Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

La politica oltre l’imperatore: strutture, strategie ed evoluzione dei poteri dietro al trono da Roma a Bisanzio. Introduzione

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Lo stato romano ha conosciuto, a partire dall’età augustea, una lunghissima fase in cui, pur in tempi e in modi diversi, il governo fu retto da imperatori; includendo anche il mondo bizantino, che fu per molti aspetti la continuazione politica e giuridica dello stato romano, il periodo dell’autocrazia si prolunga per quasi un millennio e mezzo.

In questo lunghissimo lasso di tempo, tanto la figura dell’autocrate quanto quella dei funzionari a lui subordinati sono mutate più e più volte, conservando però, a seconda dei casi, elementi di continuità formale o sostanziale. Così il princeps divenne dominus, autokratōr e poi basileus, pur conservando la sua caratteristica essenziale di vertice dell’apparato statale; il senatus, – anche nelle traduzioni greche del termine: synklētos o boulē – rimase invece formalmente tale per tutta la durata dello stato romano, ma il suo ruolo mutò notevolmente nel corso dei secoli[1]. Come è lecito attendersi, su entrambe queste istituzioni, sia per il periodo romano che per quello tardo antico e poi bizantino, si sono concentrati numerosissimi studi, che ne hanno evidenziato continuità e rotture.

Un aspetto su cui si è indagato solo parzialmente è invece quello dell’esercizio della politica in un contesto autocratico: per quanto il dibattito rimanga aperto, lo stato romano non è mai stato una vera e propria monarchia assoluta, almeno dal punto di vista del diritto (e il diritto, per i romani come per i bizantini, non è mai stato un fattore secondario o puramente formale)[2]. Si è giunti a identificare lo stato con la figura dell’imperatore, ma mai con la persona in carne ed ossa che rivestiva la porpora. Nessun imperatore (e nessun basileus, in seguito) ha mai potuto legalmente affermare «l’état c’est moi», per lo meno non senza attuare una serie di comportamenti formali, in mancanza dei quali la sua sovranità era illegittima. Questa parziale limitazione al potere del vertice dello stato, normata non tanto dalla legge quanto dai modi in cui la sovranità veniva esercitata, ha consentito il mantenimento di un certo spazio di manovra nel quale le élites politiche hanno potuto integrare, regolare, influenzare o addirittura contrastare la politica imperiale. L’attenzione per questo aspetto è tornata alla ribalta con un rinnovato interesse per le possibilità di esercizio dell’attività politica da parte di una aristocrazia che non ha mai smesso di giocare un ruolo nella gestione del precario equilibrio del potere.

A questo proposito, non mancano studi nei quali sono state affrontate le congiure che hanno coinvolto innumerevoli imperatori, sotto le quali non di rado si celavano moventi politici – oltre che interessi personali[3]. Tuttavia, non è corretto pensare che la cospirazione contro il sovrano di turno fosse l’unico mezzo (o anche solo il più abituale) per esercitare l’attività politica o per sostenere gli interessi propri o di un determinato gruppo di individui. La storia romana e bizantina è piena di personaggi che, senza essere imperatori, hanno visto salire vertiginosamente la propria posizione nella macchina statale per poi precipitare – a volte violentemente – nell’ombra. Dietro queste oscillazioni poteva anche stare, talvolta, il capriccio di questo o di quel sovrano, ma ben più di frequente i protagonisti di queste ascese e cadute non agivano da soli, unicamente nel proprio interesse: bisogna mantenere – o forse, acquisire – la consapevolezza che tutti gli attori della scena pubblica disponevano necessariamente una rete di contatti, di alleanze, di clientele, su cui costruivano la propria carriera, e a cui, presumibilmente, dovevano rendere conto a loro volta: eventuali azioni eversive contro il sovrano costituivano spesso la conseguenza estrema di una dialettica politica costantemente in atto, seppure non sempre facile da rintracciare nelle fonti. Questo modo di fare politica caratterizzato dall’esistenza di una sfera per così dire sotterranea di gestione del potere, che si consolidò durante l’impero ed è rimasto caratteristico di buona parte del mondo mediterraneo, si ritrova a Roma come a Bisanzio: in che misura, mutatis mutandis, si può parlare di continuità? Come si configuravano questi spazi di azione politica, come si organizzavano gli attori all’interno di essi?

Per affrontare questi interrogativi, si è pensato di proporre un laboratorio a carattere seminariale che coinvolgesse tanto chi si occupa della Prima, quanto chi si occupa della Seconda Roma. Lo scopo era mettere a confronto l’esercizio dell’attività politica nei due contesti, e osservare i punti di contatto o differenziazione, di continuità o di rottura. Grazie al supporto del Dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bologna e all’entusiastica partecipazione dei docenti dell’Alma Mater[4], è stato possibile concretizzare questo progetto in due giornate di studio che si sono svolte a Bologna il 14 e il 15 aprile 2016, durante le quali giovani studiosi provenienti dall’Italia e dall’estero hanno potuto presentare le loro ricerche e confrontarsi con gli accademici più esperti. La felice esperienza di queste due giornate ha favorito il dialogo fra discipline contigue ma non sempre in contatto fra loro: i partecipanti hanno così potuto elaborare e perfezionare una serie di saggi scientifici che, in seguito al consueto processo di peer review esterna, vengono qui pubblicati.


Bibliografia orientativa

  • Ahrweiler H. 1975, L’Idéologie politique de l’Empire Byzantin, Paris: Presses Universitaires de France.
  • Beck H. G. 1970, Res publica Romana. Vom Staatsdenken der Byzantiner, München: Bayerische Akademie der Wissenschaften.
  • — 1966, Senat und Volk von Konstantinopel: Probleme der byzantinischen Verfassungsgeschichte, München: Bayerische Akademie der Wissenschaften.
  • Cheynet J.-C. 1990, Pouvoir et contestations à Byzance: 963-1210, Paris: Univ. de Paris 1, Panthéon-Sorbonne.
  • Cogitore I. 2002, La légitimité dynastique d’Auguste à Néron à l’épreuve des conspirations. Rome: École française.
  • Dagron G. 1994, Lawful Society and Legitimate Power, in Angeliki E. L. e Dieter S., Law and society in Byzantium, 9th-12th centuries, 27-51, Washington, D.C: Dumbarton Oaks Research Library and Collection.
  • — 1996, Empereur et prêtre : étude sur le «césaropapisme» byzantine, Paris: Gallimard.
  • Demougin S. 1988, L’Ordre Equestre Sous les Julio-Claudiens, Rome: École française.
  • Garzetti A. 1960, L’impero da Tiberio agli Antonini, Istituto di Studi Romani, Bologna: Cappelli.
  • Haldon J. 2016, Res Publica Byzantina? State Formation and Issues of Identity in Medieval East Rome, «Byzantine and Modern Greek Studies», 40 (1): 4-16. https://doi.org/10.1017/byz.2015.2.
  • Holmes C. J. 2003, Political Elites in the Reign of Basil II, in Magdalino P., Byzantium in the Year 1000, 35-69. Leiden: Brill.
  • Hurlet F. 1997, Les collègues du prince sous Auguste et Tibère: de la légalité républicaine à la légitimité dynastique, Rome: Ecole française de Rome.
  • Kaldellis A. 2015, The Byzantine Republic: People and Power in New Rome, Harvard University Press.
  • Luisi A. 1999, L’opposizione sotto Augusto: le due Giulie, Germanico e gli amici, in Sordi M., Fazioni e congiure nel mondo antico, 181-92, Milano: Vita e Pensiero.
  • Pani M. 1968, Il circolo di Germanico, «Annali della facoltà di magistero dell’Università di Bari», 7: 109-27.
  • Pertusi A. 1990, Il pensiero politico bizantino, Carile A. (ed.), Bologna: Pàtron Editore.
  • Simon D. 1984, Princeps legibus solutus. Die Stellung des byzantinischen Kaisers zum Gesetz, in «Gedächtnisschrift Wolfgang Kunkel», 449-92.
  • Syme R. 1989, The Augustan Aristocracy, Oxford: Clarendon Press.
  • Syme, Ronald. 2014. La rivoluzione romana. A cura di G. Traina. 2° ed. Torino: Einaudi.
  • Vio F. R. 2011, Contro il principe. Congiure e dissenso nella roma di Augusto. Bologna: Pàtron.

Note

1. In queste pagine a carattere introduttivo i riferimenti bibliografici, per necessità, non potranno che essere sommari. Il lettore troverà studi più dettagliati nella bibliografia degli articoli che seguono. Per quanto riguarda il ruolo del basileus nel mondo romano-orientale si veda il recente lavoro di Kaldellis 2015, citato e parzialmente confutato da Haldon 2016 (proprio la reazione alle posizioni di Kaldellis, spesso discutibili ma comunque stimolanti, ci ha spronati ad organizzare la giornata di studi da cui sono scaturiti gli articoli che qui pubblichiamo). Restando nell’ambito bizantino, è bene non dimenticare alcuni contributi fondamentali non sempre noti al mondo anglosassone (H. G. Beck 1966, 1970; Ahrweiler 1975; Cheynet 1990; Pertusi 1990; Dagron 1996). Per quanto concerne l’epoca del principato, è impossibile prescindere da Syme (1989 e 2014); si vedano però anche Garzetti 1960, Demougin 1988 e Hurlet 1997.
2. Cf. ad esempio Simon 1984 e Dagron 1994.
3. Si ricordano, per citarne solo alcuni: Pani 1968; Luisi 1999; Cogitore 2002; Vio 2011; per il mondo bizantino, oltre al già citato Cheynet 1990, cf. Holmes 2003.
4. Desideriamo ringraziare in particolare, oltre al Dipartimento di Storia Culture e Civiltà, Giovanni Brizzi, Salvatore Cosentino, Alessandro Cristofori, Valerio Lieto Salvatore Neri, Giorgio Vespignani.