Storicamente. Laboratorio di storia

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M. Jakubowski-Tiessen, H. Lehmann (eds.), Um Himmels Willen. Religion in Katastrophenzeiten

Nell’epoca moderna i religiosi non dovevano soltanto seppellire le vittime delle catastrofi naturali e consolare adeguatamente i sopravvissuti: erano chiamati anche a fornire spiegazioni sulle cause dei disastri - rispondere quindi a domande che oggi vengono poste a scienziati e tecnici.
Il volume in parola (atti di un convegno tenuto nel 2000 al Max-Planck-Institut di Göttingen) tratta le variazioni storiche degli schemi d'interpretazione delle catastrofi naturali, considerando l’interessante intreccio tra le pratiche devote consolatorie o apotropaiche e i comportamenti pragmatici di tipo preventivo. Poiché la catastrofe naturale veniva spiegata, fino a tutto il Settecento, come una punizione divina, gli ecclesiastici erano accreditati a indicare il comportamento da tenere per evitare il pericolo in futuro, e ad interpretare gli eventi prodigiosi e i segnali d'allarme che erano ritenuti precedere l'irosa influenza divina sul corso degli eventi. Se oggi appare scontato il ripetuto invito alla penitenza e ai buoni costumi, non è da sottovalutare l’importanza attribuita dai contemporanei a tali ammonimenti degli ecclesiastici.
I contributi prendono in esame le reazioni di protestanti e cattolici, sia laici che religiosi, di fronte a catastrofi che sconvolgevano la quotidianità. Prevalgono studi che riguardano fonti di lingua tedesca e solo nel primo contributo, H. Dormeier, esaminando le reazioni davanti alla peste, paragona i comportamenti riscontrabili in Italia con quelli di area tedesca, interrogandosi sul ruolo del culto dei santi e in particolare sull'influenza della Riforma sulle pratiche devozionali. Constatata una persistenza, in area protestante, di pratiche cosiddette «superstiziose», Dormeier ipotizza che la mancanza del culto dei santi abbia spinto i protestanti verso altre pratiche magiche (uso di amuleti e di fogli scaramantici), apparentemente ignorando la storiografia italiana che ha dimostrato una forte presenza di queste pratiche anche in Italia. Il prolisso contributo di W. Behringer (120 pp.) promette un panorama sulla storiografia che si è occupata dei periodi di carestia in Europa, proponendo una (fin troppo generica) lista di «dieci comandamenti» ai quali la ricerca sulle crisi dovrebbe attenersi. Gli esempi concreti, che cita invece nella terza parte del suo studio limitati soprattutto al Sud della Germania, sono degni di attenzione e mostrano che una concentrazione sullo studio locale sarebbe stata più proficua. M. Sallmann studia in dettaglio l’introduzione di un giorno di penitenza e preghiera a Basilea nel 1620 di fronte alla minaccia della guerra. Jakubowski-Tiessen tratta l’interpretazione coeva di una terribile mareggiata che nel 1634 rese inabitabile parte della Frisia del Nord provocando un gran numero di morti. Pur disponendo di spiegazioni che ricorrevano a principi naturali, i contemporanei rimandavano comunque all'ira di Dio per l’interpretazione del fenomeno e solo nel 1795 si arriverà ad una spiegazione di tipo secolare. M.L. Allemeyer esamina il fenomeno degli incendi nelle città del nord della Germania nel '600, studiandone resoconti, prediche, memoriali, trattati, fogli volanti, regole cittadine (Brandordnungen) nonché le prime polizze assicurative contro gli incendi. Considera acutamente la pluralità degli schemi interpretativi, insieme alle interpretazioni morali e teologiche, ma anche la professionalizzazione e istituzionalizzazione del soccorso. R. Vermij studia genericamente i tentativi di superare il panico creato dall'esperienza del terremoto mostrando la scarsa influenza esercitata dalle teorie classiche (teoricamente disponibili) rispetto ai passi biblici. Più preciso e molto ben fondato è invece il contributo di U. Löffler che considera non solo i celebri commenti di Voltaire, Kant e Goethe al terremoto di Lisbona, ma sopratutto quelli di alcuni autori protestanti minori. Il volume si conclude con un saggio di A. Gestrich sulle reazioni di fronte alla carestia del 1816. All'inizio dell’Ottocento le spiegazioni erano ormai cambiate, non si parlava più del Dio vendicatore, ma del buon padre che vuol conservare la sua creazione. Mentre la Chiesa abbandonava ormai la prassi dei giorni di penitenza, limitandosi ad organizzare messe di ringraziamento una volta cessata la crisi, i movimenti pietisti, che organizzavano la religiosità popolare - o meglio, rurale - della Germania del Sud, continuavano ad applicare gli schemi devozionali e di penitenza del Sei-Settecento, riprendendone i modelli tradizionali.
Il volume, che attribuisce agli eventi calamitosi un ruolo importante per la religiosità dell'epoca moderna, offre complessivamente un approccio molto interessante nel campo della Krisengeschichte. La ricerca potrebbe fruttuosamente proseguire con un’analisi più approfondita del ruolo dei canali di trasmissione delle notizie delle catastrofi in epoca moderna, nella loro relazione con le leggi del mercato editoriale da un lato, con le attese del pubblico dall'altro.