Storicamente. Laboratorio di storia

Dibattiti

«Only connect!». Riflessioni sul libro di Leonardo Paggi, Il popolo dei morti. La Repubblica Italiana nata dalla guerra (1940-1946)

Si tratta di un libro importante e ‘spiazzante’, o meglio, importante perché spiazzante. Rovescia prospettive consolidate, sorprende per gli accostamenti che propone, aspira a una sorta di “chiusura del cerchio” logico-argomentativa su temi di solito affrontati con il linguaggio della sofferta empatia. Libro autobiografico, ci dice in apertura l’autore ricordando come egli sia «figlio della seconda guerra mondiale» e di quella violenza; eppure, senza perdere di vista il nucleo delle esperienze personali, il paradigma seguito è quello di «andare oltre la memoria di un lutto personale» e, allargando lo sguardo ad una visione della guerra più vasta e multiforme, considerare l’intera vicenda storica della nascita della Repubblica come il vero luogo in cui si produce “una difficile e dolorosa transizione ai nuovi ordinamenti repubblicani”. Richiamandosi a Piero Calamandrei, Paggi sostiene, sulla base di diffuse ricerche di archivio, che la Costituzione repubblicana costituisce l’esito finale di un processo in cui il popolo dei morti «presenta muto il suo conto al mondo dei sopravvissuti».
La lunga e bella introduzione rappresenta la sintesi finale di ricerche e riflessioni che l’autore conduce da anni e alle quali è giunto attraverso una serie di tappe di avvicinamento, apparentemente distanti tra di loro, che hanno avuto inizio negli anni ’90, nel clima di rilettura della storia italiana e internazionale seguito alla caduta del muro di Berlino e in risposta ai pesanti interrogativi sollevati dalle guerre jugoslave. Penso da un lato alla organizzazione del convegno di Civitella della Chiana (Arezzo) del 1994 (In Memory: Revisiting Nazi Atrocities in Post-Cold War Europe), - dal quale prese avvio per Paggi una riflessione sulle memorie divise delle stragi che portò alla fondazione della Associazione per la storia e le memorie della Repubblica - e dall’altro al lungo saggio di poco successivo, Un secolo spezzato. La politica e le guerre («Parolechiave» n. 12, 1996), nel quale l’argomentazione verteva già sulla Seconda guerra mondiale come locus centrale per comprendere la svolta che determina la sorte dell’Europa nella seconda metà del ‘900, non solo dal punto di vista geopolitico (lo scontro mortale tra due opposti progetti mondiali di Ordine) ma anche da quello biopolitico, cioè la vittoria di un’idea di Europa fondata su sistemi di welfare. Dalla tesi della centralità del carattere globale della violenza nella Seconda guerra mondiale - nel senso che si moltiplicano anche le figure di civili coinvolte in un unico e indistinto fronte bellico – deriva, sul terreno della storia sociale, la necessità di capire sia i caratteri di questa violenza, sia le forme diverse con cui è vissuta e rappresentata, sia infine le reazioni che essa suscita. L’altro grande interrogativo di fondo in questo libro può essere così riassunto: essendo scontato che entrambi i fronti producono intenzionalmente morti civili (l’A. ricorda che i morti per bombardamenti furono in Italia, contraddicendo una percezione soggettiva, più di tre volte superiori a quelli per strage), in che modo si differenzia la conduzione della guerra nei due opposti schieramenti? La ricerca cioè si interroga non solo lungo la linea di quella contrapposizione etica circa l’opposta idea di civiltà e di Europa, che Claudio Pavone ha messo a fuoco nella sua opera, ma sulle diverse linee di strategia, militare e politica, evidenziate negli ultimi anni da una agguerrita storiografia internazionale. E’ appunto lo sforzo di tenere uniti questi diversi filoni, storiografici e non solo - la storia militare, la storia sociale, la storia politica, le rappresentazioni letterarie e le sintesi politico giuridiche -, che rende “spiazzante” questo libro sul quale è dunque opportuno tentare di riflettere liberamente, al di fuori di ogni schema consolidato (contro il quale Paggi apertamente si batte).
Addentriamoci intanto nel lungo saggio introduttivo: è questo, più che la presentazione dei capitoli del libro, soprattutto uno sforzo di connettere, quasi rispondendo all’invito di Helen nel finale di Howards End: «only connect». Nel caso del romanzo di Forster, si tratta dei vari aspetti della vita, le classi sociali, i temperamenti individuali, disgiunti dal caos della modernità incalzante; nel caso di questo libro, il filo della connessione è rappresentato da alcune parole chiave che segnano la strada che ci porta a comprendere l’esito finale, la fondazione della Repubblica italiana: “Postfascismo” (l’allontanamento dal fascismo – non necessariamente tradottosi in antifascismo - di vaste aree della società italiana già nel corso della “guerra fascista”), “Wings of Democracy” (l’identificazione forte tra democrazie e potere aereo mondiale, destinato a durare anche oltre la sconfitta dei fascismi), “Totaler Krieg” (il massacro dei civili e la violenza come costruzione identitaria nella comunità nazista), “Biopolitica” (partendo dall’assunto che: “Il 1942 è l’anno della soluzione finale in Germania e del piano Beveridge in Inghilterra”), “Poesia e storia” (il Montale de La Bufera e il Vittorio Sereni della lunga transizione al postfascismo), “Riconoscersi” (nei diritti universali, nell’altro, nell’ebreo, nel profugo, a partire dal “popolo dei morti” tra storia e memoria) e infine “Risvegliarsi”: nella battaglia contro il revisionismo della nuova destra e della nuova sinistra, alla luce delle parole di Benjamin: «lo storico è un profeta rivolto all’indietro».
Ciascuno di questi temi è ripreso e più o meno approfondito e arricchito di documentazione nei successivi capitoli: particolarmente nuovo e emozionante è il capitolo sui bombardamenti. L’eco schmittiana della riflessione storiografica sul nuovo protagonismo della guerra dallo spazio nella strategia geopolitica di Inghilterra e Stati Uniti è accompagnata dalla ricostruzione sul territorio italiano degli effetti dei bombardamenti che si susseguono ininterrottamente già dal giugno 1940 (Torino) per aggravarsi nel 1941, 1942, 1943 (Napoli uscirà dall’incubo solo nel maggio 1944 «registrando un record assoluto, tra le città italiane, in termini di distruzioni materiali e morali»): l’esame degli effetti dello scellerato discorso di Mussolini sullo sfollamento del 2 dicembre 1942 avvicina lo storico agli archivi, alle testimonianze, ai rapporti prefettizi, in particolare in Toscana, accompagnando con uno sguardo dal basso il racconto delle distruzioni seminate dalla scelta Alleata del bombardamento indiscriminato (implicito del resto nella richiesta di “resa incondizionata”) e incontrando su questo terreno l’innovativo lavoro di ricerca e riflessione di Gabriella Gribaudi (Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-44, Torino 2005). Eppure, nota Paggi, i bombardamenti saranno espunti dalla memoria repubblicana e la loro definitiva assoluzione sarà confermata dalla brutalità del regime di occupazione della Wehrmacht e dall’esperienza di un rapporto di violenza che, a differenza dei bombardamenti, prende sempre corpo in un faccia a faccia. E’ in questo contesto (crescente richiesta di pace prodotta dalla guerra totale, dal cosiddetto morale bombing e da una situazione di sfascio istituzionale) che matura il carattere civile, dunque politico, della Resistenza e del “partigiano” che, per Paggi, ispirandosi in questo caso al racconto autobiografico di R. Battaglia, ha al suo cuore un bisogno di giustizia («un mettersi fuori legge, ma per scrivere subito nuove leggi, più giuste, e per affermare contestualmente nuovi diritti»); soprattutto, il partigiano vive l’esperienza di guerra sentendosi all’interno di una “società partigiana”, di una contiguità con le popolazioni civili, lettura quest’ultima contestata dalla storiografia successiva che ha teso a presentare il partigiano come un outsider, sulla base di una rappresentazione che tende a farne un eroe, una figura dunque che si istituzionalizza, ma anche si politicizza e perde di concretezza.
Lo sguardo dal basso, ricostruito non solo con le memorie ma anche con gli archivi dei Comuni caratterizza il capitolo sulle stragi: la tesi di Paggi è che nell’emergenza creata dalla guerra totale e dalla violenza nazista si produca una rifondazione dei valori a partire dai bisogni, ciò che consente il passaggio dai “valori” ai “diritti” e una riaffermazione dell’individuo: dunque una nuova dimensione legale della democrazia intesa «come crescita della contrattualità». Le carte mostrano come i bisogni si trasformino in richiesta di “titoli” (l’entitlement di cui parla A. Sen), in domanda di giustizia “distributiva” (soprattutto nelle petizioni al presidente del Consiglio Parri e al ministro per l’Assistenza postbellica Lussu), e vedano anche un nuovo protagonismo femminile, un tratto quest’ultimo confermato da un ricco filone di women’s studies relativo ad altre aree regionali (Piemonte, Emilia Romagna, Veneto). Si può notare ancora a questo proposito come siano sempre voci femminili quelle che già dal 1939 a Londra si levano contro i bombardamenti di massa ovunque essi siano condotti (le antimilitariste Marie Louise Berneri e Vera Brittain) o come si trovi la più coerente riflessione contro la guerra in Simone Weil, qui citata, che ritiene illusoria la pretesa di «valutare ogni guerra dai fini perseguiti e non dal carattere dei mezzi impiegati». Sono ancora donne, poi, le protagoniste, insieme agli uomini, della domanda di lavoro all’uscita della guerra: una pressione che sembra quasi prefigurare, secondo l’autore, la formulazione dell’articolo 1 della Costituzione.
Da moral rights a legal rights (Dworkin) dunque: un passaggio che si apre nella crisi dell’8 settembre e che Paggi definisce di forte maturazione politica, in contrasto con una visione storiografica della società italiana come dominata da passività. Ancora una volta egli ne scopre la prova nell’eccezionale funzionamento del Comune dopo la Liberazione, nel nuovo rapporto dell’istituzione locale con la popolazione, a partire, non a caso, dall’attenzione alla cura dei morti e dei luoghi degli eccidi. Il caso della Toscana vede anche una transizione tra il progetto azionista rappresentato dal Ministero per l’Assistenza postbellica di Lussu (riassorbito dal ministero degli Interni nel febbraio 1947) e il forte impegno caritativo cristiano promosso dal sindaco La Pira attraverso l’ECA.
Nella complessa costruzione argomentativa del libro si inserisce a questo punto la vera fonte di ispirazione che consente all’autore di costruire il passaggio tra il prima della distruzione e il dopo della ricostruzione, tra il fascismo e la Repubblica, tra la morte e la vita, tra le stragi e il welfare: si tratta dell’opera di Piero Calamandrei e del suo ricorrente richiamo al popolo dei morti che «ben lungi dal rappresentare un passato alle spalle, di cui possibilmente dimenticarsi, è una immanenza positiva che deve parlare quotidianamente nel presente dei vivi» (p.232): una tesi, quella dell’impegno repubblicano sul tema della socialità connessa alla riaffermata centralità della persona, che sarà ripreso alla Costituente da La Pira (ma non solo, si pensi a Basso e Dossetti). Alla tenace volontà ricostruttiva di Calamandrei Paggi affianca, lo si è visto nell’introduzione, la voce del poeta (Montale) come «pensiero rammemorante», nella bufera della guerra ma anche nella prosaica miseria repubblicana del dopo.
Un dopo caratterizzato dall’ intreccio tra cittadinanza e fruizione di più alti standards of living e che Paggi torna di nuovo a immettere - in una contratta appendice finale, che sembra preludere a lavori futuri – nella traiettoria della grande storia del ‘900, nella quale, egli sintetizza, «la biopolitica dello stato europeo, passando attraverso la catastrofe di due guerre mondiali, si rovescia, alla fine in consumo di massa» (p.277).
Concludendo, tornerei all’impressione iniziale: per avvicinarsi alla storia, quella vera, fatta di uomini e donne, «only connect!».