Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

La satira della sconfitta. I nemici del Reich nelle vignette di un quotidiano nazista dell'Italia occupata

Nell'ottobre del 1943 per decisione del governo nazionalsocialista di Berlino le provincie di Trieste, Lubiana, Pola, Udine, Gorizia e Fiume furono riunite nella zona d'operazione Adriatisches Küstenland (Litorale adriatico). Seguendo lo stesso schema adottato per la zona d'operazione Alpenvoralnd (Prealpi), i nazisti vollero che l' Adriatisches Küstenland fosse sotto ogni aspetto sottratto all'autorità della Repubblica sociale italiana e ne affidarono il governo ad un'amministrazione civile retta da un Supremo commissario, il Gauleiter della Carinzia Friedrich Rainer

Gauleiter della Carinzia Friedrich Rainer
Gauleiter della Carinzia Friedrich Rainer
. Egli disponeva di poteri estremamente estesi in ambito politico, economico e giuridico e doveva rispondere del suo operato esclusivamente a Hitler, mentre godeva di larga autonomia nei confronti delle massime autorità naziste attive nel territorio italiano.

Nella zona d'operazione Rainer costruì un possente apparato propagandistico il cui fine primo fu sostenere l'opera di de-italianizzazione della regione e la politica di ricostruzione dei legami materiali e simbolici con il mondo germanico.
Egli mise sotto controllo dell'amministrazione tedesca tutti gli organi d'informazione e comunicazione del Litorale adriatico e impedì la pubblicazione non autorizzata di «notizie, comunicati, di carattere ufficiale ed ufficioso delle autorità e degli enti statali, provinciali e comunali italiani, nonché [di] tutte le comunicazioni, comunicati e notizie delle forze armate italiane, della marina e della milizia, come pure del Pfr»[1]. Ai vecchi organi di propaganda presenti nella zona d'operazione, l'amministrazione tedesca ne affiancò di nuovi, calibrati sulle esigenze della politica nazionalsocialista: coerentemente al progetto di erosione del primato italiano nella regione elaborato dal Commissario supremo Rainer, furono prodotte numerose testate rivolte alle etnie di lingua slava e ai friulani, il cui campanilismo e autonomismo furono riccamente sollecitati dai nazisti.

Il panorama degli organi di informazione e propaganda nazisti nell' Adriatisches Küstenland fu completato dalla pubblicazione della Deutsche Adria Zeitung , un quotidiano in lingua tedesca esplicitamente ispirato alla Brüsseller e alla Donau Zeitung , due fra le principali testate che l' Europa Verlag diffondeva nei territori occupati dalle armate del Reich. Il primo numero della Deutsche Adria Zeitung fu nelle edicole di Trieste e del Litorale il primo gennaio 1944. Ad eccezione dei numeri dedicati a particolari ricorrenze come il Natale, la Pasqua o il compleanno del Führer, occasioni in cui l'edizione era più voluminosa, il quotidiano si componeva di quattro pagine dense di articoli e riccamente illustrate da fotografie e disegni.

La Deutsche Adria Zeitung era pensata in primo luogo per i numerosi militari e civili tedeschi di stanza nel Litorale, ma voleva parlare anche a quella non trascurabile parte della popolazione locale che conosceva il tedesco. Gli argomenti maggiormente trattati dal giornale spaziavano dalla politica internazionale alla situazione bellica mondiale, dalla cronaca locale ai resoconti provenienti dalla Germania, dai reportage sulle grandi conquiste sociali del nazionalsocialismo a quelli sui molteplici benefici introdotti nel Litorale Adriatico dall'amministrazione Rainer. Solo una parte dei brani pubblicati era prodotta dai redattori e dai giornalisti di stanza nella zona d'operazione, mentre una consistente porzione proveniva dalle agenzie di stampa del Reich e dai reporter impegnati lungo i numerosi fronti di guerra. Completavano il foglio una vasta pagina culturale, succinte cronache sportive, alcune rubriche di vario contenuto, il quotidiano rapporto dal quartier generale di Hitler e, in seconda pagina, una vignetta umoristica.

Nonostante il vivace impianto editoriale e gli sforzi dei redattori e dei giornalisti, la Deutsche Adria Zeitung fu un giornale cupo, segnato dal progressivo declino militare della Germania nazista. Settimana dopo settimana, dalle pagine del quotidiano emanava sempre più limpida la sensazione che la gloriosa epopea del Reich andasse inesorabilmente spegnendosi. Le cronache di guerra del giornale, pur mascherando la durezza della situazione bellica tedesca, non potevano non dar conto della progressiva ritirata delle truppe germaniche e dei ripetuti successi della coalizione avversaria. Allo stesso modo, i resoconti delle varie conferenze in cui le diplomazie Alleate e sovietica discutevano il futuro assetto europeo, pur fortemente critici e ostili, non facevano che suggerire quasi quotidianamente, attraverso le certezze di vittoria del nemico, l'inesorabile approssimarsi della sconfitta tedesca. Negli ultimi mesi di pubblicazione, il giornale non poté che celebrare in modo quasi palese e consapevole il tragico e sanguinoso crepuscolo del sogno nazionalsocialista: l'esaltazione della mobilitazione bellica totale e della milizia popolare, la descrizione dell'eroica resistenza dei militari e dei civili tedeschi all'avanzata dei nemici ormai nel cuore della Germania, la triste e pietosa successione di decorazioni al valor militare che il Führer dispensava copiose ai ragazzi della Hitlerjugend erano tutti segnali di una fine ormai certa e inevitabile.

Hitlerjugend
Hitlerjugend

Le vignette e le caricature non sfuggivano alla cupezza che dominava l'intera testata. Fortemente inserite nel disegno propagandistico complessivo del quotidiano, esse ricalcavano le principali linee tematiche svolte negli articoli, rivestendo le accuse, le critiche e le illazioni rivolte agli avversari militari e politici con gli abiti del sarcasmo e della derisione. Come i brani dei giornalisti, caricature e vignette poterono solo raccontare il declino del Reich e il lento, sofferto, ma inesorabile trionfo dei suoi nemici.

La satira nazista e le vignette della Deutsche Adria Zeitung

La pubblicazione da parte della Deutsche Adria Zeitung di vignette e caricature umoristiche non costituiva affatto un peculiarità del giornale triestino, ma rientrava nella consuetudine dei quotidiani e dei periodici nazionalsocialisti. Durante il terzo Reich, negli anni di pace e in quelli di guerra, molte fra le testate locali e nazionali non specialistiche avevano l'abitudine di arricchire le loro pagine con disegni o strisce comiche e relativamente numerosi furono anche i periodici squisitamente umoristici e satirici, dove disegni, vignette e caricature comparivano assai numerosi.

Come tutti i regimi autoritari e dittatoriali, il nazionalsocialismo non fu particolarmente incline all'autoironia. Il sarcasmo e la parodia non si accordavano per nulla con l'immagine marziale, intransigente e inesorabile che il nazismo voleva offrire di sé e della Germania che stava modellando, con la reverenza e il rispetto che il Reich di Hitler voleva suscitare e pretendeva. Le debolezze del sistema e dei suoi leader non dovevano affatto emergere, tanto meno se lette attraverso la lente della satira e della caricatura, capace di svelare il grottesco, il meschino, il mediocre in modo fulmineo e spietato. Solo occasionalmente Hitler ammise che la sua figura potesse essere misuratamente presa in giro, disegnata in forma vagamente caricaturale e scherzosa, sospendendo provvisoriamente quei canoni di solennità e imponenza cui di norma le sue rappresentazioni dovevano informarsi. Non si trattava, neppure in quelle occasioni, di cedimenti del Führer, di aperture alla libera espressione della satira. Era, al contrario, un differente, ulteriore livello di comunicazione propagandistica, pianificato e calcolato, che mirava a conquistare simpatia dove usualmente il capo del nazismo doveva suscitare timore e venerazione, che voleva mostrare il lato umano e normale di chi abitualmente era collocato assai al di sopra degli altri uomini.

La satira nazionalsocialista, le vignette e le caricature del regime, si accanivano invece contro gli avversari politici del Reich e contro i nemici razziali e culturali della Germania hitleriana. I nemici politici erano essenzialmente i nemici esterni, poiché il nazismo, sostenendo di aver rigenerato il popolo tedesco portandolo all'unisono sotto la svastica, non poteva ammettere l'esistenza di avversari politici interni, di persone e gruppi che avevano mantenuto le distanze dal regime. Se lo avesse fatto, anche semplicemente pubblicando vignette derisorie, avrebbe svelato che il popolo tedesco non era un'unica, compatta e unanime Volksgemeinschaft, avrebbe messo in ombra la sua immagine di grande pedagogo, declassato la portata coesiva dell'ideologia nazionalsocialista.

Avversari sopraffatti e schiacciati dalla forza esuberante del Reich nazista
Avversari sopraffatti e schiacciati dalla forza esuberante del Reich nazista

Il conflitto mondiale radicalizzò la propensione della satira nazista a rivolgere il proprio sarcasmo contro i nemici internazionali, presentandone sotto forma comica e grottesca le presunte debolezze e le inclinazioni malsane, la crudeltà e la perversione.

Avversari sopraffatti e schiacciati dalla forza esuberante del Reich nazista
Avversari sopraffatti e schiacciati dalla forza esuberante del Reich nazista

Nei primi anni di guerra la propaganda satirica tedesca poté illustrare i successi della Germania, mostrando i diversi avversari sopraffatti e schiacciati dalla forza esuberante del Reich nazista.

Avversari sopraffatti e schiacciati dalla forza esuberante del Reich nazista
Avversari sopraffatti e schiacciati dalla forza esuberante del Reich nazista

Col prolungarsi del conflitto e il progressivo declinare della fortuna tedesca non cambiarono gli obbiettivi delle vignette e delle caricature tedesche, ma il loro tono mutò gradualmente, passando dalla boria e tracotanza iniziali alla dimessa e mesta messa in scena di una satira della sconfitta.

I disegni satirici della Deutsche Adria Zeitung non si discostano, sotto l'aspetto tematico, dal panorama complessivo della caricatura nel terzo Reich. La quasi totalità delle vignette pubblicate dal giornale del Litorale Adriatico insistette su questioni internazionali, sulla descrizione in chiave farsesca e umoristica dei nemici della Germania e dell'Italia di Salò, mentre del tutto assenti furono caricature centrate su questioni di carattere locale. Come nel Reich, anche nella zona d'operazione la propaganda volle fornire l'immagine di una società stretta intorno all'amministrazione tedesca e conquistata dal nazionalsocialismo, una società, dunque, coesa e quasi priva di nemici interni. L'unico avversario interno di cui era riconosciuta l'esistenza in forma organizzata era il movimento resistenziale comunista, di matrice italiana ma soprattutto jugoslava: contro i gruppi partigiani che facevano capo ai Cln e a Tito, l'amministrazione tedesca di Trieste scatenò una violentissima campagna propagandistica, che occupò ampio spazio su tutti i mezzi di comunicazione, accompagnando la spietata repressione militare che il Gauleiter Rainer aveva affidato all' SS Gruppenführer Odilo Globocnick e al generale della Wehrmacht Ludwig Kübler.

La lotta contro la resistenza, nello scenario del Litorale Adriatico e in quello più vasto dell'Italia occupata, fu però materia da cui le vignette, almeno quelle della Deutsche Adria Zeitung , si tennero distanti, così come evitarono di affrontare qualsiasi altro argomento legato a questioni politiche, sociali ed economiche locali. Tutte le etnie e i gruppi sociali che componevano la popolazione del Litorale Adriatico erano attraversate da profonde lacerazioni, i rapporti fra le diverse comunità nazionali erano altamente conflittuali, così come nient'affatto serene erano le relazioni fra ognuna di esse e il contingente tedesco che governava e presidiava la regione. Si trattava di un intrico di questioni su cui la propaganda nazista prendeva posizione, ma in forma velata e nient'affatto esplicita, a volte anticipando e altre volte facendo seguito alle decisioni assunte dall'amministrazione civile. Non si trattava però di temi che potessero essere esposti in forma umoristica e satirica attraverso le vignette, poiché essi coinvolgevano in modo bruciante la quasi totalità degli abitanti della regione.

I disegni satirici della Deutsche Adria Zeitung furono dunque per certi aspetti neutri, si indirizzarono verso questioni apparentemente lontane e generali, che si potevano supporre maggiormente condivise o che quantomeno coinvolgevano meno direttamente la popolazione del Litorale Adriatico. Gli argomenti su cui si concentrarono i caricaturisti del quotidiano tedesco furono quelli proposti dalla guerra in corso, gli avversari presi di mira quelli militari del Reich – su tutti l'Urss, gli Stati Uniti, l'Inghilterra e la “novità” italiana del Regno del Sud. Quella contro i nemici esterni del Reich fu una parte notevole della propaganda di guerra della Deutsche Adria Zeitung e fu di essa che le vignette seguirono e ripresero gli indirizzi guida, servendo, per la loro forza evocativa e la loro immediatezza, da luogo di sintesi e semplificazione delle argomentazioni sostenute nei lunghi articoli, da ulteriore articolazione del processo ipnotico tipico della propaganda nazista.

Stereotipi estetici, politici e razziali nelle vignette della Deutsche Adria Zeitung

Nelle vignette della Deutsche Adria Zeitung – e più in generale in tutta la produzione caricaturistica della propaganda satirica nazionalsocialista - ricorrono modelli stereotipi di rappresentazione del nemico, cliché figurativi che attingono ai canoni retorici dell'ideologia nazista. Realizzare una vignetta significava per il caricaturista tradurre in disegno, più o meno consapevolmente, l'immagine mentale del nemico per come questa era stata definita dalla propaganda ideologica del Reich, esasperarne grottescamente gli aspetti negativi per renderli immediatamente comprensibili.

I nemici della Germania costruiti dal regime di Hitler furono essenzialmente di due tipi, politico e razziale. Essendo il razzismo parte decisiva dell'ideologia e della Weltanschaung naziste, la distinzione fra nemici politici e nemici razziali fu estremamente labile ma è comunque possibile rintracciare nemici che rientravano prevalentemente in una delle due categorie, altri per cui erano utilizzate entrambe. I nemici prevalentemente politici del Reich furono soprattutto le democrazie occidentali; i nemici della razza e del popolo tedeschi contarono al primo posto gli ebrei, seguiti dalle persone di colore e da tutte le cosiddette razze inferiori extraeuropee. L'Unione sovietica fu invece un nemico politico e razziale al contempo e contro di esso l'ideologia e la propaganda naziste insistettero sovrapponendo due modelli di despecificazione, uno su base naturale e uno su base politica. Con l'eccezione dei neri e degli ebrei, cui vennero applicati modelli denigratori e discriminatori già ampiamente in uso, i caratteri negativi attribuiti ai nemici del Reich prescindevano in buona parte dai canoni di lungo periodo della tradizione tedesca e della lotta politica internazionale, ma erano stati profondamente ridefiniti o inventati ex novo dal nazionalsocialismo. Come il regime di Hitler aveva costruito l'immagine di una Germania nuova, allo stesso modo aveva rinnovato la schiera dei suoi avversari politici, che a tale immagine dovevano essere antitietici e di cui conseguentemente erano chiamati a perfezionare la definizione.

Nelle caricature naziste le immagini antropomorfe delle nazioni e delle razze nemiche volevano raffigurare le perversioni politiche, morali e culturali che la propaganda del Reich ad esse attribuiva, tratteggiarne la natura corrotta, l'indole depravata e malvagia. Quando il nemico era uno Stato, allora toccava di norma al suo leader politico incarnarne in forma caricaturale i presunti vizi, riassumere nell'aspetto esteriore, nella postura e nelle espressioni del viso gli attributi infami, volgari o degeneri che caratterizzavano la sua nazione.

Per l'ideologia nazista, il comunismo sovietico era un'aberrazione politica che esercitava il proprio dominio su razze inferiori, la slava e l'asiatica, per natura inclini alla sottomissione totale e alla schiavitù. Quello di Mosca, spiegava la Deutsche Adria Zeitung , era un governo dispotico come tanti ne aveva conosciuti nei secoli la Russia, Stalin un nuovo Ivan il Terribile, le popolazioni sovietiche barbare e incivili, di indole debole ma crudele. I sovietici disegnati nelle vignette del giornale nazista, rappresentazioni antropomorfe della loro razza inferiore, hanno l'aspetto di mostri spaventosi e di orchi famelici, ma sono anche uomini spenti e privi di volontà, servi senza desiderio di riscatto.

Orchi famelici
Orchi famelici
Mostri spaventosi
Mostri spaventosi
Uomini spenti
Uomini spenti
Stalin
Stalin

Allo stesso modo, Stalin è l'immagine del sistema politico violento e devastatore di cui è a capo: un uomo dall'aspetto rozzo e animalesco, un gigante che fa della forza bruta la sua unica arma, un serpente policefalo pronto a dilagare per l'Europa intera.

Stalin gigante
Stalin gigante
Stalin serpente
policefalo
Stalin serpente policefalo

Assai diversa l'immagine che le vignette della Deutsche Adria Zeitung fornivano dei due grandi nemici occidentali del Reich, gli Stati Uniti e l'Inghilterra, e dei loro leader Roosevelt e Churchill. Le popolazioni americana e inglese, con l'eccezione delle loro componenti ebraiche e africane, rientravano nel novero delle civili razze occidentali e dunque i loro rappresentanti militari e politici erano disegnati dai caricaturisti con tratti umani. Salva la razza, erano i sistemi politici dei due Stati ad essere considerati dai nazisti profondamente depravati e corrotti: Stati Uniti e Inghilterra erano moderne plutocrazie, forme degenerate di democrazia in cui il potere economico e sociale era gestito dai ceti che controllavano anche le grandi ricchezze industriali e finanziarie, e i loro leader spietati uomini d'affari camuffati da rappresentanti del popolo. Così, nelle caricature della Deutsche Adria Zeitung Roosevelt è «il nuovo re Mida, ovvero la maledizione dell'avidità» , l'invasato sacerdote che, insieme a Churchill, offre in omaggio a una nuova divinità, il petrolio, il sangue degli Alleati. Stati Uniti e Inghilterra, insisteva la propaganda nazista, erano entrati in guerra contro la Germania al solo scopo di accrescere le loro ricchezze e la loro potenza planetaria: la brama di petrolio e di altre materie prime, la volontà di conquistare il dominio dei mari e dei cieli erano i nuovi cavalieri dell'apocalisse che stavano disseminando morte e devastazione in ogni angolo del mondo.

Roosvelt
Roosvelt
Il petrolio, il sangue degli
Alleati
Il petrolio, il sangue degli Alleati
I nuovi cavalieri dell'apocalisse
I nuovi cavalieri dell'apocalisse

La propaganda nazionalsocialista insinuava che dietro le grandi potenze occidentali e la stessa Unione sovietica vi fossero gli ebrei, onnipotenti e subdoli manovratori della politica internazionale. Stalin, Churchill e Roosevelt, spiegava il quotidiano, erano agenti al soldo dell'internazionale ebraica, marionette comandate dalle lubriche mani dell' ewige Jude, il fantasma ossessivamente agitato dalla propaganda nazista.
In una vignetta “l'ebreo eterno” – rappresentato con unghie affilate e canini aguzzi da vampiro – si domanda quando potrà smettere di indossare le maschere con i volti dei tre leader e mostrare finalmente la sua vera faccia.

Ewige Jude
Ewige Jude
Ewige Jude la sua vera
faccia
Ewige Jude la sua vera faccia

Mentre la Germania aveva cercato fino all'ultimo di salvare la pace erano stati gli ebrei, raccontavano i giornalisti tedeschi, a volere ad ogni costo la guerra, perché grazie ad essa avrebbero potuto estendere il loro dominio sul mondo intero e moltiplicare le loro ricchezze. Così, mentre ovunque regnavano morte e distruzione, gli ebrei accumulavano patrimoni inestimabili ma osceni, perché costruiti sul sangue e sui cadaveri dei militari e dei civili vittime del conflitto. In un disegno della Deutsche Adria Zeitung , «il vero cavaliere», un ebreo corpulento e ripugnante, trotta, tenendone ben salde le redini, su un cavallo con le sembianze del presidente statunitense Roosevelt: cavallo e padrone solcano un'immane distesa di teschi lambita da un mare di sangue.

«Il vero cavaliere»
«Il vero cavaliere»

In un'altra vignetta l'ebreo eterno è il «lavatore d'oro», che risciacqua i suoi denari nel fiume di sangue che traversa una landa desolata, popolata di croci e scheletri.

«Lavatore d'oro»
«Lavatore d'oro»

Le caricature della Deutsche Adria Zeitung non risparmiarono naturalmente i neri, Untermenschen che la guerra aveva portato numerosissimi nell'Europa continentale, schierati nelle fila degli eserciti angloamericani o in quelle dei contingenti africani impegnati in Italia e in Francia. Anche contro questo nemico le vignette coniugarono la derisione estetica al disprezzo morale e culturale. I tratti somatici con cui venivano disegnati i militari africani e afroamericani richiamavano la volgare tradizione razzista europea, che vuole le persone di colore anello di congiunzione fra la scimmia e l'uomo e più somiglianti alla prima che non al secondo.

I militari africani
I militari africani
I militari africani
I militari africani

Affidarsi ai “negroidi” per vincere la guerra era considerato dai tedeschi un chiaro segnale della profonda disperazione che regnava nel campo Alleato: non si trattava solo di “mezze scimmie”, di esseri ignoranti e brutali, barbari ottusi e stupidi che non potevano comprendere la nobile civiltà europea, ricca di storia, arte e cultura [Link testo 8], ma anche di combattenti inetti, di una massa amorfa incapace di incidere positivamente sulle capacità belliche di un esercito. «Anche dopo lo sbarco di Nettuno – spiega una vignetta della Deutsche Adria Zeitung
il carro a lumache angloamericano non avanza, nonostante il suo equipaggio negroide».

Il carro a lumache
Il carro a lumache

Riprendendo un filone tradizionale della satira e della propaganda naziste,

Carne dal macello
Carne dal macello
i tedeschi sostenevano che i bianchi americani ed inglesi disprezzassero le persone di colore, che per loro i militari neri non fossero altro che carne dal macello. Da un lato, spiegavano i tedeschi, i politici inglesi e americani praticavano una politica razzista, negavano pari diritti alle persone di colore e le trattavano come schiavi; dall'altro le sfruttavano per perseguire i loro obbiettivi militari, fingendo, quando la guerra chiedeva il loro sacrificio, di offrire loro eguale dignità. In una vignetta del giornale tedesco un militare afroamericano, lo sguardo ebete e sorridente, è circondato da tre ricche signore sue connazionali, che blandendolo esclamano «Come deve essere dolce, signor Bimboo, morire per la nostra patria», dove la patria che chiede il supremo martirio appartiene alle signore bianche e benestanti, non certo ai soldati neri di origini umili.

La patria
La patria

Il mestiere delle armi e l'arte della guerra: gloria e viltà della tecnica, eroismo tedesco, barbarie delle masse

Nella propaganda di guerra nazista la battaglia era dipinta come il momento supremo dello scontro fra le razze, quello in cui si verificavano la forza e la civiltà dei popoli che la storia aveva contrapposto. Così, gli eserciti e i singoli soldati non erano semplicemente i rappresentanti militari di un certo Stato, quanto piuttosto i campioni della loro stirpe e il loro comportamento bellico, la gloria di cui sapevano coprirsi o l'infamia di cui si macchiavano, andavano a onore o a detrimento di tutti i loro connazionali. Una lettura non dissimile era data dalla propaganda tedesca anche degli esiti della produzione bellica dei diversi Paesi: creare armi innovative e tecnologicamente avanzate era sintomo di genio della razza, ma nel limite in cui il progresso della tecnica non offuscava le qualità virili e eroiche dei soldati, non serviva a mascherarne la codardia e l'inettitudine.

A partire dalla seconda metà del 1944, mentre la produzione bellica tedesca conosceva un costante declino, costretta a ridurre la quantità dei mezzi prodotti e ad abbandonare o rallentare fortemente lo sviluppo di sistemi d'arma innovativi, le fabbriche americane e sovietiche producevano armi pesanti a pieno regime e, soprattutto nel campo Alleato, all'incremento quantitativo si accompagnava un notevole miglioramento tecnico degli strumenti di guerra. Lungo tutti i fronti di una Germania sotto assedio, i soldati tedeschi dovevano affrontare nemici più numerosi, con una maggiore dotazione di mezzi pesanti e spesso equipaggiati con armi più sofisticate. Di fronte all'evidente superiorità dell'avversario, l'apparato propagandistico tedesco reagì seguendo una strategia duplice e apparentemente incoerente e contraddittoria. Da un lato i nazisti denunciarono come, buttando sul terreno un'enorme mole di armi, gli Alleati avessero mortificato il “vero” spirito della guerra, mettendo in secondo piano il fattore umano rispetto a quello tecnico; dall'altro, insistettero sull'efficienza e la qualità della produzione bellica tedesca, diffusero l'illusione che in breve tempo la Wehrmacht e la Luftwaffe avrebbero avuto a loro disposizione armi di tale potenza da poter decidere in breve tempo l'esito del conflitto europeo a favore del Reich e esaltarono l'efficacia dei pochi strumenti effettivamente resi operativi, su tutti i missili balistici a lungo raggio V1 e V2.

Le V1
Le V1

Nelle vignette della Deutsche Adria Zeitung le V1 sono l'incubo che distrugge i migliori sogni di Churchill, il doloroso contrappasso del leader briannico che ha voluto provare a schiacciare la Germania sotto il martello dei bombardamenti. Come gli articoli del giornale del Litorale Adriatico riportavano con evidente compiacimento le descrizioni dei terribili danni prodotti dagli attacchi dei missili tedeschi, così le vignette rappresentavano l'impotenza dei leader Alleati nel mettere al riparo la capitale inglese. Ad un Churchill che, di fronte alla macerie di Londra chiede come si possa mettere in salvo la città, gli esperti inglesi rispondono che una soluzione c'è, ma consiste nel trasferire la città in Canada.

Il martello dei bombardamenti
Il martello dei bombardamenti
Trasferire la città in
Canada
Trasferire la città in Canada

In un'altra vignetta, un elegante signore inglese cammina per le strade di Londra con al guinzaglio un asino dalle orecchie gigantesche, spiegando ad un passante che la vita sotto la minaccia delle V2 si era fatta durissima e che sperava che l'asino con le sue enormi orecchie avrebbe potuto avvertire l'approssimarsi dei missili tedeschi permettendogli di mettersi al riparo. A causa delle V1 e delle V2, spiegava la Deutsche Adria Zeitung , ogni giorno decine di migliaia di cittadini di Londra abbandonavano la metropoli per rifugiarsi nelle campagne e in centri minori.

Le vignette richiamavano il triste esodo della popolazione londinese e suggerivano che perfino i soldati impegnati nei violenti scontri sul fronte occidentale preferivano rimanere a combattere in prima linea piuttosto che tornare nelle proprie città e sottoporsi alla minaccia dei missili.

un asino dalle orecchie gigantesche
un asino dalle orecchie gigantesche
il triste esodo della
popolazione
il triste esodo della popolazione

V1 e V2 furono, assieme al carro armato Tiger II e all'aereo a reazione Messerschmitt Me-109, le uniche importanti novità offerte dalla produzione bellica tedesca al proprio esercito nell'ultima fase del conflitto mondiale. Esse influirono solo minimamente sui destini del confronto militare, ma le loro immagini pubblicate dai giornali e le notizie della loro efficacia divulgate dalla propaganda servirono senza dubbio a alimentare nel popolo tedesco e nell'esercito qualche ulteriore speranza di vincere la guerra, a infondere nei militari e nei civili il coraggio necessario per battersi fino alla fine. I vertici del Reich non si limitarono però a ostentare la presunta potenza risolutiva delle armi effettivamente schierate sul campo: Göbbels, con l'esplicito appoggio di Hitler, si prodigò perché le strutture propagandistiche del Reich diffondessero notizie, prive di qualunque fondamento concreto, sulla presenza nei laboratori tedeschi di armi di inimmaginabile potenza, il cui prossimo impiego avrebbe costretto alla resa i nemici della Germania. Sulla scia di tale strategia propagandistica, le vignette della Deutsche Adria Zeitung rappresentavano un prossimo futuro in cui i nemici della Germania sarebbero stati schiacciati dalle nuove armi del Reich: l'apparato della produzione bellica tedesca è dipinto dai caricaturisti del giornale nazista come un albero robusto e fecondo i cui frutti maturi si rovesciano sui leader delle potenze Alleate, che invano si prodigano per abbatterlo a furia di attacchi aerei.

un albero robusto e fecondo
un albero robusto e fecondo
Stalin, Churchill e
Roosewelt
Stalin, Churchill e Roosewelt

E in occasione del Natale 1944, l'albero tedesco si trasforma in un minaccioso abete munito di numerosi cannoni, appesi ai quali Stalin, Churchill e Roosewelt avrebbero trovato i doni preparati per loro dal Reich, ovvero le nuove armi tedesche pronte per essere usate in guerra.

Le misteriose e potentissime armi di cui favoleggiava la propaganda tedesca sono la spada di Damocle pronta ad abbatersi su Roosevelt, vanificando la pianificazione strategica e le certezze di vittoria del leader americano. «Non si dovrebbe cantar vittoria prima che l'obbiettivo sia raggiunto» ammoniva una vignetta della Deutsche Adria Zeitung suggerendo che la corsa al successo finale ingaggiata fra gli alleati-rivali – Stalin da una parte, Roosevelt e Churchill dall'altra – si sarebbe presto infranta contro la potenza delle nuovi armi tedesche.

La spada di Damocle
La spada di Damocle
la potenza delle nuovi armi
tedesche
la potenza delle nuovi armi tedesche

Le speranze suscitate dalla propaganda nazista andarono però completamente deluse e i militari tedeschi non si videro mai consegnare quelle armi miracolose che avrebbero dovuto salvare il Reich dalla distruzione. Col trascorrere dei mesi e il susseguirsi delle sconfitte, le illusioni della propaganda ebbero un effetto altamente controproducente, sprofondando i militari tedeschi nella rassegnazione, nella convinzione che le armi definitive non sarebbero mai state loro consegnate e che essi avrebbero potuto contare solo sui pochi mezzi rimasti e sulle proprie capacità di combattenti.

Quello dell'altissimo valore individuale di ogni singolo soldato del Reich fu uno dei miti che la propaganda tedesca alimentò con maggior vigore negli ultimi due anni del conflitto mondiale e con esso fu rafforzata l'immagine di un esercito nazista fedele custode di una cultura militare fondata sulla lealtà e sul rispetto dell'avversario. Il modo di combattere dei diversi eserciti era, secondo la propaganda nazista, lo specchio che meglio rivelava le profonde differenze fra le civiltà e i popoli in campo: mentre le armate del Reich vennero dipinte come le ultime interpreti di una tradizione militare europea antica e gloriosa, agli anglomericani e ai sovietici la propaganda tedesca assegnò il ruolo dei traditori e dei pervertitori delle secolari norme dello jus in bello . Il regime sovietico aveva privato i singoli cittadini di ogni peculiarità individuale, dei caratteri umani e dunque l'Armata Rossa basava la propria forza non «sullo slancio impetuoso del singolo combattente ma solo ed unicamente nel gran numero di soldati»[2] a disposizione. Allo stesso modo, spiegava la propaganda tedesca, essendo i popoli americano e inglese profondamente corrotti dallo spirito accumulatore del capitalismo materialista di matrice ebraica, le armate Alleate fondavano la loro strategia bellica sulla ricerca di una superiorità basata su un'esagerata abbondanza di mezzi e materiali. Le realizzazioni della “superproduzione” bellica Alleata non erano oggetto diretto di derisione da parte delle vignette naziste: l'efficacia delle armi angloamericane era troppo nota ai civili e ai militari tedeschi perché se ne potesse offrire una versione grottesca e umoristica capace di strappare qualche sorriso. Le illustrazioni satiriche della propaganda tedesca miravano piuttosto a mettere in rilievo come l'intensissimo sforzo produttivo Alleato, presentato come tentativo tecnologico di supplire alla vigliaccheria e alla mollezza dei soldati angloamericani, trovasse un avversario insuperabile nell'eroismo di ogni singolo militare tedesco.

Un solo fante della Wehrmacht armato semplicemente di fucile e baionetta sovrasta, secondo i caricaturisti della Deutsche Adria Zeitung , i soldati americani ed inglesi che tremanti e impauriti cercano invano di ergersi all'altezza del militare nazista sfruttando la montagna di armi a loro disposizione.

In un'altra vignetta il giornale del Litorale Adriatico mostra la rabbia e lo stupore del Presidente americano Roosevelt, che non riesce a far pendere a suo favore la bilancia della guerra nonostante la grande quantità di armi poste sul piatto per compensare il peso dell'eroismo tedesco.

i soldati americani ed inglesi
i soldati americani ed inglesi
la bilancia della
guerra
la bilancia della guerra

Mentre i soldati tedeschi venivano esaltati dalla propaganda nazista come veri campioni dell'arte militare, combattenti superbi e leali, eredi di una nobile tradizione guerriera, i loro avversari erano dipinti come uomini vili e spregevoli: codardi, brutali e ignoranti, russi, inglesi e americani si accanivano contro la popolazione civile, distruggevano o rubavano fondamentali opere d'arte della cultura europea, saccheggiavano e riducevano in miseria le città e le campagne che attraversavano. A est come a ovest – insisteva la propaganda di Berlino - la marcia dei nemici del terzo Reich lasciava dietro di sé solo morte e disperazione, mirava a distruggere la Germania per annientare con essa le radici della cultura e della civiltà europee. La Deutsche Adria Zeitung non aveva dubbi quando spiegava che la seconda guerra mondiale era un conflitto in cui «da una parte stanno le potenze del capitalismo e dell'anarchia proletaria, dominate entrambe dall'ebraismo mondiale, dall'altra lo stesso continente, guidato dalla Germania nella sua battaglia per la libertà»[3], un confronto fra due estremi inconciliabili, «Europa contro Antieuropa, l'alleanza della barbarie contro la cultura»[4].

L'offensiva dell'armata rossa attraverso i territori della Germania e dell'Est europeo occupati dalla Wehrmacht fu descritta dalla Deutsche Adria Zeitung come un ininterrotta sequenza di violenze e distruzioni: «appena dopo l'occupazione di una città, i sovietici iniziano a saccheggiare e distruggere tutto»[5], spiegava un articolo che descriveva l'arrivo dei sovietici in Ungheria, mentre una vignetta dello stesso quotidiano mostra Finlandia, Bulgaria e Romania trapassate e uccise dall'implacabile falce russa. Secondo la propaganda nazionalsocialista, barbarie e inciviltà non erano appannaggio esclusivo del nemico orientale, ma caratterizzavano, in forme sottilmente diverse, anche il comportamento degli angloamericani lungo i fronti di guerra e nelle retrovie dei Paesi liberati.

Finlandia, Bulgaria e Romania trapassate
Finlandia, Bulgaria e Romania trapassate
un cavallo di
Troia
un cavallo di Troia

Come i sovietici anch'essi erano portatori di valori opposti a quelli dell'antica Europa che pretendevano di liberare dall'occupazione tedesca e al loro arrivo si sprigionavano i germi mortali del capitalismo giudeo e del bolscevismo che sprofondavano le nazioni liberate nella povertà e nell'anarchia. La “liberazione” era rappresentata come un cavallo di Troia dal cui ventre balzavano fuori rivoluzionari bolscevichi, inflazione e guerra civile e la Deutsche Adria Zeitung raccontava che «dove entrano le truppe [Alleate] compaiono immediatamente miseria, fame, pestilenze, prostituzione di massa di donne disperate, mortalità infantile, anarchia e l'improvviso tracollo di ogni ordine statale»[6]. Le promesse di pace e libertà fatte dagli angloamericani erano una favola cui i popoli europei dovevano cessare di credere, la guerra di liberazione un inganno che nascondeva sotto una presenza gentile ma illusoria una brutale guerra di annientamento combattuta per conquistare il controllo dei mercati mondiali, per ottenere importanti risarcimenti di guerra e per soddisfare la bramosia dell'imperialismo giudeo.

la bramosia dell'imperialismo giudeo
la bramosia dell'imperialismo giudeo

Alla guida di popoli privi di morale, infidi e abietti, i leader delle potenze nemiche del Reich, erano raffigurati dalla Deutsche Adria Zeitung come veri e propri delinquenti: un rude brigante armato, Stalin, un losco e viscido uomo d'affari, Roosevelt, Churchill uno squallido e tarchiato broker londinese.

i leader delle potenze nemiche del Reich
i leader delle potenze nemiche del Reich
Nuovo Mondo
Nuovo Mondo

La propaganda tedesca levava i propri strali contro i massicci e quasi quotidiani bombardamenti americani sulle città della Germania. La scoperta dell'America non era stata un gran affare, spiegava una vignetta, perché mentre l'Europa aveva inviato alla volta del Nuovo Mondo tre caravelle testimonianza di cultura e civiltà, aveva ricevuto in cambio da esso ondate di bombardieri con le insegne della “Murder Corporation”, internazionale atlantica del terrore fieramente guidata dal presidente americano Roosevelt.

Se i bombardamenti a tappeto erano divenuti il principale simbolo della forza degli Stati Uniti, «Miss Terrore» uno scheletro discinto e sinistro, appoggiato ad una bomba d'aereo, era la nuova e assai poco avvenente «reginetta americana della bellezza», che Roosevelt esponeva orgogliosamente al plauso del suo popolo. Durante gli attacchi aerei contro il Reich e le altre città europee, accusava il quotidiano nazista, gli americani con la loro “morale da gangster” non avevano alcun riguardo per gli ospedali, le chiese e i monumenti più prestigiosi: «Una, due… due chiese e un ospedale non sono ancora stati colpiti.

Roosvelt
Roosvelt
«Miss Terrore»
«Miss Terrore»
Raid
Raid

In questo posto dobbiamo tornare ancora una volta» ragionava l'equipaggio di un bombardiere alleato al termine di un raid su un piccolo paese della campagna tedesca. La distruzione di importanti simboli dell'arte europea non preoccupava affatto gli americani che, anzi, pianificavano una loro ricostruzione in stile yankee: «Quando avremo ricostruito queste vecchie città europee allora saranno quasi belle come le nostre», dicevano due architetti americani ammirando i progetti di ricostruzione dell'Abbazia di Cassino, della Marianenkirche di Lubecca, del Duomo di Colonia e della Chiesa di San Pietro a Roma.

ricostruzione in stile yankee
ricostruzione in stile yankee

Il dispregio angloamericano per l'arte era un tasto sul quale la propaganda nazista premeva con insistenza. Le grandi opere europee, spiegava il giornale tedesco di Trieste, non correvano solo il rischio di essere distrutte dalle bombe sganciate dai B-52: anche nella loro avanzata via terra gli Alleati non avevano la minima cura per i capolavori dell'architettura e dell'arte e l'Italia era il Paese che pagava il tribu to più alto.

Truppe alleate a Roma
Truppe alleate a Roma

L'avanzata degli Alleati lungo la penisola italiana era un calvario di saccheggi, furti e devastazioni di opere d'arte. Quando le truppe Alleate entrarono a Roma, la Deutsche Adria Zeitung pubblicò una vignetta in cui un gruppo di carri armati si lanciava nel cuore della città sparando all'impazzata, incitati da un “caposquadra” di colore: «Sparate, ragazzi, sparate! Come si chiama, Colosseo! In america costruiamo edifici più grossi e più alti». La spensierata brigata di carristi presentata dalla Deutsche Adria Zeitung comprende un solo militare bianco, il leader è un afroamericano dai tratti decisamente belluini, mentre i suoi compagni sono tutti ebrei, indiani, arabi, africani e russi: i liberatori, sembra suggerire il giornale tedesco, appartengono nella grande maggioranza alle cosiddette razze inferiori e dunque costituiscono una minaccia gravissima all'integrità culturale e razziale del vecchio continente. Un'altra vignetta mostra il saccheggio e la distruzione di una gran mole di opere d'arte: in una sorta di bazar dei capolavori rubati, sfilano in primo piano alcuni ebrei, che portano con sé quadri e antiche sculture, mentre sullo sfondo un gruppo di soldati di colore si riscalda attorno ad un falò alimentato da un gran numero di dipinti.

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Il messaggio della propaganda tedesca è ancora una volta inequivocabile: i liberatori sono un'accozzaglia di farabutti e criminali, ma mentre gli ebrei, notoriamente avidi, i capolavori italiani li rubano per arricchirsi, i “negri ladri e selvaggi” li distruggono, non avendo la benché minima idea di che cosa sia l'arte e di che valore, economico e tanto meno culturale, abbiano le opere sacrificate.

i soldati americani
i soldati americani

«Nell'Italia occupata fra le molte famose opere d'arte era scomparso anche il dipinto di Botticelli “La primavera”» annunciava una vignetta della Deutsche Adria Zeitung che svelava il destino del quadro: l'avevano rubato con altre opere degli Uffizi i soldati americani, che, trovandolo «un po' troppo rozzo», avevano deciso di appenderlo nei servizi igienici.

Leonardo, Raffaello e Michelangelo
Leonardo, Raffaello e Michelangelo

La barbarie americana che si stava abbattendo come un castigo sui capolavori dell'arte italiana gridava vendetta: in attesa che le armate tedesche provvedessero alla rivalsa terrena, nella quiete dei cieli Leonardo, Raffaello e Michelangelo si apprestavano a regolare i conti con Cristoforo Colombo, “colpevole” d'aver scoperto un'America la cui più profonda ambizione era distruggere l'antica e nobile Europa.

Vittorio Emanuele III, il traditore re

Dopo l'armistizio dell'otto settembre 1943, che ruppe l'alleanza italo-tedesca, al nutrito novero dei nemici militari e “culturali” del Reich si aggiunse anche Vittorio Emanuele III, che divenne in brevissimo tempo uno dei bersagli favoriti della propaganda e della satira nazionalsocialiste. Il re italiano, da sempre poco gradito a Hitler e alla dirigenza nazista, era però un avversario assai diverso dai grandi nemici della Germania, Roosevelt, Churchill e Stalin: non aveva un esercito che minacciasse i confini del Reich, né rappresentava una cultura alternativa e ostile a quella tedesca ed europea. Per i tedeschi egli era solo il “re traditore”, un uomo e un capo di Stato miserevole, che aveva ingannato e tradito prima l'alleato e quindi il proprio popolo per consegnarsi del tutto impotente al servizio degli invasori. Negli articoli e nelle vignette tedesche Vittorio Emanuele fu dunque rappresentato come l'epitome della codardia, l'incarnazione della viltà e dell'opportunismo.

Le sue caratteristiche fisiche ben si prestavano alla satira e alla caricatura: la bassa statura del re italiano, il suo portamento dimesso e nient'affatto solenne furono costantemente esasperati nelle vignette tedesche, specchio corporeo di una presunta bassezza morale, di un carattere pavido e sottomesso, di una personalità incapace di reagire alle prepotenze degli stranieri che spadroneggiavano in Italia.

I temi della propaganda satirica nazista su Vittorio Emanuele III e il suo governo si intrecciavano con quelli adoperati dai tedeschi per mettere in rilievo gli abusi degli angloamericani e dei sovietici nei confronti di un'Italia che si credeva liberata, ma che invece, spiegavano i tedeschi, era scivolata nella morsa impietosa delle potenze d'occupazione: la debolezza e l'impotenza della classe dirigente del Regno del Sud e la distanza che la separava dai desideri e dalle ambizioni del popolo, il pericolo di un bolscevismo che guadagnava consenso fra la popolazione e già aveva imposto il suo dominio sulle strutture dello Stato, la spoliazione del patrimonio industriale e bellico italiano ad opera degli Alleati, la frantumazione dell'identità nazionale.

Fra le molte personalità politiche dell'Italia liberata Vittorio Emanuele fu l'obbiettivo in assoluto privilegiato, la figura che le vignette della Deutsche Adria Zeitung colpirono con maggiore costanza e acrimonia, mentre solo di rado la polemica satirica coinvolse i leader delle formazioni politiche antifasciste. Il re italiano rappresentava una sorta di bene rifugio per la satira nazista: in assenza di idee umoristiche, nei molti momenti in cui il panorama internazionale non offriva ai tedeschi appigli per sollevare l'umore, Vittorio Emanuele era una risorsa sicura, un facile bersaglio per le canzonature e le parodie della satira. Quando si approssimava il primo anniversario dell'otto settembre, la Deutsche Adria Zeitung pubblicò una vignetta che presentava un fantomatico passaporto, nel quale erano elencati e descritti i tratti salienti del sovrano ex alleato: «Occhi: traditori. Orecchie: dovranno sostenere una dura prova quando il popolo italiano dirà quel che pensa di lui. Naso: sempre pronto ad annusare qualunque pericolo per la sua corona. Baffi: rigirati verso l'alto per apparire più grande. Denti: buoni, per rosicchiare le ossa che cadono dalle tavole dei suoi attuali padroni. Mento: volitivo, come per tutti i Savoia che non hanno mai voluto rispettare la legge. Capelli: Si drizzano come i peli di un gatto quando qualcuno gli tocca la corona. Colore della pelle: dall'otto settembre rosso per la vergogna. Corporatura: fisicamente e moralmente la più piccola della storia d'Italia. Segni particolari: 30 casse di vecchie monete – il suo più alto patrimonio spirituale»

Il sovrano ex alleato
Il sovrano ex alleato

L'infedeltà all'alleato tedesco, il tradimento del patto militare e spirituale con la Germania nazista erano le colpe che avevano macchiato indelebilmente il re italiano, le vili gesta che avevano guadagnato a Vittorio Emanuele un posto d'onore nella storia dell'infamia.

Il sovrano italiano
Il sovrano italiano
un nuovo peccato
originale
un nuovo peccato originale

Dopo l'otto settembre Giuda si compiaceva della nuova compagnia che aveva rotto la sua secolare solitudine: «Che bello! Ero Così solo», esclama Giuda in una vignetta accogliendo al suo fianco, suoi pari, il sovrano italiano e il giovane re di Romania Michele. Improbabile, grottesca Eva biblica, Vittorio Emanuele aveva ceduto alle tentazioni del subdolo serpente americano, aveva commesso un nuovo peccato originale guadagnando così «la cacciata dei Savoia dal Paradiso».

Le responsabilità di Vittorio Emanuele ricadevano sull'intero popolo italiano. Le astute blandizie degli Alleati, suggeriva la Deutsche Adria Zeitung , si erano infatti rivelate un inganno e ad esse aveva fatto seguito una realtà durissima, con l'Italia umiliata e flagellata dai soprusi delle potenze occupanti. La debolezza e la sudditanza di Vittorio Emanuele, di Badoglio e di tutto l'establishment italiano nei confronti degli Alleati era uno dei temi su cui insistevano con maggiore costanza e arguzia le vignette tedesche.

piccolo Vittorio
piccolo Vittorio

In una di esse lo “zio Sam” raduna attorno a sé i «suoi bambini» – cioè ai capi di quelle nazioni che avevano rotto o erano in procinto di rompere l'alleanza con la Germania per passare al campo avversario – e mostra loro i suoi doni, palloncini colorati con scritto pace, libertà, benessere. A tutti promette che, se avessero fatto i bravi, avrebbero ricevuto un palloncino tanto bello quanto quello appena donato «al piccolo Vittorio», al sovrano italiano che però si aggira per la vignetta con il palloncino già sgonfio e l'aria assai mesta. Le promesse americane, insiste la propaganda nazista, sono illusioni e truffe e guai a quegli Stati che cedono alle loro lusinghe: Vittorio Emanuele è allora un novello Tigellino, chiamato dal suo dispotico e spietato protettore Nerone/Roosevelt ad ammirare le rovine di una Roma data alle fiamme dai bombardamenti alleati, un somaro che viene educato dai suoi padroni – Churchill e Roosevelt – con il vecchio metodo del bastone e della carota.

Nerone/Roosevelt
Nerone/Roosevelt

Su Vittorio Emanuele la Deutsche Adria Zeitung faceva ricadere la responsabilità di aver spaccato l'Italia mettendo a disposizione di quelli che erano stati fino al giorno prima i nemici del Paese tutte le risorse di cui esso disponeva. In un disegno del giornale tedesco egli, dopo aver abbattuto il fusto principale dell'albero Italia, assiste con sguardo tronfio e un po' fesso al saccheggio del patrimonio industriale da parte degli americani, alla sottrazione delle colonie da parte dell'Inghilterra, al tentativo di Stalin di alimentare in Sicilia un indipendentismo di matrice comunista per sottrarre l'isola alla sovranità italiana.

un somaro
un somaro
saccheggio del patrimonio
industriale
saccheggio del patrimonio industriale

In un'altra delle molte vignette che premevano sul tema della debolezza e della subordinazione agli angloamericani dei vertici politici dello Stato del Sud, Roosevelt è rappresentato come il proprietario della “Sartoria dei padroni”, laboratorio dove, come recita il cartello affisso alla vetrina, «dalle masse si confezionano popoli» utilizzando la migliore stoffa a stelle e strisce. Quando alla Sartoria si presenta Vittorio Emanuele, Roosevelt delude le ambizioni del re italiano dicendo al «piccolo signore», di tornare in un'altra occasione e aggiunge che per lui avrebbe provveduto a preparare qualcosa recuperando i resti e gli scarti del materiale migliore.

Sartoria dei padroni
Sartoria dei padroni

L'Italia del dopo 8 settembre aveva d'un colpo perduto il ruolo di grande potenza che per lei aveva costruito Mussolini ed era stata ridotta in servitù non solo dall'America, dall'Inghilterra e dall'Unione Sovietica, ma anche da quegli Stati sui quali fino a poco tempo prima aveva esercitato la sua supremazia. Il ribaltamento del ruolo italiano nello scenario mondiale e il crollo del prestigio della casa reale sono simboleggiati da un'illustrazione intitolata «i tempi cambiano», che raffigura l'ex imperatore d'Etiopia Vittorio Emanuele in atteggiamento servile verso Hailè Selassiè, l'imperatore abissino che il fascismo aveva sconfitto e sottomesso e che ora poteva permettersi di trattare da padrone il re piemontese.

«i tempi cambiano»
«i tempi cambiano»

Gli italiani, suggerivano i tedeschi, che erano stati signori di un piccolo impero che si estendeva dai Balcani all'Africa, dovevano rassegnarsi ad un ruolo assolutamente di secondo piano, da lacchè di quelle nazioni di cui erano stati i fieri nemici, di quei “popoli inferiori” che avevano vinto e sottomesso.

La popolazione italiana era la principale vittima della meschinità e dell'inettitudine di Vittorio Emanuele e della nuova leadership politica del Sud, delle prevaricazioni dei russi, degli inglesi e degli americani. Il peso delle loro scelte, dei loro egoismi e dei loro soprusi, spiegava una vignetta della Deutsche Adria Zeitung , ricadeva su un popolo ormai allo stremo: «Posso riferire al mio giornale che siete felici di non dover più piegare la schiena di fronte ai tedeschi e ai fascisti?» chiede un reporter straniero al popolo italiano; «Può dirlo tranquillamente – risponde questo – come vede la mia schiena non mostra la benché minima curvatura». I fermenti separatisti in Sicilia, la profonde e radicali contrapposizioni politiche che iniziavano a attraversare la nazione, l'inconsistenza della macchina statale nel regno del Sud, molteplici erano per la propaganda tedesca i segnali che indicavano il tracollo dell'unitàdello Stato e la sottomissione del popolo italiano allo straniero.

un popolo ormai allo stremo
un popolo ormai allo stremo

In una vignetta l'Italia è allora un malato disteso sul letto di una sala operatoria, dove il chirurgo Roosevelt, visibilmente soddisfatto, lo ha appena operato per una banale appendicectomia. Nell'intervento il leader americano ha amputato un'intera metà del corpo e Bonomi, mentre l'infermiere Vittorio Emanuele pulisce il sangue, gli domanda corrucciato, ma ossequioso e impotente: «Mio caro dottore, per questa semplice appendicite, non avrete tagliato un po' troppo?». Mentre gli angloamericani umiliavano e laceravano l'Italia, Vittorio Emanuele assisteva disinteressato e servile, mostrando di guardare con noncuranza e cinismo all'amaro destino del suo popolo.

500.000 uomini
500.000 uomini

A un Roosevelt che reclama 500.000 uomini per la guerra nel Pacifico, Vittorio Emanuele risponde che, se fosse stato per lui gli italiani glieli avrebbe dati volentieri tutti, così da poter finalmente vivere tranquillo. Ai Savoia, spiegava la propaganda tedesca, interessava solo conservare la corona, rimanere alla guida dello Stato, accattivarsi il favore delle potenze occupanti qualunque fosse il prezzo da pagare, qualunque l'umiliazione da subire.

l'erede al trono Umberto
l'erede al trono Umberto

I regnanti italiani si erano d'un colpo inventati antifascisti, avevano provato a costruire il loro futuro inventandosi una verginità meschina e umiliante: così l'erede al trono Umberto viene ritratto dai caricaturisti della Deutsche Adria Zeitung mentre “si gode la vita” in compagnia di due procaci signore cui racconta come, per vent'anni, egli abbia combattuto il fascismo. Un'altra vignetta suggerisce come il tentativo dei Savoia e dei loro collaboratori politici di flirtare indifferentemente con i leader angloamericani e sovietici sia solo una volgare e grottesca «mascherata».

grottesca «mascherata»
grottesca «mascherata»

«Si capirà ben presto – dice Umberto a Badoglio – se con i tuoi nuovi stivali russi avrai più fortuna di me con i miei abiti all'inglese»; sullo sfondo si travestono altri leader italiani, chi alla cosacca, chi da capo Apache.

Secondo la Deutsche Adria Zeitung il destino dell'Italia non era nella mani del suo popolo e dei suoi governanti, ma sarebbe stato deciso dalle potenze nemiche della Germania e dell'Europa:

«nell'Italia occupata – scriveva il quotidiano nell'ottobre del 1944 – appare più che mai con chiarezza che a Bonomi, al suo governo ed alla popolazione sottoposta al regime d'occupazione, spetta il ruolo di una palla da gioco tra Roosevelt, Churchill, Stalin e le potenze da loro rappresentate»[7].

Stalin la «nuova balia» di Vittorio Emanuele
Stalin la «nuova balia» di Vittorio Emanuele

Fra queste, spiegava il giornale, l'Unione Sovietica, che immediatamente a ridosso dell'otto settembre aveva scelto un profilo basso, lasciando apparentemente campo libero agli americani, stava guadagnando una posizione dominante.

{Barbiere di Napoli}
{Barbiere di Napoli}
Era Stalin la «nuova balia» di Vittorio Emanuele, il {Barbiere di Napoli} pronto a “far barba e capelli” al sovrano italiano. Nell'Italia del Sud i comunisti si erano ormai impadroniti dello Stato, la stella rossa aveva sostituito le insegne reali:
La stella
rossa
La stella rossa

«Il comunismo – scriveva il giornale tedesco della zona d'operazione – fiorisce e prospera in Italia (…). Non c'è più alcun dubbio che oggi la figura politica di gran lunga più forte sia il capo dei comunisti Togliatti»[8]. In una vignetta l'Italia è tenuta al palo dal comunismo, vani i tentativi di Umberto e Bonomi di guidare il Paese, perché «è il freno bolscevico a scandire il ritmo al quale marcia» la nazione.

l'Italia è tenuta al palo dal comunismo
l'Italia è tenuta al palo dal comunismo

In un'altra vignetta, Vittorio Emanuele siede sul trono incatenato ad una guardia rossa, sopra di lui non le insegne regali dei Savoia, ma falce e martello, il ritratto di Stalin: «Re – suggerisce la didascalia – per grazia di Stalin-Ercoli» e non più per volontà di Dio e del popolo.

Vittorio Emanuele siede sul trono incatenato
Vittorio Emanuele siede sul trono incatenato

Spalancare le porte al comunismo avrebbe significato non solo cedere a Stalin le ricchezze materiali del Paese, ma ancor più mettere in gravissimo pericolo le tradizioni, la cultura e la civiltà italiane. È un centurione romano a ricordare in sogno a Vittorio Emanuele quali sarebbero stato le terribili e irreparabili conseguenze del suo modo di agire vigliacco, arrendevole e ossequiente.

un centurione romano
un centurione romano

Nelle grinfie di Stalin

Tutta volta a screditare i nemici della Germania, a mostrare come quelle potenze che sembravano dover essere le prossime vincitrici del conflitto costituissero una terribile minaccia per l'Europa e l'Italia, la propaganda tedesca degli ultimi mesi di guerra cercava disperatamente di consolidare lo schieramento degli alleati del nazionalsocialismo, di guadagnare alla causa del Reich le popolazioni di quegli Stati – come l'Italia, la Francia, i Paesi Bassi – che erano attraversati dai fronti di guerra. “Rivelare” l'assenza di scrupoli che ispirava le scelte e le azioni degli angloamericani e dei sovietici, la loro crudeltà, la loro distanza dalle radici culturali europee, serviva essenzialmente a spaventare i cittadini delle nazioni travolte dalla guerra, a instillare in loro un'ulteriore dose di ansia e paura per il futuro. Il Reich aveva pochissimo o nulla da offrire ai popoli europei, aveva esaurito la sua forza positiva, dato fondo all'illusione di poter essere un nuovo grande sistema d'incorporazione su scala continentale: la sua residua capacità di creare coesione era esclusivamente negativa e stava nella possibilità che gli europei riconoscessero nelle potenze Alleate e nell'Unione Sovietica pericoli maggiori di quello costituito dalla stessa Germania nazista.

In una simile prospettiva, lo spettro bolscevico era l'arma più forte – o meno spuntata – a disposizione dei propagandisti tedeschi. Nella fase finale della seconda guerra mondiale, la crescente potenza sovietica suscitava in effetti forti inquietudini, intimoriva molti di quegli stessi europei che avrebbero visto con estremo favore la sconfitta della Germania e dei suoi alleati. I successi di Mosca portavano con sé l'ombra della rivoluzione, di radicali e violenti sovvertimenti degli ordinamenti politici, sociali ed economici. La propaganda nazista della Deutsche Adria Zeitung scelse allora di mettere l'accento sulle divergenze che regnavano nello schieramento antinazista, di enfatizzare il ruolo che l'Unione Sovietica svolgeva nell'alleanza con inglesi e americani e di disegnare un quadro per cui, al termine della guerra, buona parte dei Paesi europei sarebbe finita sotto il diretto controllo di Mosca.

una compagnia di ventura
una compagnia di ventura

Era un grave errore, spiegavano i tedeschi, credere che i nemici della Germania costituissero una compagine coesa, che in caso di vittoria avrebbe governato in armonia il dopoguerra avendo come obbiettivo la prosperità del vecchio continente: si trattava bensì di una compagnia di ventura attraversata da odi e ostilità, di una ghenga mal assortita in cui ognuno, pur di proteggere i suoi interessi e veder realizzate le proprie ambizioni, era pronto a accoltellare gli altri alle spalle. Secondo i tedeschi, il disaccordo e l'inimicizia che regnavano fra Alleati e sovietici emergevano chiaramente già guardando alle dispute sulle strategie militari. Nei primi mesi del 1944 l'Urss stava ancora sopportando tutto il peso del conflitto europeo e la Deutsche Adria Zeitung suggeriva che gli Alleati stessero astutamente temporeggiando, rinviando l'apertura del secondo fronte, per sfruttare fino all'ultimo le risorse belliche a disposizione di Mosca. Nelle vignette tedesche pubblicate prima dello sbarco in Normandia il leader sovietico è un robusto pugile che negli intervalli fra un round e l'altro viene assistito da due furbi manager (Churchill e Roosevelt), che lo incoraggiano a continuare l'incontro, ma portano in suo soccorso solo vaghe promesse di una prossima apertura del secondo fronte.

Caronte
Caronte

Poche settimane dopo, nell'imminenza delle operazioni alleate in Normandia, la satira nazista propose una lettura affatto diversa dei rapporti di forza fra Alleati e sovietici: se prima Stalin era il pugile manipolato da procuratori senza scrupoli, in una vignetta successiva egli è divenuto lo spietato e moderno Caronte che spinge a forza Churchill e Roosevelt a attraversare lo Stige/Manica per andare incontro all'inferno del Vallo Atlantico, il baluardo continentale tedesco che il disegnatore della Deutsche Adria Zeitung immagina maestoso e munitissimo.

cumulo di teschi russi
cumulo di teschi russi

Dopo aver tanto offerto alla causa della lotta contro la Germania, è ora Stalin a pretendere dagli alleati un contributo di sangue: vicino a un immane e raccapricciante cumulo di teschi russi, il leader comunista incita Roosevelt e Churchill a immolare anch'essi, sul fronte occidentale, un grande numero di vite umane, a versare alla morte un più sostanzioso e “equo” tributo.

Le posizioni di russi, americani e inglesi – già reciprocamente sospettose in materia militare – erano, a detta della propaganda nazista, del tutto inconciliabili quando si trattava del futuro assetto geopolitico europeo.

i globetrotter
i globetrotter

Churchill, Stalin e Roosevelt sono sì, secondo un disegno della Deutsche Adria Zeitung , i globetrotter che si muovono freneticamente da Yalta a San Francisco in un continuo susseguirsi di conferenze internazionali, ma soprattutto sono i cani che in quelle occasioni si contendono ringhiando «l'osso Europa».

«l'osso Europa»
«l'osso Europa»

Gli incontri internazionali, spiegava il giornale tedesco, si risolvevano in infami dispute per la spartizione delle ricchezze mondiali, per la determinazione di zone d'influenza all'interno delle quali le potenze Alleate e sovietica sarebbero state onnipotenti, privando Stati e popoli di ogni libertà. Si trattava di un vero e proprio mercato in cui al posto delle comuni merci erano venduti e scambiati Stati, popoli e nazioni: a Teheran, avvertiva una vignetta della Deutsche Adria Zeitung , l'affare migliore l'aveva fatto Stalin, che, grazie all'appoggio di Roosevelt, per una sola moneta d'oro si era assicurato i servigi della signorina Europa, la merce più ambita fra quelle trattate al mercato della capitale iraniana.

signorina Europa
signorina Europa
oscuro tunnel del
dopoguerra
oscuro tunnel del dopoguerra

Stando a quanto raccontava il giornale nazista, gli Alleati e i sovietici, se avevano ben chiari i loro rispettivi obbiettivi in termini di conquiste territoriali e espansione della loro potenza economica e politica, non avevano però alcun piano per guidare la riorganizzazione dell'assetto mondiale al termine del conflitto. Anche il presidente americano, a dispetto del suo incedere rassicurante, non aveva la benché minima idea di ciò che il dopoguerra potesse riservare: in una vignetta egli è raffigurato mentre, alla guida di un folto e eterogeneo drappello di alleati, si accinge a inoltrarsi nell'oscuro tunnel del dopoguerra: «speriamo – mormora fra sé e sé – che i miei seguaci non si accorgano che non ho la benché minima idea di come si faccia a uscire da questo labirinto».

Il dopoguerra e la ricostruzione dell'Europa erano un'oscura nebulosa, un rebus di cui nessuno fra i nemici del Reich sembrava avere la chiave risolutiva. L'unico dato che secondo i tedeschi appariva certo e inequivocabile era che, consenzienti o meno che fossero Roosevelt e Churchill, alla fine della guerra gran parte del vecchio continente sarebbe caduta sotto la cappa asfissiante del comunismo sovietico. Stalin, l'incubo che assillava l'Europa moderata e liberale, era indicato come il vero trionfatore del conflitto, l'abile stratega che aveva saputo lentamente imporre la sua volontà mettendo nell'angolo America e Inghilterra, le potenze plutocratiche che, per quanto ostili al Reich e quindi all'Europa, costituivano comunque, secondo gli stessi tedeschi, una maggiore garanzia di continuità e stabilità.

sogno di Stalin
sogno di Stalin

Numerosissimi gli articoli e le vignette della Deutsche Adria Zeitung che mostravano le ambizioni di conquista di Stalin, che mettevano in rilievo la debolezza degli Alleati dinnanzi al capo sovietico, che delineavano un futuro prossimo in cui la stella rossa di Mosca avrebbe dominato l'intero pianeta. In una delle prime caricature pubblicate è rappresentato il «sogno di Stalin: mangiare da solo tutta l'uvetta del dolce Europa».

la spartizione della torta più contesa, l'Europa
la spartizione della torta più contesa, l'Europa

In una di pochi mesi successiva, il desiderio si sta trasformando in realtà e il leader sovietico è l'invitato che si presenta al banchetto per la spartizione della torta più contesa, l'Europa, con al seguito una numerosissima e affamata famiglia, rivendicando molte fette per sé e i suoi e suscitando così l'ira del padrone di casa Roosevelt e della sua cameriera Churchill.

bandito/pifferaio magico
bandito/pifferaio magico

«Stalin ha in mente – scrisse il giornale del Litorale Adriatico citando Göbbels – un futuro in cui l'intero globo terrestre sarà sottoposto alla dittatura dell'Internazionale moscovita, e quindi al Cremino» [9]: nei disegni del giornale egli è allora il bandito/pifferaio magico che incanta gli Stati e i popoli di ogni parte del mondo, mentre falce e martello divengono «la nuova stella cometa che minaccia di consumare l'universo».

la nuova stella cometa
la nuova stella cometa
la chioccia statunitense
la chioccia statunitense
la più temuta delle
sorprese
la più temuta delle sorprese

Americani e inglesi, credendo di poter contenere la forza dell'Unione Sovietica e l'espansione del comunismo, avevano completamente sbagliato i loro calcoli: dopo aver lungamente covato la “liberazione” dell'Europa, la chioccia statunitense si accorge – ma è ormai tardi – che il suo pulcino ha le sembianze sinistre di Stalin; in un'altra vignetta Roosevelt e Churchill scoprono fra i doni del dopoguerra la più temuta delle sorprese, il bolscevismo.

mortali bubboni
mortali bubboni

La pandemia comunista non minacciava solo il futuro dell'Europa, ma aveva già intaccato il corpo delle plutocrazie, ormai completamente ricoperte dai mortali bubboni. Più dell'Inghilterra, spiegava la Deutsche Adria Zeitung , erano gli Stati Uniti ad aver ceduto al fascino e alla forza prevaricatrice del comunismo sovietico.

la galassia delle stelle
la galassia delle stelle
In una vignetta Roosevelt scruta perplesso la galassia delle stelle che gravitano attorno agli Usa:
vessillo issato altissimo
vessillo issato altissimo

«Non ne capisco un gran che di astrologia, ma mi sembra che quella stella cresca più rapidamente delle altre e si muova ancora…»; un altro disegno mostra l'alzabandiera in un campo militare americano, ma l'enorme vessillo issato altissimo non è quello a stelle strisce bensì quello sovietico; «mio dio – esclama un soldato – ma questa non è la bandiera americana!» «bene – gli risponde un altro – ma anche se non lo è oggi lo sarà ben presto».

La partita per il mondo
La partita per il mondo
L'orso
sovietico
L'orso sovietico

La partita per il mondo stava giungendo al termine, Stalin aveva avuto la meglio e comandava il gioco, l'orso sovietico era ormai libero di sollazzarsi col mondo intero: gli sforzi di Roosevelt e Churchill per rendere il comunismo presentabile erano andati al di là dell'obbiettivo iniziale e i due leader occidentali si erano trasformati nei valletti di Stalin.

valletti di Stalin
valletti di Stalin

Quelle sul tragico destino comunista che attendeva l'Europa alla fine del conflitto e sulle dispute fra i nemici del Reich per la spartizione del continente sono le vignette che meglio illustrano la rassegnazione dei propagandisti tedeschi, il punto in cui si fa più esplicita la satira della sconfitta che pervadeva tutte le caricature della Deutsche Adria Zeitung. In attesa di una disfatta che neppure la propaganda più cieca riusciva a negare, i giornalisti e i caricaturisti del quotidiano, privi di strumenti efficaci per alimentare qualche pur sfumata speranza, restituirono l'immagine di un Reich definitivamente battuto, cui non restava altro che assistere, sdegnato quanto impotente, alle losche trame dei vincitori e ai loro soprusi, al compiersi di un destino infame per la Germania e l'Europa intera. Si trattò di una situazione ben diversa da quella dell'inverno 1941, quando, la propaganda diede notizia dell'empasse che l'inverno russo avrebbe di lì a poco imposto alla macchina bellica tedesca. Era la prima volta che il regime ammetteva una crisi militare, ma in quel caso, come spiega bene Ernst Kris, si trattò di una decisione coerente con la strategia della predizione caratteristica del sistema propagandistico del Reich: il popolo tedesco non aveva di che preoccuparsi perché Hitler e il governo nazista avevano la situazione perfettamente sotto controllo, tanto da potersi permettere di annunciare l'imminenza di alcuni rovesci. Nell'ultima fase della guerra, quella raccontata dalla Deutsche Adria Zeitung , le previsioni di sconfitta che in varie forme emergevano dalla propaganda tedesca non rilanciavano affatto l'immagine profetica e onnipotente del Führer del nazionalsocialismo. Erano piuttosto i confusi e costernati segni prognostici di una catastrofe che contraddiceva totalmente l'illusione di una Germania trionfante ossessivamente coltivata da Hitler e dai vertici del Reich.

Note

[1] Karl Lapper (Responsabile della Sezione II, stampa, propaganda e cultura presso il Commissariato supremo), ( Ordinanza sulla diffusione di notizie provenienti da fonti italiane ),10 novembre 1943, Archivio dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, busta XVII doc. n° 646.

[2] Sowjetische Soldaten , «Deutsche Adria Zeitung» n° 161, 24 giugno 1944.

[3] Kräftespiel um Europa , «Deutsche Adria Zeitung» n° 188, 21 luglio 1944.

[4] Europa gegen Antieuropa , «Deutsche Adria Zeitung» n° 336, 16 dicembre 1944.

[5] Fünf Tage Sovjetterror. Ungarische Städte und Dörfer erlebten den Bolschewismus , «Deutsche Adria Zeitung» n° 291, 1 novembre 1944

[6] Ein Fels im brandenden Meer. Die Einzige Hoffnung Europas , «Deutsche Adria Zeitung» n° 257, 28 ottobre 1944.

[7] Spielball für den Feind. Die klägliche Rolle des Bonomi-Regimes. Italiener als Kannonenfutter. Folge der Missregierung , «Deutsche Adria Zeitung» n° 263, 4 ottobre 1944.

[8] Der Kommunismus drängt Bonomi zurück , «Deutsche Adria Zeitung» n° 205, 7 agosto 1944.

[9] Stalins Zukunftsplan, «Deutsche Adria Zeitung» n° 57 J2, 27 febbraio 1945.