Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

La sinistra rivoluzionaria italiana dopo il Sessantotto Esperienze, orizzonti, linguaggi

1. Il Sessantotto e gli anni Settanta

Questo articolo si sviluppa a partire dal rapporto tra il Sessantotto e i movimenti politici “rivoluzionari” degli anni Settanta in Italia. Come è noto, nel nostro paese la consistenza di tali movimenti fu particolarmente rilevante, sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo, tanto da poter essere individuata come una delle peculiarità più significative della recente storia nazionale: la generica espressione cronologica “anni Settanta”, oggi è comunemente utilizzata proprio per definire l'intensa turbolenza politica attraversata dall'Italia in quello scorcio del ventesimo secolo[1]. Dei movimenti del “Sessantotto”, d'altro canto, è stata riconosciuta univocamente tanto la dimensione transnazionale quanto soprattutto la breve (se non brevissima) durata[2].
Eppure, a dispetto dell'apparente incommensurabilità tra i due fenomeni storici, il loro rapporto è dibattuto da un'ampia produzione storiografica. Questa produzione è attraversata con varia intensità da una contrapposizione dicotomica: da una parte quanti hanno voluto individuare una relazione di causalità diretta tra i due fenomeni (entrambi inquadrati prevalentemente nella loro dimensione nazionale); dall'altra quanti isolano il Sessantotto dai movimenti rivoluzionari degli anni successivi e in modo particolare dalla drammatica stagione della “lotta armata”, rifiutando ogni possibile legame. Si tratta di una semplificazione molto schematica, con tutti gli ovvi limiti che ciò comporta; nondimeno sembra possibile ricondurre a tale polarizzazione la gran parte della letteratura storiografica sull'argomento[3]. Non è mia intenzione esaminare le varie posizioni, né tanto meno prender partito per l'una o per l'altra; mi interessa rilevare, piuttosto, come in entrambi i casi la complessità delle relazioni storiche venga sacrificata in favore di determinazioni causali tra fenomeni storici discreti, da affermare (o negare) in modo più o meno netto.
Tale prospettiva, comune a entrambe le tipologie di interpretazione, ha finito per produrre una sorta di “cono d'ombra” nella scelta degli oggetti d'indagine: l'attenzione viene rivolta da una parte alle formazioni armate, e più in generale al fenomeno “terrorismo”, dall'altra esclusivamente al movimento del 1968 o tutt'al più ai suoi prodromi negli anni '60. Ciò che resta prevalentemente in ombra è la vicenda delle numerose organizzazioni o gruppi non clandestini, che pure costituirono, quantomeno dal punto di vista numerico, la parte preponderante dei movimenti “rivoluzionari” degli anni Settanta[4]. Per far luce su tali storie è necessario precisamente interrogarsi sul rapporto tra il “Sessantotto” e il suo seguito, rinunciando a facili scorciatoie causative: a tale scopo conviene dotarsi di una prospettiva differente, che consenta di pensare una relazione senza per questo deciderne una volta per tutte il senso, né rinunciare alle sue molteplici articolazioni.
Proprio il concetto di evento, attraverso il quale la storiografia ha interpretato il movimento del Sessantotto, può essere efficacemente declinato per tematizzare il rapporto tra il Sessantotto e la sinistra “rivoluzionaria”. Questo concetto, utilizzato per descrivere un accadimento singolare e improvviso, particolarmente intenso ma costitutivamente confinato nella breve durata, parrebbe ricadere inevitabilmente in una delle due tipologie interpretative e dunque incapace di illuminare il cono d'ombra.
Se tuttavia andiamo alla sua radice, evento può indicare una modalità dell'esperienza, in grado di produrre la rottura e la revoca di un ordine epistemologico. È quanto emerge qualora la dimensione temporale venga presa in considerazione non come “linea” cronologica, ma come possibilità conoscitiva umana. Negli studi di Reinhart Koselleck, le categorie metastoriche, spazio di esperienza e orizzonte di aspettativa hanno precisamente la funzione di tematizzare la temporalità umana come conoscenza e pensiero del tempo[5]; inoltre, proprio dal coordinamento di esperienza ed aspettativa scaturisce l'agire intenzionale, che è sempre un agire nel tempo.[6] L'evento, da questo punto di vista, si colloca interamente sul piano dell'esperienza come l'inatteso: un accadere eccedente che perciò contribuisce a determinare un nuovo piano di esperienza e nuove aspettative a guida del proprio agire.

Se ciò può essere identificato come una ricorrenza permanente della conoscenza umana, sul piano storico l'evento così inteso coinvolge la dimensione sociale delle soggettività, mettendo in discussione quadri di orientamento condivisi e forzando il campo del possibile.[7] Se consideriamo in tal modo l'evento storico, esso non perde la sua fisionomia singolare e conclusa, ma allo stesso tempo consente di tematizzare la relazione con il suo seguito in modo non univoco, bensì aperto e plurale.

2. In Italia, dopo il Sessantotto

Attraverso le categorie che abbiamo evocato, i movimenti “rivoluzionari” degli anni Settanta rivelano il loro rapporto con il Sessantotto, senza per questo essere interamente riconducibili ad esso. Ma soprattutto, il terreno sul quale condurre l'indagine viene individuato nello sguardo soggettivo degli attori.
L'esperienza di quell'anno cruciale, attraversato da continue notizie di rivolta in Italia come in moltissimi altri paesi del mondo, fu molto importante nel dare vigore inedito e altrettanta inedita diffusione alle aspettative di rivoluzione in settori significativi della società italiana. Secondo Nicola Gallerano, è opportuno parlare di una «generazione politica» del Sessantotto: una generazione storica (legata cioè a un’esperienza comune), caratterizzata da una massiccia politicizzazione orientata all'obiettivo di «rivoluzionare la società intera»[8].

Su questo terreno è possibile individuare la specifica connessione tra l'evento Sessantotto e le successive vicende della sinistra rivoluzionaria: l'evento come chiave dell'orientamento comune di una generazione, che sulla base di ciò scelse di mobilitarsi negli anni successivi. Sostenere una simile tesi è cosa ben diversa dall'affermare una causalità diretta e necessaria, in quanto non si esclude affatto la possibilità di orientamenti differenti; allo stesso tempo però consente di individuare una dominante comune fondamentale per la nostra indagine. Né tanto meno si è obbligati ad arrestare l'indagine all'evento Sessantotto. Al contrario, per comprendere quella mobilitazione nelle sue diverse articolazioni è necessario seguirne gli sviluppi. In particolar modo, se facciamo riferimento alla cosiddetta sinistra rivoluzionaria, occorre ripercorrere le vicende dell'anno successivo, nel corso delle quali si delinearono chiaramente le principali formazioni organizzate[9].
Per ovvie ragioni di opportunità, ci soffermeremo solo su alcune di esse, prendendo però in considerazione le più rilevanti tanto per numero di aderenti che per diffusione territoriale, cioè Servire il Popolo, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio[10]. Le prime due formazioni – Servire il Popolo e Avanguardia Operaia – nascono ufficialmente già alla fine del '68. Il convegno di fondazione dell'Unione dei Comunisti (marxisti-leninisti) Italiani – meglio nota come Servire il Popolo, dal nome della sua testata – si svolse a Roma il 4 ottobre. Dalle pagine del periodico, pubblicato per la prima volta nel mese di novembre, i fondatori spiegavano che era stato ormai raggiunto

«uno stadio importante della ripresa rivoluzionaria: a livello internazionale grazie alla vittoria della Grande Rivoluzione Culturale in Cina e allo sviluppo impetuoso nel mondo del marxismo-leninismo rappresentato dal pensiero di Mao Tse-Tung. A livello nazionale con l'enorme sviluppo del movimento dei giovani e degli studenti, che ha realizzato un colpo importante ai partiti revisionisti e borghesi, e che ha formato centinaia di nuovi quadri rivoluzionari che si devono integrare nel popolo ricostruendo i nuovi strumenti rivoluzionari».[11]

Nei mesi successivi, effettivamente, questa organizzazione conobbe una significativa crescita numerica, dovuta in gran parte proprio all'afflusso di giovani “reduci” dalle lotte studentesche del Sessantotto[12]. Nell'autunno 1968, faceva la sua comparsa ufficiale anche Avanguardia Operaia, una formazione inizialmente radicata a Milano che, dopo l’edizione di Per il rilancio di una politica di classe, avviò le pubblicazioni mensili della testata omonima. L'esigenza di dar vita a una nuova formazione politica veniva così giustificata:

«in questo periodo di tempo tutta una sere di fatti importantissimi hanno concorso a modificare il quadro politico sul piano nazionale e internazionale. Dalla prima esplosione del movimento studentesco in Europa e in Italia, al movimento di lotta che partiva dal febbraio berlinese, fino alla crisi rivoluzionaria in Francia e ai fatti cecoslovacchi (per ricordare solo alcuni avvenimenti fondamentali), si è venuta determinando una situazione che ha accelerato notevolmente i processi politici in atto nella sinistra rivoluzionaria italiana».[13]

I riferimenti scelti sono in parte differenti, ma anche in questo caso l'evento Sessantotto è l’esperienza cruciale. Nei primi mesi del '69, comunque, Avanguardia Operaia non conobbe una crescita così spettacolare come quella dell'UCI, ciò nonostante avviò proprio allora un paziente lavoro di relazione con altri gruppi locali. Un lavoro che comincerà a dare i suoi frutti molto più tardi, garantendo però maggiore solidità. Negli stessi mesi una moltitudine di aggregazioni, che pure non trovarono immediata traduzione in una precisa sigla politica, si muoveva sulla base del medesimo orientamento[14]. Per la formazione delle restanti due sigle tuttavia, ebbero un'importanza decisiva gli avvenimenti dell'estate '69.
A partire dalla tarda primavera del 1969, studenti politicizzati e militanti operaisti provenienti da tutta Italia si ritrovarono a Torino attorno al periodico «La Classe» e all'«assemblea operai e studenti», seguendo e accompagnando il montare della lotta degli operai Fiat[15]. Queste lotte, sviluppatesi al di fuori della mediazione sindacale, portano a paurose contrazioni della produzione giornaliera di Mirafiori; culminando, il 3 luglio 1969, negli scontri che da Corso Traiano si estesero a moltissimi comuni della cintura operaia torinese[16].

In questo caso è particolarmente evidente come il Sessantotto venne superato per importanza dagli avvenimenti successivi, che rilanciarono ulteriormente le aspettative formulate sull'onda dell'evento. Dopo gli scontri di Corso Traiano, in uno degli ultimi numeri, «la Classe» scriveva che

«oggi [luglio 1969] in Italia è in moto un processo rivoluzionario che va al di là dello stesso grande significato del maggio francese».[17]

Proprio sulla base di questa convinzione, nei mesi immediatamente successivi, cominciò la storia di Potere Operaio e di Lotta Continua. Ciò detto, fu soprattutto l'esperienza dell'autunno caldo a definire la fisionomia e le aspettative con le quali queste formazioni avrebbero affrontato gli anni Settanta. Quel frangente si rivelò decisivo – non solo dal punto di vista organizzativo – per tutti i gruppi che stiamo esaminando: proprio allora, nel tumultuoso procedere delle lotte, venne definito e consolidato il patrimonio simbolico che avrebbe connotato ciascuna sigla. Gli orizzonti spalancati dall'evento Sessantotto, così, furono definitivamente declinati in una precisa direzione: la rivoluzione attesa divenne, inequivocabilmente, la presa del potere da parte della classe operaia.

Il Sessantotto, dunque, resta l'evento chiave, ma allo stesso tempo non è possibile fermare ad esso l'osservazione: il 1969, nell'esperienza dei rivoluzionari italiani, si rivelò altrettanto decisivo. Del resto, proprio la dinamica «1968+1969» rappresenta una delle più evidenti peculiarità del caso italiano rispetto alle varie declinazioni nazionali dell'evento Sessantotto, quantomeno in Europa[18].

3. I linguaggi della rivoluzione

Le aspettative scaturite dall'evento Sessantotto, dunque, sono di fondamentale importanza per comprendere la nascita delle principali formazioni politiche della sinistra rivoluzionaria; ma il peso degli avvenimenti dell'anno successivo fu altrettanto determinante nel confermare tali aspettative e tradurle nei codici del movimento operaio.
Quest’ultimo aspetto appare in modo evidente qualora vengano analizzate le rappresentazioni attraverso cui le aspettative venivano comunicate e condivise. A tal scopo, i periodici costituiscono una risorsa preziosissima: oltre alle molteplici informazioni circa la struttura, i documenti, le tappe organizzative dei singoli gruppi, forniscono un vastissimo repertorio iconografico che spazia dal fumetto alla grafica, dalla fotografia al disegno. L'importanza dei periodici per queste strutture politiche non deve essere sottovalutata, poiché, a differenza di quanto poteva accadere con i partiti tradizionali, svolsero funzioni organizzative e identitarie decisive: attraverso i giornali venivano costruite relazioni politiche tra gruppi locali diversi, assicurata la comunicazione delle scelte dei vertici, ma soprattutto circolava un patrimonio culturale che garantiva l'identificazione comune degli aderenti. Il repertorio iconografico dei periodici, dunque, rappresenta una privilegiata via d'accesso alle aspettative condivise nelle varie formazioni.
Non è difficile individuare ricorsività particolarmente indicative. Sopra tutte, senza dubbio la rivoluzione d'ottobre: nelle pagine di tutti i periodici, almeno sino al '72-'73, Lenin e la presa del Palazzo d'Inverno venivano riproposti frequentemente e celebrati ad ogni anniversario. Un tipico esempio di ciò è rappresentato da questa pagina grafica del quindicinale «Avanguardia Operaia» datato novembre 1972[19]: una breve sintesi didattica della rivoluzione è inserita in un'architettura grafica dominata dalla figura di Lenin e dalla data-simbolo «1917». In questa composizione, la presa del Palazzo d'Inverno è metafora dello svolgimento della rivoluzione come preciso “istante” storico, insurrezione decisiva in grado di assicurare la conquista del potere. Tale metafora, come si diceva, ricorre spesso anche tra le pagine di «Servire il Popolo», di «Avanguardia Operaia», di «Lotta Continua», di «Potere Operaio», a testimonianza di un orizzonte d'attesa imperniato intorno a un evento rivoluzionario catartico e repentino.
Accanto a questa, ricorre altrettanto spesso una figura metaforica mutuata dalla storia cinese contemporanea, la lunga marcia maoista. A differenza del caso precedente, tuttavia, questa metafora trova spazio soprattutto tra le pagine di «Servire il Popolo», che del maoismo vuole farsi autentico interprete. Ne abbiamo un tipico esempio in questo disegno, riprodotto sul retro di un supplemento speciale datato 13 settembre 1969[20]. Un lungo corteo di cui non si vede la fine, popolato da famiglie e aperto dalle giovani avanguardie del partito, innalza i ritratti dei supposti “maestri” della tradizione marxista-leninista: Lenin, Stalin e Mao Zedong. L'obiettivo del corteo, annunciato dallo striscione d'apertura, è il «governo rivoluzionario degli operai dei contadini dei lavoratori», che tuttavia sarebbe stato raggiunto solo al termine della lunga marcia di popolo. L'orizzonte sotteso a questa metafora è in parte differente dal precedente, sebbene non lo escluda: semplicemente, l’aspettativa è distesa su un periodo più lungo e prevede svariate tappe intermedie prima dell'evento catartico, ma la rivoluzione continua ad essere immaginata nella forma dell'insurrezione bolscevica.
La possibilità di una convivenza tra il lungo periodo e l'evento rivoluzionario “fatale”, è ampiamente testimoniata nell'iconografia di «Lotta Continua». Il fumetto didattico pubblicato nel settembre 1970[21] – singolare esempio della tecnica situazionista del détournement applicata al popolare comic per ragazzi «Paperino» – altro non è che una rappresentazione delle aspettative propagandate da questa formazione, sintetizzate nella formula della «lotta di lunga durata». La rivoluzione viene rappresentata ancora una volta come una catartica e decisiva insurrezione, tuttavia preceduta da un lungo periodo di conflitto e rafforzamento dell'organizzazione. Nel caso di «Lotta Continua» è evidente la volontà di proporre un linguaggio innovativo e accattivante, nonché di facile accessibilità; ciò nonostante gli orizzonti di attesa continuavano, evidentemente, ad essere radicati nella storia del movimento comunista e nella sua simbologia. La rivoluzione di Paperino è guidata da un operaio metalmeccanico, e si conclude, dopo l'ora fatale della cacciata del padrone, in un grande banchetto...

L'insurrezione armata secondo il modello bolscevico è ricorrente tra le pagine di «Potere Operaio», ma senza alcun accenno a fasi intermedie o “lunghe marce”: le aspettative di rivoluzione sono proiettate nell'immediato futuro. Il linguaggio del periodico «Potere Operaio» era prevalentemente testuale e fotografico, a differenza di «Lotta Continua», ma nei primi numeri troviamo due rari esempi di grafica non testuale sotto forma di posters estraibili dal periodico, utili chiavi d’accesso alle aspettative di questa formazione. Nel primo dei due posters[22], è raffigurato un operaio in tuta con espressione beffarda, intento in un tipico gesto scurrile di minaccia. Sullo sfondo campeggia monolitica la sigla Fiat. Nel secondo poster[23] sullo sfondo è riprodotta una foto di Gianni Agnelli seduto su una preziosa poltrona, in primo piano si vede una mano intenta a lanciare una bomba Molotov accesa. In queste due immagini non è difficile individuare la raffigurazione degli elementi centrali nelle aspettative di Potere Operaio: al centro del conflitto la grande fabbrica, gli operai in rivolta come protagonisti, l'insurrezione – se vogliamo, nel suo simbolo più naïf – come possibilità immediata.

Sarebbe un errore ricavare da quanto scritto fin qui la possibilità di tracciare qualsiasi tassonomia o tipizzazione. Sebbene sia innegabile l'esistenza di peculiarità proprie di ciascuna sigla, d'altra parte è importante capire che si trattava di un repertorio comune che veniva articolato in modi differenti. Ciò emerge chiaramente se consideriamo le cosiddette “canzoni di lotta”, fonti altrettanto preziose per accedere alle aspettative diffuse nella sinistra rivoluzionaria. Attraverso le canzoni, infatti, passava una comunicazione più profonda e trasversale di quanto non accadesse attraverso i periodici o i manifesti; inoltre, la possibilità di essere cantate in gruppo ne faceva potente veicolo di condivisione[24]. Non è un caso che ciascuna formazione abbia proposto, con vario successo, una propria canzone “ufficiale”.
Esaminando queste fonti, il quadro tracciato fin qui viene sostanzialmente confermato, a cominciare dal riferimento costante alla tradizione rivoluzionaria del movimento operaio. L'inno originale di Potere Operaio, ad esempio, era cantato sulle note di A las barricadas, canzone della guerra civile spagnola a sua volta ripresa dal primo inno dell'Armata Rossa. Anche Servire il Popolo e Avanguardia Operaia scelsero come proprio inno due canti di lunga tradizione come Bandiera Rossa e Noi non siam la canaglia pezzente.
Allo stesso tempo, come si è anticipato sopra, risulta evidente come la configurazione delle aspettative potesse mutare all'interno della medesima formazione. La canzone di Lotta Continua – unica del tutto originale nel nostro panorama – inneggiava alla «lotta di lunga durata». Ne era interprete e coautore Pino Masi che tuttavia, negli stessi anni, scriveva sulle note dell'inno hippies Eve of Destruction un testo che evocava l'attualità immediata dell’insurrezione, L’ora del fucile:

Tutto il mondo sta esplodendo/ [...] e allora cosa vuoi di più compagno per capire/ che è suonata l'ora del fucile?

Sebbene Pino Masi fosse un esponente di spicco del canzoniere di Lotta Continua e autore dell'inno, ciò non gli impediva di farsi interprete di aspettative differenti e di certo non facilmente compatibili con la «lotta di lunga durata». Questo dimostra come le aspettative, pur all'interno di quadri comuni, si costituissero spesso lungo rotte singolari e fossero soggette alle più differenti e mutevoli combinazioni. In ogni caso, però, i linguaggi della rivoluzione continuavano a essere articolati entro i confini di un repertorio vecchio, quel repertorio che «una tradizione secolare aveva messo a disposizione»[25].

4. Conclusioni

La periodizzazione di questa storia pone numerosi problemi, in primo luogo l'aporia irriducibile tra movimenti e formazioni politiche organizzate[26]: le aspettative che abbiamo seguito appoggiandoci alle principali sigle della sinistra rivoluzionaria, non sono riducibili cronologicamente ad esse. Il movimento “rivoluzionario” del 1977, esploso quando ormai la crisi dei cosiddetti “gruppi” si era consumata, resta una evidente dimostrazione di ciò, nonostante i caratteri di radicale novità che lo contraddistinsero.
Senza dubbio gli avvenimenti degli anni precedenti al 1977 contribuirono al declino degli orizzonti d'inizio decennio, che investì le formazioni della sinistra rivoluzionaria: la crisi economica definitivamente esplosa nel 1973 e il golpe cileno, ma anche il progressivo recupero sindacale della fortissima conflittualità operaia; il referendum del 1974 e l'emergere impetuoso del movimento femminista[27]. Ancora nel 1977, tuttavia, un imponente quanto fugace movimento collettivo continuava ad avere la rivoluzione come aspettativa fondamentale.

Non è semplice perciò individuare una data che segni la crisi definitiva di quelle aspettative, sebbene il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro si presti in tal senso, molto più di tutti gli altri avvenimenti di fine decennio, ad essere riconosciuto come evento chiave[28]. Gli orizzonti e i linguaggi della rivoluzione che continuavano ad animare l'azione di larghi strati della popolazione giovanile e non solo, dovettero confrontarsi drammaticamente con il sequestro e successivamente l'omicidio dell’onorevole Moro. È molto probabile che, al termine di quella drammatica vicenda, le aspettative della maggior parte dei protagonisti fossero definitivamente mutate: la densa stratificazione simbolica cristallizzata attorno all'evento, la spiccata drammatizzazione così fortemente impressa nelle memorie collettive, sono elementi a forte sostegno di questa ipotesi. Ad ogni modo, per ciò che riguarda l’esperienza di quanti furono parte attiva di questi movimenti, la complessa dinamica di fine decennio resta interamente da esplorare.
Quel che mi sembra comunque acquisito, dal nostro punto di vista, è il ruolo fondamentale dell'evento Sessantotto nell'aprire questo ciclo in modo inatteso e repentino[29]. Risulta altrettanto evidente, inoltre, che gli orizzonti spalancati dal Sessantotto subirono, nel corso dell'anno seguente, una decisiva torsione che li indirizzò entro i codici propri del movimento operaio. Questa torsione impresse il proprio segno sui linguaggi e le aspettative dei movimenti “rivoluzionari” degli anni successivi. Alla luce degli specifici concatenamenti di esperienza e aspettativa che si determinarono in Italia a partire dall'evento Sessantotto, comunque, non soltanto è possibile comprendere meglio la nascita e le vicende della sinistra rivoluzionaria: ciò che emerge in controluce, è la specificità del caso italiano, segnato da una eccezionale, diffusa e drammatica conflittualità politica.
Secondo Augusto Illuminati, il carattere peculiare del Sessantotto starebbe nella convergenza di cicli temporali che ebbero differente durata, intensità, modalità espressive[30]. Si tratta di un'interpretazione suggestiva, in grado di rendere conto in modo efficace della pluralità di piani sui quali si colloca il fenomeno Sessantotto. Nella ricerca qui esposta, infatti, mi sono soffermato soltanto su uno di questi cicli convergenti/divergenti, sulla cui durata relativamente breve sembrano esserci pochi dubbi. Tuttavia, modificando la prospettiva del nostro sguardo, l'evento Sessantotto può assumere un’importanza maggiore. Se le ricadute politiche dei movimenti si tradussero in una irrimediabile sconfitta, la cultura e la società dei paesi che ne fecero esperienza subirono una profonda trasformazione: la generalizzata prise de parole del Sessantotto stravolse gerarchie e ordini di significato, scosse dalle fondamenta istituti sociali e valori consolidati, ma soprattutto aprì una profonda e irreversibile crisi delle narrazioni e visioni della modernità. L'esito, tutt'altro che neutrale, è un mondo in cui lo “spazio” sembra aver preso il posto del “tempo” come principale vettore di trasformazione; e categorie come “nord” e “sud”, “alto” e “basso”, “centro” e “periferia”, segnano una differenza senza poter significare ordine.

Note

[1] Alla crisi degli anni Settanta è stato dedicato nel 2001 un imponente ciclo di convegni, L'Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, voll. 1-4, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, nella convinzione - comune alla maggior parte degli storici italiani - che si sia trattato di un tornante cruciale della storia repubblicana. Un importantissimo contributo è venuto da G. Crainz, Il paese mancato, Roma, Donzelli, 2003.

[2] Così viene interpretato da P. Ortoleva, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, Roma, Editori Riuniti, 1988; ma anche da M. Flores, A. De Bernardi, Il Sessantotto, Bologna, Il Mulino, 1998. Sulla breve durata insiste in modo particolarmente efficace F. Socrate, Una morte dimenticata e la fine del Sessantotto, «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 1 (2007). Lo spazio a disposizione non mi consente di dar conto in questa sede di tutte le pubblicazioni, peraltro in continuo aumento. Per una buona bibliografia italiana, sebbene incompleta, si rimanda alla nota di M. Grispigni, L. Musci, Guida alle fonti per la storia dei movimenti in Italia, 1966-1978, Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per gli archivi, 2003, 25, n. 26.

[3] Su questo si rimanda in particolare alle considerazioni ben più articolate e convincenti di B. Armani, Italia anni settanta. Movimenti, violenza politica e lotta armata tra memoria e rappresentazione storiografica, «Storica», 32 (2005), 41-82. Tale contrapposizione dicotomica è stata riconosciuta, a proposito del ruolo del Sessantotto nella storia repubblicana, anche da M. Salvati, Gioventù, amore e rabbia. La storia dell'Italia repubblicana e la stagione dei movimenti, «Parolechiave», 18 (1999), 57-65.

[4] Vi sono alcune importanti eccezioni a questa tendenza, che testimoniano la volontà di rendere conto della complessità dei fenomeni in questione e di ampliare il campo d’indagine. Cfr. in particolare A. Giannuli, Bombe ad inchiostro, Milano, Rizzoli, 2008; M. Dondi (ed.), I neri e i rossi, Lecce, Besa, 2008.

[5] R. Koselleck, Futuro Passato, Genova, Marietti, 1986.

[6] Il carattere temporalmente orientato della conoscenza e dell’azione umana è stato tematizzato in modo approfondito da J. Rüsen, Lineamenti per un’Istorica, vol. 1, La ragione storica, Firenze, Aletheia, 2001.

[7] Il maggio '68, a pochissimi mesi di distanza, veniva interpretato da Michel De Certeau proprio in tal modo: «una società non è più sicura del terreno su cui sta. L'evento mette in gioco la struttura. Ne va dell'ordine nella sua interezza, e in primo luogo, mi sembra, di ciò che è a fondamento del sapere come della politica: un sistema di rappresentazione». Cfr. M. De Certeau, La presa di parola e altri scritti politici, Roma, Meltemi, 2007, 54.

[8] N. Gallerano, Il Sessantotto e la politica, in P.P. Poggio (ed.), Il ’68: l’evento e la storia, Brescia, Annali della Fondazione Micheletti, 1990, 36. Sul concetto di generazione politica, questa volta nella storiografia della rivoluzione francese, si veda anche P. Persano, Tempo, rivoluzione, costituzione: un bilancio storiografico, «Storica», 31 (2005), 45-75.

[9] Queste considerazioni non mi paiono lontane da quanto scrive M. Tolomelli in Movimenti collettivi nell’Europa di fine anni ’60. Guida allo studio dei movimenti in Italia, Germania e Francia, Bologna, Pàtron, 2002; la quale del resto, pur concentrandosi maggiormente sulla definizione di movimento sociale piuttosto che su quella di evento, ha considerato attentamente anche le strutture e gli orientamenti della cognizione.

[10] S. Dalmasso, Sinistra storica e nuova sinistra, in N. Fasano, M. Renosio (eds.), I giovani e la politica: il lungo '68, Torino, EGA, 2002.

[11] Per il nuovo partito marxista-leninista che sia al servizio del popolo, «Servire il Popolo», n.u. novembre 1968, 2.

[12] Su questo si veda M. Teodori, Storia delle nuove sinistre in Europa (1956-1976), Bologna, Il Mulino, 1976, in part. 433-438.

[13] Prefazione, in «Avanguardia Operaia», n.u., dicembre 1968, 2.

[14] Su questo, oltre all'opera di Teodori citata sopra, si vedano G. Vettori (ed.), La sinistra extraparlamentare in Italia. Storia, documenti, analisi politica, Roma, Newton Compton Italiana, 1973; N. Balestrini, P. Moroni (eds.), L'Orda d'Oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Milano, Feltrinelli, 2003 (I ed. 1988).

[15] Cfr. su questo – oltre a Balestrini, Moroni, L'Orda d'Oro, cit. – R. Luperini, Da “Potere Operaio” a “Lotta Continua”: note di cronaca e appunti per un bilancio critico, «Nuovo Impegno», 17-18, agosto 1969-gennaio 1970; L. Bobbio, Lotta Continua: storia di un'organizzazione rivoluzionaria. Dalla fondazione del partito al congresso di “autoscioglimento” a Rimini, Roma, Savelli, 1979; A. Grandi, La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio, Torino, Einaudi, 2003.

[16] D. Giachetti, Il giorno più lungo. La rivolta di Corso Traiano, Torino 3 luglio 1969, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1997.

[17] Appello dell'assemblea operaia di Torino a tutta la classe operaia italiana, «la Classe», 11, 12/19 luglio 1969, p.1.

[18] Si veda su questo l'intero fascicolo di « Parolechiave » 1969, 18 (1999); in particolare il saggio di C. Donolo, 1968+1969. Ripensando alla stagione dei movimenti, 201-214.

[19] «Avanguardia Operaia», 18, novembre 1972.

[20] Supplemento a «Servire il Popolo», 6 settembre 1969, 2.

[21] «Lotta Continua», 17, 1 ottobre 1970, 16-17.

[22] «Potere Operaio», 2, 25 settembre-2 ottobre 1969, 4.

[23] «Potere Operaio», 9, 20-27 novembre 1969, 4.

[24] Cfr. S. Pivato. Bella Ciao. Canto e politica nella storia d’Italia, Roma-Bari, Laterza, 2005.

[25] Gallerano, Il Sessantotto e la politica, cit., 37. Viene spontaneo accostare queste considerazioni a una nota pagina marxiana: «La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra che essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono in prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia», K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Roma, Editori Riuniti, 2006, 19.

[26] Ciò è particolarmente evidente nel lavoro di S. Tarrow, Democrazia e disordine. Movimenti di protesta e politica in Italia, 1965 – 1975, Bari, Laterza, 1990, che propone una periodizzazione basata sul computo quantitativo degli episodi di protesta riportati dal «Corriere della Sera».

[27] Il ruolo del 1973 è ormai un dato acquisito nella storiografia economica: non sembra il caso di soffermarsi. Anche molte tra le principali sintesi della storia repubblicana ne sottolineano il valore periodizzante, ma Crainz nel suo Il paese mancato, cit., ha invece concentrato la propria attenzione principalmente sul 1974.

[28] Sul valore periodizzante del caso Moro e dei governi di «solidarietà nazionale», sembra esserci un accordo pressoché generale. Cfr. in particolare, oltre ai testi appena citati, anche L'Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, cit., vol. 2; G. De Rosa, G. Monina (eds.), Sistema politico e istituzioni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003.

[29] Questa conclusione mi pare si avvicini a quanto sostenuto, sebbene in uno studio prevalentemente basato sulla città di Milano, da R. Lumley, Dal '68 agli anni di piombo, Firenze, Giunti, 1998.

[30] A. Illuminati, Percorsi del '68. Il lato oscuro della forza, Roma, Deriveapprodi, 2007.