Storicamente. Laboratorio di storia

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Jean-Claude Maire Vigueur, L'altra Roma. Una storia dei romani all'epoca dei comuni (secoli XII-XIV), Torino, Einaudi, 2011, 487 pp.

L’altra Roma è quella del popolo romano. Delle tante categorie di artigiani e commercianti prevalentemente inquadrati nelle corporazioni di mestiere, ma anche della nobiltà cittadina e dei baroni, dei leader popolari e degli artisti. Sono questi i protagonisti che animano la vicenda messa in scena dall’a. nel suo lavoro, ultimo di una lunga serie di studi sulle strutture sociali e politiche delle città italiane nel periodo comunale (in particolare riguardo la circolazione dei podestà e il rapporto fra aristocrazia cittadina e istituzioni comunali) che lo hanno reso uno dei maggiori esperti di questo ambito di studi.

L’a. ci porta prima di tutto all’interno della cerchia delle mura aureliane, analizzando l’estensione e la densità abitativa di quest’area cittadina caratterizzata da dimensioni uniche nell’Europa medievale. Dopo una visita ai quartieri del Laterano e del Vaticano e una camminata in quella “foresta di torri” che caratterizza la città comunale italiana, usciamo fuori dall’urbs vera e propria per analizzare quell’area, il contado, che deve essere sempre considerata come parte integrante delle città italiane di quest’epoca. Tratto peculiare della campagna romana sarà in questi anni il fenomeno dell’“incasalamento”, ovvero il proliferare dei casali, struttura agraria con cui l’intraprendenza laica si sostituirà alla proprietà ecclesiastica nel controllo del territorio extra-urbano attorno a Roma.

Nei capitoli centrali dell’opera viene trattato il vero oggetto di questo studio, i romani. A cominciare da coloro i quali vivono di lavoro manuale (pescivendoli, macellai, albergatori) e dalle loro forme di associazione (corporazioni di mestiere, “venticinquine”), persino le feste popolari concorrono alla dimostrazione della tesi, sostenuta dall’a., di un processo che porterà il popolo romano, nel XIV secolo, ad avere la capacità «di organizzarsi in maniera autonoma, di dotarsi di un effettivo programma politico, di costruirsi un’identità che lo distingua radicalmente dalle fasce superiori della popolazione romana, che si tratti della nobiltà cittadina o dell’alta nobiltà baronale » (p. 87). Il tema dello sviluppo di un’identità definita, soprattutto in rapporto alle altre realtà della società romana, torna in merito all’analisi della nobiltà cittadina, classe sociale in grado di sfidare il potere papale con il colpo di stato del luglio 1143 (la renovatio senatus che segna la nascita del comune romano) e di egemonizzare la politica cittadina per più di cent’anni, cedendo il passo solo all’avvento del potere dei baroni a metà XIII secolo. Con una certa vis polemica l’a. ribalta diversi “luoghi comuni” diffusi sulla nobiltà romana: lo scontro e la competizione con il papato vengono così a configurarsi come uno stimolo, piuttosto che un intralcio, alla crescita dell’organismo comunale in particolare per quanto riguarda la creazione di un efficiente apparato burocratico. La nobiltà sarebbe poi stata capace (a differenza di quanto spesso sostenuto anche dalla storiografia specializzata) di trasformare Roma in «una delle più grandi piazze commerciali e finanziarie dell’Occidente » (p. 172). Questo prima di essere surclassata da quella che l’a. stesso definisce «un’anomalia tutta romana » (p. 200) ovvero i baroni: gruppo connotato da una forte “coscienza di classe” ma anche dalla tendenza al conflitto interno, favorito dal nepotismo della curia pontificia e desideroso di fondare il proprio prestigio sui valori della cultura cortese attraverso l’assunzione di uno stile di vita tipico delle corti signorili dell’Italia del Nord e della monarchia angioina.

Nel settimo e penultimo capitolo l’a. ci mostra invece come sia mutato il volto di Roma durante il medioevo, tra reimpiego e innovazione, sostenendo l’importanza degli artisti romani tardomedievali, in niente inferiori a quelli fiorentini, e come si sia evoluta la fisionomia cittadina nei secoli successivi, attraverso l’“uragano barocco” e le distruzioni dei governi piemontese prima e fascista poi. L’opera, che si era aperta con il racconto di un viaggiatore medievale, maestro Gregorio, ecclesiastico inglese dei primi del XIII secolo, che di Roma osserva ammirato i monumenti dell’antichità e le vestigia della Roma imperiale, si chiude con il ruolo svolto dal mito di Roma antica durante il medioevo. È questo il tratto caratteristico di gran parte della cittadinanza romana durante il nostro periodo, sia che si propendesse per un’“idea imperiale” esplicitata nel voler partecipare alla nomina dell’imperatore, sia che ci si richiamasse alla repubblica come fecero i fondatori del comune, sia che si oscillasse tra i due “ideali”, come fecero personalità quali Petrarca e Cola di Rienzo.

Opera di sintesi, L’altra Roma segna lo status quaestionis sul periodo comunale romano, tenendo ben presenti tutti gli studi più importanti condotti negli ultimi decenni, da Hubert a Carocci, da Vendittelli a Coste. Allo stesso tempo è però una ricerca altamente innovativa quella che compie l’a. che, attraverso un’attenta disamina di fonti edite ed inedite, riesce, a nostro avviso, a riportare alla sua giusta dimensione la storia del comune romano, di interesse non inferiore a quello suscitato dalle più studiate città del Nord Italia e capace di fornire nuove, feconde suggestioni su tutta la vicenda comunale italiana.