Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

«Ogni vincolo di umana solidarietà era annientato dalla forza della paura». La paura degli aristocratici nell'impero romano

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Abstract

The aim of this paper is to analyze the fear of high society in Imperial age within the political system as a consequence of the senators' proximity to the Princeps.

Aristocratics' fear could be generated either by the awe of the Princeps' power or by the threat represented by the slaves living in the domus. Representation of aristocrats' fear of the King's power was sometimes used for political outcomes as in case of trials for the so called lèse-majesté. Even though the number of cases which determined fear was not conspicuous, public structures, practices and paradoxes in the principate produced hazardous situations.

Premessa

“Paura” o timore non costituivano, in genere, un elemento strutturale del linguaggio politico romano, al contrario di concetti carichi di significato positivo come libertas, fides o auctoritas.

Ovviamente la lingua latina disponeva di un gran numero di parole sull'argomento. Il termine angor, ad esempio, designava l'ansia da paura per un male imminente, al contrario di quello di anxietas (come pavor) con il quale si intendeva il timore come caratteristica costante. Formido descriveva il più alto livello della paura, quando il corpo è attraversato da brividi e i capelli si rizzano sul capo. Un significato simile hanno il termine trepidatio (manifestazione sensoriale dell'inquietudine corporea, segno della paura) e terror: qualcosa che incute timore all'improvviso, e che si rivela nel pallore del viso, nel tremore del corpo e nel battere dei denti.

Di fronte a ciò il termine metus è più generale ed indica la paura come espressione mentale, il timore che un male lontano possa riguardarci: dunque l'atteggiamento di una persona cauta e preoccupata.

Anche la sollecitudo si riferisce ad un male che incombe da lontano, mentre il termine timor designa, in generale, l'apprensione verso qualcosa [Georges 1910, 117 ss; Thomas 1999].

L'unica eccezione a questa mancanza di evidenze è costituita, a mio parere, tanto dal metus Gallicus [Link articolo Tommaso Gnoli] quanto dal simile metus Punicus (nel contesto della terza guerra punica) [1]. Poche, invece, sono le fonti sulla debole e vaga personificazione divina della paura, Pavor.

Un possibile campo di ricerca è rappresentato dalle reali paure collettive delle comunità cittadine nei confronti delle carestie e del rincaro dei prezzi alimentari, che di frequente si manifestavano in tumulti e agitazioni.

Alcuni studi filologici analizzano il tema della paura in singoli autori antichi. L'argomento occupa ovviamente un ruolo importante nella storiografia, per quanto concerne lo studio sia dei comportamenti collettivi sia di quelli individuali.

Alfred Kneppe, nella sua ampia monografia [1994], parla di una «messinscena emotiva», creata dalla storiografia tragica e, in genere, anche dalla retorica.

In questo contesto la paura è legata soprattutto alla figura del tiranno in un duplice senso: il tiranno semina paura (oderint dum metuant – Accius) ed egli stesso teme cospirazioni. Cicerone, in un interessante passo sulla paura intesa come uno strumento di dominio non adatto a una concezione repubblicana, riporta: «coloro i quali vogliono essere temuti devono temere coloro dai quali vogliono essere temuti» [2].

Kneppe affronta nel suo studio il fenomeno in maniera molto ampia. Identifica come motivo di paura collettiva dal carattere congiunturale nella repubblica romana – accanto al metus Gallicus e metus Punicus – la paura per le guerre intestine. Queste ultime durante l'impero si verificarono nel 68/69 d.C., dopo la morte di Nerone, e nel 193 d.C., dopo l'assassinio di Commodo, quando i pretendenti al trono imperiale marciarono con gli eserciti gli uni contro gli altri e soprattutto l'Italia venne fatta oggetto di devastazioni.

Nelle pagine a seguire vorrei provare a trattare un fenomeno oggetto di interesse anche nel lavoro di Kneppe: la paura degli strati sociali alti in età imperiale, in particolare all'interno del sistema politico, come effetto soprattutto della vicinanza comunicativa del ceto senatorio all'imperatore.

La paura del Princeps

Per prima cosa si deve escludere la paura del Princeps. Grazie alla struttura di base del principato, il suo potere era, infatti, irrevocabile: tale modello di governo, scaturito della guerra civile, si fondava su un'accentuata differenza di potere fra l'imperatore e l'aristocrazia. Il divario non doveva però risultare troppo evidente, dal momento che lo stesso sovrano aveva bisogno per il governo dell'impero, di una consapevole e abile élite al potere. Sia per lui, sia per l'aristocrazia che lo aveva preceduto al potere nel corso di svariati secoli, esistevano forme di legittimazioni tra loro in competizione [Winterling 2009, 123-140] e una crescente dinamica di divaricazione dei rapporti di forza. Nonostante i suoi riconoscimenti divini e la sua politica dinastica, all'imperatore in carica mancava l'indiscussa legittimità della sua posizione. Egli poteva essere sfidato, rovesciato, ucciso. D'altra parte, per sbarazzarsi di lui, non esisteva nessun'altra possibilità, per così dire moderata, se non un'aperta usurpazione o una congiura con attentato. Anche l'imperatore, dunque, doveva strutturalmente temere per il proprio potere e per la propria vita. In che misura queste preoccupazioni potessero trasformarsi in un reale sentimento di paura dipendeva dalla circostanza del momento e dalla personalità del soggetto; non è tuttavia per noi semplice riconoscere tale sentimento, dal momento che, proprio gli imperatori che avevano perduto il potere in maniera violenta, venivano di norma presentati dalla tradizione come tiranni. Allo stigma del tiranno si collegava immediatamente un'intera gamma di emozioni, comportamenti ed azioni, il topos del tiranno, nel quale la paura riveste, come è noto, un ruolo di primo piano.

A seguire, però, non saranno trattati i timori relativi a grandi gruppi sociali, quali la plebs urbana, gli schiavi, i soldati e gli abitanti delle province. Al tempo stesso nel presente contributo sono escluse le condizioni di paura individuale di tipo fisiologico, come, ad esempio, le reazioni determinate da situazioni estreme, in particolare di pericolo di morte. Si tratta in questi contesti di manifestazioni di paura di natura antropologica, difficili da cogliere nelle fonti disponibili, specialmente per uno storico dell'età antica, e non particolarmente interessanti.

Al contrario l'attenzione deve essere rivolta a strutture contingenti adatte a procurare paura, che possono mutare e sulle quali è possibile influire [3]. La paura della fame, ad esempio, nasce dalla precarietà dei rifornimenti alimentari cittadini; il timore per lo scoppio di una guerra civile dall'esperienza di una totale insicurezza e dalla preoccupazione per eccessi di estrema violenza.

Presenta un carattere strutturale anche la paura nei confronti delle punizioni e dell'abbandono divino. In questo ambito i romani hanno notoriamente sviluppato una ricca serie di strumenti per conservare un rapporto favorevole con le divinità – il che non escludeva che in condizioni estreme si potesse giungere anche ad una forma di isteria religiosa, che poteva perfino esprimersi in isolati casi di sacrifici umani, documentati ad esempio per la guerra annibalica [Rosenberger 2003].

In generale è possibile affermare che la paura delle comunità è più facilmente riconoscibile di quella individuale. Per gli storici d'età imperiale come Tacito [4] e Plinio, il metus rappresenta perfino la connotazione di un'intera epoca: i governi di Nerone e Domiziano, infatti, vennero definiti con l'espressione di metus temporum [5]. A questa visione si opponeva il programma imperiale: un proclama di sicurezza, di un mondo libero dalle paure, riconoscibile nella personificazione della Securitas impressa sul rovescio delle monete, documentate di frequente sotto l'impero di Nerone, di Otone e, di nuovo, nel III secolo d.C. [6]

Moneta d'oro dell'imperatore Gallieno (253-268). Divinità femminile: “SECURIT(ati) PERPET(uae)”
Moneta d'oro dell'imperatore Gallieno (253-268). Divinità femminile: “SECURIT(ati) PERPET(uae)”

In generale siamo in grado di percepire le paure collettive soprattutto laddove le situazioni di pericolo risultino documentate in maniera credibile. La presenza di stereotipi nella descrizione di queste reazioni emotive non mette in dubbio la loro esistenza, ma, soprattutto in riferimento alla paura individuale, crea difficoltà nella nostra comprensione sia di particolari tipi di comportamento sia dell'intensità delle emozioni.

Poiché la rappresentazione delle paure reali è stata talvolta utilizzata anche per un effetto politico e puramente scenico, bisogna tenere in considerazione la sua funzione e le possibili correlazioni fra l'effetto voluto e le naturali conseguenze della paura.

La paura del ceto aristocratico

Torniamo ora al punto di partenza, ovvero alla paura del ceto aristocratico. In primo luogo si potrebbe fare riferimento alla breve dissertazione di Dirk Barghop [1994] dal titolo Forum der Angst. Eine historisch-anthropologische Studie zu Verhaltensmustern von Senatoren im Römischen Kaiserreich, ma si resterebbe presto delusi. L'autore tenta di problematizzare e storicizzare il concetto della paura. Questa non sarebbe un fenomeno naturale e costante, che si articola e si sviluppa in maniera diversa a seconda delle epoche, ma piuttosto una competenza antropologica, la capacità di «comunicare in tempo la perdita - effettiva o presunta – dell'equilibrio nella relazione tra l'ambiente esterno e la propria individualità; […] una reazione 'interna' di adattamento» [36].

È impossibile per lo storico stabilire quale sia la natura della paura, dal momento che non è possibile analizzare la paura in sé, ma solo quei discorsi e quelle pratiche che, in particolari condizioni «predispongono alla paura» [39]. Una proprietà della paura è la «virtualità senza volto» [41], ragione per la quale anche le informazioni desumibili dalle fonti coeve contribuiscono solo a descrivere «la vita dei senatori attraverso metafore apocalittiche» [17].

Poiché la paura del ceto senatorio è una realtà così sfuggente per una prospettiva storico-antropologica, si potrebbe delinearne solo un profilo fantasma [206].

Anche se molte delle osservazioni di Barghop sono di grande valore, a me pare fuorviante una simile prospettiva così distante dalle fonti e dal metodo storico, nel quale le prospettive della storia delle idee, sociale e istituzionale, si devono completare a vicenda ed integrarsi con le ricostruzioni della mentalità e delle rappresentazioni discorsive, con costante riferimento alle fonti [7].

Rispetto a queste posizioni sembra più fondato l'ampio studio di Andreas Klingenberg, nel quale sono esaminati i rischi dell'esistenza aristocratica in età imperiale, così come i fattori scatenanti della paura [Klingenberg 2011]. Sui membri del ceto dirigente dell'impero, circa 20.000 individui, incombeva la minaccia della perdita dei beni materiali, dell'integrità morale e giuridica e del consenso del Princeps, fonte di autorità suprema.

Il giudizio dei singoli casi espresso dal Princeps aveva per i diretti interessati un'importanza decisiva; tuttavia i casi di arbitrio e di fallimento da parte dell'imperatore erano rari - e del resto potevano essere spesso rimediati dal suo successore.

Si trattava per lo più di comportamenti individuali sbagliati quali ad esempio lo scarso impegno nella gestione della casata, malgoverno, prodigalità, rovinosa competizione, arricchimento smisurato, condotta pubblicamente inadeguata (come commediante o nei giochi), immoralità, e soprattutto scarsa lealtà e opposizione nei confronti del sovrano.

Tutto questo portava in molti casi ad una perdita della dignitas personale e all'esclusione ufficiale dall'ordo. Ciò non accadeva in maniera automatica. Il più delle volte, dipendeva dalla decisione finale del Princeps sanare gli errori personali con aiuti materiali, con la votazione in senato o con la clemenza del sovrano, per non perdere in futuro un determinato membro della élite e non provocare alcun conflitto con i suoi pari [8].

La paura in sé non rappresenta per l'aristocrazia un'emozione ovvia o una scelta razionale. All'habitus aristocratico appartengono, infatti, l'audacia e la prontezza al rischio (indipendentemente dalle epoche e dalla cultura); inoltre, per esprimerci con le parole di Max Weber: sangue freddo, contegno e capacità di affrontare i problemi [Franzmann 2008]. Sono da intendersi dunque soltanto le aspettative del ruolo, l'educazione, la socializzazione e l'assunzione di responsabilità, che in caso favorevole consentono di regolare e mitigare le reazioni ma non gli effettivi stati d'animo.

Nella comunicazione le emozioni svolgono un ruolo importante, sia nelle orazioni che nelle lettere; alcune di queste sono considerate più o meno sistematicamente perfino nei trattati (emblematico è il caso di Seneca). All'educazione filosofica appartiene la riflessione sulle proprie reazioni e il loro controllo, specialmente per quanto riguarda la paura della morte – pensiamo, ancora nella tarda repubblica, al grande Lucrezio e al suo poema didascalico epicureo De rerum natura.

Il saggio, così Seneca si esprime nel trattato De tranquillitate animi, non dovrebbe procedere passo dopo passo con timore e con grande consapevolezza deve opporsi alla fortuna.

E non ha neppure dove temerla, perché non solo gli schiavi e i possedimenti e la posizione sociale egli include fra le cose revocabili, ma anche il suo corpo e gli occhi e la mano e qualsiasi cosa renda la vita più cara, e persino se stesso, e vive come se fosse stato prestato a se stesso e dovesse poi ridare se stesso a chi ne reclamerà la restituzione, senza angosciarsene. [9].

Un tale precetto filosofico era certamente difficile da mettere in pratica, ma offriva una prospettiva interessante per valutare e distinguere il comportamento da adottare nelle rispettive situazioni.

In generale si deve prestare attenzione anche alla comprensione di certi fatti esteriori. Quando attorno al 1500 Ulrich von Hutten si lamenta perché non poteva muoversi e mostrarsi al di fuori del proprio castello senza essere ben armato e difeso, si tratta di un'espressione di paura o semplicemente un riflesso dello stato di insicurezza che imperava in quel tempo nella Germania tormentata dalle faide?

Quando nel corso del suo consolato Cicerone indossò sotto la toga una corazza ben visibile e prese una guardia del corpo scelta fra i giovani cavalieri, questo atto può essere considerato come un'espressione di paura per una rivolta o per un assassinio, in una Roma senza difese, o come una dimostrazione politica di risolutezza e un'abile suggestione per condannare apertamente Catilina e il suo tradimento?

Quando Augusto in una situazione di precario equilibrio politico giunge in senato con l'armatura, poiché temeva un attentato, possiamo supporre che si sia trattato di una vera e propria paura, ma tale supposizione è dettata forse solo dalle nostre immagini di un sovrano personalmente debole e dall'esempio che abbiamo del destino del padre adottivo Cesare.

La paura dei padroni di schiavi

Bisogna soffermarsi con attenzione (e qui concordano entrambi gli studi di Kneppe e Barghop) sulle disposizioni e sui retroscena desumibili dalle fonti grazie alle descrizioni di casi specifici e ragionamenti generali. A queste strutture appartiene, ad esempio, lo strumento della schiavitù nei suoi più grandi paradossi.

Nella prima età imperiale ci furono tre spettacolari casi di omicidi ben documentati, perpetrati da schiavi a danno dei loro domini [10] nella città di Roma.

Secondo Tacito, nel 61 d.C., il prefetto di Roma Pedanio Secondo, uomo di rango consolare, venne ucciso da uno dei suoi schiavi [11]. Già in precedenza una deliberazione del senato a questo proposito stabilì con valore di legge (emanata per la prima volta nel 10 d.C.) che, in simili circostanze, tutti gli schiavi della casa dovessero essere giustiziati – nel caso di Pedanio erano 400! Tacito racconta di dimostrazioni di protesta contro tale disposizione e di un assedio alla curia. Qui un senatore di nome C. Cassio tenne un discorso per riaffermare che la punizione doveva essere assolutamente applicata con il massimo rigore, argomentando che altrimenti ogni proprietario di schiavi avrebbe dovuto temere per la propria vita.

Ai nostri avi fu sospetta la natura dei servi, anche in tempi nei quali essi nascevano nei nostri possedimenti o nella nostra casa stessa, e immediatamente accettavano la devozione ai padroni. Ma da quando abbiamo tra i nostri schiavi gente di ogni provenienza, di costumi differenti, di religioni straniere o privi d'ogni religione, una tale accozzaglia non la terrai a freno se non con la paura».

E con un accrescimento retorico:

Votate l'impunità, per Ercole! E allora, chi sarà protetto dall'altezza del suo ufficio, quando non è bastato essere prefetto dell'urbe? Chi trarrà sicurezza dal numero dei propri schiavi, quando quattrocento non sono stati sufficienti a difendere Pedanio Secondo? A chi presterà aiuto una servitù che neppure sotto la minaccia del castigo si dà pensiero dei nostri pericoli? [12].

Molti sono i segni premonitori di un delitto: a condizione che i servi li denunzino, ciascuno di noi, per quanto solo in mezzo a molti, potrà vivere sicuro tra uomini che si preoccupano di sé stessi; infine, se è inevitabile che soccombiamo, non rimarremo invendicati in mezzo a traditori [13].

Per questo motivo doveva essere messa in conto la morte di innocenti. La maggioranza del senato votò in favore dell'esecuzione, ma in un primo tempo la deliberazione non poté essere adottata a causa delle proteste. Solo quando l'imperatore rispose con un editto rigoroso e assicurò con soldati il percorso che conduceva al luogo dell'esecuzione, venne eseguita l'esemplare uccisione collettiva.

Emerge qui un complesso intreccio di paure: da un lato la paura dei padroni nei confronti dei loro schiavi, qualora questi non dovessero avere più timore; dall'altro la paura della popolazione romana nei confronti dei brutali interventi della élite, i quali incutevano maggiore insicurezza per la propria esistenza anche al «ceto medio» [14].

Plinio il giovane descrive una situazione simile:

una terribile avventura e degna non soltanto di una lettera è toccata a opera dei suoi schiavi a Larcio Macedone, un ex-pretore, del resto padrone superbo e crudele, e che poco – o forse troppo – si ricordava esser stato il padre suo uno schiavo. Prendeva il bagno nella sua villa di Formia: a un tratto gli schiavi lo circondano: l'uno gli serra la gola, un altro lo colpisce al viso, un altro ancora lo colpisce al petto, al ventre e – fa orrore il dirlo – alle parti pudende; e quando lo ritengono finito, lo buttano su un pavimento rovente per provare se è vivo. Costui, sia che avesse perso i sensi o fingesse di averli perduti, disteso immobile, confermò costoro nell'opinione che fosse già morto. Allora finalmente vien trasportato via, come se fosse svenuto per il calore: lo raccolgono alcuni schiavi più fedeli e accorrono, gridando e urlando, le concubine. Allora, risvegliato dallo strepito e ristorato dalla freschezza dell'ambiente, aprendo gli occhi e muovendo le membra mostra di essere vivo, poiché ormai era al sicuro. Gli schiavi colpevoli se la danno a gambe; la maggior parte di loro è arrestata, gli altri ricercati. Larcio, richiamato in vita a stento per pochi giorni, morì non senza la soddisfazione del castigo, essendo stato vendicato da vivo, mentre gli altri lo sono dopo morti.

Vedi a quanti rischi, a quanti oltraggi, a quanti scherni siamo soggetti: e non è a dire che uno possa sentirsi sicuro, essendo indulgente e mite: perché non siamo tolti di mezzo dal discernimento, bensì dalla brutalità.

Ma basta di ciò. Che altro di nuovo? Che? Nulla: altrimenti continuerei: poiché v'è ancora della carta e il giorno festivo consente d'imbrattarne molta. Aggiungerò una cosa che mi torna alla mente a proposito di Macedone. Mentre era ai bagni pubblici a Roma accadde un incidente degno di attenzione e, come il seguito mostrò, di cattivo augurio. Un cavaliere romano, lievemente toccato dalla mano di un servo di Larcio, perché lasciasse libero il passo, voltosi addietro, lasciò andare un tal manrovescio, non contro lo schiavo, che l'aveva toccato, ma contro Macedone, che questi fu lì lì per cadere. Perciò il bagno fu per costui, con una specie di crescendo, dapprima occasione di una ingiuria, poi della morte. Addio [15]

La paura dei padroni non era da meno, poiché nella propria casa, davanti ai propri schiavi, non esisteva alcuna forma di sicurezza.

Questi erano per così dire degli schiavi personali: lavavano il dominus e la domina; li vestivano, li accompagnavano alle terme e ai bagni pubblici; servivano vivande, versavano loro il vino; li vedevano nudi; erano a disposizione per prestazioni sessuali; erano soprattutto a conoscenza delle informazioni che venivano discusse e circolavano all'interno della domus; curavano ed educavano i bambini. Erano, insomma, come una seconda pelle.

L'estremo divario di potere fra padroni e schiavi e l'intima vicinanza nella vita domestica quotidiana erano in un rapporto di tensione che poteva essere sopportato solo mediante la creazione di specifiche condizioni, alle quali apparteneva sia la paura degli schiavi, sia la paura nei loro confronti.

I casi rimandano ancora ad un altro contesto. La paura spesso minacciava la possibilità di non essere più sicuri e incontrastati nella propria domus. Specialmente a causa delle condizioni imposte da un governo di tipo monarchico, nel quale i senatori dovevano prestare attenzione al modo di comunicare con l'imperatore e dovevano guardarsi continuamente intorno anche nelle relazioni con i loro pari, la domus costituiva davvero un compromesso: un luogo dove tutto era ancora chiaro e stabile. Ma questo luogo protetto poteva essere minacciato se gli schiavi (sotto forzata tortura) avessero rivelato segreti.

La lesa maestà

Anche in ambito politico il rapporto fra le differenze di potere e l'intensificarsi della comunicazione poteva generare inasprimenti che conducevano alla paura, basti pensare ai cosiddetti processi di lesa maestà.

Già nella tarda età repubblicana furono emanate delle leggi che prevedevano una pena per le offese alla maiestas populi Romani, la sovranità incontestabile e la dignità del popolo romano, le quali comprendevano l'alto tradimento, le aggressioni nei confronti dei magistrati, l'inosservanza delle leggi e dei rituali, le agitazioni e le diserzioni.

In età imperiale la maiestas era legata al Princeps; a partire dall'emanazione della legge Iulia de maiestate, ogni attacco nei confronti della sua persona e della sua famiglia poteva essere considerato un caso di laesa maiestas ed essere punito; ciò includeva talvolta anche alcune semplici esternazioni [16].

Seguendo la narrazione di Tacito e di altri autori appartenenti all'ordine senatorio, la ricerca ha per lungo tempo affermato che l'imperatore avesse strumentalizzato il processo di lesa maestà per intimidire e domare il senato.

Tuttavia, almeno in questa forma semplificata, tale interpretazione non risulta sostenibile. Piuttosto le accuse derivavano in primo luogo dalla concorrenza esistente all'interno della cerchia degli aristocratici per acquisire vicinanza all'imperatore e dimostrargli lealtà – in alcuni casi erano anche assolutamente ben giustificate. Si presentavano come denuncianti e accusatori (i cosiddetti delatori) coloro che soprattutto vi vedevano un modo di fare una più brillante carriera.

Ma ai fini della presente ricerca sulla paura non è decisivo se questi processi o altri modi di cadere in disgrazia, come ad esempio poteva accadere in seguito allo scioglimento di un'amicizia, partissero dall'imperatore o dagli aristocratici. Questi erano una conseguenza della configurazione politica del principato e delle sue contraddizioni interne.

Decisive erano le osservate o quanto meno mostrate conseguenze di questa configurazione nelle fase di escalation e di concentrazione. In questo contesto, infatti, si puo’ osservare una convergenza di paure con tutti i fenomeni che ne derivano: voci, allusioni, sforzi di discrezione, comunicazioni ambigue, speculazioni sulla ripartizione di favori, possibilità di ascesa nella famiglia imperiale, sforzi intensi per conoscere gli interessi dell'imperatore, sia quando taceva, sia quando si comportava in maniera esplicita: come il guardarsi intorno in maniera nervosa, il puntare gli occhi a terra e così via.

Per questo vi era l'obbligo di sorvegliare l'imperatore e i potenziali rivali nella cerchia dei pari, al fine di acquisire, in un momento favorevole, il maggior numero di informazioni possibili.

Tacito ha lasciato una rappresentazione apocalittica, condensata in modo esemplare in una particolare storia di intrighi e di processi, per descrivere l'atmosfera che dominava sotto il regime del prefetto del pretorio Seiano, il quale agiva, secondo quanto raccontano le fonti, in nome dell'imperatore Tiberio [17]. In un altro passo la minaccia sembra farsi ancora più forte, poiché il senatore coinvolto festeggiò ignaro e senza paura il proprio compleanno, per poi essere trascinato in senato, condannato e giustiziato [18]. Tuttavia anche peggiore sarebbe stata la resa dei conti dopo la caduta e l'uccisione di Seiano – Tacito afferma chiaramente che le condizioni atte a generare la paura non finiscono con la morte di un tiranno: «Dopo di essi Sesto Mario, il più ricco di tutta la Spagna, viene accusato di rapporti incestuosi colla figlia e precipitato dalla rupe Tarpea. E affinché non vi fosse dubbio che il suo immenso patrimonio avesse causato la sua fine, Tiberio tenne per sé le miniere d'oro e d'argento che gli appartenevano, quantunque fossero state confiscate a vantaggio dell'erario. Poi, eccitato dal sangue, ordinò di uccidere tutti quelli che erano tuttora in prigione, accusati di complicità con Seiano. Fu un massacro immenso: vittime di ogni sesso e di ogni età, illustri e oscure, giacquero sparse o ammucchiate. Né si concedeva ai parenti o agli amici il permesso di avvicinarsi, di piangere su di esse, neppure di fermarsi a guardarle: soldati sguinzagliati in giro spiavano ogni senso di dolore e seguivano quei corpi putrefatti mentre venivano trascinati nel Tevere, dove galleggiavano o venivano spinti contro le rive, senza che nessuno osasse arderli e nemmeno toccarli. Ogni vincolo di umana solidarietà era annientato dalla forza della paura, e quanto più la ferocia si accaniva, tanto più era cacciata in bando la compassione» [19].

Al discorso sulla paura senatoria apparteneva anche la commistione delle diverse sfere della vita. Di solito queste risultavano ben distinte: un potere illimitato e una chiara gerarchia nella domus, una aperta competizione fra i membri dell'ordine, un'attenzione rispettosa nei confronti dell'imperatore e la possibilità, in situazioni di particolare difficoltà, di ritirarsi nell'ozio e nelle numerose innocue e nondimeno apprezzate attività come la letteratura. Ma la sicurezza che derivava da tale stabilità poteva essere comunque minata.

Tacito racconta [Annales 3, 36] che sempre più spesso persone indegne osavano proferire insulti contro personalità di alto rango, e senza rischiare nulla, poiché si trinceravano dietro ad un'immagine dell'imperatore e ciò consentiva loro di lanciare impunemente oltraggi. Ma tale erosione delle gerarchie e delle strutture del potere aumentava ancora: «i liberti e persino gli schiavi, alzando la voce o le mani contro il patrono o il padrone, si facevano temere da lui».

La comunicazione con i membri dell'ordo, come dimostra il processo contro Tizio Sabino (cfr. nota 17), poteva essere altrettanto pericolosa. Infine, è stato ripetutamente dimostrato che, quei senatori che dovevano esprimere la loro sententia in una questione particolarmente controversa, pregassero l'imperatore di non attardarsi con il proprio voto, cosicché tutti avessero la sicurezza di schierarsi alla fine dalla parte giusta.

L. Pisone, fratello del noto Cn. Calpurnio Pisone suicidatosi nel 20 d.C. dopo aver ricevuto un'accusa e aver perso il favore dell'imperatore, ebbe anche lui l'intenzione di compiere un gesto simile, ma si lasciò dissuadere e dopo alcuni anni cadde vittima di un processo per lesa maestà [20].

Chiunque si dedicasse solo ad attività letterarie, per la scelta delle proprie tematiche, andava incontro a numerose possibilità di attirare su di sé sospetti. Tuttavia guardando ai passi di Tacito, si osserva che pochi sono i casi ai quali avevano partecipato personalità eminenti. Con l'aiuto di famose e acute espressioni, di immagini suggestive, di generalizzazioni e delle atmosfere descritte, si evoca l'impressione di un continuo, sensibile, paralizzante, deformante clima di paura, che in questa forma non ha certamente avuto luogo. Ma in base alla struttura del sistema politico simili situazioni potevano sempre accadere.

Conclusioni

Poiché la paura si riferisce in larga scala a ciò che deve venire, a ciò che è minaccioso e incombente, il numero assoluto dei casi effettivi che danno origine alla paura, e la frequenza dell'ampiezza del rumore di fondo, non sono poi così decisivi. Piuttosto le strutture politiche, la pratiche e i paradossi del principato, provocavano sempre nuove situazioni che nonostante la buona volontà degli interessati, potevano condurre ad esiti drammatici.

L'imperatore, per così dire, deteneva il monopolio sulla paura; egli tuttavia doveva cercare di calcolare la sua efficacia per evitare di provocare rivolte che alla fine avrebbero potuto mettere a repentaglio la sua stessa vita.

Emerge quindi che, anche relativamente alla sfera delle emozioni, il principato era un sistema politico abbastanza faticoso.

Traduzione di Laura Giunchedi

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  • Schmidt E. A. 1982, Die Angst der Mächtigen in den Annalen des Tacitus, «Wiener Studien», 95: 274-287.
  • Stein-Hölkeskamp E. 2011, Zwischen Pflicht und Neugung? Lebensläufe und Lebensentwürfe in der römischen Reichsaristokratie der Kaiserzeit, in Blösel W., Hölkeskamp K.-J. (eds.), Von der militia equestris zur militia urbana: Prominenzrollen und Karrierefelder im antiken Rom : Beiträge einer internationalen Tagung vom 16. bis 18. Mai 2008 an der Universität zu Köln, Stuttgart: Steiner, 175-193.
  • Syme R. 1989, The Augustan aristocracy, Oxford; New York: Clarendon Press; Oxford University Press.
  • Thomas J. F. 1999, Le vocabulaire de la crainte en latin: problèmes de synonymie nominale, «Revue des études latines», 77: 216-233.
  • Winterling A. 2009, Politics and society in imperial Rome, Oxford: Wiley-Blackwell.

Note

1. Cfr. Bellen1985; sul tema con correzioni cfr. Modrow 2015.
2. Cic. off. 2,24: Etenim qui se metui volent, a quibus metuentur, eosdem metuant ipsi necesse est.
3. Il fatto che possano essere mutate è importante per stabilire una distinzione nei confronti di rischi gravi e continui, sui quali però al tempo stesso non si può influire, come i terremoti, le alluvioni o le tempeste.
4. Cfr. Heinz 1975; Schmidt 1982; De Vivo 2006.
5. Tacitus, Historiae 1,49,3; 2,72,1; Plinius, Epistulae 5,1,7; 7,19,6; 9,13,3.
6. Cfr. Pera 2012. In generale cfr. Instinsky 1952. Affermazioni tardo-antiche di una sicurezza garantita dall'imperatore: Inscriptiones Latinae Selectae ed. H. Dessau, Nr. 8938; 5910; 789 (EXTINCTORI TYRANNORVM AC PVBLICAE SECVRITATIS AVCTORI DOMINO NOSTRO ARCADIO PERPETVO AC FELICI SEMPER AVGVSTO).
7. Cfr. Karl Christ, Recensione a Barghop, in: Frankfurter Allgemeine Zeitung, del 9. Nov. 1994.
8. Sul rapporto fra il Princeps e l'aristocrazia vedere Syme 1986; Dettenhofer 2000; Roller 2001; infine Blochmann 2012 (pubblicato nel 2015).
9. Seneca, Dialogi 9,11,1: Nec habet ubi illam (sc. fortunam) timeat, quia non mancipia tantum possessionesque et dignitatem sed corpus quoque suum et oculos et manum et quidquid cariorem vitam facit seque ipsum inter precaria numerat vivitque ut commodatus sibi et reposcentibus sine tristitia redditurus. Cfr. inoltre Seneca, Epistulae ad Lucilium 13 e 71,37.
10. Cfr. in generale Ducrey 2007.
11. Tacitus, Annales 14,42-45. Il seguente passo degli Annales è tratto dalla traduzione di A. Arici 1969, edizione UTET.
12. Tacitus, Annales, 43, 3.
13. Tacitus, Annales, 14, 44, 2.
14. La compassione per l'esecuzione collettiva degli schiavi, invece, non svolse in questo caso alcun ruolo decisivo.
15. Plinius, Epistulae 3,14 (ad Acilius); il passo segue la traduzione di L. Rusca 1994, edizione BUR.
16. Cfr. in generale Bauman 1967. Nel crimen laesae maiestatis la disobbedienza e la resistenza ai magistrati, l'offesa dei più alti simboli e delle tradizioni dello stato, le minacce allo stato e l'alto tradimento, erano la causa di una condanna complessiva, imprevedibile per la comunità, la quale, a seconda del reato riconosciuto, prevedeva talvolta una pena leggera o un condono, ma anche la pena di morte. Per una lista dei crimina maiestatis documentati cfr. Klingenberg 2011, 203-221.
17. Tacitus, Annales 4, 68-70. «Il consolato di Giunio Silano e Silio Nerva ebbe un inizio malaugurato: venne infatti chiuso in carcere un cavaliere romano d'alto rango, Tizio Sabino, a causa della sua amicizia verso Germanico: non aveva infatti tralasciato di onorare la vedova ed i figli di lui, frequentandone la casa e accompagnandoli in pubblico, unico rimasto di tanti clienti e lodato per questo dai buoni, odioso agli iniqui. Lucanio Laziare, Porcio Catone, Petilio Rufo e M. Opsio, ex-pretori, lo assalgono, spinti dall'ambizione del consolato, al quale non si giungeva se non per mezzo di Seiano: e l'appoggio di Seiano si otteneva solo col delitto. Fu convenuto tra loro che Laziare, il quale aveva qualche rapporto d'amicizia con Sabino, macchinasse l'inganno: gli altri sarebbero stati testimoni ed in seguito avrebbero intentato l'accusa. Laziare incominciò dunque a buttar là come a caso certi discorsi, poi a lodare la costanza di Sabino, perché, amico di una famiglia già in auge, non l'aveva abbandonata nella sventura, come tutti gli altri; intanto parlava con rispetto di Germanico, deplorando la sorte di Agrippina. Gli animi dei mortali sono deboli nell'avversità: e Sabino non si trattenne dal piangere né dall'aggiungere a quelli i propri lamenti. Allora Laziare attacca più arditamente Seiano, ne denunzia la crudeltà, la superbia, le speranze; e nei suoi rimbrotti non risparmia neppure Tiberio. L'essersi scambiati tali pericolose confidenze creò l'apparenza di un'intima amicizia tra di loro. E presto fu Sabino a cercare Laziare, a recarsi spesso in casa sua, a palesargli i propri dolori come all'amico più sicuro. [69] Gli uomini che ho nominato si consigliarono sul modo di far udire quei discorsi da più persone: perché il luogo in cui s'incontravano i due doveva continuar a sembrare affatto solitario, e se essi si mettevano dietro la porta, c'era pericolo che fossero visti, o che un rumore casuale destasse qualche sospetto. Allora i tre senatori s'introducono fra il tetto e il soffitto della camera, nascondiglio non meno ignobile di quanto fosse esecrando il tradimento; e accostano l'orecchio ai buchi e alle fessure. Frattanto Laziare, incontrato Sabino per via, lo attira a casa sua, anzi nella sua camera, come se avesse da narrargli cose sapute di recente: e ai fatti passati e presenti, che già fornivano materia bastante, ne aggiunge di nuovi e terrificanti. Quegli fa il medesimo, e più a lungo, in quanto gli sfoghi del dolore, una volta incominciati, difficilmente si possono frenare. Fu quindi preparata subito la denunzia, e in una lettera a Cesare gli accusatori narrarono i particolari del tranello ed il proprio vergognoso operato. In nessun altro caso Roma fu più costernata ed atterrita; ciascuno dissimulava anche coi parenti più stretti, si evitavano incontri e colloqui; ogni orecchio, sia di amici, sia di sconosciuti, era sospetto; persino le cose mute e inanimate, come il tetto e le pareti, venivano guardate con diffidenza. [70] Ma Cesare, dopo aver espresso, nella lettera del primo gennaio, i voti per l'inizio dell'anno, passò a trattare di Sabino, accusandolo di aver corrotto alcuni liberti e attentato alla sua stessa vita; e in modo non dubbio ne reclamava il castigo. Né si tardò a decretarlo: e il condannato, mentre era tratto al supplizio, colla bocca coperta dalla veste e la gola serrata, per quanto gli era possibile si sforzava di gridare che così s'inaugurava l'anno, che queste vittime si sacrificavano a Seiano. Ovunque volgesse lo sguardo, ovunque giungessero le sue parole, era fuga e deserto: le strade e le piazze si vuotavano. E certuni ritornavano poi indietro e si facevan vedere di nuovo, spaventati dal fatto stesso di aver avuto paura. Quale giornata mai – pensavano – sarebbe trascorsa senza supplizi, se in mezzo alle cerimonie sacre ed agli augùri, in quella ricorrenza nella quale era uso astenersi anche da parole profane, si adoperavano le catene e il capestro?»
18. Tacitus, Annales 6,18,1: Dein redeunt priores metus postulato maiestatis Considio Proculo; qui nullo pavore diem natalem celebrans raptus in curiam pariterque damnatus interfectus que; et sorori eius Sanciae aqua atque igni interdictum accusante Q. Pomponio.
19. Tacitus, Annales 6, 19.
20. Cfr. Stein-Hölkeskamp 2011.