Storicamente. Laboratorio di storia

Fonti e documenti

Escrache, resistenza non violenta nell'Argentina del dopo terrorismo di Stato

Per comprendere i meccanismi su cui si reggeva il governo dello Stato argentino durante l’ultima dittatura, dobbiamo introdurre il concetto di “Stato Terrorista”, che è un nuovo tipo di “Stato d’Eccezione” con caratteristiche che lo rendono autonomo dallo “Stato Militare” previsto dalla costituzione in casi di pericolo o minacce all’ordine istituzionale. La peculiarità dello “Stato d’Eccezione” è l’abbandono della normativa dello “Stato di Diritto”, al fine di intraprendere prassi eccezionali al margine della legalità istituzionale rappresentata dal modello dello Stato democratico-parlamentare. Lo “Stato Terrorista”, invece, parte dal presupposto che l’assoggettamento alla legge, la trasparenza delle sue azioni e il controllo giuridico di esse, lo renda incapace nel suo compito di difesa degli interessi della società. Questo tipo di approccio ritiene che lo Stato tradizionale sia inidoneo a difendere l’ordine sociale capitalista e che sia necessario avviare una attività permanente parallela. Lo Stato, dunque, si sdoppia e presenta una facciata pubblica, assoggettata alla legge, e una controparte clandestina, al di fuori da ogni legalità, che stabilisce in modo costante le forme aberranti dell’attività repressiva illegale. Esso assimila il potere militare al governo e all’amministrazione dello Stato. Lo “Stato Terrorista” è la degenerazione dello “Stato Militare” portata al culmine. Il terrorismo di Stato è l’occultamento della sua stessa attività illegittima.[1]

Il golpe militare del 24 marzo 1976 non fu l’ennesimo della lunga serie iniziata nel 1930. Il regime che si insediò al governo del paese ebbe un carattere messianico e la pretesa di produrre dei cambiamenti irreversibili nell’economia, nel sistema istituzionale, nell’organizzazione sindacale, nell’educazione, nella cultura e nella struttura politica e sociale della comunità argentina e, nonostante le giunte militari susseguitesi al potere non abbiano raggiunto gli obiettivi che si erano prefissate, il loro agire fu di tale portata distruttiva che riuscì nell’intento di trasformare la società, lo Stato e la politica del paese.

Secondo i golpisti del ‘76, la società argentina era profondamente malata, la perdita dell’ordine e della stabilità nei rapporti d’autorità, erano da imputare al populismo e alle forme di organizzazione dell’economia che lo sorreggevano. La cornice ideologica di questa diagnosi è la doctrina de la seguridad nacional, sviluppata dagli ambienti militari negli anni ‘60. L'estremizzazione di questa dottrina portò a considerare che la “guerra rivoluzionaria, non dichiarata, promossa dalle forze sovversive”, doveva essere combattuta in tutti gli ambiti: da quelli relativi alla cultura a quelli relativi al lavoro, persino all’interno del nucleo familiare.

Il rigore repressivo della dittatura argentina, implementato in modo sistematico su vasti settori della popolazione, si distinse, oltre che per la sua ferocia, per l’impiego di procedure al di fuori di ogni sistema legale, le procedure che per l’appunto caratterizzano lo “Stato Terrorista”.  Il termine detenido-desaparecido è direttamente collegato alle specifiche modalità repressive adottate dal regime . È l’appellativo dato alle persone (donne, uomini e bambini) che in quegli anni hanno subito il terrorismo di Stato e sono scomparse per mano e volontà del governo militare. La procedura utilizzata iniziava con il sequestro della persona eseguito da forze anonime militari o di polizia che la conducevano in centri clandestini di detenzione, dove veniva sottoposta a torture. In seguito a una permanenza di durata variabile le persone venivano “trasferite”, vale a dire eliminate, a eccezione dei pochi casi in cui furono liberate e costrette all’esilio. Le persone “trasferite” venivano gettate da un aereo nel Río della Plata, oppure fatte esplodere o, ancora, uccise in finti scontri armati. Tutti loro venivano sepolti, come “NN”, in fosse comuni tenute segrete. Era negata ai familiari (quando non subivano la stessa sorte) ogni informazione riguardante il sequestro, le ulteriori vicende e infine la destinazione delle salme. Il termine detenido-desaparecido, quindi, si riferisce all’assoluta scomparsa del soggetto in questione e di qualsiasi informazione che lo riguardi.

Uno dei crimini senza precedenti perpetrato dalla dittatura fu il furto di neonati: le donne incinte venivano tenute in vita fino al momento della nascita dei loro figli. Dopo il parto venivano “trasferite”. I nascituri furono adottati dal personale militare, o da famiglie vicine al regime e considerate affidabili dal punto di vista ideologico. Le coppie “appropriatrici” li registrarono come figli naturali partoriti a domicilio e in presenza di qualche medico militare che certificò l’evento. Questo impedì alle loro famiglie naturali di rintracciarli. Il furto dei bambini fu un atto perverso, le donne incinte erano consce del fatto che la nascita del loro figlio avrebbe procurato la loro morte. Inoltre, il furto dell’identità del neonato implicava la morte del “figlio dei militanti” come identità narrativa, in quanto essi sarebbero stati la memoria della storia dei loro genitori e della propria. I bambini desaparecidos furono circa cinquecento, dei quali soltanto un’ottantina sono stati rintracciati fino a oggi e sono a conoscenza della propria identità e delle loro vere origini, grazie all’arduo e continuo lavoro delle coraggiose Abuelas de Plaza de Mayo.

Le organizzazioni che raccolsero le denunce di scomparsa presentate dai familiari delle vittime durante la dittatura furono la Liga Argentina por los Derechos del Hombre (LADH) e l'Azamblea Permanente por los Derechos Humanos (APDH), già attive nella difesa dei diritti umani. Dal 1980 in poi a esse si unirono il Centro de Estudios Legales y Sociales (CELS), il Movimiento Ecuménico por los Derechos Humanos (MEDH) e il Servicio de Paz y Justicia en América Latina (SERPAJ). Nell’aprile 1977, nacque la prima organizzazione formata da parenti diretti dei desaparecidos: Madres de Plaza de Mayo, poi si costituirono Familiares de Desaparecidos y Detenidos por razones Politicas e Abuelas de Plaza de Mayo. Hijos por la Identitad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio (H.I.J.O.S.) si organizzò nel 1995, quando i giovani figli dei desaparecidos, bambini negli anni di piombo, avevano ormai raggiunto l’età adulta.

II governo democraticamente eletto il 30 ottobre 1983 doveva fare luce sui soprusi della dittatura, determinare i termini dell’illegalità della repressione, fare giustizia e ristabilire lo Stato di diritto, realizzando quel percorso che avrebbe permesso di elaborare le ferite aperte durante quei terribili anni. All’inizio, il governo dimostrò di voler impegnarsi in questo compito articolato e complesso che però non si accordava con le sue intenzioni di chiudere in maniera rapida la questione.

Se in un primo tempo i capi delle forze armate, massime cariche di Stato durante la dittatura e principali responsabili, furono condannati, le leggi successive di Punto Final e Obediencia Debida impedirono di continuare il cammino intrapreso. Le intenzioni del governo si dimostrarono quelle di chiudere in modo definitivo la questione. L’impegno e la perseveranza dimostrati dagli organismi dei diritti umani che continuavano a chiedere giustizia e a cercare la verità impedì che gli indulti concessi dal successivo presidente eletto, Carlos Menem, condannassero all’oblio l’intera vicenda.[2]

Oltre al comune impegno nel promuovere la memoria e la giustizia e nella ricerca della verità sui fatti di quegli anni, ognuna delle organizzazioni svolge compiti diversi. Madres de Plaza de Mayo, nata con l’obiettivo di ritrovare i propri figli, persevera in questo compito. Oggi essa opera in due organizzazioni: una rappresentata dalla sua presidentessa Hebe de Bonafini e l’Universidad de las Madres, l’altra, strutturata orizzontalmente e battezzata Madres de Plaza de Mayo Linea Fundadora, collabora con gli antropologi forensi nel riconoscimento dei cadaveri sepolti come “NN” nelle fosse comuni. I Familiares de Desaparecidos y Detenidos por razones Politicas realizzano un lavoro d’indagine, denuncia e mobilitazione per la libertà dei prigionieri politici. Hanno sempre rivendicato il ruolo di militanti dei propri familiari desaparecidos. Le Abuelas de Plaza de Mayo ritengono che i piccoli siano stati un “bottino di guerra”, oltre che una “punizione esemplare” per quelle famiglie che manifestavano il loro dissenso e sostengono che i loro nipoti abbiano il diritto di scoprire la loro identità. Il lavoro svolto da queste “infaticabili vecchiette” ha permesso di ritrovare molti figli di desaparecidos e di restituire loro storia e identità. Il CELS è l’organizzazione che ha raccolto ed elaborato più informazioni sulle desapariciones, la tortura e le uccisioni dell’ultima dittatura. Ha formulato due programmi di lavoro: uno giuridico e uno che si occupa di studi e ricerche successivamente pubblicate su argomenti relativi alle violazioni dei diritti umani. Il lavoro e gli obiettivi di H.I.J.O.S, invece, sono spiegati da uno dei suoi membri, Eduardo Natchman, nell’intervista presentata di seguito, nel corso della quale si è parlato dell’escrache, nuova tecnica di denuncia sviluppata dall’organizzazione stessa.

Il valore intrinseco di questa testimonianza risiede non esclusivamente nel racconto del vissuto traumatico del figlio di un desaparecido, ma in particolare nel racconto dello sviluppo dal basso di procedure innovative legate alla resistenza pacifica con l’obiettivo di preservare la memoria e di costruire una coscienza storica in una società che subisce una condizione di catastrofe sociale, umanitaria ed economica. L’escrache è connesso alla ricerca di un esercizio pieno della giustizia e dello Stato di Diritto, è una tecnica che si è propagata in vari settori della società, oltrepassando l’ambito specifico della lotta per i diritti umani.

L’intervista con Eduardo Natchman è stata realizzata nella sua casa di Buenos Aires, nell’ottobre del 1998, nell’ambito di una ricerca per la tesi di laurea in Storia Contemporanea dal titolo “I desaparecidos nella storia e nella memoria degli argentini” e discussa nella Facoltà di Discipline Storiche dell’Università di Bologna.

Considerata la difficile reperibilità di testi e materiale in italiano sull’argomento riporto a seguito dell’intervista una breve bibliografia di riferimento.

Intervista a Eduardo Natchman, rappresentante di H.I.J.O.S.

Buenos Aires, Ottobre 1998.

E:- Mi chiamo Eduardo Natchman, ho 41 anni. Mio padre è un desaparecido, è stato sequestrato il 19 giugno 1976, a Mar del Plata.

M:- Eri presente quando lo hanno preso?

E:- No, non ero lì in quel momento, c’erano i miei fratelli più piccoli. Siccome lo aiutavo nelle attività del teatro... Mio padre era il direttore del teatro di Mar del Plata, si occupava di produrre spettacoli. Io ero responsabile di portare i film alla cineteca dell’Aliance Française di Mar del Plata. Il giorno dopo sarebbe stata la festa del padre[3] ... Un gruppo armato è andato a prenderlo a casa. C’erano i miei cugini e i miei fratelli, ma lui non c’era. Era andato nell’ufficio di un’agenzia immobiliare dove teneva un po' di tutto, costumi del teatro... Stava cercando delle coperte perché mia zia era venuta a vivere a Mar del Plata. Lei era perseguitata a causa delle sue posizioni politiche, veniva da Córdoba. Suo marito era in clandestinità[4], era un avvocato e, oltre alla sua professione, era un militante di Vanguardia Comunista. Be’ hanno ritrovato mio padre in quell’ufficio e se lo sono portati via. Poco dopo il gruppo armato che era a casa se ne è andato. Per puro caso, quel pomeriggio ho telefonato a casa e ha risposto la mia sorellina, che aveva undici anni e mi ha avvertito, con mezze parole, che i milicos[5] erano lì, di non tornare a casa, “perché non c’era fretta”. Mi è sembrata una frase strana e, allora, ho immaginato la situazione.

M:- Dunque tu eri al corrente dello stato di cose?

E:- Be’, più o meno, perché sai uno pensa sempre che... Io ero più preoccupato per me, perché ero quello che militava in un’organizzazione politica, quello che frequentava i centri studenteschi, quello noto politicamente. Temevo più per me. Non mi preoccupavo per il mio vecchio, perché lui non militava attivamente. Simpatizzava con molte organizzazioni e tramite l’agenzia immobiliare aveva fornito le garanzie per l’affitto a molte persone, membri dell’ERP compresi che, ovviamente, non potevano avere i documenti in regola.

M:- Ma tu eri al corrente dei metodi repressivi utilizzati dallo Stato, o del fatto che non si trattasse di arresti, ma di sequestri e desapariciones di persone?

E:- No. A quel tempo sapevamo di gente chupada[6] che, dopo un periodo variabile, ricompariva a disposizione del Poder Esecutivo Nacional (PEN). Il peggio che potesse capitare a queste persone era che per un periodo non si sapeva dove fossero recluse. Nei commissariati di polizia ci veniva negata ogni informazione sulla sorte delle persone fermate ma, dopo un po' di tempo, esse ricomparivano a disposizione del PEN. Tutto ciò comportava scarsa chiarezza sul periodo di detenzione, sulle imputazioni a loro carico e, siccome non venivano giudicati, rimanevano prigionieri politici a disposizione del PEN. Non si sapeva cosa gli sarebbe capitato in futuro. Ho conosciuto alcuni prigionieri politici a disposizione del PEN che furono direttamente esiliati.[7] Dei sequestri però... Si sapeva degli scontri armati, dei massacri, delle sparatorie, di gente, di intere famiglie massacrate e intuivamo... Perché questi fatti venivano poi divulgati come se ci fossero stati scontri armati e fucilazioni. Ma della desaparición no, era qualcosa che non sapevamo, non sapevamo cosa fosse la desaparición de persona. Siccome mio padre era una persona di rilievo, pubblicamente riconosciuta, pensavamo che non gli sarebbe successo niente, proprio perché era molto noto.

M:- Come avete agito dopo la scomparsa di tuo padre? Vi siete rivolti al comissariato di polizia, avete presentato un habeas corpus?

E:- Si, abbiamo presentato un habeas corpus e abbiamo contattato molte persone, ci siamo rivolti a tutti quanti. Ma, al tempo stesso loro (i militari) ci minacciavano di continuo, dicevano che se noi fossimo rimasti in silenzio, se avessimo mantenuto il segreto, ci sarebbero state maggiori possibilità che mio padre venisse liberato più in fretta. Infine... fu proprio il silenzio ciò che ne decretò la desaparición.

M:- Vuoi raccontarmi quale fu il percorso che avete seguito nella ricerca di tuo padre? Inizialmente, vi siete rivolti alla polizia?

E:- Si, siamo andati al commissariato di polizia. Be’, io non ci potevo andare per via della mia militanza politica, per una questione di sicurezza. Per una persona giovane era pericolosissimo farlo e io avevo 19 anni! Quindi sono andati mia madre e i suoi amici. Ma la mia vecchia non si è mossa molto, lei delegava...

M:- Tua madre militava politicamente?

E:- No, lei non aveva alcun vincolo con la politica... Era semplicemente la moglie di mio padre... Con una forte tendenza alla depressione. Ciò la portò a rimanere chiusa in casa, a non fare praticamente nulla. Subito dopo il sequestro di mio padre io sono dovuto sparire da casa, sono dovuto andare a vivere in campagna, in clandestinità; vivevo raccogliendo rose nei dintorni di Mar del Plata. Lì avevo sviluppato dei contatti e, tramite questi, sono venuto a sapere di molti altri che erano stati portati via lo stesso giorno. Tra il giorno e la notte del 19 giugno, a Mar del Plata, sono desaparecidas molte persone, soprattutto gente legata all’ERP, ma non solo. Io avevo un compagno di militanza che non apparteneva all’ERP ma che è desaparecido lo stesso giorno, solo perché suo cognato aveva militato nell’ERP. Anche un attore, membro del gruppo di teatro di mio padre, legato all’ERP è scomparso quel giorno. Be’, abbiamo fatto molte pratiche, abbiamo cercato persone solidali che fossero disposte a presentare un habeas corpus; persone che non fossero politicamente compromesse, perché ciò giocava sia contro la persona desaparecida, che contro lo stesso avvocato o notaio.

M:- Vorrei sapere come hanno reagito le persone, le tue amicizie, dinanzi alla desaparición di tuo padre? Come avete fatto a trovare un avvocato disposto a collaborare in un caso del genere?

E:- Ma guarda, c’è gente che non si è fatta più vedere, per paura. Altri lo hanno fatto per garantire la propria sicurezza. Sai, noi non potevamo sputtanare le persone.[8] Darsi da fare era pericoloso, inoltre uno si faceva prendere dalla paranoia, che a volte era giustificata. Oltre alla sensazione di essere perseguitati, lo si poteva essere veramente e allora erano guai! Per un periodo sono rimasto a Mar del Plata, studiavo storia all’università, avevo una macchina vecchia e piccolina e anche una moto; invece il mio vecchio aveva acquistato da poco una Torino. Da un giorno all’altro mi sono ritrovato a guidare la sua macchina e alle persone che mi chiedevano come mai raccontavo che mio padre era stato ingaggiato per lavorare a Mendoza o un’altra bugia qualsiasi.

M:- Raccontavi ciò per...

E:- Questa era la mia bugia. Ognuno aveva la propria, dato che non avevamo concordato niente in famiglia. Io sostenevo ciò con i miei compagni di università, che non conoscevano molto bene mio padre, invece ai suoi amici dicevamo la verità.

M:- Dunque l’iter per ritrovare tuo padre incominciò nel commissariato di polizia, dove non avete ricevuto informazione alcuna...

E:- Proprio così, poi ci siamo rivolti ad altri commissariati e infine abbiamo contattato un notaio che presentò una richiesta di habeas corpus, che venne immediatamente rifiutata. Successivamente abbiamo sviluppato una serie di strategie diverse, lungo il tempo, ma siccome gli avvertimenti perché rimanessimo in silenzio persistevano...

M:- In che modo vi facevano arrivare queste intimidazioni?

E:- Telefonicamente e qualche volta di persona.

M:- Si presentavano di persona a casa tua?

E:- Si, glielo lasciavano detto al portinaio; ma soprattutto avveniva telefonicamente o nei commissariati di polizia, dove ci recavamo per cercarlo.

M:- Dopo il rifiuto della richiesta di habeas corpus, a chi vi siete rivolti?

E:- Be’, mio nonno materno, che viveva a Buenos Aires, era socialista. Il segretario del Partido Socialista Democratico era stato nominato ambasciatore in Portogallo dal governo dittatoriale e mio nonno aveva preso contatti con lui e anche con altre persone influenti, ma non è riuscito a ottenere nulla.

M:- Avete contattato membri della Chiesa?

E:- Abbiamo avuto pochi contatti e quei pochi furono soprattutto con i sacerdoti terzomondisti, perseguitati anche loro. Ci siamo rivolti al rabbino Marshall Meyers, amico di mio nonno paterno e membro del movimento ebreo per i diritti umani. Però non si poteva fare molto, mio padre non era l’unico caso, anche se per noi lo era, abbiamo poi scoperto che non era affatto così.

M:- Dopo quanto tempo avete scoperto che c’erano altri casi di desaparición de personas?

E:- Be’, passavano i mesi e il numero delle persone scomparse aumentava, venivamo a conoscenza di nuovi casi.

M:- Come riuscivate ad ottenere queste informazioni? Passavano di bocca in bocca?

E:- Si, certo non tramite i mezzi d’informazione. Perché le persone si conoscevano, perché ci ritrovavamo nella stessa situazione.

M:- Dove facevate conoscenza? Nei commissariati di polizia?

E:- Non dentro i commissariati, ma fuori da essi. Magari qualcuno ti riconosceva perché ti aveva visto chiedere informazioni al loro interno. Probabilmente il fatto che il mio vecchio fosse una persona molto conosciuta destava interesse nelle persone, che quindi cercavano informazioni su di lui e su ciò che stava accadendo. Prima di andare via da Mar del Plata per venire qui, a Buenos Aires, ho parlato con il presidente della Croce Rossa che si trovava là per frequentare un corso di bagnino. Ci siamo incontrati e io gli ho raccontato tutto sulla vicenda di mio padre, gli ho anche detto che sarei andato a cercarlo nella Brigata 601 a Cané, nei dintorni di Mar del Plata e ci siamo accordati che se io non fossi stato di ritorno per le ore 18, lui sarebbe venuto a cercarmi. In quel posto mi hanno trattenuto per tutto il giorno, nudo, mi hanno picchiato e ho subito umiliazioni di diverso tipo. Ho avuto una bruttissima sensazione.

M:- Allora sei stato sotto sequestro per un giorno?

E:- Be’, in qualche modo sì, perché ero andato là e mi hanno mollato soltanto alle ore 20 perché la Croce Rossa era venuta a cercarmi. Da quel momento in poi sono tornato a vivere in campagna, ho mantenuto pochissimi contatti soltanto con mia madre. Un giorno, uno dei miei compagni di militanza l’ha incontrata e le ha detto che se lei aveva la possibilità di rintracciarmi mi avvertisse che dovevo “sparire”, che dovevo andarmene perché le cose si mettevano sempre peggio, che era una questione di vita o di morte, che dovevo andarmene al più presto! Allora mi sono tagliato i capelli e mi sono fatto la barba, ho preso una ventiquattr'ore dove ho messo qualche paio di camicie e delle mutande e ho preso la corriera per Buenos Aires, per andare a casa di mio nonno. Certo, come se Buenos Aires, con il gran numero di abitanti, potesse garantirmi un contesto di maggior sicurezza in confronto a quello offertomi da Mar del Plata. Questo è avvenuto il giorno in cui ho compiuto 20 anni. Avevo promesso a mia madre che sarei passato da casa a salutarla e infatti mi sono fermato un pochino da lei, per cambiarmi anche i vestiti. Il padre di una vicina mia amica, un ex poliziotto che aveva lasciato il servizio perché era peronista, mi ha accompagnato, con una vecchia macchina, alla stazione. Poi, ha seguito la corriera oltre Coronel Vidal, più o meno a 50 km da Mar del Plata: seguiva la corriera per controllare che non mi accadesse niente... In quel momento ha avuto inizio il mio 'esilio interno'. Qui, a Buenos Aires, sono andato a vivere a casa dei miei nonni e pochi giorni dopo, tramite un loro conoscente, ho trovato lavoro in una fabbrica. Questo lavoro non c’entrava niente con l’ambiente che avevo precedentemente frequentato e con i miei interessi, ma per me era un rifugio.

M:- I tuoi fratelli, invece, cosa hanno fatto?

E:- Mio fratello minore, tredici mesi più piccolo di me, studiava a La Plata. È rimasto lì per un po' senza tornare mai a Mar del Plata, poi anche lui è venuto a vivere qui, a casa di mio cugino. I miei due fratelli più piccoli sono rimasti con mia madre, a Mar del Plata, per almeno altri due anni e successivamente sono venuti tutti a vivere a Buenos Aires.

M:- Come vivevi l’esilio interno?

E:- Qui ho iniziato a riprendere contatto con alcuni miei compagni di militanza, con coloro che si erano esiliati da Mar del Plata, e che ho continuato a frequentare.

M:- Avevi contatti con militanti di Buenos Aires?

E:- Si, dopo qualche mese ho iniziato a conoscerne qualcuno. Entrare in contatto con loro mi ha permesso di osservare la vicenda di mio padre all’interno di un contesto più ampio. Questo episodio non era successo soltanto al mio vecchio, ma capitava anche a molti altri. Ho preso il mio primo contatto con un organismo per i diritti umani, frequentavo Familiares de detenidos desaparecidos. Fu là che venni a sapere di altri casi di persone dell’ambiente artistico, che conoscevo, che erano desaparecidas, un attore della tv e un regista cinematografico che mio padre conosceva perché aveva accettato di proiettare due suoi film che a Buenos Aires nessuno aveva voluto diffondere. Venni a sapere, inoltre, dell’esilio forzato, di coloro che, minacciati, lasciavano il paese. Moltissimi artisti vicini a mio padre andarono in esilio. Il fatto di vivere a Buenos Aires mi ha dato l’impressione di avere più libertà, sentivo che, essendo in mezzo a tante persone, potevo condurre una vita più nascosta.

M:- Quando e come hai preso coscienza del fatto che tuo padre era desaparecido?

E:- Devi sapere che la ricerca di mio padre fu costante, anche per le strade, mi guardavo in giro per vedere se mi imbattevo in lui, pensavo che forse si trovasse in clandestinità, come me, fuori dall’ambito quotidiano di Mar del Plata.

M:- Nutrivi la speranza che lui fosse stato rilasciato?

E:- Si, proprio così.

M:- Pensavi che, in tal caso, non si fosse messo in contatto con voi per motivi di sicurezza?

E:- Si. Sai quelle fantasie in cui pensi: che s’è n’è andato per conto suo, in esilio all’estero, per questioni di sicurezza personale, come avevano fatto tanti altri artisti. Fantasie... La ricerca era costante proprio nelle fantasie. Pensavo che magari potesse essere in un manicomio, contavo sulle sue capacità teatrali, forse stava simulando di essere pazzo o che ne so. Di fatto, quando fu creata la Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas (CONADEP), la prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di andare a cercarlo al manicomio di Buenos Aires. Fu un esperienza bruttissima, non solo per le condizioni del manicomio, ma anche perché la ricerca diede un esito negativo; fu davvero dura, era il 1983. Ma tu mi chiedevi quando, durante la dittatura, ho capito che il mio vecchio era un desaparecido? Be’, quando ho preso contatti con i parenti di altri desaparecidos, a Buenos Aires, dopo qualche tempo, tra il 1977 e il ‘78.

M:- Quando hai capito che le persone desaparecidas non erano in clandestinità o in esilio, ma che, in genere, erano state sequestrate e successivamente uccise?

E:- In realtà quasi mai, a eccezione dei casi di cui avevo informazioni sul luogo e la data del sequestro e che dopo qualche mese comparivano nei giornali come morti in uno scontro armato. In realtà sapevamo dei campi di concentramento... ma la nozione che l’essere desaparecido presupponesse la morte dell’individuo, no... ne avevamo il timore, ma nessuno lo credeva realmente.

M:- In seguito, hai mai avuto la certezza di questi fatti, magari dopo il dossier prodotto dalla inchiesta svolta dalla CONADEP?

E:- No, nemmeno dopo la CONADEP. Certezza? Intimamente non c’è l’ho. Si, la logica mi dice che è morto, ma quella logica non posso accettarla, né politicamente, né intimamente; non posso accettarla, non posso e non l’ho interiorizzata.

M:- Dunque che spiegazione ti dai, cosa pensi sia successo a tuo padre?

E:- Penso che gli sia successo quello che è successo a tutti gli altri, che sia stato assassinato e che sia stato buttato nel mare o nel fiume... no so... nel mio caso c’è l’incertezza, a ogni modo non ho ancora elaborato la morte di mio padre.

M:- È la mancanza di una salma ciò che t’impedisce di elaborare il lutto?

E:- Si, ma anche perché il fatto di non accettare la morte rende politicamente più forti... Se c’è “la morte” vuol dire che si è commesso un assassinio e se c’è un assassinio allora ci sono, anche, gli assassini.

M:- Credi sia così?

E:- Si, ma non sarò io a dire che sono morti.

M:- Per motivi politici, come accennavi prima? Perché credi che sia una responsabilità che debbano assumersi i colpevoli, o lo Stato?

E:- Si, in un certo senso penso di si. Ma... anche perché è qualcosa che ho interiorizzato.

M:- Hai potuto parlare, raccontare a qualcuno il tuo caso?

E:- Ho parlato con pochissime persone, inoltre ho iniziato a farlo di recente.

M:- Cosa intendi per “di recente”?

E:- Be’, più o meno da tre o quattro anni. Poi l’ho sempre fatto in questo modo, tramite le domande che mi vengono poste. Sai, sono cose che continuano a fare male, nonostante il passare degli anni e la mia militanza in H.I.J.O.S., dove nell’ultimo periodo svolgo il compito di testimoniare le nostre vicende.... Cioè, la militanza mi rende più forte, ma tutto questo non finisce mai di fare male, di provocarmi angoscia. Inoltre, il mio carattere mi ha portato a eludere questi argomenti. Penso che le persone che mi chiedevano informazioni in buona fede, per solidarietà finivano per non domandare più, una volta che percepivano l’angoscia che provavo dinnanzi a questo tema. Il mio interesse a partecipare a queste interviste è quello di poter rilasciare la mia testimonianza, ho iniziato a farlo dopo il mio “debutto”, il 24 marzo del 1996, quando mi è toccato, per puro caso, leggere un documento [nell’atto commemorativo per il ventennale del colpo di Stato N.d.A.]. Da quel giorno sono diventato un personaggio pubblico, riconosciuto dalle persone come il figlio di un desaparecido. Prima non ero conosciuto in questa veste.

M:- Sostieni di non aver parlato delle tue vicende subito dopo il ritorno alla vita democratica, forse perché sentivi che quell’argomento non si poteva ancora trattare pubblicamente?

E:- No, ma nemmeno credevo di doverlo sbandierare. Lo si rende pubblico per necessità, ma non giro per strada dicendo che sono il figlio di un desaparecido, tuttavia compaio sui giornali.

M:- Quindi fino al 24 marzo 1996, oltre i parenti e gli amici stretti nessuno sapeva che eri figlio di un desaparecido?

E:- No, nessuno, nemmeno i miei compagni di lavoro.

M:- Perché hai scelto di diventare noto pubblicamente?

E:- Non lo so. Credo che c’entri con la militanza in H.I.J.O.S... Se lotto contro l’oblio e il silenzio, perché celare la mia identità? Vedi, la scelta che ho fatto la giustifico intellettualmente, inoltre mi fa bene affrontare la mia identità. Io non giro per strada indossando la spilletta di H.I.J.O.S., ma se partecipo ad una manifestazione o rappresento l’organizzazione in qualche evento chiaramente la metto. Tutto il mondo sa già che sono il figlio di un desaparecido e che milito attivamente, quindi quando c’è un escrache oppure un qualche evento che viene filmato dalla tv o commentato dai giornali, la gente mi cerca [nelle riprese, nelle foto, legge le dichiarazioni. N.d.A.] e se c’è stata repressione nel corso di una manifestazione s’informa se sto bene.

M:- Prima del 1996, come gestivi la tua situazione?

E:- Tentavo di parlare il più possibile, di scoprire la mia identità, senza bugie... Perché non negavo la mia identità ma nemmeno la rendevo pubblica e poi, all’interno di quale ambito dovevo farlo? Per quale motivo dovevo dirlo? Questo forse lo sa il mio terapeuta...

M:- Raccontami come andarono le cose quel 24 marzo del 1996.

E:- Be’, la notte del 23 marzo, verso le tre del mattino, abbiamo convocato un raduno davanti il palazzo dei tribunali, c’erano quasi 20.000 persone e io ero lo speaker. Il giorno dopo per ragioni fortuite mi hanno chiesto di leggere quel documento.

M:- Come mai eri tu lo speaker del raduno del 23 marzo?

E:- Mi ero offerto perché avevo già esperienze come speaker, lo avevo già fatto in altre mie attività. Sono un maestro di scuola, e oltre a insegnare lavoro nell’ambito della ricreazione per adulti, faccio lo speaker in eventi ricreativi di massa. Ed è perciò che non ho avuto paura di farlo in quell’occasione.

M:- Chi aveva organizzato il raduno del 23 marzo?

E:- H.I.J.O.S.

M:- Mi racconti come e quando si è formata la vostra organizzazione, come vi siete conosciuti, come avete deciso di lavorare insieme?

E:- Durante gli anni della dittatura c’erano diversi laboratori frequentati da figli di desaparecidos, che organizzavano corsi e attività di vario tipo. Alcuni si sono conosciuti così, poi i bambini erano assieme alle proprie famiglie, quando queste s’incontravano.

M:- Puoi spiegarmi dove si incontravano le famiglie delle vittime? Si incontravano nelle sedi delle organizzazioni per i diritti umani?

E:- Sì.

M:- Fammi capire, tua madre, per esempio, si recava con tua sorella nella sede dell’organizzazione, la portava con sé perché forse non sapeva con chi lasciarla?

E:- Non è proprio il caso di mia madre, ma più o meno avveniva così. Molte madri si ritrovavano fra loro per parlare di cosa fare per recuperare i propri parenti desaparecidos e, dunque, i bambini si conoscevano e crescevano insieme. Sono stati realizzati molti esperimenti, tramite il lavoro sociale, su questa situazione che non aveva precedenti simili neanche a livello internazionale. Hanno indagato sia gli psicologi che gli antropologi. In principio si sono sviluppati i laboratori per attività di gruppo, ma erano sempre collegati ad altre cose... L’organizzazione H.I.J.O.S. è nata quasi spontaneamente, verso la fine del 1995, quando nella Facultad de Arquitectura de la Plata fu realizzato un atto commemorativo per gli studenti e i professori detenidos desaparecidos di quella facoltà. In quell’occasione si sono resi conto che molti dei figli degli scomparsi avevano ormai più o meno vent’anni. Alcuni di loro avevano già qualche esperienza di militanza e atri si conoscevano di vista, alcuni non si erano mai visti, be’, poi hanno deciso di raggrupparsi.

M:- Come sono arrivati alla decisione di raggrupparsi?

E:- Per una necessità, collegata alla propria identità. Perché avevano un problema comune e volevano valutare come affrontarlo. Perché non è una vicenda esclusivamente individuale, perché può essere socializzata. Fu organizzato un ritrovo in campeggio, a Córdoba, al quale hanno partecipato i figli di desaparecidos delle diverse regioni del paese. In quell’occasione furono stabiliti i principi e le basi dell’organizzazione. Fu proposta la sigla H.I.J.O.S., Hijos por la Identidad y la Justicia contro el Olvido y el Silencio. Si decise di sviluppare una rete di contatti a livello nazionale che raccogliesse i figli dei desaparecidos, i figli di ex prigionieri politici, i figli degli uccisi e quelli degli esiliati durante la dittatura e negli anni che la precedettero. Qui, nella capitale, si è mantenuta questa impostazione originaria, ma esistono delle sedi regionali che raccolgono soltanto i figli dei desaparecidos e quelli degli uccisi. Qui, invece, partecipiamo tutti, nonostante le quattro discendenze diverse.

M:- Quali obiettivi vi siete posti?

E:- I propositi base dell’organizzazione sono la rivendicazione della lotta dei nostri genitori; l’opposizione alla Teoria de los dos demonios; l’opposizione alle leggi di Obediencia Debida, di Punto Final e all’indulto; la restituzione dei nostri fratelli scomparsi; il giudizio e il castigo di tutti i colpevoli del genocidio e dei loro complici, perché noi “non ci dimentichiamo, non perdoniamo e non ci riconciliamo!”[9]. Questi sono i principi fondamentali dell’organizzazione, che persistono e ai quali se ne aggiungono di nuovi. La rivendicazione della lotta dei nostri genitori fu decisa e aggiunta dopo il II convegno di Lanús, dell’anno scorso [1997 N.d.A.]

M:- Che cosa intendete con la “lotta dei vostri genitori”?

E:- Noi crediamo che i nostri genitori abbiano lottato per un paese migliore, senza distinzioni, né sulla loro appartenenza ideologica, né sull’organizzazione in cui militavano. Noi non mettiamo in discussione le loro scelte; non perché crediamo che non bisogna discuterle, ma perché loro sono caduti lottando per migliorare la situazione sul posto di lavoro, nei quartieri. Oggi stiamo peggio di prima...

M:- Quando e come nacque l’escrache? Te lo chiedo perché credo sia, tra le varie attività, quella divenuta di dominio pubblico.

E:- Sì, in effetti è la più conosciuta. Qui, nella capitale, siamo suddivisi in varie commissioni Alcune si occupano di questioni interne all’organizzazione, per esempio la commissione Finanze; altre si adoperano per questioni relative all’identità; altre ancora curano i rapporti con l’estero, l’ufficio stampa, la radio, il lavoro nei quartieri, gli interventi in ambito educativo, l’archivio, ecc. Escrache è la commissione che s’impegna per denunciare pubblicamente i genocidi impuniti. È come se facessimo un servizio a domicilio, segnalando le case dei colpevoli. La forma con cui svolgiamo queste manifestazioni è innovativa, perché anziché realizzarla dinanzi al parlamento, in Plaza de Mayo o in un altro luogo del potere, essa viene fatta davanti alla casa dell’assassino o del suo complice, o nei loro luoghi di lavoro. Uno dei primi escraches fu di un medico che lavorava in una casa di cura. Avevamo ricevuto la segnalazione, ci siamo radunati e siamo andati a manifestare davanti alla clinica. Abbiamo pubblicamente denunciato che quel tizio aveva assistito dei parti nei campi clandestini di detenzione e ora lavorava lì, con la qualifica di ostetrico. Poi ci siamo recati al suo domicilio e lo abbiamo segnalato pubblicamente, consegnando in tutto il vicinato dei volantini con scritto il numero di telefono, l’indirizzo e le accuse nei suoi confronti. Quello che più ci preme è rendere di pubblico dominio quello che succede. Informare la gente che, grazie alle leggi di Obediencia Debida, Punto Final e agli indulti, questi tizi sono rimasti in libertà e camminano per strada tranquillamente come tutti noi! Siamo convinti che gli assassini si meritino di stare in carcere, ma non abbiamo fiducia nella giustizia attuale e, dunque, chiediamo che venga fatta giustizia. Sembra una contraddizione, ma noi crediamo che, in qualche modo, la condanna sociale sia l’unica strada che riuscirà a portare in carcere queste persone, che promuoverà la giustizia legale.

M:- Raccontami la nascita della commissione Escrache.

E:- È nata un paio di anni fa [1996] ma, inizialmente, localizzare i tizi da 'sputtanare' risultava molto difficile. Adesso è più facile perché sono in molti quelli che ci inviano informazioni e segnalazioni.

M:- Inizialmente come riuscivate a raccogliere le informazioni?

E:- Be’, all’inizio i dati ce li forniva qualche ex detenuto che per caso incontrava un torturatore. Noi vogliamo dire alla gente che così come Astíz e Massera non possono camminare per strada perché la gente li riconosce e li ripudia, li 'escracha', così deve avvenire con molti altri perché loro non sono gli unici assassini.

M:- Che cosa pensa H.I.J.O.S. delle persone che hanno scelto, in quegli anni, di partecipare alla lotta armata?

E:- Già prima ti ho risposto che noi rivendichiamo la lotta dei nostri genitori senza stabilire differenze sul loro tipo di militanza.

M:- Tu chiami assassini i membri delle forze armate e i loro complici. Come definisci le persone che parteciparono attivamente alla lotta armata?

E:- Be’ credo che prima occorra chiarire che il terrorismo di Stato è la repressione sistematica organizzata dallo Stato. La questione è che sono assassini sistematici, sono assassini dello Stato e se un membro dello Stato uccide delle persone, quell’ individuo viola i diritti umani...

M:- Dunque, è un crimine contro l’umanità.

E:- Sì, proprio così. Inoltre non è comparabile l’assassinio di Stato, il genocidio, la tortura, il sequestro, il rapimento o le uccisioni di neonati, con altri tipi di assassinio. Questo genocidio fu pensato, programmato, organizzato e infine realizzato e i colpevoli sono stati lasciati in libertà dal presidente Menem. [...] Inoltre sono ancora in vigore alcune leggi della dittatura, in carica giudici che hanno assunto il loro ruolo e giurato durante il regime, che hanno poi accettato il sorteo de causas[10] e condannato, in forma proporzionale, esclusivamente i capi. Capisci, hanno dato condanne proporzionali a seconda dei casi di cui era colpevole ogni corpo delle forze armate, come se non fossero state le Forze Armate e ognuno dei corpi che ne fanno parte a essere responsabili dell’attuazione del piano, all’interno del quale ognuno aveva il proprio compito. Questo è ridicolo!

M:- Il fatto che non esistano elenchi con i nomi dei desaparecidos...

E:- Gli elenchi ci sono! Esistono delle liste con i nomi, incomplete.

M:- Sono, però, successivi al regime; realizzati grazie alle denunce raccolte dai vari organismi per i diritti umani. Volevo chiederti qual è la tua opinione sulle voci che parlano dell’esistenza, durante la dittatura, di elenchi coi nomi dei detenuti nelle carceri clandestine.

E:- Sono certo del fatto che ci sono stati degli elenchi, abbiamo le prove. Poco tempo fa, in un terreno abbandonato sono stati ritrovati degli elenchi di nomi mezzo bruciacchiati. In essi comparivano i nomi di molti desaparecidos, quasi tutti studenti. Sono certo che esistono o almeno che siano esistiti gli elenchi. Quelli che ci sono ora, sono stati realizzati dai loro parenti, ma le persone che sono desaparecidas e che non avevano parenti... cosa succede con loro... Succede che non compaiono negli elenchi. Inoltre ci sono persone che non hanno mai fatto la denuncia di desaparición perché si vergognavano o perché avevano paura. Alcune persone non appaiono nelle liste perché è desaparecida la loro intera famiglia, altre perché provengono da famiglie umili, sfiduciate nei confronti della giustizia. Sappiamo che sono desaparecidos i lavoratori di interi quartieri nelle prossimità di La Plata, gente umile, ma i loro nomi non ci sono negli elenchi. Ai tempi erano combattivi, ma la sfiducia nella giustizia ha fatto sì che ora non siano presenti negli elenchi.

M:- Che sentimenti hai nei confronti di chi ha paura di presentare la denuncia di scomparsa?

E:- Penso che fare la denuncia sia una questione molto particolare. Ha a che fare con molte cose, come con il livello di fiducia che c’è nella giustizia o appunto la paura. Credo che ciò possa accadere: mi sembra abbastanza logico e comprensibile. Se il denunciare fosse servito per qualche cosa. Ma non ha risolto niente, ha semplicemente permesso di compilare degli elenchi incompleti e a organizzare l’informazione. Erano le persone meno perseguitate quelle che avevano fiducia nella possibilità di risolvere le cose con le denunce. Il dossier della CONADEP, a noi, è servito perché qualcun’altro fosse inserito nell’elenco, per avere più chiara la situazione, per avere uno sguardo globale di ciò che era successo. Ma se analizziamo la questione scopriamo che la CONADEP fu una commissione d’indagine organizzata dal potere esecutivo, che ne limitò le funzioni, con l’intenzione di evitare che fosse creata una commissione bicamerale che avesse potere risolutivo sulle questioni relative al genocidio. Già nel suo prologo al dossier, E. Sabato[11] appoggia la Teoria de los dos demonios con la quale noi non concordiamo. Poi, dopo i processi penali, hanno sancito Punto Final e Obediencia Debida, con tutte queste limitazioni le nostre speranze ...

M:- Credi sia possibile che il processo di storicizzazione di questo periodo sia intralciato dalla segretezza con cui furono realizzate le attività repressive dello Stato?

E:- Be’, può succedere che i documenti non rivelino la realtà dei fatti. Per esempio nella mia carta d’identità compariva un domicilio che non era il mio. Per avere certi documenti, come il passaporto, e nonostante uno sia maggiorenne, ti vengono chieste informazioni tipo “tuo padre è in vita?” Che cosa devo rispondere in questi casi? Che devo dire? Non è soltanto la domanda, ma anche a chi lo sto dicendo. Rispondo a un poliziotto!

M:- Vuoi dire che ancora al giorno d’oggi è rischioso dare queste informazioni alla polizia?

E:- In un certo senso si.

M:- Puoi spiegarti meglio? Vuoi dire che l’atteggiamento repressivo persiste?

E:- Si, continua. Credo proprio che non sia sparito, anzi quando la polizia ci arresta, ci provoca. Quando hanno arrestato i compagni di La Plata, gli hanno detto: “Allora, vi vengono a cercare i vostri genitori?” Poi ci sono meccanismi propri, per esempio io non ricordo mai i numeri di telefono e i cognomi dei miei compagni, ricordo soltanto qualche nome. Ho tutti i numeri di telefono compromettenti in un unico foglio, tutti insieme perché sia più facile distruggerlo. Sono meccanismi di difesa che ho imparato e che mi sono rimasti.

M:- Dunque l’esperienza dell’esilio interno e la clandestinità continuano ad avere effetti sulla tua quotidianeità?

E:- Si, certo.

M:- Questi risvolti sul tuo quotidiano derivano dall’abitudine acquisita o dal fatto che tu consideri repressivo il contesto in cui vivi oggi?

E:- Il contesto è repressivo, si, per me continua ad esserlo; sia perché sono stato picchiato dalla polizia durante un escrache, sia perché sento che le mie possibilità vengono represse.

M:- Si può intendere l’attività di H.I.J.O.S. come il tentativo di riportare alla luce meccanismi che continuano a rimanere segreti e clandestini. L’esporsi apertamente per denunciare i crimini dei genocidi è contrapposto alla clandestinità del precedente sistema?

E:- Sì, è contro la clandestinità, contro il lavoro silenzioso. Inoltre, oggi, quello che più ci protegge è l’essere divenuti personaggi pubblici. Io mi sento protetto quando, dopo un escrache in cui c’è stata repressione, i compagni che non erano presenti all’evento e i genitori dei miei allievi si recano il giorno successivo a scuola, prima dell’orario delle lezioni, per controllare che stia bene. Magari ci sono state persone arrestate e vogliono assicurarsi che io non mi trovi fra queste, si dimostrano preoccupati per il mio bene.

M:- La repressione degli escraches è sorta subito?

E:- No. È iniziata man mano, quando gli escraches hanno acquisito rilievo pubblico, quando è aumentata la partecipazione, che è stata proporzionale all’aumento dei controlli e della repressione della polizia. L’escrache è diventato qualcosa di molto forte, molte persone vi partecipano o lo utilizzano come metodo di denuncia. Come i risparmiatori di una banca che, essendo stati truffati, vanno dal proprietario della banca e lo sputtanano; oppure gli allievi delle scuole che sputtanano i professori che hanno fatto le spie durante il regime. L’escrache è diventato una nuova forma di denuncia, collegata all’accumulo d’impunità, che non è un qualcosa di astratto. Gli individui impuniti vivono qui, non è una questione politica o di indirizzo, è qualcosa di molto concreto. Questo assassino o questo complice vive al tale indirizzo e ha fatto questo e questo. Posso mostrarti del materiale che diffondiamo negli escraches e che adoperiamo quando andiamo a testimoniare su questo tema e sulla nostra militanza nelle scuole.

M:- Sei uno dei rappresentanti più anziani di H.I.J.O.S.?

E:- Sì, nella capitale, sì. Scherzo con il fatto di appartenere al consiglio di anziani di H.I.J.O.S. o mi autodefinisco un 'hijosauro'. Nei centri urbani l’eta media di un membro di H.I.J.O.S. si aggira attorno ai venticinque anni, ma al congresso mi sono reso conto che l’età media aumenta in modo considerevole se si tratta dei membri di Santiago del Estero, Chaco o Tucumán. Questo fatto è direttamente collegato con l’identità della persona sequestrata, se era uno studente o un libero professionista e viveva in città, oppure se era un operaio o un contadino della campagna, dove la militanza è più difficile e quindi i militanti sono più adulti. Quando sei adulto assumi un impegno maggiore, ti comprometti di più... Questa, per esempio, è stata una delle cause del mio divorzio: la militanza in H.I.J.O.S.

M:- Quando ti sei sposato?

E:- Tanto tempo fa, alla fine del 1979.

M:- Dove hai conosciuto la tua ex moglie?

E:- Qui, a Buenos Aires, era una compagna di lavoro. Ci siamo separati due anni fa, ma non siamo ancora legalmente divorziati.

M:- Se non ti dispiace vorrei sapere qual è la vostra opinione sul lavoro e sulle richieste inoltrate dal giudice spagnolo B. Garzón. Siete in contatto con lui?

E:- Si. Noi non poniamo tutte le nostre aspettative nel giudice Garzón, ma siamo d’accordo con il promuovere un giudizio in Spagna. Non misconosciamo il suo lavoro ma, ti ripeto, nemmeno poniamo in lui tutte le nostre speranze.

M:- In relazione ad analoghi sviluppi dei processi penali in Italia, che ne pensate?

E:- Quello che Garzón ha realizzato per i desaparecidos spagnoli si è sviluppato fino a divenire un giudizio per genocidio, le scuse utilizzate, come “sono già stati giudicati” non hanno avuto più alcun valore perché il genocidio è un crimine contro l’umanità. Vogliamo poter realizzare la stessa cosa in Argentina, soprattutto dopo gli sviluppi con Pinochet.

M:- Qual è stata la vostra reazione all’arresto di Pinochet?

E:- Be’, non ci siamo affatto intristiti. Si sono alzate molte voci argentine e cilene contro l’arresto, ma siccome i crimini che ha commesso sono contro l’umanità, tutta l’umanità, e non cadono in prescrizione, possono essere giudicati ovunque.

M:- Dunque sperate che avvenga lo stesso con Videla? Almeno per quei reati per i quali non è stato processato?

E:- Si, certo, se uno si riferisce agli aspetti esclusivamente legali, tralasciando questioni etiche. A ogni modo egli non è stato giudicato né per genocidio, né per appropriazione indebita di minori.

M:- Mi hai raccontato che lo scopo dell’escrache è la condanna sociale, che porterà finalmente i colpevoli in carcere perché capace di agire in modo positivo sulla giustizia “legale”, posso dunque dedurre che, per voi, le vie legali non sono del tutto precluse?

E:- Non scartiamo quella possibilità, molte persone seguono questa via, ma essa non è la nostra scommessa politica, non è ciò a cui noi puntiamo. Non ne abbiamo fiducia, ma quella legale è una via che riconosciamo e percorriamo. Il fatto è che noi crediamo che la miglior giustizia è quella che scaturisce dalla condanna sociale.

M:- C’è una produzione vasta e diversificata su questo argomento, realizzata grazie all’impegno di antropologi, psicoanalisti, ecc. Come valuti l’impegno degli storici?

E:- Non conosco molti storici. Alcuni hanno affrontato l’argomento con l’ottica del romanziere, altri tenendo conto delle vendite, hanno scritto soltanto ciò che poteva essere pubblicato nei testi per il liceo o per le scuole elementari. Non ci sono molte indagini realizzate da storici [link 31]: una cosa è il lavoro di Graciela Browarnik[12], un’altra quello del professore Enrique Vazques che studia la lotta di H.I.J.O.S. soltanto per il suo carattere innovativo nell’ambito della lotta per i diritti umani e per il rinnovamento generazionale che ha portato all’interno degli organismi per i diritti umani in Argentina.

M:- Questo è il panorama dell’ambito accademico?

E:- Non è stata condotta un’indagine sistematica, o alcunché svolto in forma seria che tenesse conto di noi come fonte utile alla ricerca.

M:- Perché?

E:- Forse per paura. Sai, impegnarsi in argomenti che sono collegati ai temi d’attualità ... o meglio, giacché la dittatura non è un tema d’attualità ma grazie al nostro lavoro lo ridiventa, gli storici non vogliono toccare la questione. Forse è questo il motivo.

M:- Siete critici nei confronti di questo tipo di condotta?

E:- Non abbiamo preso una posizione nei confronti di questo argomento per ragioni legate al nostro modo di organizzarci. Siamo un’organizzazione orizzontale, dunque il tutto funziona in forma molto democratica, ma ciò comporta delle deficenze nella nostra capacità di reagire, di comprendere molte cose, non ci consente di soffermarci su ogni argomento, non perché non siano importanti, ma per una questione di tempo. Le nostre urgenze non ci hanno concesso di soffermarci ad analizzare quali rapporti abbiamo sviluppato con le altre organizzazioni di diritti umani, non penso proprio che possiamo permetterci di farlo per... Vedi, poi si creano situazioni... per esempio con gli psicologi. Molti di loro si sono offerti, in modo solidale, di realizzare delle esperienze terapeutiche con i figli dei desaparecidos, ma alcuni di essi hanno finito per utilizzare i ragazzi come cavie, non hanno sviluppato un lavoro serio e veramente solidale. È una mia impressione, non una caratterizzazione dell’ambito istituzionale o una generalizzazione, ma è successo a molti. O per esempio adesso gli antropologi che stanno realizzando dei video e quindi ti cercano, ti chiamano, ti filmano, s’intromettono nelle nostre cose certe volte documentando ciò che avviene e certe altre no. E poi noi abbiamo anche la nostra vita quotidiana...

Bibliografia in italiano

AA.VV., Nunca más: rapporto della Commissione Nazionale sulla scomparsa di persone in Argentina, Bologna, EMI, 1986. È la traduzione del rapporto della CONADEP (Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas) istituita col decreto legge 187/83 del 15 dicembre 1983. Fornisce dati statistici e informazioni sulla repressione e le sue vittime. Descrive il metodo della desaparición de personas, i centri clandestini di detenzione, ecc.

ALFONSÍN Raúl, Il caso Argentina; Pablo Giussani a colloquio con il Presidente della Repubblica Argentina, Roma, Editori Riuniti, 1988. Raúl Alfonsín è stato il primo presidente democraticamente eletto dopo la caduta del regime dittatoriale, nel dicembre 1983. A colloquio con Paolo Giussani egli racconta la difficile situazione del paese, sia in ambito politico che in quello economico e sociale, dopo il ritorno alla vita democratica.

CALAMAI Enrico, Niente asilo politico. Diario di un console italiano nell’Argentina dei desaparecidos, Roma, Editori Riuniti, 2003. Enrico Calamai racconta la sua esperienza di console durante il periodo della dittatura (1976-1983) e le politiche dell’ambasciata italiana in relazione alle richieste d’asilo.

Desaparecidos: documenti dall’interno dell’Argentina, Roma, Editori Riuniti, 1983. Raccolta di alcuni documenti relativi alla desaparición de personas.

DIEZ Rolo, Vencer o morir. Lotta armata e terrorismo di Stato in Argentina, Milano, Il Saggiatore, 2004. Di recente uscita, il libro racconta le vicissitudini della lotta armata nell’Argentina degli anni ‘70.

GAMBACORTA Lino, Storia di un Hijo. La voce di un figlio di desaparecidos tra presente e memoria, Ravagnese, Città del Sole Edizioni s.a.s., 2004. L’autore ha intervistato un ragazzo figlio di desaparecidos, membro dell’organizzazione “H.I.J.O.S.- Paris”. Pone, inoltre le problematiche della rimozione e dell’oblio, del ricordo e della memoria.

GARCÍA Miguel Angel, Argentina, dall'indipendenza al peronismo, Milano, Editorial Mazzotta, 1975. Ricostruzione della storia argentina fino agli anni del secondo dopoguerra, che videro la nascita di un movimento che segnò profondamente la storia del paese: il giustizialismo o peronismo, dal nome del suo fondatore il generale Juan D. Perón.

Il diritto non cade in prescrizione: i desaparecidos argentini. I diritti umani tra negazione e internazionalizzazione, a cura di BINELLO Daniela, Roma, Ediesse, 2002. Affronta le problematiche collegate ai temi dell’impunità dei responsabili della dittatura in relazione al diritto internazionale, che impone che i crimini contro l’umanità non cadano in prescrizione, le difficoltà nel promuovere la giustizia nel paese, la giustificazione dei crimini commessi utilizzando categorie quali quella della “guerra sporca”, ecc.

MADRES DE PLAZA DE MAYO, Non un passo indietro. Storia delle Madres de Plaza de Mayo. Milano, a cura di Sima, novembre 2001. In questo libro le Madres di Plaza de Mayo raccontano dove si sono incontrate, come è nata la loro associazione, quali erano e quali sono tuttora i loro obiettivi.

MASSARI Roberto, Il Peronismo, Roma, Erre Emme edizioni, 1997. Analisi del fenomeno del peronismo secondo l’ottica marxista del materialismo storico.

MIGLIOLI Giovanni, Desaparecidos. La sentenza italiana contro i militari argentini, Fondazione Internazionale Lelio Basso e Associazione Culturale Ponte della Memoria, Roma, Manifestolibri, 2001. Ricostruzione dell’istruttoria e del processo penale e della sentenza contro i responsabili della scomparsa di cittadini italiani in argentina, durante l’ultima dittatura.

MINÀ Gianni, Un continente desaparecido, Milano, Sperling & Kupfer, 1995. Il testo indaga la repressione statale in latinoamerica.

MORETTI Italo, I figli di Plaza de Mayo, Milano, Sperling & Kupfer, 2002. Narra del lavoro svolto dalle abuelas de Plaza de Mayo per rintracciare i loro nipotini scomparsi e adottati come figli naturali dalle famiglie considerate politicamente affidabili dal regime dittatoriale, della costituzione di un archivio genetico che permetterà, anche dopo la loro scomparsa, d’individuare l’identità e le origini di chi è figlio di un desaparecido. Presenta anche alcuni casi di bambini ritrovati.

MORETTI Italo, In Sudamerica. Trent’anni di storie latinoamericane dalle dittature degli anni Settanta al difficile cammino verso la democrazia, Milano, Sperling & Kupfer, 2000. Indagine sulle dittature sudamericane.

SEOANE M., NUÑEZ H.R., La notte dei lapis, Roma, Editori Riuniti, 1987. Racconta la storia di un gruppo di studenti di La Plata impegnati nella lotta per il conseguimento del biglietto studentesco sequestrati e desaparecidos ad eccezione di un sopravvissuto che ne ha riportato le vicende.

SILVESTRI Francesco, L’Argentina da Perón a Cavallo (1945-2002). Determinanti storiche ed impatto socio-politico delle crisi economiche argentine dal dopoguerra ad oggi, Bologna, CLUEB, 2003. Ricostruzione ed analisi dello sviluppo economico dell’Argentina.

TIMERMAN Jacobo, Prigioniero senza nome, cella senza numero, Milano, A. Mondadori Editore, 1982. Autobiografia di un editore di testate giornalistiche sequestrato e successivamente liberato e costretto all’esilio.

VERBITSKY Horacio, Il volo, Milano, Feltrinelli, 1996. Colloquio con l’ex capitano di corvetta Adolfo Scilingo che fu coinvolto nei cosiddetti “voli della morte”.

Film

Imaging Argentina. Regia di Christopher Hampton, con Antonio Banderas e Emma Thompson, USA, 2002. Buenos Aires 1976. Carlos Rueda e sua moglie Cecilia vivono con la loro figlia Teresa. Carlos dirige un teatro di ragazzi, Cecilia è una stimata giornalista, ma i suoi ultimi articoli riguardanti le misteriose scomparse di persone attirano l'attenzione degli agenti governativi. Un giorno Carlos torna a casa e scopre che la moglie è stata portata via dalla polizia. Disperato, nell'intento di salvarla, Carlos segue le sue tracce. Comincia ad avere delle visioni ed a sentire un legame con le persone scomparse che va oltre la normale percezione. Utilizza il contesto storico dell’Argentina degli anni ‘70 per narrare una storia di genere fantastico.

Figli / Hijos. Regia di Marco Bechis, con Carlos Echevarria, Julio Sarano, Stefania Sandrelli e Enrique Piñeyro, Italia, 2001. Rosa, nata in un centro clandestino di detenzione da una donna sequestrata e successivamente desaparecida, viaggia in Italia alla ricerca di suo fratello gemello consegnato subito dopo il parto a un rappresentante del regime.

Garage Olimpo. Regia di Marco Bechis, con Antonella Costa e Carlos Echevarria, Argentina / Italia, 1999. Maria, giovane maestra impegnata socialmente, viene sequestrata e portata nel Garage Olimpo, uno dei 365 centri clandestini di detenzione attivi in Argentina durante il regime dittatoriale. Tra i suoi carcerieri c’è Felix, affittuario di una delle camere nella casa della madre di Maria. Egli ne è innamorato e le riserva un trattamento particolare al quale Maria non riesce a sottrarsi.

La notte delle matite spezzate. Regia di Hector Olivera, con Alejo Garcia Pintos e Vita Escardo, Argentina, 1988. Narra le vicissitudini del gruppo di studenti di La Plata sequestrati e desaparecidos a causa delle loro lotte sociali. È la ricostruzione filmica di una storia realmente accaduta.

La storia ufficiale. Regia di Luis Puenzo, con Norma Aleandro ed Hector Alterio, Argentina 1985. Alicia, la moglie di un alto funzionario del regime, sospetta che sua figlia adottiva sia in realtà la figlia di una desaparecida. Comincia così un doloroso cammino in cerca della verità, scoprendo anche quella terribile relativa al marito.

Cataloghi

Archeologia dell’assenza. Hijos, figli dei desaparecidos argentini, (Fotografie di LUCILA QUIETO), Torino, Edizioni Angolo Manzoni, 2002. Indagine fotografica del rapporto dei figli di desaparecidos con i propri genitori assenti.

Romanzi

CARLOTTO Massimo, Le irregolari, Roma, Edizioni e/o, 1998. Utilizzando l’espediente letterario dell’omonimia (Estela Carlotto è la presidentessa di Abuelas de Plaza de Mayo), M. Carlotto descrive le vicende dell’Argentina durante la dittatura e le successive lotte dei parenti delle vittime del terrorismo di Stato.

OSORIO Elsa, I vent’anni di Luz, Parma, Ugo Guanda Editore, 2000. Luz, figli di una desaparecida, sequestrata e data in adozione al figlio di un rappresentante del regime, ripercorre a ritroso la propria esistenza, con l’aiuto di suo marito anche egli figlio di desaparecidos, in un’indagine che la porterà a Madrid sulle tracce del suo vero padre.

Fumetti

Julia n° 48, L’uomo di Buenos Aires, di Giancarlo Berardi, Maurizio Mantero ed Enio, Sergio Bonelli Editori, settembre 2002. La storia affonda le sue radici nel nodo irrisolto della giustizia negata alle vittime di una della più brutali dittature latinoamericane. A trent’anni di distanza dai fatti Daniel si prepara ad uccidere colui che aveva distrutto la sua famiglia, uno stimato professore apparentemente non intaccato dal rimorso.

Napoleone n° 27, Drammatico Tango, di Carlo Ambrosini, Diego Cajelle e Gabriele Ornigotti, Sergio Bonelli Editori, gennaio-febbraio 2002. Manuel era il figlio di un alto rappresentante del regime che ha partecipato attivamente alla repressione. Viveva in Svizzera, dove si è trasferito una volta caduta la dittatura assieme ai genitori e alla sorellina, Cleopatra, finché è stato ucciso. Cleopatra, neonata sottratta alla madre desaparecida, era cresciuta all’oscuro della sua vera identità, assieme al carnefice dei suoi veri genitori, diventando la sorellina di Manuel. Napoleone, che l’ha conosciuta durante uno spettacolo di tango, indagherà sulla vicenda.

Note

[1] Cfr. E.L. Duhalde, El Estado Terrorista Argentino. Quince años después, una mirada crítica. Buenos Aires, Eudeba, 1999.

[2] Obediencia Debida Legge 23.521 (Sancita el 4/6/87; promulgata il 8/6/87; pubblicata nel Bollettino Ufficiale il 9/6/87). Punto final, Legge 23.492 (Sancita el 23.12.1986; promulgata il 24/12/86; pubblicata nel Bollettino Ufficiale il 29/12/86). Decreti d’indulto. Decreti 1002, 1003, 1004 e 1005, datati 7 di ottobre del 1989 e Decreti 2741, 2742 e 2743 datati 30 dicembre 1990.

[3] È consuetudine festeggiare il proprio genitore la terza domenica di giugno. In Argentina si festeggiano anche i bambini, le mamme e gli studenti, oltre all’internazionale giorno della donna.

[4] Non solo militanti di alcuni partiti politici, vietati subito dopo il colpo di stato e i membri delle organizzazioni guerrigliere che partecipavano alla lotta armata vivevano in clandestinità, ma molti dei perseguitati erano costretti ad assumere questo 'stile di vita'.

[5] Modo spregiativo di chiamare i militari.

[6] Il temine gergale è utilizzato proprio per definire il sequestro di persone dal proprio domicilio, dal luogo di lavoro o dalla strada. La traduzione esatta è ciucciare o succhiare.

[7] Per i prigionieri politici la legge prevedeva la liberazione a condizione che scegliessero l’esilio. Furono pochi coloro i quali poterono beneficiare di tale diritto.

[8] In molti casi la casa del desaparecido era sorvegliata dalle forze repressive, gli attivisti che la frequentavano venivano così individuati, perseguitati e a loro volta sequestrati.

[9] Principale slogan dell’organizzazione.

[10] Nel diritto argentino, la pratica che consente di scegliere alcuni casi emblematici in rappresentanza di tutti gli altri di cui l’imputato dovrebbe essere chiamato a rispondere.

[11] Noto intelletuale e scrittore argentino.

[12] Graciela Browarnik è laureata in storia, insegna nei licei ed è dottoranda in storia contemporanea. Ha indagato in profondità le vicende di H.I.J.O.S., raccogliendo le loro testimonianze e frequentando i loro incontri. La dott.ssa Browarnik mi ha raccontato delle difficoltà incontrate nell’affrontare il tema del coinvolgimento del ricercatore nelle attività dell’organizzazione. I membri di H.I.J.O.S. promuovono e preferiscono un coinvolgimento incompatibile con il ruolo dello studioso.