Storicamente. Laboratorio di storia

Tecnostoria

Presentazione del Virtual Humanities Lab alla Brown University

Il Virtual Humanities Lab (Laboratorio virtuale per le Discipline umanistiche o VHL) è un progetto che ha per sponsors la Brown University e il National Endowment for the Humanities (il Consiglio Nazionale delle Ricerche, per le discipline umanistiche, degli Stati Uniti). Ha sede a Brown (Providence, Rhode Island), dove si basa sull’apporto e il sostegno del Dipartimento di Studi Italiani e dello Scholarly Technology Group, avvalendosi inoltre della collaborazione di studiosi di altre istituzioni, sparse su tre continenti (Nord e Sud America ed Europa). Tra le istituzioni di provenienza dei principali collaboratori, val la pena di menzionare tra le istituzioni nordamericane, oltre alla Brown, l’Università del Massachusetts (Amherst e Dartmouth), il Fitchburg State College del Massachusetts e l’Università McGill di Montreal (Canada); tra quelle sudamericane, la Universidad Nacional Autonoma de Mexico e tra quelle europee l’Università di Cardiff nel Galles e l’Università di Bologna (tra le molte istituzioni italiane). Antecedenti al VHL sono due progetti (anch’essi sostenuti dal National Endowment for the Humanities): il Decameron Web e il Progetto Pico, ora parte del VHL.

Il VHL ha due principali obiettivi:

1) la costruzione di un ambiente redazionale in linea, dotato di un motore di ricerca, per l’edizione di testi primari; questo ambiente è dotato di un sistema di annotazione, che consente ai collaboratori accreditati (ossia dotati di password) di annotare direttamente questi testi e rispondere alle annotazioni di altri studiosi, dovunque essi si trovino.

2) la codifica semantica di questi testi, anch’essa basata sulla collaborazione e l’interazione in linea tra studiosi, dopo una prima fase in cui i testi sono stati approntati off-line dai redattori del progetto. 

I testi inizialmente prescelti per questo esperimento, appartenenti alla cultura di area fiorentina e toscana del Tre-Quattrocento, sono tre, due in italiano ed uno in latino: le Esposizioni di Giovanni Boccaccio sulla Commedia di Dante; la Nuova Cronica Fiorentina di Giovanni Villani; e le Conclusiones Nongentae di Giovanni Pico della Mirandola). Questi testi esemplari, appartenenti a tre generi diversi tra loro (commento, cronica e trattato) che riflettono tre aspetti della cultura tardo-medievale e proto-umanistica, rappresentano diverse articolazioni del discorso scritto in una particolare giuntura storica, caratterizzata altresì dalla transizione dalla cultura manoscritta (o chirografica) a quella della stampa (questo è particolarmente vero del testo di Pico, pubblicato nel 1486, ma vale anche per gli altri due testi, dal momento che ci poniamo il problema della loro trasmissione in incunabolo o a stampa, con vicende editoriali molto diverse tra loro, fino a giungere alla trascrizione contemporanea in forma elettronica o digitale). Nessuno di questi tre testi era finora disponibile integralmente in un’edizione in linea.

I primi due testi, Esposizioni e Cronica, sono stati codificati off-line in XML da quattro collaboratori, giovani studiosi la cui ricerca ha come oggetto appunto queste opere e il loro contesto storico (Michael Papio, studioso di letteratura italiana medievale ha proceduto alla codifica delle 700 pagine delle Esposizioni, coadiuvato da Roberto Bacci, dottorando in Studi italiani alla Brown U.; Rala Potter Diakite, studiosa di Dante e Villani, e Matthew Snider, giovane storico la cui ricerca ha come oggetto il Quattrocento bolognese e fiorentino, si sono dedicati alla codifica della Cronica di Villani).

Una caratteristica di questa codifica (e del nostro esperimento nel suo complesso) è che è stata intrapresa senza un DTD, una precisa definizione di un documento tipo. Questo per due ragioni: per consentire agli studiosi la massima flessibilità e libertà di pensiero (e di lettura e interpretazione nell’affrontare testi di natura non identica nella loro conformazione e rappresentazione), senza per di più aggravarne e limitarne il compito “cognitivo” con la necessità di aderire a principi predeterminati, in sostanza alle voluminose direttive della Text Encoding Initiative (TEI). Le sole regole sintattiche che dovevano (e devono) essere seguite sono quelle relative alla buona forma di XML, ad esempio l’uso coerente delle maiuscole o il corretto “annidamento” e posizionamento degli elementi di codice (tags). Seguendo le tendenze più recenti, una “normalizzazione” compatibile con le direttive TEI viene eseguita a codifica ultimata.

Va sottolineato che la codifica di cui parliamo non ha dunque solo o principalmente uno scopo descrittivo (delle proprietà fondamentali del testo e della sua rappresentazione) ma è il risultato di una lettura critica che ha lo scopo di rappresentare il testo in forma arricchita, consentendone ad esempio una indicizzazione complessa. Dal momento che concepiamo il processo di codifica come una vera e propria procedura critica a più dimensioni e livelli, essa deve rimanere trasparente e visibile all’utente ed essere auspicabilmente oggetto di discussione e dibattito. A questo fine, abbiamo adibito un forum inteso essenzialmente alla verifica degli indici generati dal primo livello di codifica. Tali indici, per il momento, contengono nomi propri e località geografiche; un indice dei temi è altresì in fase di elaborazione e verrà man mano potenziato con il progredire del processo di codifica. Un weblog messo a disposizione dei collaboratori, ma aperto anche al contributo e al suggerimento della comunità allargata dell’informatica umanistica, ha consentito un costante aggiornamento sul procedere del lavoro, nonché la discussione e, spesso, anche la risoluzione di problemi specifici, sia di carattere teorico che pratico-operativo.

Da un punto di vista teorico, il nostro progetto mira a lanciare un ponte tra due aspetti fondamentali della produzione e trasmissione di conoscenza nelle discipline umanistiche (esemplificate qui da testi al confine tra storia, letteratura e filosofia o teologia): da una parte, continuiamo a proporre pratiche filologiche ed editoriali aventi come fine la conservazione e trasmissione il più possibile fedele all’ “originale” di testi del passato storico (anche remoto) nei nuovi ambienti creati dalla piattaforma digitale; dall’altro, secondo quelle che sembrano le tendenze più evidenti della cultura digitale nel suo complesso, siamo aperti ed anzi promuoviamo apertamente la sperimentazione di pratiche interpretative (e di lettura) che, a partire dall’annotazione e dalla codifica dei testi in questione, riflettano sempre di più nuove forme di collaborazione e di interazione in linea tra studiosi (docenti e discenti), collaborazione che può anche avere una dimensione sperimentale dialogica e di apprendistato.

Due anni fa, in un saggio apparso su Literary and Linguistic Computing, John Bonnett[1] scriveva quanto segue sull’approccio all’insegnamento della storia a livello universitario:

«Esercizi basati su testi richiedono agli studenti di memorizzare e manipolare una sostanziale quantità di informazioni. Considerando che anche storici esperti possono impiegare anni ad astrarre dei patterns di significato dalle serie di documenti a loro disposizione, non deve sorprendere che gli studenti trovino difficile un simile esercizio» (275).

Questa constatazione a nostro avviso giustifica un approccio di tipo ‘atomistico’ e collaborativo all’analisi dei testi come quello che proponiamo. Le idee critiche si propagano più facilmente e velocemente in un ambiente in cui comunicazione e dialogo in tempo (quasi) reale consentono un feedback che rende il compito di apprendimento critico meno monotono e solipsistico (i modelli non mancano nella cultura pre-digitale, da quella antica a quella moderna e la cultura dell’umanesimo quattro-cinquecentesco ne è particolarmente ricca).

Ciò si applica in modo particolare a testi che, come quelli da noi presi in esame, sono particolarmente complessi anche perchè implicano una serie di riferimenti di tipo intertestuale (come le Esposizioni di Boccaccio alla Commedia di Dante e all’intero scaffale o biblioteca di testi ancillari alla sua interpretazione e come le Conclusiones di Pico all’intero corpo di fonti a lui direttamente o indirettamente note da molteplici tradizioni antiche, inclusi gli enigmatici Oracoli Caldaici o i testi cabbalistici) che spesso vanno al di là delle competenze di un singolo studioso. O, come nel caso della Cronica di Villani, implicano anche un rimando a fonti e documenti di altra natura, dati estraibili da fonti d’archivio ad esempio (come quelli delle banche dati delle Tratte fiorentine rese disponibili, a partire dalle ricerche di David Herlihi, da Burr Litchfield e Tony Molho, dati che verranno resi accessibili sul sito di VHL).

Quello che abbiamo definito contributo ‘atomistico’ e collaborativo alla codifica e interpretazione di questi testi riflette anche la complessità delle procedure di rappresentazione e comprensione di questi testi nella loro intrinseca complessità. Al livello della semplice annotazione, al di là del loro individuale livello di competenza, singoli studiosi (docenti e discenti) possono contribuire con  “pacchetti di informazione” anche minuscoli (da una singola correzione o un’annotazione di tipo testuale e filologico, al rimando a una fonte non precedentemente segnalata, alla traduzione di un passo o di una citazione non precedentemente tradotti, ecc.) che comunque arricchiscono la rappresentazione e fruizione dinamica del testo nella sua complessità. I contributi poi possono via via giungere fino al dibattito su una nuova ipotesi di lettura e di interpretazione complessiva, incluse ipotesi di codifica che consentano poi una estrazione automatica (tramite motore di ricerca) delle informazioni così incorporate nel testo a vari livelli semantici (ad esempio l’indice dei temi). Tutto questo avviene in un ambiente in cui, pur mantenendosi relativamente ‘informale’, quella che viene definita “peer review” – ossia la revisione e verifica reciproca da parte di colleghi e specialisti – può avere un effetto quasi immediato di accreditamento (o meno) dei contributi in questione, a sua volta contribuendo a monitorare e controllare il livello scientifico complessivo del progetto.

Si possono ipotizzare svariati vantaggi da un approccio di questo genere all’edizione “reticolare” di testi in linea, in cui le funzioni editoriali vengono distribuite ad una comunità accademica aperta ma strutturata (un approccio ovviamente non ignoto alla cultura sperimentale delle scienze non umanistiche): contributi all’apparato possono giungere da studiosi o utenti le cui competenze o i cui interessi specifici sono solo marginali rispetto alle opere in questione (rimanendo a livello di lettori-utenti e non di curatori-editori) ma riguardano invece alcuni dei rimandi intertestuali ad altri autori e testi, la cui segnalazione può contribuire ad arricchire la comprensione dei testi primari. Ogni contributo viene attribuito a chi lo fornisce, indipendentemente dalle sue dimensioni, consentendo la documentazione di un lavoro pulviscolare che spesso passa del tutto inosservato o non viene registrato (se non, talvolta, nelle note di ringraziamento apposte da qualche autore alle proprie pubblicazioni). Questo è particolarmente vero delle conoscenze scaturite da corsi e seminari in cui l’apporto degli studenti può non essere di natura triviale (si pensi a corsi di dottorato, ad esempio): il lavoro in linea consente così di abbinare dimensione pedagogica e di ricerca.  Un riconoscimento dettagliato di questo apporto, al di là della semplice “partecipazione”, può risultare prezioso all’atto di una documentazione più dettagliata delle attività scientifiche di questo o quel giovane studioso, permettendo al contempo di stimolare la collegialità della ricerca e fornire una dimensione pubblica al work-in-progress; ad esempio, la verifica di ipotesi o congetture che, nonostante la loro validità, non assurgono necessariamente alle dimensioni di un saggio (e, nel caso vengano poi riversate in un saggio, devono attendere le lungaggini del ciclo tipografico per essere rese pubbliche) avvalendosi invece della velocità del mezzo per un rapido riscontro, contribuiscono così ad un fine specifico: la legittimazione e istituzionalizzazione di una cultura del pre-print anche nelle discipline umanistiche (quale quella che esiste da tempo nella comunità scientifica).

Tutto ciò è una componente a nostro avviso importante della disseminazione delle conoscenze consentita dalla piattaforma digitale e può decisamente contribuire alla costruzione di una comunità scientifico-umanistica di tipo nuovo, fondata su livelli accresciuti di interazione e collaborazione. Certo, restano ancora molte incognite e molti interrogativi, a cominciare da quelli che riguardano l’effettiva disponibilità a una collaborazione a distanza e di questo tipo “interattivo” da parte di studiosi appartenenti a diverse generazioni e aree geografico-culturali. Ma siamo fiduciosi e cautamente ottimisti che lo stimolo di progetti come il nostro possa contribuire alla nascita e alla crescita di un nuovo ethos del lavoro intellettuale nell’era di internet, oltre che, come si diceva, contribuire concretamente alla legittimazione e al monitoraggio di prassi e procedure accademiche rese possibili dai mezzi telematici.

Note

[1] J. Bonnett, New Technologies, New Formalisms for Historians: The 3D Virtual Buildings Project, «Literary and Linguistic Computing», 19/3 (2004), 273-87.