Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Opposizione e integrazione. La scienza nazionale nelle capitali e nelle province (XVIII-XIX secolo)

A partire dagli anni ’60 del Novecento il binomio centro-periferia è stato ripetutamente al centro del dibattito nella storia delle istituzioni scientifiche e nelle analisi dei sociologi della scienza. Su di esso si sono fondate opere di riferimento per generazioni di studiosi, come quella pubblicata da Ben-David nel 1971 [1]. Molto più di recente, nel 2003, gli è stata dedicata una importante raccolta di saggi curata da Robert Fox, che presenta, accanto a sintesi e bilanci a firma di studiosi da tempo impegnati in questo ambito di ricerca, contributi che aprono su contesti spaziali e culturali finora poco conosciuti [2]. Il problema, dunque, è sempre attuale, e anzi si presta a nuovi approcci e metodi di lettura che ne evidenziano la grande importanza politica nella crisi dello Stato nazionale e degli equilibri mondiali instaurati nel secondo dopoguerra.

Il dibattito si è sempre mosso su due direttrici. Da una parte, l’adozione di una grande scala ha portato a privilegiare, come avviene nel “classico” di Ben-David, un’indagine che riconosca nelle diverse epoche la supremazia di uno o di pochi centri su scala mondiale – per l’età contemporanea: la Germania, poi gli USA -, da cui si diffondono le principali conquiste della ricerca per ogni disciplina, e verso cui si effettua da parte delle periferie un processo di emulazione variamente efficace. Della concentrazione di pochi “centri di calcolo” nelle maggiori capitali e sedi universitarie europee, verso le quali gravitano tutti i contributi empirici e gli sforzi isolati per contribuire ad un progresso teorico impensabile senza un forte supporto istituzionale, parla invece Latour in un suo celebre lavoro sulla scienza occidentale tra moderno e contemporaneo [3].

Ricerche e riviste pionieristiche di storia sociale della fisica, della medicina, delle scienze naturali, come i «Social Studies of Sciences» fondati nel 1960, hanno invece diretto il fuoco dell’attenzione più spesso all’interno degli spazi nazionali, e su archi cronologici esplicitamente mutuati dalla storia politica ‘interna’ tra ’700 e ’900. I metodi della sociologia storica e l’utilizzo dell’indagine prosopografica hanno apportato diversi spunti di riflessione, inizialmente delimitati al caso britannico e in seguito adattati ad altri contesti. Si è imposta con forza la considerazione dell’intreccio fra tradizioni culturali, identità locali (urbane e rurali, cittadine o regionali) e gruppi sociali, che molto ha fatto sentire le sue ricadute anche nella promozione e interpretazione del lavoro scientifico e della figura dello “scienziato”. Dall’altra parte, quella del centro, la politica pubblica della scienza, attuata dapprima nelle istituzioni forti – accademie nazionali e università ‘storiche’ – ha costituito di volta in volta presso i ‘periferici’ un utile riferimento, un oggetto di emulazione, un qualcosa di eminentemente estraneo, o addirittura un bersaglio polemico funzionale allo svolgimento di una partita che implicava prerogative autonomistiche più generali.

Ogni spazio nazionale ha vissuto questo confronto in termini e in momenti diversi, coerentemente con le scansioni della sua vicenda istituzionale e politica, con le dinamiche peculiari che ha assunto il processo di accentramento e consolidamento statale. Molti studi concordano peraltro sul fatto che di rado, in questo come in altri ambiti, gli atteggiamenti tra centro e periferia si sono configurati in modo netto e definitivo, in senso positivo o in senso negativo. Al di là dei modelli teorici, nella realtà sembrano prevalere impostazioni ambigue, soprattutto da parte delle periferie.

La vicenda delle accademie e delle associazioni scientifiche, ‘figure’ tipiche dell’Europa tra XVIII e XX secolo, è stata già magistralmente indagata in questo senso per alcuni paesi. Basterà citare i lavori di Roche, Fox e Chaline sulla Francia; quelli di Inkster, Morrell, Thackray, MacLeod per la Gran Bretagna; le indagini sul Vereinswesen in contesti confederali come la Germania e la Svizzera. In questo saggio si tenterà di dare una lettura della vicenda delle accademie italiane anche alla luce di tali risultati, e nell’ambito di un’interpretazione che tenga conto delle coordinate disponibili per la storia sociale della scienza, dall’età del riformismo illuminato al “riordino” operato dal fascismo, attraverso i grandi snodi rappresentati in prima istanza dalla dominazione francese, dall’ascesa della monarchia amministrativa, dalla nascita e dall’evoluzione istituzionale dello Stato unitario. La comparazione e l’analisi di spaccati particolarmente importanti, come furono i congressi degli scienziati dal 1839 al 1875, contribuirà a porre in tutta la loro evidenza problematica le varie declinazioni e le differenti scale sulle quali si è articolato nel lungo periodo il binomio centro-periferia in terra italiana.

La vita scientifica nelle periferie: itinerari nazionali

In un famoso articolo degli anni ’70, Arnold Thackray forniva un utile paradigma per l’analisi del rapporto centro-periferia in campo culturale e scientifico. Il suo case-study, la Manchester Literary and Philosophical Society, si prestava particolarmente bene ad uno studio di lungo periodo che si intersecasse con le cesure nevralgiche della storia della scienza inglese, delle sue basi sociali, comunità e istituzioni [4].

Fondata nel 1781, prodotto tipico dell’élite dissenter di una delle maggiori città commerciali e industriali, la “Lit. and Phil.” in questione servì - nel corso dei decenni e con l’avvicendamento delle generazioni - ad una triplice funzione. Fino agli anni 1820-30, essa  rispecchiò e amplificò i valori di quella élite in rapido arricchimento ma tenuta ai margini del “paese ufficiale” dalle numerose proibizioni che colpivano quanti si collocavano al di fuori della Chiesa d’Inghilterra. Proibizioni che riguardavano anche il mondo della scienza, dato che l’atto di fede era indispensabile per l’ammissione ad Oxford e a Cambridge; e data l’ipoteca aristocratica e terriera che connotava ancora la composizione e l’indole della Royal Society. La fondazione e l’autofinanziamento di un’associazione dedita a studi territoriali, particolarmente ospitale verso quanti si distinguevano nelle discipline utili alle manifatture (la chimica, la fisica applicata, la geologia ecc.) oltre che verso i medici, permetteva ai promotori di esaltare se stessi quali autentici mentori della ricchezza della nazione in opposizione alle oziose caste della upper class.

La funzione legittimante dell’iniziativa scientifica non scomparve, ma si attenuò dopo il Reform Bill del 1832 e la creazione delle rappresentanze elettive locali nel 1834; mentre le industrial towns, in virtù della nuova Poor Law, cominciavano a sentire la presenza dello Stato, in termini di ispettorati e di personale e strutture sanitarie e assistenziali. Procedendo negli anni, una nuova generazione di soci della “Lit. and Phil.” forniva scienziati di prestigio, il cui avvicinamento alla capitale era testimoniato dalla confluenza nelle fila del liberalismo e una crescente rete di alleanze familiari. Dopo metà secolo, le famiglie di industriali dissenters che trent’anni prima avevano fornito alcuni ‘quadri’ al radicalismo fiancheggiavano apertamente il conservatorismo, si facevano eleggere in Parlamento e, dopo la riforma delle antiche università, mandavano i figli a studiare nella fino ad allora inaccessibile Cambridge. A livello locale, avevano traghettato la “Lit. and Phil.” nella nuova epoca, destinandola in particolare alla divulgazione e all’istruzione delle working class; convertendola, cioè, da occasione di promozione a strumento di controllo. Del resto, dagli anni ’50 esistevano anche nelle periferie dei colleges universitari con vocazioni – almeno alle origini – rispondenti alla locale domanda di competenze. Ad essi era passato il compito di testimoniare del “genio scientifico” della città e della regione [5].

Nell’analisi di Thackray, il rapporto conflittuale tra centro e periferia si stempera in una dinamica di progressivo avvicinamento e integrazione. La “Lit. and Phil.”, osservata con la lente della storia sociale e urbana, finisce per confermare il trend più generale delle élites inglesi di età vittoriana.

La bandiera della scienza utile, se da una parte si avvicinava al modello della Royal Society, dall’altra lo arricchiva di un interventismo umanitario e sociale che, fortemente auspicato dal metodismo, attirò su questa e altre associazioni analoghe l’accusa di giacobinismo. La stessa accusa, comunque, poteva colpire anche altri avversari della scienza ‘ufficiale’ e delle strutture (istituzionali, ma anche sociali, religiose e mentali) che la sorreggevano. Non a caso, nel 1830 Charles Babbage, indomabile matematico vicino ai radicali, dedicava parole parecchio più laudative alle philosophical societies delle contee che alla gloriosa Royal Society. La denuncia di Babbage affondava le sue radici nella “filofrancesità” di un particolare milieu: quello dei giovani che avevano lottato per introdurre a Cambridge la matematica ‘rivoluzionaria’ francese, oltraggiando i vetusti curricula graditi alle gerarchie anglicane e alle élites tradizionali [6]. La promozione e diffusione di nuove teorie e nuovi modelli, la critica delle scale di valori ufficiali, serviva tanto quanto l’associazionismo la causa dell’opposizione alle forze di governo, alla capitale politica e scientifica del Regno oltre che alle due università metropolitane.

Fino agli anni ’40-50, eterodossia e anticonformismo rispetto alla tradizione sarebbero dunque stati, con l’esigenza di legittimazione e promozione delle borghesie periferiche, i tratti salienti dell’associazionismo scientifico delle contee. Le due coppie di valori, peraltro, potevano dosarsi in soluzioni diverse a seconda dei contesti socioeconomici e religiosi di partenza e della quantità di “risentimento” rispetto alla capitale. Un “giacobinismo” sui generis, quello sotteso all’uso della scienza come veicolo di promozione di gruppi sociali sulla scena nazionale, che si saldava singolarmente al patriottismo e al civismo locali degli stessi gruppi, la cui battaglia cominciava proprio dall’emancipazione della periferia rispetto al/i centro/i.

Molto diverso l’iter dell’associazionismo e delle accademie/società scientifiche nelle province francesi nel medesimo torno di tempo. Agli occhi degli osservatori stranieri più interessati - scienziati in cerca di riconoscimenti pubblici come Babbage, o intenti alla costruzione di una comunità di dotti propriamente nazionale, come il tedesco Lorenz Oken -, l’Institut de France rappresentava il punto di riferimento e di arrivo delle massime aspirazioni[7]. Esso aveva realizzato una sintesi compiuta fra accentramento e modernizzazione istituzionale da una parte, e consacrazione dell’élite del sapere dall’altra. Ma nei dipartimenti, in particolare nelle regioni attraversate da un più radicato antagonismo nei confronti della capitale (il Sud-Ovest, la Normandia, la Bretagna), esso era il simbolo stesso della mortificazione delle energie spontanee, dello svilimento del sapere residente fuori da Parigi, della cristallizzazione di una concezione astratta e geometrica della scienza irriducibile alla multiforme realtà del genio nazionale[8] .

In questo caso era stato il centro a decidere d’autorità dell’associazionismo e della collocazione delle periferie nella scienza. Prima (1792-93), spazzando via le accademie e le università di antico regime in quanto cenacoli controrivoluzionari di marca clericale e/o nobiliare. Poi, stabilendo le coordinate della nuova Francia scientifica in senso eminentemente verticistico. Infine – siamo già negli anni della Restaurazione – lasciando rifiorire buona parte del vecchio mondo accademico proprio perché legittimista e antirivoluzionario, e liberando al contempo energie nuove - ‘borghesi’ e pragmatiche - e differenti tipi di associazione [9].

Il rapporto con la capitale doveva riflettere l’ambivalente atteggiamento del grande notabilato delle province: opposizione irriducibile da una parte, scaltra attitudine all’emulazione e integrazione dall’altra [10]. Qui come nell’Inghilterra ante-Reform Bill, i problemi reali dei dipartimenti giocavano un ruolo di primissimo piano. Le pressioni per il decentramento e la ‘democrazia’ locale affondavano però le radici in un passato prossimo, per cui la conoscenza storica si affiancava e spesso surclassava in utilità le scienze naturali. Il massiccio coinvolgimento dell’aristocrazia (e in taluni casi anche del clero) dà luogo ad uno scarto notevole rispetto alle dinamiche in atto nelle industrial towns britanniche. Non che nei dipartimenti francesi non esistessero gruppi borghesi e genuinamente liberali, interessati al miglioramento dello Stato rivoluzionario piuttosto che al ritorno all’antico. Né mancavano, a partire dalla Monarchia di luglio, associazioni scientifiche dalla forte vocazione professionale - soprattutto mediche; o che condividevano l’ottimismo giacobino circa le scienze “positive” (naturali, fisiche, statistiche) – e si sforzassero di fornire studi territoriali costruttivamente utili in sede amministrativa. Solo che la loro emancipazione dalle élites tradizionali e tradizionaliste avrebbe richiesto parecchio tempo: in alcuni casi, anche tutto il secolo. L’affermazione delle borghesie dissenters nelle contee industriali aveva preso le mosse dalla marginalità e dall’isolamento, e le scienze naturali avevano rivestito una funzione propositiva e progressista. Nei dipartimenti francesi, invece, l’associazionismo rinacque sulle vive ceneri di una vicenda secolare, e dal passato ereditò vocazioni e valori dalla durevole tenuta.

Negli anni 1840, comunque, i due panorami presentavano notevoli caratteri di differenziazione. La proliferazione di sociétés savantes o philosophical societies era il dato comune ai dipartimenti e alle contee. Anche in Francia, l’animosità delle fondazioni e rifondazioni settecentesche e primo-ottocentesche aveva lasciato il posto ad un più diplomatico rapporto di biunivocità tra centro e periferia. Molte contrapposizioni socio-intellettuali caratteristiche del caso britannico (borghesie vs aristocrazie; dissenters vs clero anglicano; leisure fondiaria vs pragmatismo urbano) si rivelavano meno acute; mentre la cifra nobiliare e nostalgica delle académies di risalente fondazione cedeva in molti dipartimenti di fronte alla moltiplicazione di sociétés decisamente più interessate al presente e al futuro. Non da ultimo, tanto le “Lit. and Phil.”, perlomeno le più influenti e strutturate, quanto l’arcipelago dell’associazionismo dipartimentale, avevano come punto all’ordine del giorno - tra i prioritari -, la questione universitaria. Il volontarismo e il patriottismo delle associazioni autofinanziate dalla variegata recettività si misuravano ormai sul terreno della professionalizzazione e della specializzazione; lo spontaneismo confluiva in una forte pressione per l’istituzionalizzazione. La dialettica con il/i centro/i poteva orientarsi in questi anni su direttrici molto eterogenee. Anche i punti di partenza erano diversi, dato che al monopolio quasi assoluto di Oxbridge si contrapponeva la graduale disseminazione di strutture universitarie sul territorio francese.

La fame di scienza applicata delle contee industriali può certo sembrare meno viziata da motivi ‘ornamentali’ rispetto alle annose battaglie di molti notables per una rifondazione dei curricula in senso integralmente regionalista (auspicabilmente anti-giacobino, talora tardivamente controrivoluzionario) [11]. I primi rappresentanti delle città industriali nella Camera dei Comuni furono peraltro tra i protagonisti della battaglia per la riforma delle università metropolitane, per la liberalizzazione e democratizzazione degli accessi. Come detto, molti di loro, a partire dagli anni ’60-70, mandarono i figli a Cambridge piuttosto che nei civic colleges locali a vocazione tecnico-scientifica.

Il problema dei francesi era opposto: non la impossibilità, quanto piuttosto l’obbligo di recarsi a Parigi per avere un titolo dottorale di primo livello, fruire di una formazione completa, disporre delle strutture e dei contatti che servivano per immettersi nei circuiti della scienza nazionale. L’emancipazione scientifica delle province passava insomma, in questo caso, attraverso la necessaria attenuazione del centralismo. Attenuazione che peraltro fu lungi dal profilarsi nella successiva fase imperiale e agli albori della Terza Repubblica. Gli esordi della Monarchia di luglio coincisero, ministro Guizot, con la prima messa in opera dell’odierno Comité des Travaux Historiques et Scientifiques : un insieme di commissioni ministeriali che, tramite rappresentanti e ispettori, avrebbe dovuto sia incoraggiare, sia coordinare, raccogliere, esaminare, selezionare i lavori degli accademici di periferia.

Il rapporto centro-periferia doveva conservare nel caso francese un forte carattere dialettico. Questo, se da una parte indebolì la posizione delle province ancorate a sentimenti antagonistici di remoto retaggio, dall’altra favorì l’ascesa di poche isole particolarmente qualificate – sul piano professionale e specialistico - per fungere da energici, autosufficienti e non troppo polemici ‘complementi’ della scienza parigina [12].

In Italia. Le origini di un panorama complesso (XVI-XVIII secolo)

Ad esclusione del pur volonteroso repertorio compilato da Michele Maylender negli anni ’20 del ’900, concepito nel pieno di una nuova stagione di intervento statale sulle istituzioni e associazioni culturali del paese [13], mancano nella storiografia italiana studi d’insieme sulle accademie e associazioni del XIX secolo. Il lavoro di Maylender, tra l’altro, mirava a dare una rappresentazione globale della vicenda, presentando in ordine alfabetico tutti i sodalizi che dal XVI al XIX secolo avevano portato il nome e il titolo di “accademia” e “società accademica”. Forniva in forma estremamente succinta notizie comunque molto utili – i nomi dei fondatori, i rapporti con gli Stati, le strategie organizzative, gli orientamenti intellettuali, le ragioni del successo e/o quelle della decadenza – a proposito di un numero considerevole di voci. Difficile, però, ricavare dai cinque corposi volumi qualche conclusione sicura sulle “strutture” di lungo periodo del fenomeno, sulle cesure periodizzanti, sull’avvicendamento di attori sociali e programmi politico-culturali. Ciò che emergeva immediatamente era invece la notevole disseminazione del fenomeno accademico; ma restava da interrogarsi sul carattere effimero che lo stesso fenomeno sembra aver particolarmente denunciato in certe aree. L’ordinamento alfabetico, inoltre, conferiva alle capitali pre-unitarie un indubbio primato quantitativo, da cui tuttavia trapelavano poche informazioni su altre e più nevralgiche forme – giuridiche, istituzionali, simboliche – di supremazia rispetto alle periferie.

Alcune coordinate d’insieme sono emerse grazie ad altri e più specifici studi. Il fenomeno accademico, com’è noto, è connaturato al nostro paese a datare dalla prima età moderna. La fondazione dell’Arcadia, nel 1690, rappresentò il primo segnale di un orientamento ‘nazionale’, di un tentativo di dar luogo ad un circuito, ad una comunità intellettuale omogenea, allineata su valori condivisi, che riconosceva la supremazia di un “centro” – in questo caso, la Roma pontificia ma anche razionalista del dopo-barocco -, senza perciò rinunciare alla concordia discors delle vocazioni locali e statali. Colonie arcadiche furono fondate da Nord a Sud, dalla Lombardia alla Calabria; sodalizi preesistenti si convertirono in colonie, deponendo l’orgoglio municipale pur di far parte della “Repubblica” italiana “delle lettere”. Attorno a metà secolo, in coincidenza col riformismo, la vocazione letteraria fu affiancata, perlopiù per iniziativa statale, da forme di associazionismo e accademismo diverse, orientate in senso pratico e scientifico, dedite allo studio dei territori e alla proposta di interventi per il miglioramento della produzione e delle condizioni sociali. In questo senso, il punto di riferimento fu rappresentato dall'Accademia dei Georgofili, istituita a Firenze nel 1753. Anche la composizione sociale si arricchì e diversificò: a patrizi e aristocratici – qui reclutati in qualità di proprietari terrieri – si affiancavano i primi sparuti nuclei delle burocrazie tecniche, oltre a giuristi e funzionari di “civile origine”. Queste accademie – denominate agrarie, economico-agrarie, “patriottiche” a seconda dei contesti - erano un prodotto molto tipico dell’Europa tardo-settecentesca. Ne furono create nelle province francesi e nell’Impero austriaco (da cui la vicenda toscana e lombarda), oltre che nella Terraferma veneta e, ad uno stadio spesso poco più che progettuale, nei territori continentali del Regno borbonico[14] . La tendenza al coordinamento e all’omogeneità programmatica, in questo caso, si concretava all’interno degli Stati, come proiezione della “saviezza” governativa verso l’esterno, inserendosi talvolta nel più generale processo di accentramento istituzionale. La scienza delle province, insomma, riceveva dal centro le direttive e le guide (nella persona di ministri e funzionari posti a capo dei sodalizi) e verso il centro doveva tornare fornendo indicazioni utili per le sorti della patria.

L’ultimo scorcio del Settecento vedeva le capitali stesse divise al loro interno tra la proposta di nuovi cenacoli e la resistenza della scienza “ufficiale”, dell’ortodossia professata nelle università. Il caso più significativo è quello della Società Privata di Torino. Nata a metà secolo in aperta opposizione alla stanca ripetitività dell’Ateneo sabaudo e imbevuta del più avanzato ‘scientismo’ europeo, essa confluì nell’alveo delle istituzioni statali, finendo per costituire il primo nucleo della classe di scienze matematiche, fisiche e naturali della nuova Accademia delle scienze. Anche nei centri, di fatto, si agitavano in quei decenni programmi innovativi e nuove figure sociali: associazioni di professionisti e di professori che, muovendosi dapprima ai margini o contro la scienza ufficiale, ridisegnarono infine il volto dell’associazionismo e accademismo di molte capitali.

Su questo panorama in fermento si abbatté la scure della legislazione rivoluzionaria e napoleonica. Le accademie settecentesche dovevano tacere nei turbolenti anni tra i due secoli, talvolta per non risorgere più. Più spesso, esse andarono incontro ad un graduale processo di adattamento alle nuove regole che dall’universo socio-istituzionale si proiettavano immediatamente sulla domanda – pubblica, ma non solo – di lavoro scientifico. I cenacoli aristocratici, eminentemente letterari e retorici, la cui aderenza all’antico regime si manifestava fin dalle obsolete denominazioni, furono ovviamente, nella penisola come in Francia, i più colpiti e malvisti dalle nuove autorità. Lo stesso non valeva però per il più giovane associazionismo/accademismo economico-agrario, deputato anzi a dare il tono alla vita intellettuale delle periferie.

Nel Mezzogiorno murattiano la scienza di provincia fu riorganizzata dall’alto, tra 1806 e 1808, e posta a strettissimo contatto con le diramazioni periferiche della monarchia amministrativa. Affidate alla tutela e vigilanza delle intendenze, le società economiche istituite in ogni capoluogo di provincia fungevano da corpi consultivi in materia di politiche produttive e infrastrutturali. La ‘sottomissione’ dei notabili – proprietari e intellettuali – chiamati a farne parte al governo e alla capitale si rispecchiava perfettamente nella dipendenza di ciascuna società dall’Istituto di incoraggiamento per le scienze naturali residente in Napoli, cioè dal Ministero degli Interni.

Nel Regno d’Italia le direttive per la rinascita della scienza di provincia furono dettate dal decreto del 25 dicembre 1810. Esso prevedeva che, come nei dipartimenti dell’Empire, ogni capoluogo disponesse di un’unica accademia – così come di un liceo nazionale, una camera di commercio, un tribunale. In questa dovevano confluire tutti i corpi e le vocazioni messi a tacere dopo il 1796. Le nuove accademie, denominati atenei, riflettevano dunque per statuto la normalizzazione post-giacobina già concretizzata nei curricula dei licei. Alla ‘dittatura’ delle scienze matematiche, fisiche e naturali, o all’esclusivismo socioprofessionale di più giovani corpi, subentrava adesso un polimatismo umanistico-scientifico-economico adatto ad assorbire un ampio ventaglio di notabilati e tradizioni intellettuali senza rinunciare al valore prioritario della “utilità”. Come le società economiche del Mezzogiorno, i più versatili e polifonici atenei dovevano a loro volta far capo ad una istituzione centrale, individuata dapprima nell’Istituto nazionale con sede a Bologna; e fornire alle autorità solide indicazioni sullo stato socioeconomico del territorio provinciale.

La geografia accademica veniva così a coincidere, in età francese, con quella amministrativa. Le gerarchie del lavoro scientifico rispecchiavano perfettamente quelle istituzionali. La nazione colta, debitamente cooptata dai governi sentiti i funzionari e notabili, era inquadrava nei ranghi della monarchia, e assumeva in seno ad essa funzioni proprie. Al livello più alto, negli Istituti delle capitali, doveva riunirsi la ristretta comunità degli scientifiques di rango nazionale, assieme ai vertici dello Stato e a illustri esponenti di diverso sapere. Ai livelli locali, il ventaglio delle cooptazioni tendeva ovviamente a premiare un notabilato più o meno “borghesizzato”, assieme ai pochissimi ‘professionisti’ della cultura operanti sul territorio. Ad ogni modo, ovunque si potevano riconoscere gli stessi principi della rappresentanza formalizzati nella Costituzione del 1802. Possidenti e commercianti, le élites della ricchezza e dell’iniziativa economica, dovevano affiancarsi ai dotti, in una concezione del lavoro culturale fortemente piegata alle esigenze dell’amministrazione, e dunque rimessa alla vigilanza dei funzionari.

Buona parte degli atenei e delle società economiche previsti dalle leggi francesi stentò a decollare, e ancora attorno al 1820 erano poche le accademie che avessero avviato una serie regolare di lavori e pubblicazioni. Ma, ciò che più conta, tanto il governo asburgico quanto quello borbonico lasciarono in vigore in questo ambito la legislazione francese, ritoccando semmai la composizione dei ranghi e, nel Lombardo-Veneto, rimandando di qualche anno il progetto di una stretta coordinazione e subordinazione della scienza provinciale all’Istituto centrale (spostato nel frattempo da Bologna a Milano).

Le periferie, la scienza e la Restaurazione

La Restaurazione non comportò ‘solamente’ la conservazione dell’esistente. Questo fu talora perfezionato, dato che con una legge del 1817 la geografia economico-accademica del Mezzogiorno fu estesa alla Sicilia. Un Istituto di incoraggiamento delle scienze naturali fu istituito a Palermo, e ad esso furono rimesse le società economiche da istituirsi in ogni capoluogo (o “vallo”) dell’isola parallelamente all’introduzione della dipartimentalizzazione. Nei capoluoghi del Granducato di Toscana rimasero in attività le accademie scientifico-letterarie, quasi tutte accresciute di interessi economici, rifondate ai primi dell’800 secondo i dettami della politica culturale napoleonica. Alla vigilia dell’incorporazione nell’Empire, la Toscana si era inoltre dotata di una nuova Accademia, la Valdarnese del Poggio, singolarmente dedita alle sole scienze fisiche e naturali. Nel corso dei decenni a venire, essa avrebbe rappresentato un punto di coagulazione, per quanto formale e decisamente decentrato, dei professionisti e professori di quelle scienze di tutta la penisola.

La riorganizzazione dell’arcipelago accademico non era passata, nel Regno d’Italia o nei dipartimenti italiani dell’Impero, attraverso la distruzione pregiudiziale di quanto esisteva alla vigilia della Campagna d’Italia. Molti corpi erano confluiti con i propri interessi e portavoce, nelle nuove istituzioni polimatiche; altri, come le accademie toscane, avevano revisionato i propri statuti, proseguendo un’esistenza che affondava le radici, il più delle volte, nel ’700 leopoldino. Qualcosa di simile era del resto avvenuto in Francia, dove i cenacoli provinciali erano perlopiù risorti – con nuovi regolamenti e vocazioni ampliate, e sotto il vigile controllo dei prefetti – nei primi anni del secolo[15]. Ma, mentre in quel paese si attuava lo spostamento verso la forma della société autofinanziata, aperta a diversi attori sociali, piuttosto specializzata negli interessi, nella penisola lo stesso periodo contemplò piuttosto la rifioritura di accademie eclettiche o a prevalente vocazione poetico-letteraria. Buona parte della costellazione arcadica tornò a punteggiare, sebbene spesso per poco tempo, il territorio dei vari Stati, giustapponendosi alle divisioni e gerarchie istituzionali ereditate dalla Grande Révolution.

Sarebbe facile scorgere in queste tardive rifondazioni il segno di un ‘antigiacobinismo’ e, specularmente, di un peculiare “nazionalismo accademico” portato avanti da forze controrivoluzionarie in una collaudata collaborazione con i vertici della nuova alleanza Trono-Altare. In effetti, una cifra aristocratica connotava diverse tra queste ex colonie arcadiche. Nel Regno borbonico, quella aquilana fu rifondata da due marchesi; quella di Monteleone Calabro da un conte. Nel Regno di Sardegna, la fossanese fu riportata in vita dal glorioso casato dei Saluzzo. Nello Stato del Papa, un cardinale promosse la rinascita dei Risorgenti di Osimo, e un aristocratico riportò in vita i Liberi di Città di Castello. Le cose, peraltro, non sono così semplici. Sotto i vecchi statuti e le antiquate denominazioni ribollivano fermenti di opposizione che sarebbe stato più difficile portare avanti in forme diverse. Questo era vero nel Sud continentale, dove tali sodalizi si avvalevano della guida di élites già murattiane o di notabili delle province affiliati alla Carboneria. Ma anche nello Stato Pontificio, ad onta di protezioni e finanziamenti generosamente offerti dagli “zelanti” curiali, diversi cenacoli si rivelarono focolai di liberalismo [16] . Nel Regno dei Savoia l’impegno di certe aristocrazie nelle province doveva inserirsi, presto o tardi, nel più generale disegno di emancipazione e coinvolgimento di quelle élites fondiarie e intellettuali di estrazione medio-borghese nella riforma dello Stato subalpino [17]. Il programma politico, in questi casi, aveva decisamente la meglio sulle finalità culturali. La vitalità di molti di questi sodalizi spirò in occasione di qualche ondata repressiva, o si esaurì con l’affermazione di istituzioni e strutture associative più moderne e avanzate, a più stretto contatto con Stati e governi [18].

Contesti settari e priorità squisitamente politiche. Sotto questa etichetta, giustificata solo in un alcuni casi, sarebbero scomparse dall’attenzione della storiografia molte voci della scienza italiana dell’età del Risorgimento. Alla storia locale sarebbe spettato l’arduo compito di rinverdire i fasti delle piccole comunità di dotti, spesso celebrati acriticamente ed equivocamente sul versante patriottico come su quello intellettuale.

Di certo, dalla fitta geografia accademica-associativa che siamo venuti delineando la storia ‘classica’ della scienza (così come quella della letteratura o della storiografia) ha avuto davvero poco a cui attingere. Lavori saltuari, precarietà logistica, difficoltà finanziarie, imperizia e assenteismo dei membri, distanze siderali rispetto ai circuiti della scienza universitaria e/o professionale nazionale ed internazionale. Pochissime accademie decentrate potevano reggere il confronto con le omologhe britanniche o francesi dell’epoca. E tuttavia, la loro esistenza valeva di per sé a supportare una quantità di cause che, dall’ambito del sapere, dei rapporti sociali, del patriottismo locale o tutto interno ai confini di Stato, dovevano spostarsi, presentandosene l’occasione, sul piano ben più complicato della nazione e della rappresentanza nazionale, della collocazione di ogni “sede di scienza” – a prescindere dal suo rango amministrativo – nel libro d’oro delle cento città scientifiche italiane.

La prova dei congressi: esempi europei

I congressi scientifici si affermarono in Europa, com’è noto, tra 1815 e 1839. In questo torno di anni nacquero e si consolidarono forme di autorappresentazione e autopromozione delle comunità scientifiche nazionali – i congressi itineranti – le cui radici teoriche e organizzative affondavano in un insieme non sempre omogeneo di motivi e suggestioni. Il binomio di partenza, scienza e nazione, si rifaceva alla esaltante stagione rivoluzionaria e napoleonica, nel corso della quale il connubio tra vertice dello Stato e scienza ‘alta’ aveva assunto piena sistematicità. Nei paesi tedeschi, il terminus a quo più noto era la fondazione dell’Università di Berlino (1810), con la quale era giunta a consacrazione istituzionale la coscienza nazionale sollecitata già dalle riforme settecentesche [19]. A questi modelli guardavano Babbage e lo scozzese David Brewster, allorché alla fine degli anni ’20 lanciarono anche in Gran Bretagna la sfida dell’associazione scientifica nazionale. Nel caso britannico, come detto, l’iniziativa nasceva nel segno di una diffusa ed eterogenea insofferenza verso i valori e le compartimentazioni ermetiche della società e del sistema politico-istituzionale pre-vittoriano. Le differenze con il modello di riferimento non erano poche. La scienza tedesca si stava rapidamente identificando con le facoltà universitarie e, in certi Stati, con le Technische Hochschulen. Ruolo e funzione degli scienziati, così come il loro prestigio sociale, era deciso nei paesi della Confederazione dal confronto diretto degli stessi con le monarchie, generose finanziatrici e agguerrite competitrici. In quelle autorappresentazioni itineranti gli ‘altri’, dai funzionari ai rappresentanti dei ceti sociali alle élites delle ‘periferie’, rivestivano tutt’al più le vesti di illuminati patroni o di volonterosi uditori/amatori; interferivano il meno possibile con lo svolgimento dei lavori congressuali, non intervenivano nei dibattiti se non potevano vantare almeno qualche buona pubblicazione in materia [20]. L’affermazione del ceto scientifico inglese doveva invece passare attraverso una fase di aggressivo antagonismo. Dalle origini dei meetings della BAAS fino alla metà degli anni ’40, sembrò che ragioni delle periferie e quelle dei professori/riformatori di Oxbridge potessero contribuire alla pari allo scopo. Il passaggio della BAAS riempiva di orgoglio le contee che, dopo una estenuante trafila, arrivavano ad ospitare un meeting. Le loro philosophical societies, i pochi ospedali, laboratori e istituti tecnico-scientifici messi su grazie alla generosità di benemeriti concittadini, godevano per qualche giorno, agli occhi dei convenuti connazionali e stranieri, di un lustro e di una centralità affatto anomali. Ma tutto questo valeva poco, alla prova dei fatti, di fronte alla rapida strutturazione della BAAS come associazione centrale e saldamente piantata nella capitale[21].

Ancora diverso il caso francese. Qui, dove l’intesa tra Stato nazionale ed eccellenza scientifica aveva vissuto i suoi momenti più luminosi, il “potere degli scienziati” [22] si era affievolito ma non era scomparso nei giorni difficili della Restaurazione. All’inizio degli anni ’30 i professori della Sorbona, delle grandes écoles, del Muséum d’histoire naturelle, degli osservatori centrali, godevano ancora di un controllo molto forte sulla vita scientifica nazionale e sui suoi rapporti con lo Stato. L’aggressivo protagonismo della fase rivoluzionaria aveva lasciato il posto ad un’attitudine più contenuta, ad un ripiegamento nello ‘specifico’ del campo scientifico e universitario. Gli scientifiques, inoltre, risentivano dell’ascesa di altre figure, determinata dapprima dalla controffensiva legittimista e poi dall’arrivo al potere dei dottrinari [23]. Un’analoga ricchezza e diversificazione - ossia la tensione finalmente compiuta all’“unità del sapere” inerente alla ideazione stessa dell’Institut de France -, si avvertiva nella scienza delle province. Gli anni ’30 videro il decollo di un nuovo associazionismo storico-archeologico, che andò ad affiancarsi a quelli polimatico, “linneano”, economico-agrario. L’associazionismo specialistico, fiorente a Londra nello stesso periodo, taceva quasi del tutto in questo paese, dove le accademie dell’Institut esaurivano gli spazi dell’iniziativa e dell’autorità. Se si prescinde dalle pionieristiche Société de Geologie e Société géographique, la prima associazione nazionale, la Société Botanique, avrebbe visto la luce solo negli anni ’50. Nelle sociétés savantes dei dipartimenti, le vocazioni specialistiche dei pochi professionisti della scienza convivevano con un diffuso eclettismo che peraltro dava modo di soddisfare, lontano da Parigi, un amplissimo ventaglio di interessi e materie. Ai savants di capoluoghi noti alla storia della scienza nazionale, come Bordeaux, Montpellier o Strasbourg, le accademie e associazioni offrivano già di per sé delle ragioni di distinzione e di prestigio anche su scala europea. Ma si trattava di casi abbastanza isolati, nel seno di un panorama che molto raramente superava l’orbita dei perimetri dipartimentali o, nella migliore delle ipotesi, regionali.

Causa dell’unità del sapere di contro al tirannico scientismo ‘giacobino’, e causa della spontaneità scientifica delle province di contro all’umiliante tirannide parigina: furono queste le due bandiere della quarantennale vicenda del Congrès scientifique de France. Che nacque, per l’appunto, dal seno delle sociétés savantes più orientate in senso ‘regionalista’. Portatori di un discorso sincretico in cui si mescolavano e mimetizzavano elementi moderni e reminiscenze d’antico regime, i congressi francesi ruppero il monopolio delle scienze naturali e fisico-matematiche consacrato in Germania e in Inghilterra, per dare maggior voce e spazio ai saperi extra-universitari e/o alieni dalla temperie illuministico-rivoluzionaria. Le belle lettere e le belle arti, la storia e l’antiquaria, ma anche la filosofia, la legislazione, la “economia politica” o “sociale”, la pedagogia, facevano parte integrante, assieme ai loro cultori, di queste assisi itineranti fondate nel 1833, assieme alle più abituali scienze “positive” e medico-chirurgiche. Anche l’agricoltura godeva, per la prima volta, di uno spazio specifico declinato non tanto in senso tecnico (agronomico) quanto in senso socioeconomico e giuridico.

La scienza delle province si trovava pienamente e minuziosamente rispecchiata in questa originale architettura congressuale. La completezza non celava d’altra parte la supremazia dei saperi storico, economico e morale in genere. Da questo momento molta parte dell’universo provinciale si identificò strettamente con un variegato sapere “umanistico”; e questo legame si sarebbe ripresentato ancora molto vitale, mutati gli scenari istituzionali della scienza nazionale, a distanza di mezzo secolo e fino alla vigilia della Prima Guerra mondiale. Quando, cioè, le esigenze strutturali della ricerca e l’intervento del mondo dell’industria nella vita scientifica, avrebbero contribuito ad isolare in una situazione di orgogliosa “povertà” e patriottica “alterità” le accademie, le associazioni e le facoltà letterarie di certe province [24].

Il compromesso italiano (1839-1847)

Anche i promotori dei congressi italiani si posero il problema delle accademie di provincia, di quali ammettere tra i ranghi dell’assise itinerante e quali invece lasciare ai margini dell’autorappresentazione dell’élite scientifica nazionale. Nati dall’intesa fra un monarca, il Granduca di Toscana, e una riconosciuta rappresentanza dell’eccellenza intellettuale di quello Stato (il direttore del museo di scienze naturali, un fisico di fama europea, un accreditato professore, un esimio ingegnere ai vertici dell’amministrazione, un luminare della clinica medica [25]), i congressi italiani presero avvio nel segno di una solerte emulazione dell’esempio germanico. Si misero a punto norme di cooptazione miranti a raccogliere in primo luogo i mentori della scienza ufficiale – ossia, delle capitali e delle altre università -, concedendo qualche spazio alle poche accademie di periferia particolarmente meritorie come la Valdarnese[26]. Criteri piuttosto chiari, a cui corrispondevano diritti e doveri delle due categorie: quella degli Scienziati, membri a pieno titolo delle assisi; quella degli Amatori, ammessi come di semplici uditori. Norme che mutuavano l’austera severità germanica senza fare i conti con il retroterra effettuale della scienza nazionale.

Qualche influente osservatore aveva guardato piuttosto all’esempio britannico. E tuttavia, anche rispetto a questo non erano pochi gli scarti significativi. In primo luogo, i congressi italiani non si sarebbero tenuti se non nelle capitali o in alcune prestigiose città universitarie. In secondo luogo, a differenza dei meetings della BAAS, i congressi italiani erano finanziati dagli Stati ospitanti. Le folle di amatori/uditori previste dai leader di Oxbridge servivano delle ragioni economiche assenti nel caso italiano. Tuttavia, molte province italiane ospitavano figure e istituzioni (condotte mediche, carceri e ospizi, ospedali civili e militari) saldamente collegate con i centri, che non sarebbe stato opportuno ignorare in un’assise nazionale. Così come non erano facilmente sorvolabili le ragioni dei non pochi sodalizi – atenei lombardo-veneti, società economiche borboniche, accademie economico-agrarie umbro-marchigiane - che vantavano nessi istituzionali o informali con le principali accademie centrali. Laddove era rimasta in piedi, c’era inoltre la rete dei licei di età francese, che con le università intratteneva, almeno in linea di principio, importanti rapporti gerarchici.

I centri italiani non avevano gli stessi indiscutibili diritti di superiorità che potevano vantare le capitali della scienza tedesca o, in un ben diverso contesto statale, la capitale francese. Rispetto alla Royal Society e al volto ‘tradizionalista’ di Oxbridge, molte capitali italiane garantivano, peraltro, un’identificazione più stretta tra professionismo, specialismo, università, ospedali maggiori e accademie centrali. L’arcipelago savant delle periferie, inoltre, non denunciava la medesima drastica estraneità/alterità di cui erano originariamente portatrici le “Lit. and Phil.”. A prescindere da chi ne facesse parte, dai criteri di cooptazione, dalle vocazioni e dal grado di successo o originalità, gran parte delle accademie di provincia, al contrario, portava su di sé il suggello del governo. Laddove questo non accadeva, come per la giovane Accademia samminiatese degli Euteleti, il reclutamento puntava in alto, restringendo i suoi ranghi a non residenti di prestigio quali “i professori italiani”.

Certo, anche qui esistevano delle gerarchie. Perlomeno improbabile poteva risultare l’equiparazione tra un consesso (para)universitario come la Galileiana di Padova e la Società Economica di Potenza; o, per rimanere in un solo contesto statale, tra l’iperattiva Pistoiese e la decadente Cortonese. Ma il solo fatto che esistessero tante capitali – anche più d’una per Stato, dato il rango di “seconda capitale” di Venezia, Genova e Palermo – e tante sedi universitarie per ogni Stato, sembrava favorire un confronto più paritario tra i centri e le periferie, e un allargamento dei criteri di ammissione che, in effetti, si rese presto necessario.

Il quarto congresso (Padova 1842) fu anticipato da un diktat del presidente, conte Cittadella Vigodarzere, che raccomandava ai commissari per le ammissioni la più indistinta generosità nei riguardi delle appartenenze accademiche. A poco poteva valere l’imperioso richiamo al Regolamento dei promotori milanesi che, due anni dopo, optarono per un’interpretazione assai restrittiva. Il numero degli scienziati si moltiplicò nel corso del decennio scarso di esistenza dei congressi. Dai 420 del 1839 si passò, in un trend non regolare, ai quasi 1500 di Venezia (1847). Le maglie dell’ammissione si erano allargate (se non rilassate) in molti e diversi ambiti. Altre ‘specializzazioni’ e nuove figure entrarono in forze nei ruoli dell’accademia itinerante[27]. La categoria degli Amatori non serviva, alla fine di questa vicenda, praticamente a nulla, se non a garantire il quasi-anonimato a individui compromessi con le polizie o, fino al 1846, con il veto opposto dal Papato.

Uno dei dati salienti era rappresentato proprio dal ‘trionfo’ delle periferie – e delle loro accademie – ad onta di tutti i distinguo della prima ora.

I registri dei “congressisti” aprono una finestra straordinariamente ricca sull’universo accademico pre-quarantottesco. I sodalizi rappresentati furono quasi 200 – più di quanti non se contassero nel Congrès scientifique de France in un torno di tempo quasi doppio. Su circa 4800 “scienziati” italiani ben 2100 poterono vantarono almeno un diploma accademico – quasi il doppio di quanti fecero lo stesso nei dipartimenti francesi. Fiorenti o in decadenza, fattive o vuotamente retoriche che fossero, le accademie italiane godevano nel loro insieme di una salute perlomeno sorprendente. Rispetto al caso francese, quelle multidisciplinari o con una prevalente vocazione pratica (vale a dire: economico-agrarie), si mostravano, nei centri come nelle periferie, più numerose, ricettive e rappresentative di quelle principalmente o esclusivamente letterarie o archeologiche. Tutto sommato, la galassia accademica italiana si mostrò, almeno sul piano dei principii, all’altezza della pregiudiziale scientista che aveva connotato la nascita delle assisi itineranti.

Un tale tripudio quantitativo non va sottovalutato. Anche perché esso ebbe delle conseguenze non episodiche sulla vicenda complessiva dei congressi nazionali. A chi, alla vigilia del ’48, chiedesse quali fossero le capitali della scienza italiana alla luce degli atti dei congressi, si doveva rispondere che semplici capoluoghi Arezzo o Pistoia, Brescia o Bergamo avevano superato per varie ragioni – e di varia misura – le sedi universitarie pontificie e quelle sarde. E si sarebbe dovuto far presente, che anche all’interno dello stesso Stato le gerarchie non dovevano poi essere tanto valide, se tra i sudditi del Papa si erano iscritti più maceratesi o pesaresi che non perugini o urbinati. Per spiegare la presenza di sei volterrani, ad esempio, non si poteva che far riferimento a quel cenacolo di eruditi. Ma doveva essere messa in risalto anche la portata ‘sovracittadina’ di sodalizi che, oltre che ad alcuni scienziati del luogo, fornirono il lasciapassare a non pochi “connazionali” o “esteri” altrimenti inammissibili. Fu questo il caso di varie società economiche del Mezzogiorno e di alcuni atenei lombardo-veneti. Di altre accademie, come la Valdarnese di Montevarchi e la Zelante di Acireale, si doveva infine rilevare una (insospettabile?) levatura nazionale.

L’ammissione della scienza di provincia presso i congressi nazionali non passò, ovviamente, solo attraverso le accademie o le altre strutture (scolastiche, mediche, agrarie) locali. Il diploma di corrispondente di un’importante accademia “centrale” permetteva il più delle volte di essere ammessi, senza problemi e con pieni diritti, anche a figure parecchio lontane dall’ideale del professore/professionista delle discipline fisiche, naturali, mediche. La morbidezza del regolamento italiano poteva avvantaggiare tanto i provinciali quanto gli abitanti delle capitali. Fatto sta che grazie ad essa ottennero di essere rappresentate nella geografia scientifica nazionale il numero impressionante di 450 località. Alle capitali e alle maggiori sedi universitarie facevano seguito centri di vario rango istituzionale. Se tutti o quasi i capoluoghi di provincia disponevano di almeno un’accademia, una manciata di esse si collocava a livelli anche più periferici e declassati. Non mancavano neppure borghi di minuscole dimensioni, rappresentati da medici condotti o da proprietari-agronomi che difficilmente mancavano di vantare, di fronte ai colleghi “congressisti”, il proprio o i propri diplomi accademici.

La scienza della nazione, le scienze delle patrie

Gran parte di questa scienza di periferia fu francamente d’impaccio a quei pochi scientifiques che potremmo definire ‘di primo livello’ – professionisti e/o universitari –, che gradualmente si persero tra le migliaia di partecipanti. Questi ovviamente reagirono, e anzi si difesero come potevano; e facendo ciò consentirono ai congressi italiani di conservare parte del germanico carattere selettivo smentito dalla peraltro notevole somiglianza al ‘modello’ francese. Quell’esigenza di distinzione e gerarchizzazione che né la lettera del regolamento né le più severe disposizioni bastarono a supportare passò, ad uno stadio successivo, attraverso l’iscrizione alle singole sezioni.

Le sezioni che discendevano più direttamente dalle esperienze tedesca e inglese erano quelle di scienze naturali, di scienze fisiche e matematiche, di medicina e chirurgia. Le scienze naturali e fisiche erano coltivate in tutte le accademie polimatiche; le prime, inoltre, avevano spazi in altri sodalizi di provincia. Il collezionismo costituiva il grado minimo di questo campo, frequentato da innumerevoli esponenti delle élites di antico retaggio. Eppure, quelle sezioni furono le meno affollate nei congressi italiani: le meno numerose, ma le più internazionali e qualificate sul piano dei protagonisti e delle credenziali [28].

La gran parte dei diplomi accademici servì poco davanti a questo tribunale di secondo grado. Essi furono invece sufficienti per partecipare agli eclettici dibattiti della sezione di agricoltura e tecnologia, dove si spaziava dalle nuove colture alle bonifiche, dalla letteratura popolare allo stato morale della manodopera rurale. Acquisirono un importante valore aggiunto quando, nel 1845, fu creata la sezione di archeologia e geografia. Rapidamente transitata verso una comprensione molto larga del sapere storico, essa risultò permeabile ad animate discussioni che, come nelle assisi francesi, toccavano da vicino la questione dei rapporti centro-periferia dal punto di vista culturale prima ancora che istituzionale[29].

Questa singolare “repubblica democratica” della scienza nazionale non sopravvisse al 1848, per ragioni estremamente note di natura politica. Ma già da parecchi anni si sentivano qualificate lamentele circa l’instabilità, l’ingovernabilità e l’inutilità di un consesso tanto eterogeneo. Ci si era battuti affinché la suddivisione tra membri e amatori funzionasse davvero. Si era proposto di puntare tutto sulle pubblicazioni, così da estromettere almeno i meno presentabili tra gli “accademici di provincia”. Pochissimi arrivarono dove erano arrivati gli organizzatori milanesi, cioè all’esclusione di un intero corpo (una Facoltà di scienze politico-legali), semplicemente perché la vocazione in questione non rientrava tra quelle dell’associazione itinerante[30]. Orientamenti analoghi a questo, comunque, si risentirono nel 1861, quando i congressi ripresero la marcia da Firenze.

Gli anni ’50 non erano passati senza colpo ferire sull’arcipelago accademico. Per ragioni politiche, in seguito alla sospensione di fondi pubblici o per naturale esaurimento, erano cadute o caddero nei primi anni post-unitari alcune voci che molto avevano figurato nei congressi risorgimentali. Agli uffici per le ammissioni non si sarebbero più presentati Risorgenti da Osimo, Euteleti da San Miniato, Concordi da Bovolenta o Ardenti da Viterbo. Dopo l’unificazione amministrativa del 1865, inoltre, le società economiche del Sud dovettero uniformarsi alle strutture e finalità dei comizi agrari dello Stato sabaudo. Gli atenei lombardi e veneti non scomparvero in blocco, ma alcuni di loro andarono incontro ad una silenziosa agonia terminata ai primi del ’900.

Mentre il panorama pre-quarantottesco si sfoltiva per ragioni per così dire naturali, altre accademie decadevano inopinatamente da centrali a provinciali [31]. L’Accademia dei Georgofili, quelle di Napoli, la Torinese, l’Istituto lombardo e l’Istituto veneto, le accademie ducali: tutte dovettero confrontarsi negli anni Settanta con il progetto selliano della Roma scientifica, con la fondazione dell’Accademia Nazionale dei Lincei (rimessa al governo per la nomina di nuovi membri). Anche la Società dei XL, unica accademia nazionale esistente prima dell’Unità, fu infine trasferita nella nuova capitale. Certo, Roma non era Parigi, e il verticismo auspicato da Sella, si scontrò con inossidabili resistenze. Nelle sedi universitarie le accademie si strinsero in un nesso ancor più forte con le facoltà di riferimento. La norma dello Statuto Albertino, che prevedeva per i più autorevoli accademici di Torino la eleggibilità a senatori, fu estesa ai membri delle principali accademie degli Stati pre-unitari. Per molte altre, l’età liberale significò l’acquisizione della personalità giuridica e l’approvazione regia degli statuti: acquisizioni di prestigio e utili per strategie di un certo respiro, ma ottenute ancora in assenza di una normativa organica.

Gli ultimi congressi ottocenteschi testimoniano di tale transizione. Nei ruoli del Congresso senese (1862) e di quello romano (1873), le appartenenze erano segnalate in modo molto parco. A Siena se ne avvalsero per lo più quanti non appartenevano ai ranghi ufficiali dell’insegnamento superiore, pur disponendo di sufficienti credenziali in termini di pubblicazioni e “chiara fama”. I registri romani riportano appartenenze accademiche per una sessantina su 250 partecipanti. Rispetto alla fase pre-unitaria, la proporzione si era praticamente dimezzata, e concentrata attorno a pochi poli: le accademie delle scienze di Napoli, Torino, Milano, Venezia, oltre ai Georgofili. Per il resto, il punto di riferimento sembrava spostato su di un settore non nuovo, ma che solo in quegli anni assumeva una più precisa fisionomia: l’associazionismo specialistico o monodisciplinare [32] .

L’appartenenza alla località cedeva terreno a favore di quella disciplinare. Per il resto, auspice anche la Legge Casati, la partita tra centro e periferia si stava chiaramente appuntando sulla causa delle università. Per ottenere il pareggiamento degli atenei incompleti si misero concordemente all’opera consorzi, autorità locali, comunità di professori. A questo zelante “patriottismo” dovette affidarsi pure la maggior parte delle accademie provinciali. Permanendo i dislivelli qualitativi e quantitativi dei lavori, per molte risultò difficile (e forse anche poco desiderabile) emergere dall’orbita locale. Esse trovarono negli studi “patrii” uno spazio e una missione specifici, non inferiori bensì diversi rispetto alla scienza delle università e dei maggiori istituti. Alcune si operarono per dotare la loro città di una società storica, contribuendo a quella proliferazione di associazioni di storia patria sulla quale, più che sulle stesse accademie – piegate più che altro ad una politica di controllo -, sarebbe intervenuta negli anni 1930 l’azione di riordino dall’alto.

Al momento della creazione della Unione Accademica Nazionale (1923) e poi del Consiglio Nazionale delle Accademie (1938), a farne parte furono chiamati i presidenti di quei pochi istituti che in età pre-unitaria avevano goduto dello status di accademie centrali: da Nord a Sud, l’Accademia delle scienze e l’Accademia di agricoltura di Torino, gli Istituti di Milano, Venezia, Bologna, l’Accademia di Modena, i Georgofili, i Lincei, la Società Reale di Napoli e l’Accademia di Palermo (oltre all’Accademia di belle arti di San Luca e all’Accademia musicale di Santa Cecilia). Una manciata, insomma, di quanti erano ancora in vita tra i quasi 200 cenacoli celebrati nei congressi della Restaurazione.

Guardando al caso francese, si potrebbe parlare di vittoria del policentrismo e tenace persistenza del localismo pre-unitario. E questa è una conclusione indubbiamente valida, se si osserva il fenomeno dall’ottica nazionale.

Per i protagonisti di metà e fine ’800, invece, la sorte dei più piccoli, decentrati e talora inconcludenti istituti aveva rappresentato la sanzione di un fallimento, nonché la ragione di nuove battaglie - con nuovi interlocutori - per la visibilità e la sopravvivenza. I tentennamenti e la volontà di mediazione che avevano avuto la meglio nei congressi pre-quarantotteschi, che molto fruttuosi si erano dimostrati per le nostre accademie, erano ormai un ricordo. I successivi sviluppi, dagli anni ’50 ai ’70, avevano dato la riprova che nemmeno nel nome borghese e moderno della “scienza utile” – inevitabilmente legata al territorio - era più possibile arrestare il generale processo, inviso a tanta parte delle élites risorgimentali, di mortificazione delle autonomie locali.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Sulle società scientifiche nate nelle contee inglesi tra secondo ’700 e metà ’800, cfr., oltre a Thackray (n. 1): S. Shapin, The Pottery Philosophical Society, 1819-1835, «Science Studies», 2 (1972), 311-336; I. Inkster-J. Morrell (eds.), Metropolis and Province, Philadelphia, Philadelphia UP, 1983; Ph. Levine, The Amateur and the Professional, Cambridge, Cambridge UP, 1986; I. Inkster, Cultural Enterprise: Science, Steam Intellect and Social Class in Rochdale circa 1833-1900, «Social Studies of Science», 18 (1988), 291-330; D.E. Allen, The Naturalist in Britain: A social History, Princeton, Princeton UP, 19952; L. Miskell, The making of a new Welsh Metropolis, «History» 88 (2003), 32-52.

Sulle académies e sociétés savantes nelle province della Francia di antico regime, si veda il “classico” studio di  Roche (n. 6). La loro attività nel lungo periodo, e la loro importanza per la fioritura di alcune discipline e degli studi regionali sono illustrate nelle raccolte Colloque interdisciplinaire sur les sociétés savantes, e Les sociétés savantes: Leur histoire, entrambe: Paris, Bibliothèque Nationale, 1976. J.-P. Chaline (n. 7) offre una ricostruzione estremamente accurata della sociabilità colta nel « lungo Ottocento », esaminata da molti punti di vista. P. Rosanvallon,  Le moment Guizot, Paris, Gallimard, 1985, si sofferma sulla promozione ‘costituzionale’ della vita scientifica delle province, come manifestazione particolare della società notabilare, nella Francia della Monarchia di luglio: in particolare sulla Legge elettorale comunale preparata da Guizot nel 1831, che includeva i membri delle principali sociétés savantes e i corrispondenti dell’Institut de France tra gli aventi diritto al voto.

Per il contesto italiano prima della Rivoluzione francese si vedano i saggi raccolti in G. Barsanti, V. Becagli, R. Pasta (eds.), La politica della scienza. Toscana e Stati italiani nel tardo Settecento,Firenze, Olschki, 1996. Cfr. inoltre la recente ricostruzione del ‘caso’ romano tra antico egime e Restaurazione offerta da M.P. Donato, Accademie romane: una storia sociale, 1671-1824, Napoli, Esi, 2000. J. Ben-David (n. 1) fornisce dati estremamente interessanti, molti dei quali derivati dallo spoglio del repertorio di Maylender.

La sociabilità e le istituzioni accademiche a carattere economico del XIX secolo sono al centro dei numerosi saggi raccolti in M.M. Augello, M.E.L. Guidi (eds.), Associazionismo economico e diffusione dell’economia politica nell’Italia dell’800, Milano, Angeli, 2001 (diversi dei quali prendono le mosse dal ’700). Per le società economiche meridionali dal Decennio francese all’unificazione legislativa del 1865 cfr. R. De Lorenzo, Società economiche e istruzione agraria nell’ottocento meridionale, Milano, Angeli, 1998. Th. Kroll, La rivolta del patriziato: il liberalismo della nobiltà nella Toscana del Risorgimento (1999), Firenze, Olschki, 2005, analizza la membership, le attività e i rapporti con il governo intrattenuti dall’Accademia dei Georgofili nell’età del Risorgimento. Sugli atenei lombardo-veneti, la loro posizione istituzionale e i loro collegamenti con le accademie centrali cfr. L. Pagano (ed.), L’Ateneo dall’età napoleonica all’Unità d’Italia, Bergamo, Edizioni dell’Ateneo, 2001, che ripercorre la vicenda dal punto di vista dell’istituzione bergamasca.

Tra gli studi che meglio inquadrano, per i diversi casi nazionali, i termini della supremazia e della prerogativa ‘direttiva’ esercitate dalle capitali e dalle maggiori sedi universitarie sulla vita intellettuale delle periferie, citiamo qui:

- Per l’Inghilterra: L. Stone (ed.), Oxford and Cambridge from the 14th to the early 19th century, Princeton, Princeton UP, 1975; R. MacLeod (ed.), The Parliament of science. The British Association for the advancement of science, 1831-81, Northwood, Science Reviews, 1981; M. Boas Hall, All scientists now. The Royal Society in the nineteenth century, Cambridge-London-New York, Cambridge UP, 1984;

- Per la Francia: oltre al classico L. Liard, L’enseignement supérieur en France, 1789-1889, Paris, Colin, 1889-94, pubblicato all’epoca delle riforme terzo-repubblicane, si vedano i lavori di: R. Fox-G. Weisz (eds.), The organization of science and technology in France 1808-1914, Cambridge, Cambridge UP, 1980 (in particolare i saggi di Fox-Weisz e Karady); H.W. Paul, L’idée de recherché dans les facultés des sciences au XIXè siècle, in Ch. Charle, R. Ferré (eds.), Le personnel de l’enseignement supérieur en France aux XIXème et XXème siècles, Paris, Editions du CNRS, 1985, 219-227; M. Crosland, Science under control : The French Academy of Sciences, 1795-1914, Cambridge, Cambridge UP, 1992; Ch. Charle (n. 23). M.J. Nye (n. 11) ripercorre l’evoluzione di alcune facoltà che, grazie ai finanziamenti di locali network tecnico-industriali e puntando su programmi di ricerca innovativi e utili all’economia regionale, riuscirono tra 1870 e 1890 ad acquisire una posizione di particolare forza nell’ambito della scienza nazionale;

- Per l’Italia in epoca pre-unitaria, si vedano: G. Paoloni, Scienza, Università e Accademie dagli Stati preunitari allo Stato unitario, in Scienze in Italia, 1840-1880: Una storia da fare, Napoli, Pristem, 1993, I, 3-32; i saggi raccolti in Il rapporto centro-periferia negli Stati preunitari e nell’Italia unificata, Atti del LIX Congresso di storia del Risorgimento italiano, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 2000; L. Pepe, Istituti nazionali, accademie e società scientifiche nell’Europa di Napoleone, Firenze, Olschki, 2005. Tra gli studi di caso si veda G. Gullino, L’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia, Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, 1996, che ricostruisce i faticosi esordi e l’ambigua posizione istituzionale dell’accademia di una “seconda capitale”.

- Per l’assestamento e le modificazioni delle ‘gerarchie’ istituzionali nell’Italia post-unitaria, si vedano: M. Moretti, I. Porciani, Il sistema universitario tra nazione e città: un campo di tensione, in M. Meriggi, P. Schiera (eds.), Dalla città alla nazione. Borghesie ottocentesche in Italia e in Germania, Bologna, il Mulino, 1993, 289-306; V. Ancarani, Università e ricerca nell’Italia post-unitaria. Saggio introduttivo, in Id. (ed.), La scienza accademica nell’Italia post-unitaria. Discipline scientifiche e ricerca universitaria, Milano, Angeli, 1989, 1-36; G. Paoloni, La ricerca fuori dall’università: il quadro istituzionale, in Una difficile modernità. Tradizioni di ricerca e comunità scientifiche in Italia, 1890-1940, Pavia, Università di Pavia, 2000, 389-403. I provvedimenti legislativi fino al 1914 si possono trovare in I. Porciani (ed.), L’università italiana, 1859-1914. Repertorio di atti e provvedimenti ufficiali, Firenze, Olschki, 2001.

Note

[1] J. Ben-David, Scienza e società. Uno studio comparato del ruolo sociale dello scienziato (1971), Bologna, il Mulino, 1975.

[2] Cfr. R. Fox (ed.), Centre and Periphery revisited. The structures of European Science, 1750-1914, Oxford, Maison Française d’Oxford, 2003. Il testo è disponibile on line : http://www.mfo.ac.uk/
Publications/Revue%20Fox/
Sommairefox.htm

[3] Cfr. B.Latour, La scienza in azione Introduzione alla sociologia della scienza (1987), Torino, Edizioni di Comunità, 1988.

[4] Cfr. A. Thackray, Natural Knowledge in Cultural Context: The Manchester Mode, «American Historical Review» 79 (1974), 672-709.

[5] Cfr. S.V. Barnes, England Civic Universities and the Triumph of the Oxbridge Ideal, «History of Education Quarterly», 36 (1996), 271-305.

[6] Cfr. J. Gascoigne, Mathematics and Meritocracy, «Social Studies of Science», 14 (1984), 547-584; M.V. Wilkes, Herschel, Peacock, Babbage and the development of the Cambridge Curriculum, «Notes and Records of the Royal Society of London», 44 (1990), 205-219.

[7]Cfr. Ch. Babbage, Reflections on the Decline of Science in England, London, 1830, passim e [L.Oken], Versammlung der deutscher Naturforscher und Aertze zu Leipzig, «Isis von Oken», (1823), I, coll 552-559.

[8]Cfr. D. Roche, Le siècle des Lumières en province, Paris - La Haye, Mouton, 1978.

[9]Cfr. J.-P. Chaline, Sociabilité et érudition. Les sociétés savantes en France : XIXe et XXe siècles, Paris, Edition du CTHS, 19982

[10]Cfr. A.-J. Tudesq, Les grands notables en France 1840-1849, Paris, PUF, 1964.

[11] Una riprova di questa indole si può trovare in certe mozioni sollevate nelle prime sessioni del Congrès scientifique de France. A Caen, ad es., si perorò la compilazione di bibliografie e biografie regionali autonome e ‘genuine’ rispetto a quelle artificiosamente costruite a Parigi (Cfr. Congrès Scientifique de France. Première session, Rouen, Periaux, 1833, 141-142).

[12]Cfr. M.J. Nye, Science in the Provinces. Scientific Communities and Provincial Leadership in France, 1860-1930, Berkeley, University of California Press, 1986.

[13]M. Maylender, Storia delle accademie d’Italia, Bologna, Cappelli, 1926-30.

[14] Dal repertorio di Maylender emerge che, delle 200 fondazioni accademiche del XVIII secolo, un 10% riguardava ‘classiche’ accademie di scienze lettere arti, e un abbondante 50% premiava il culto delle lettere. I nuovi interessi scientifici si assicurarono, nella seconda metà del secolo, una proporzione notevole, ma entro spazi nuovi e spesso separati.

[15] Cfr. J.-P. Chaline, Sociabilité et érudition cit.

[16]Cfr. M. Maylender, Storia delle accademie d’Italia, cit., s.v.

[17] È questo il caso dell’Accademia Fossanese di lettere e filosofia, che dopo la rifondazione contò su uomini dell’establishment carloalbertino come Luigi Cibrario.

[18]Rientrano nella prima categoria: l’Accademia di Città di Castello (soppressa dal 1835 al 1840) e quella di Osimo (sospesa dal 1814 al 1843); nella seconda, l’Alfea di Pisa (già colonia arcadica, assorbita dall’Accademia delle Belle Arti nel 1825). Un’altra ex colonia arcadica, la Truentina di Ascoli Piceno, fu invece trasformata dal governo pontificio in accademia economico-agraria sovvenzionata dalla delegazione.

[19]Cfr. Ch.E. McClelland, State, society and university in Germany, 1700-1914, Cambridge, Cambridge UP, 1980.

[20]Cfr. i resoconti pubblicati dal 1823 al 1828 in Isis e, per gli anni successivi, gliAmtlichere Berichte der Gesellschaft Deutscher Naturforscher und Aerzte.

[21]Cfr. Ph. Lowe, The British Association and the provincial public, in R. MacLeod (ed.), The Parliament of science. The British Association for the advancement of science, 1831-81, Northwood, Science Reviews, 1981, 118-144.

[22] Il riferimento è ovviamente a J. e N. Dhombres, Naissance d’un nouveau pouvoir: sciences et savants en France 1793-1820, Paris, Payot, 1989.

[23]Cfr. S.-A. Leterrier, L’institution des sciences morales (1795-1850), Paris, L’Harmattan, 1995.

[24]Cfr. Ch. Charle, La Republique des universitaires, Paris, Le Seuil, 1994.

[25]Si tratta rispettivamente di: Vincenzio Antinori, Gian Battista Amici, Paolo Savi, Gaetano Giorgini e Maurizio Bufalini.

[26]Cfr. Lettera di C.L. Bonaparte al cav. Antinori, 10.08.1839; [Invitati da Bufalini]; [Invitati da Savi e Giorgini]; Lettera di Graberg de Hemso a V. Antinori, 5.07.1839, tutte in Archivio dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, Riunioni scientifiche italiane (d’ora in poi AIMSSFi, RSI), b. 3, cc. 13, 16, 17, 49.

[27] Oltre alle categorie socio-professionali ben accette alla sezione di agricoltura e tecnologia (proprietari-agronomi, giuristi e avvocati, funzionari e consiglieri dei governi), si presentarono in numero crescente cultori a vari livelli delle discipline storiche, della letteratura, della pedagogia, delle belle arti.

[28] La maggior incidenza percentuale delle sezioni di scienze naturali e di quella di scienze fisiche e matematiche si ebbe nel primo congresso. Anche allora, peraltro, entrambe queste ‘classi’ non andarono oltre il 30-40% della partecipazione globale. Molto più affollata risultò da subito la Sezione di agronomia e tecnologia.

[29] Cfr. M.P. Casalena, Archivisti a congresso. I dibattiti sugli archivi nei congressi scientifici italiani e francesi dell’800, in Archivi e storia nell’Europa dell’Ottocento, Atti del convegno di studi per il 150° dell’Archivio di Stato di Firenze: http:www.
archiviodistato.firenze.it/
atti/aes/casalena.pdf
.

[30]Cfr. Lettera di Vitaliano Borromeo a Spaur, 10.09.1844, AIMSSFi, RSI, b. 16, c. 13.

[31] Cfr. M. Stipo, Accademie e istituti di alta cultura, in Enciclopedia giuridica, Roma, Ist. Enciclopedia Italiana, 1988, I, s.v., 3.

[32]Cfr. Atti del X congresso degli scienziati italiani, tenuto in Siena nel settembre del 1862, Siena, Mucci, 1864 e Atti della XI riunione degli scienziati italiani, tenuta in Roma dal 20 al 29 ottobre 1873, Roma, Paravia, 1875.