rivolte hanno obbligato la sinistra intellettuale francese a confrontarsi con una questione fondamentale : le ideologie di sinistra, con il loro univesalismo e il loro appello alla lotta di liberazione per tutti gli oppressi, possono ancora essere utili all’interno di un mondo sempre più messo alla prova dal “multiculturalismo” e dalle profonde tensioni ad esso legate? La risposta che si dà l’a., che percorre come un filo rosso tutta l’opera, è “sì”. L’obiettivo del libro è quindi duplice: da una parte esplorare i vari pensieri “contestatari” che si sono sviluppati in Europa, America Latina, Africa e Asia, e d’altra parte dimostrarne i limiti, attraverso un’analisi storica e del loro contesto di provenienza.

 Amselle parte dalle critiche interne all’Europa, dedicandovi i primi due capitoli. Il capitolo primo si focalizza sui pensatori più importanti del ‘68 francese, Foucault, Deleuze e Derrida. Mentre in America essi incarnano il pensiero francese stesso, come lo indica il nome che viene loro attribuito, la “French Theory”, in Francia la loro ricezione e la loro eredità sone state più problematiche. Amselle critica duramente il pensiero del ‘68 in quanto precursore della frantumazione dell’universalismo. Egli cerca di dimostrare come questi pensatori, che tanto hanno ispirato gli studi postcoloniali, siano stati in realtà fondamentalmente eurocentrici.

Il terzo capitolo è dedicato al ‘distaccamento ebraico’, e in questa sezione Amselle non solo esplora la risposta all’universalismo occidentale data da alcuni pensatori ebrei francesi, fra cui Benny Lévy, Lévinas e Sartre, ma racconta anche la propria esperienza di ebreo francese, antropologo e africanista, e per questo “subalterno” rispetto all’identità francese dominante. Tuttavia, tale identità ha rappresentato per lui non un ragione per reclamare più diritti, ma un punto di vantaggio da cui stabilire una “comunità di sofferenza”  con i suoi oggetti di ricerca antropologica.

Dal quarto a settimo capitolo, Amselle discute dei pensatori più rilevanti del pensiero dell’alterità in tre aree postcoloniali del mondo: Africa, America Latina e India. Nel quarto capitolo Amselle traccia l’origine e lo sviluppo di uno dei centri intellettuali più importanti del continente africano, il CODESRIA. Fra le varie critiche citiamo qui l’incapacità degli intellettuali africani di creare un solido ed omogeneo ‘paradigma africano’ delle scienze sociali. Nel sesto capitolo Amselle si confronta con i nomi più importanti dei Subaltern Studies indiani, fra cui Chatterjee, Chakrabarty, Spivak e Guha. Anche qui Amselle riassume e critica i punti principali dei loro pensieri. Accusa ad esempio il tentativo di Chakrabarty di “provincializzare l’Europa” come un’operazione che finisce solo per “continentalizzare il pensiero” e denuncia il pericolo di una rivalutazione idilliaca dell’alterità e dell’anti-scienza, che servirebbe la causa di estremismi e intolleranze. Simile è la critica rivolta dall’a. ai pensatori subalternisti dell’America Latina, che egli accusa di avere un ruolo cruciale nella creazione di un’entità immaginaria e sognata, quella dell’ ‘Indigeno d’America’, caratterizzato non tanto o non solo dallo sfruttamento economico, ma soprattutto dalla sua negazione identitaria.

Nel capitolo ottavo, Amselle critica il modo in cui i pensatori postcoloniali si sono appropriati del pensiero di Gramsci. Per Amselle, Gramsci era un marxista che credeva nell’universalismo della lotta di classe, e poco aveva a che fare con il relativismo culturale e il culturalismo di pensatori che se ne sono appropriati.

Questa carrellata polemica si conclude nel capitolo nono, il cui titolo evocativo, “La fattura postcoloniale”, metaforizza forse i ‘conti da pagare’ che il pensiero dell’alterità ha lasciato in Francia. Il capitolo denuncia i vari cedimenti dell’universalismo alla francese, incluse le leggi ad hoc per guadagnarsi il favore delle varie ‘minoranze’, i ‘borbottii’ anti-bianchi, le ‘messe multiculturali’ del Comune di Parigi. Per Amselle, queste sono tutte maniere in cui il progetto universalista del pensiero occidentale, attaccato su tutti i fronti, si trova a dover accettare di auto-negarsi e auto-limitarsi. Mentre le negoziazioni e i compromessi a favore delle minoranze a cui lo Stato francese si è sottoposto possono apparire come aperture verso l’Altro, in realtà non sono che dei cedimenti ad un tipo di pensiero reazionario ed essenzialista, che finisce per essere solo un razzismo all’incontrario.