Introduzione: alle origini della “questione longobarda”
Nel 1822 Alessandro Manzoni pubblicò il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica, concepito come introduzione storica alla tragedia Adelchi1. Il suo intento, tuttavia, non si esauriva in una dimensione puramente letteraria, ma si collocava all’interno di una più ampia riflessione sulla storia della Penisola e, in particolare, sul ruolo delle popolazioni barbare nei processi di trasformazione delle istituzioni italiane successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. A questa prima linea di indagine se ne affiancava un’altra, strettamente connessa: la natura del rapporto tra i Longobardi e la popolazione italica, e la questione se esso dovesse essere inteso come una forma di dominio unilaterale oppure come un processo più complesso, nel quale gruppi differenti avevano concorso alla definizione di un nuovo assetto istituzionale e sociale. La prima interpretazione si fondava sulla liceità dell’intervento pontificio nel rivolgersi ai Franchi per porre fine al dominio straniero: Manzoni leggeva infatti la discesa franca come un atto di liberazione e, su questa base, riconosceva una legittimità storica all’autorità del papato in Italia.
Nei primi decenni dell’Ottocento la “questione longobarda” assumeva così un ruolo centrale nel dibattito storiografico italiano, tanto nella discussione sulle origini della nazione quanto nella valutazione del ruolo svolto dal papato tra VI e VIII secolo.
Tale discussione si basava soprattutto sulla produzione del secolo precedente e in particolare sulle opere di Ludovico Antonio Muratori e Pietro Giannone2. Essi, per ragioni diverse, avevano sottolineato l’apporto che i Longobardi e poi i Franchi avevano dato alla costruzione politica della Penisola dopo la caduta dell’Impero Romano: tali popoli non avevano tirannicamente oppresso la popolazione italica, ma, soprattutto dopo la loro conversione al cristianesimo romano, avevano creativamente fondato nuove istituzioni e dato nuove leggi, gettando le basi per la nascita del futuro Regno d’Italia (Costa 1977, 284-341).
In questa interpretazione si scaricavano le tensioni giurisdizionalistiche che stavano attraversando la società italiana della prima metà del secolo e che vedevano proprio Muratori e Giannone (insieme ad altri) tra i protagonisti di questo scontro. In particolare, l’erudito modenese, come bibliotecario dei duchi d’Este, aveva partecipato attivamente alla controversia tra impero e papato nella questione della giurisdizione su Comacchio. Il conflitto che aveva coinvolto il ducato di Modena e Reggio e lo Stato pontificio aveva visto eruditi da ambo le parti presentare fonti storiche che potessero avvalorare le rispettive legittimazioni giurisdizionali (Bertelli 1960, 100-174). In questo contesto l’analisi della discesa dei Longobardi e poi dei Franchi, del loro contributo alla nascita delle istituzioni della Penisola e il ruolo del papato nella loro formazione giocavano un ruolo centrale. Tra le questioni a cui la ricerca storica doveva dare risposta c’era soprattutto il rapporto tra la conservazione dell’eredità romana, di cui il papato si considerava continuatore, e le novità introdotte dai nuovi signori provenienti da Oltralpe. Sostenere favorevolmente l’affermazione creativa dei popoli barbari, che sarebbero poi diventati con i Franchi e poi i Germani eredi di un nuovo impero, significava limitare l’autorità in temporalibus del pontefice. Al contrario sottolineare la loro ferocia nei confronti della popolazione autoctona (in particolare i Longobardi) e il ruolo della Chiesa come difensore della sua libertà, grazie all’alleanza con i Franchi, significava riconoscere una centralità del papato nella storia della Penisola, come legittimo erede della tradizione romana. L’alto medioevo diventava così un tema centrale per indagare le origini delle istituzioni politiche e religiose, uscendo dai confini esclusivamente eruditi e arrivando a fornire materiale per il dibattito politico, in una società che pur divisa ancora in Stati indipendenti, incominciava a riflettere sulle caratteristiche che avrebbe dovuto assumere un’ipotetica futura nazione3.
La storiografia ha spesso messo in evidenza come l’uso che nel Settecento venne fatto delle popolazioni barbare fosse debitore soprattutto della lettura di Niccolò Machiavelli, sia per i Discorsi (1, 12), sia soprattutto per la prima parte delle Istorie fiorentine (1, 9)4. In entrambe le opere il segretario fiorentino aveva analizzato il momento storico in cui la Chiesa aveva acquisito il potere temporale su ampie parti della Penisola italiana e riconosceva nel passaggio tra l’arrivo dei Longobardi e quello dei Franchi uno degli snodi decisivi (Bertelli 1977, 150-152). Se nei Discorsi la menzione dei Longobardi era solo un accenno, nelle Istorie invece Machiavelli articolava in dettaglio la sua analisi descrivendo le trasformazioni che contraddistinsero il regno longobardo durante il VI e VII secolo5. Tale episodio diventava un esempio per chiarire il suo pensiero politico, ma anche per mettere in evidenza i meccanismi attraverso i quali lo Stato pontificio, proprio nel momento in cui si oppose al re longobardo Desiderio, ampliò il proprio potere politico. Tanto più che l’affermarsi dello Stato della Chiesa, come è noto, serviva a Machiavelli per spiegare come mai l’Italia non avesse imboccato un percorso unitario al pari di Francia e Spagna e fosse stata costretta a rimanere divisa, debole e in balia delle nuove monarchie territoriali.
La riflessione machiavelliana andava in netto contrasto con la storiografia che aveva occupato la prima metà del secolo XV. Flavio Biondo, in particolare, aveva riconosciuto nel declino dell’Impero Romano e nell’arrivo delle popolazioni barbare la crisi italiana6. Per Machiavelli, invece, la loro discesa rappresentava una tappa della costruzione delle nuove istituzioni, e tali eventi aiutavano a comprendere l’emergere di Stati come quello della Chiesa, i quali erano ancora tra i protagonisti nella politica del suo tempo.
Se Machiavelli aveva reinterpretato l’età delle invasioni in chiave positiva, trasformandola in una fase determinante della storia della Penisola e in un laboratorio per comprendere la nascita e la caduta degli Stati, gli storici del Settecento, da Muratori in avanti, ne offrivano una lettura diversa. Il loro obiettivo non era soltanto mettere in discussione la legittimità del potere in temporalibus della Chiesa, come già aveva fatto Machiavelli, ma ricostruire con precisione come si erano formate le giurisdizioni, quali sistemi normativi le avevano sostenute e quali trasformazioni erano derivate dall’arrivo di Longobardi e Franchi. Per questo essi sentirono la necessità di un’analisi rigorosa dei privilegi, delle leggi e della documentazione prodotta nel primo medioevo.
In questa prospettiva, pur riconoscendo a Machiavelli il merito di aver indicato la direzione, gli eruditi del XVIII secolo considerarono decisivo l’apporto di un autore della seconda metà del Cinquecento: Carlo Sigonio. Fu infatti Sigonio a fornire gli strumenti critici indispensabili per affrontare quel periodo, dall’uso sistematico delle fonti alla ricostruzione istituzionale, e a inaugurare un metodo che divenne il fondamento stesso della storiografia settecentesca italiana sul medioevo.
Sigonio e l’invenzione di un medioevo istituzionale:
il De regno Italiae
Nel 1574 Carlo Sigonio pubblicò a Venezia, presso i tipi di Giordano Ziletti, l’opera dal titolo Historiae de regno Italiae libri XV: uno studio che prendeva in esame la storia del regno d’Italia dalla morte dell’imperatore Giustiniano (565) fino all’interregno sotto Ottone e Filippo (1199)7. Il testo rappresentava una svolta nelle sue ricerche erudite e segnò il debutto ufficiale nel campo degli studi sulla Penisola medioevale. Sigonio si era avvicinato a questo periodo già alcuni anni prima. Nel 1568, infatti, il Senato bolognese gli aveva commissionato una storia della città8. Era professore allo Studio già da cinque anni ed era senza ombra di dubbio uno dei più importanti storici del tempo grazie ai lavori sulla Roma antica (McCuaig 1989). Che Sigonio occupasse uno spazio di rilievo nel mondo culturale europeo era testimoniato anche dalle polemiche in cui fu coinvolto, sia in Italia con il Robortello che in Francia con il Grouchy9. Giunto ormai a cinquant’anni, dunque, poteva essere annoverato tra le autorità riconosciute per la storia romana e greca; mai, però, si era spinto, per quanto ne sappiamo, ad occuparsi degli eventi accaduti dopo il V secolo.
L’incarico affidatogli dalle autorità cittadine lo costringeva, quindi, a confrontarsi con un’altra epoca, altri protagonisti e soprattutto altre fonti. Ma l’attraversamento del confine cronologico e, soprattutto, il cambio radicale di genere storiografico trasportarono Sigonio in una dimensione a lui fino ad allora sconosciuta. Se fino a quel momento, infatti, era stato consapevole della portata ‘politica’ delle sue opere nel presente, il suo contributo era rimasto confinato alla prospettiva teorica; con questa nuova impresa, che in forme diverse lo tenne impegnato fino alla morte, si trovò invece a fare i conti con i conflitti che le diverse interpretazioni della storia delle origini delle differenti istituzioni europee comportavano10. Sigonio si rese conto da subito degli ostacoli che la sua impresa avrebbe incontrato, soprattutto presso le autorità ecclesiastiche che infatti bloccarono l’uscita della Historia bononiensis, stampata ma mai pubblicata. Accantonato questo progetto, ripropose molti dei temi di questa prima opera in un lavoro più ampio, destinato ad allargare lo studio da una sola città a parti più vaste della Penisola.
Ma anche l’esordio del De regno Italiae si presentò subito estremamente difficile. Già a partire dal maggio del 1573, infatti, i censori ecclesiastici mossero i primi rilievi all’opera, tanto da costringere Sigonio a cambiare, in corso di stampa, alcuni passi11. Nonostante le accuse che gli furono rivolte, riuscì non solo a far uscire l’edizione veneziana ma anche, l’anno successivo, il 1575, a stampare l’opera a Francoforte presso i Wechel (che, tramite l’amico Gian Vincenzo Pinelli e Claude Dupuy, erano gli editori di riferimento del Sigonio in Europa) e a Basilea presso l’editore Pietro Perna.12 Negli anni successivi il trattato fu ristampato a Bologna nel 1580, con alcune modifiche, presso la Società tipografica bolognese, e infine, dopo la morte di Sigonio, fu completato con la pubblicazione di altri 5 libri, che comprendevano gli anni 1200-1290 (rimasti fino ad allora manoscritti), promossa dagli amici Alessandro Caprara e Gian Vincenzo Pinelli, prima a Venezia e poi ancora a Francoforte, nel 1591.13
La principale accusa che fu rivolta a Sigonio all’uscita del testo nel 1574 si legge in una lettera che un anonimo cardinale inviò a Pinelli:
Quanto alla verità, nel principio della Historia dice la ruina della Italia esser stata causata da Papi. Et oltre che questa è opinione del Machiavelli ne’ Discorsi e pericola ne’ tempi d’hora. Oltre che il papato, e questo et sempre, ha chiamato alla defensione de quella contra barbari et Franza et altri Regni. Et almeno l’esser italiano el Sigonio toccava a lui mantener la riputazione del papato, per che altro bene non è in essa che questa Santa Sede. Et questa ragione politica doveva certo fare più cauto il Signor Sigonio.14
I rilievi del censore non si limitavano a individuare singoli passi controversi discussi dallo storico modenese all’interno della sua opera, ma ne criticavano l’impianto generale e, in particolare, la presentazione che Sigonio aveva dato della Chiesa di Roma nello sviluppo della storia del regno d’Italia. In più l’autore riconosceva l’assonanza con i Discorsi di Machiavelli che aveva, come abbiamo visto, usato i primi decenni del VI secolo per mettere in discussione la legittimità dell’origine del potere temporale della Chiesa. Il punto centrale, però, era l’accusa di essere, in buona sostanza, un anti-italiano, per non aver difeso o, piuttosto, per non aver esaltato il ruolo che la Chiesa e il papato avevano svolto, dopo la caduta dell’Impero Romano, nel difendere la libertas italiana.
A bene vedere, a differenza di Machiavelli, Sigonio non aveva espresso in modo così esplicito un giudizio negativo sul papato. Il suo contributo si collocava altrove: egli intendeva sottolineare, come vedremo, il ruolo positivo svolto dalle popolazioni barbare nella formazione delle istituzioni del regno. Proprio questo punto, tuttavia, apriva un livello di confronto più profondo rispetto alle riflessioni del segretario fiorentino intorno alla relazione tra discesa delle popolazioni e papato, perché spostava l’attenzione dal semplice problema della legittimità politica pontificia, alle origini stesse degli Stati e delle loro strutture istituzionali.
In questo contesto, Sigonio sembrava voler partecipare a un dibattito storiografico che era già vivissimo nelle grandi monarchie territoriali europee. Ma questo cambio di prospettiva non poteva non intrecciarsi con il conflitto confessionale: ricostruire le origini dei poteri nella Penisola significava inevitabilmente affrontare anche la questione del ruolo in temporalibus del pontefice, un tema che proprio in quegli anni alimentava la polemica tra cattolici, luterani e calvinisti.
Metodo e programma: archivi, privilegi, storia del diritto
Sigonio descriveva le intenzioni programmatiche di questo nuovo modo di fare storia nella lettera di dedica, diretta a Giacomo Boncompagni, figlio di Ugo, salito al soglio pontificio con il nome di Gregorio XIII.15
Egli riconosceva che mai nella storia vi era stato un momento più tragico, ma allo stesso tempo più degno di essere ricordato, di quando le popolazioni barbare, mosse dallo sfrenato desiderio di nuove terre, occuparono le fertili pianure dell’Italia16. Se, dunque, l’argomento era meritevole di essere raccontato in un’opera, Sigonio aggiungeva che il suo lavoro andava a riempire un vuoto che altri popoli, i Francesi e i Tedeschi, avevano già colmato17. Non dimenticava chi lo aveva preceduto e rendeva un dovuto omaggio al Flavio Biondo dell’Italia illustrata e al Sabellico delle Enneades, autori che, scriveva Sigonio, per l’estensione dell’arco cronologico considerato nelle loro opere, mancarono però di presentare numerosi fatti e avvenimenti decisivi per comprendere la storia di quel periodo.18 Egli aggiungeva qualcosa di più sul lavoro del Biondo. La sua opera, nonostante fosse superficiale e non elegante, era scritta in modo così scorrevole da attirare l’interesse di molti lettori. Era stato dunque lo stile e non il contenuto a far sì che il lavoro dello storico forlivese si fosse imposto come una delle più importanti trattazioni della storia d’Italia19.
Questo inciso serviva a Sigonio per introdurre il suo metodo, fondato non più sulla retorica, ma sulla ricostruzione degli eventi attraverso una ricerca attenta delle fonti disponibili. Egli ricordava gli strumenti usati: un impressionante elenco di statuti, documenti ufficiali di re, imperatori e papi conservati in città, chiese e monasteri, e inoltre cronache cittadine ritrovate negli archivi privati delle famiglie.20 Il termine chiave di questa sezione è tabularia, ossia gli archivi pubblici nei quali l’autore aveva reperito soprattutto leggi e privilegi emanati dalle diverse autorità pubbliche, civili e religiose. La presentazione delle fonti, però, permette di individuare alcune peculiarità significative della sua opera.
La prima riguardava l’intento di indagare congiuntamente le istituzioni civili e quelle religiose, analizzandone le trasformazioni e, in alcuni casi, le degenerazioni. La storia del regno d’Italia, in questa prospettiva, non avrebbe preso in esame soltanto la nascita e l’affermazione del regnum, ma anche quella dello Stato della Chiesa. Un secondo aspetto, strettamente connesso al primo, interessava la natura delle fonti utilizzate. Esse dimostravano, infatti, come Sigonio intendesse concentrare la propria indagine soprattutto sui testi giuridici. Il diritto emergeva così come uno degli assi portanti della sua trattazione e come uno strumento chiave per comprendere la genesi e le trasformazioni delle nuove istituzioni della Penisola. Del resto, questa impostazione non rappresentava una novità nel suo percorso intellettuale: già lo studio della Roma antica si era fondato sull’indagine delle leggi, in linea con la tradizione dell’umanesimo giuridico e con la scuola di Alciato21. La centralità di queste fonti emergeva anche dall’uso tipografico che Sigonio ne faceva all’interno dell’opera. I testi ufficiali, infatti, come per esempio i privilegi, erano stampati in carattere corsivo, non solo rendendo evidente la loro importanza, ma contribuendo a legittimare, come vedremo, la sua analisi che pretendeva di acquisire la propria forza proprio da essi.
Inoltre, il volgere lo sguardo alle leggi introdotte dalle popolazioni barbare, e al ruolo da esse svolto nella definizione delle nuove istituzioni, implicava un profondo mutamento di prospettiva. Significava infatti prendere le distanze da una tradizione umanistica che aveva individuato nella continuità della tradizione romana, seppur letta in chiave storica, il fondamento della storia politica e giuridica italiana. Sigonio guardava in un’altra direzione e, con ogni probabilità, grazie al contributo di alcuni eruditi che proprio in quegli stessi anni stavano definendo modelli storiografici affini.
È possibile che tra le fonti di questo nuovo approccio alla storia d’Italia ci sia la riflessione di François Baudouin, del quale Sigonio possedeva le opere e in particolare il De institutione historiae universae che aveva come seconda parte del titolo et eius cum iurisprudentia coniunctione22. Formatosi anch’egli alla scuola di Alciato e di Cujas, Baudouin aveva elaborato un’idea della storia fondata su tre principi fondamentali: la necessità di indagare congiuntamente storia sacra e storia profana; l’attenzione al contributo delle popolazioni barbare nella formazione dei regni europei; e, infine, l’inclusione della storia del diritto come componente essenziale dell’indagine storica.23
Era su queste premesse che andava collocata l’analisi sigoniana delle origini del regno d’Italia. La ricostruzione degli eventi che accompagnavano la fine dell’autorità imperiale in Occidente e l’insediamento dei regni barbari non costituiva, per Sigonio, un semplice esercizio narrativo, ma rappresentava il primo banco di prova del metodo che egli stesso aveva enunciato. In quel contesto, l’intreccio tra fonti giuridiche, istituzioni politiche e assetti ecclesiastici diventava il terreno privilegiato per osservare come nuove forme di potere si fossero progressivamente sovrapposte all’eredità romana, trasformandola.
L’attenzione riservata alle leggi, ai privilegi e agli atti ufficiali consentiva così a Sigonio di leggere la nascita del regno non come una frattura improvvisa, ma come un processo storico complesso, nel quale continuità e discontinuità si articolavano secondo dinamiche che solo l’analisi delle istituzioni e del diritto permetteva di cogliere. Fu a partire da questa prospettiva che affrontò le origini del regno, facendo della storia giuridica lo strumento privilegiato per comprendere la formazione dell’ordine politico medievale italiano.
Fondazione, crescita, ordinamento: Longobardi,
Franchi e Germani nelle origini del regno
Il lavoro sulle fonti e la presa di distanza dalla storiografia precedente si inserivano all’interno di un progetto preciso con cui dare forma ai documenti e alle storie che aveva raccolto pazientemente negli ultimi anni. Già le prime righe del primo libro chiarivano bene la sua intenzione:
Il regno fu instaurato da popoli stranieri, poiché la virtù romana era ormai da tempo venuta meno: dai Longobardi, dai Franchi e dai Germani. I Longobardi lo fondarono, i Franchi lo ingrandirono, i Germani lo organizzarono con leggi più adatte a garantire la libertà24.
La proposta che Sigonio avanzava circa la nascita e lo sviluppo storico ed istituzionale del regno d’Italia era una scelta sorprendente (Bertelli 1973, 158-159). Lo storico modenese non solo recideva ogni legame tra il regno d’Italia e la sua eredità romana, ma riconosceva nei Longobardi, nei Franchi e infine nei Germani i fondatori delle istituzioni che caratterizzeranno la storia del regno e gli assetti di potere che lo attraversarono25. In questo quadro, la nozione di libertas occupava un posto centrale: Sigonio si proponeva di ricostruirne la genealogia storica, mostrando come le forme di autonomia delle istituzioni italiche, e in particolare delle città, si fossero sviluppate dopo la caduta dell’Impero Romano e senza un legame storico con esso. Ma, come vedremo, fin dagli esordi Sigonio elaborava una nozione di libertà che si discostava nettamente dagli ideali umanistici, poiché non faceva riferimento alla tradizione romana né alla partecipazione collettiva alle magistrature.26
I Longobardi
Sigonio non si limitava a individuare negli invasori i fondatori del regno, ma ne esaltava le capacità politiche e giuridiche nel restituire la dignità statale a una Penisola devastata dalle guerre, dalle pestilenze e dalle alluvioni. È proprio sul terreno giuridico-istituzionale che l’opera di Sigonio si distingue dai suoi predecessori, in particolare da Machiavelli. Egli concentrò infatti la sua attenzione sulla prima fase della storia della Penisola non solo ricorrendo alle fonti narrative, come la Historia Longobardorum di Paolo Diacono, ma soprattutto esaminando le leggi introdotte dai re longobardi.27 Il primo testo considerato è l’editto di Rotari, che gli consentiva di mettere in rilievo il passaggio da una tradizione di consuetudini non scritte alla redazione di un codice che raccoglieva norme preesistenti e ne aggiungeva di nuove a tutela della comunità politica28. A partire da questo momento Sigonio scandiva la sua narrazione sottolineando i momenti in cui i diversi re aggiornarono l’editto di Rotari e aggiunsero nuove leggi che servirono ad ampliare il potere dei re e a rafforzare il regno: così avvenne sotto Liutprando (713), così anche durante il regno di Rachi (743)29. Al termine del libro III, Sigonio riassumeva la prima fase della storia del regno, notando che il dominio dei Longobardi, soprattutto dopo che accolsero la fede cattolica, fu degno di grande rispetto. Testimoni di ciò erano state le leggi che i vari re avevano imposto, e con le quali punirono severamente i furti, gli omicidi e gli adulteri, ma tutelando, nel medesimo tempo, la libertà e i beni dei singoli individui. Allo stesso modo costruirono chiese e monasteri, fondarono nuove città e ricostruirono quelle in rovina.30
I Franchi
Ai Longobardi, che persero il regno soprattutto per la “libido dilatandi regni” che contraddistinse gli ultimi re, successero i Franchi. Essi, nella visione di Sigonio, rappresentavano il secondo stadio della evoluzione del regnum Italiae. Carlo Magno fu colui che introdusse nella Penisola italiana le istituzioni feudali e la legge salica - con le quali riordinò i rapporti tra le diverse istituzioni e il sovrano - istituendo un nuovo regno, all’interno del quale convivevano le tre leggi, quella longobarda, la romana e la franca.31
In questo contesto Sigonio faceva emergere la sua idea di libertas, che i nuovi popoli avevano garantito agli abitanti del regno e alle sue istituzioni. Infatti, ricordava che Carlo Magno, affinché la libertà d’Italia fosse garantita, ogni volta che scendeva in Italia, convocava assemblee di vescovi, abati e principi nobili, per discutere delle questioni più gravi del regno. Sigonio, dunque, intendeva una libertas per il regno d’Italia non in senso pieno, umanistico, indipendente da poteri esterni, ma piuttosto come inserita all’interno di un sistema di salvaguardia dell’autonomia delle singole istituzioni, i cui privilegi erano garantiti dalla figura del sovrano secondo una modalità che - e questo era centrale per Sigonio - non aveva origine dalla tradizione romana, ma da quella franca.32
La nuova forma che aveva acquisito il regno influenzava anche i rapporti tra i nuovi sovrani e il pontefice. Carlo, infatti, conclusa la campagna militare, concesse all’imperatore d’Oriente i regni di Puglia e Calabria e rinnovò i vincoli con i tre duchi longobardi di Benevento, Spoleto e del Friuli. Affrontando la questione dei territori destinati al pontefice, Sigonio scriveva che Carlo aveva concesso al papa soltanto le terre sottratte ai Longobardi. Non faceva alcun riferimento a precedenti donazioni, né riconosceva ai pontefici antichi diritti su quei territori. Aggiungeva, inoltre, che Carlo aveva mantenuto per sé lo ius, il principatus e la ditio, cioè le prerogative regali su quelle stesse terre.33 Il papa, nel nuovo assetto, secondo le parole di Sigonio, diventava, di fatto, vassallo del re dei Franchi. Tale risistemazione istituzionale veniva collocata da Sigonio immediatamente dopo la sconfitta di Desiderio, nel 773–774, dunque prima dell’incoronazione imperiale di Carlo Magno. In questo modo, sembrava suggerire che l’azione del re dei Franchi in Italia derivasse da un diritto di conquista, svincolando la sua autorità da quella consacrazione pontificia che sarebbe intervenuta solo venticinque anni più tardi.
Si aggiunga che la presentazione dei poteri che Carlo mantenne sull’Italia non trovava alcun riferimento nelle fonti conosciute e consultate, ma era un’interpretazione di Sigonio basata sulle conseguenze sugli equilibri istituzionali della Penisola dell’introduzione del sistema feudale. E Sigonio era così consapevole della centralità della sua affermazione nell’economia dell’analisi, che fece inserire nel testo i tre ‘poteri’ rimasti nelle mani del re in carattere corsivo; tale scelta grafica non solo metteva in risalto il concetto espresso da Sigonio, ma gli garantiva l’autorevolezza di uno stile (quello, appunto, corsivo) che all’interno dell’opera, come abbiamo detto, era riservato esclusivamente alle fonti documentarie, per dimostrare che la descrizione da lui presentata non era frutto di speculazioni personali, ma poggiava su fonti. Allo stesso modo, come prova ulteriore della sottomissione del dominio temporale del pontefice all’autorità secolare, Sigonio successivamente presentava la conferma fatta al papa dal figlio di Carlo, Ludovico il Pio.34
Nel dimostrare la continuità giuridica tra i due imperatori franchi Sigonio riportava con il consueto stile tipografico in corsivo l’intero documento, il Ludovicianum, in cui i suoi avi avevano ribadito i privilegi temporali riservati al papato. Egli però apportava alcune piccole ma decisive modifiche al testo. Nel passaggio in cui Ludovico affermava la continuità nei rapporti tra il papato e l’impero c’era scritto nell’edizione del De regno Italiae:
Ceterum sicut diximus, omnia superius nominata ita ad nostram partem per hoc nostrae confirmationis decretum roboramus, ut in nostro nostrorumque successorum permaneant iure, principatu, atque ditione, ut neque a nobis neque a filiis vel successoribus nostris per quodlibet argumentum sive machinamentum in quacunque parte muniatur nostra potestas35.
Nella forma utilizzata da Sigonio, quel testo rafforzava l’idea che il sovrano, e non il pontefice, detenesse la piena autorità su quei territori. Ma il confronto con la tradizione autentica ha mostrato che quel passo risultava manomesso: dove Sigonio leggeva nostro, riferito al re, i manoscritti presentavano vestro, riferito al pontefice. Le prerogative descritte dalla donazione appartenevano dunque, nella versione originale, al papa e non all’imperatore, come invece riportava Sigonio.36
Da questa lettura, e dalla manipolazione che emerge con chiarezza dal confronto testuale, risulta che anche l’analisi precedente di Sigonio sull’istituzione dei poteri sotto Carlo Magno non è affatto casuale. Essa rispondeva piuttosto a un progetto interpretativo coerente, volto a ricostruire l’origine dei due poteri universali nella Penisola e a fondare storicamente il primato della sovranità regia e imperiale sulla dimensione temporale del papato.
I Germani
Sigonio completava il quadro nel libro VII con cui si apriva la terza fase della storia del regno d’Italia (secondo lo schema presentato al principio della sua opera), con la descrizione del momento in cui i Germani si sostituirono ai Franchi. Qui, al pari di Carlo e Ludovico, il protagonista era Ottone, il quale, secondo l’analisi di Sigonio, una volta entrato in possesso del regno d’Italia, perfezionò e potenziò le leggi e le istituzioni stabilite dai Franchi. Lo storico modenese, al termine del libro, interrompeva la sua trattazione per dedicare alcune densissime pagine al rinnovamento istituzionale e giuridico del Regnum37. È qui che Sigonio si inoltrava in una riflessione, per nulla scontata e anzi di estrema audacia, sul concetto di potere, sulla sua origine e sul rapporto tra potere temporale e potere spirituale. Dopo aver affermato che i privilegi feudali franchi erano stati confermati dallo stesso Ottone, Sigonio aggiungeva che l’imperatore, nell’ambito di questa re-istituzionalizzazione della Penisola, concesse alle città un’autonomia che prima con i Franchi non avevano38. Se al principio dell’opera lo storico aveva sostenuto che erano stati i Germani a forgiare la libertà del regno, proprio in questo punto chiariva che cosa intendesse con questo concetto: non altro che l’autonomia di governarsi, all’interno però dell’Impero.
Sigonio continuava osservando che queste città, che chiamava comuni o respublicae, si diedero, a imitazione del modello romano, come magistrati due o più consoli, e istituirono assemblee per governare tutti gli aspetti della vita pubblica. Qui lo storico introduceva un evidente anacronismo, attribuendo alle libertà comunali e alle magistrature e istituzioni che le sorreggevano un grado di maturità e sistematicità incompatibile con l’età ottoniana. Inoltre, l’idea proposta da Sigonio era “un modo di fondare la legittimità di tutto lo sviluppo delle autonomie su un atto di imperio del regno, un atto inserito a sua volta in una tradizione statale italica instaurata dalle dominazioni germaniche successive alla morte di Costantino” (Tabacco 1990, 697-698). Sigonio, poi, per completare la sua analisi attribuiva all’età ottoniana un’altra pratica attestatasi solo in epoca successiva: l’uso dell’imperatore di accamparsi nella piana di Roncaglia, presso Piacenza, per dirimere le questioni sorte tra le diverse parti del suo regno e per ricevere l’omaggio delle istituzioni che componevano la parte italiana dell’Impero.39 L’intera descrizione si fondava sull’opera di Ottone di Frisinga dedicata alla vita del nipote Federico I Barbarossa, nella quale venivano analizzate le istituzioni cittadine e imperiali del XII secolo; Sigonio, tuttavia, proiettava tali categorie istituzionali indietro di circa due secoli40.
La lunga trattazione che Sigonio dedicava al nuovo regno di Ottone I si chiudeva con un passo in cui cercava di definire la natura e la portata dei due poteri universali che si dividevano l’Italia: il papato e l’impero. Secondo la sua ricostruzione, entrambi “tenevano” la Penisola, ma non nello stesso modo né con la stessa qualità di autorità. La forza del pontefice non derivava da un potere coercitivo diretto: era frutto soprattutto del prestigio che le città italiane gli riconoscevano. L’influenza papale, dunque, aveva la forma dell’auctoritas: un’autorità morale e simbolica, temuta soprattutto per il potere di scomunica, quelle “sacre detestazioni” che i re cristiani, come ricorda Sigonio, avevano sempre guardato con particolare apprensione.
L’imperatore, invece, appariva depositario di un potere di natura diversa, fondato non tanto sul riconoscimento simbolico quanto sulla realtà concreta della sovranità. Le sue prerogative affondavano nella capacità militare, nell’obbligo dei tributi, nell’obbedienza che i sudditi erano tenuti a prestargli. Era un potere che si manifestava nelle campagne militari, nella difesa e nel governo dei territori: un esercizio dell’imperium che non lasciava dubbi sulla sua natura effettiva e operativa, pur mantenendo intatti i privilegi da esso stesso concessi.
E tuttavia, per Sigonio, queste due forme di autorità così differenti, l’una simbolica e spirituale, l’altra materiale e politica, non erano concepite come antagonistiche: le presentava come due poteri egualmente sacri, istituiti per la conservazione della repubblica cristiana. La loro legittimità non nasceva dallo scontro, ma dalla complementarità: il papa, custode dell’ordine spirituale e della disciplina religiosa; l’imperatore, garante della sicurezza, della giustizia e dell’equilibrio politico41.
Sigonio arrivava così a distillare un’immagine idealizzata del rapporto tra papato e impero, una sorta di equilibrio teologico-giuridico originario che attribuiva ai due poteri una funzione comune e armonica nella guida della cristianità.
Ma questa visione, che lo storico faceva risalire all’età di Ottone I, non apparteneva affatto al X secolo. Era, piuttosto, la proiezione all’indietro della concezione politica maturata due secoli più tardi, sotto Federico Barbarossa e nelle pagine di Ottone di Frisinga, dove il principio della “duplice potestà” trovava la sua articolazione più compiuta. Sigonio trasferiva, ancora una volta, in un’epoca più antica un assetto ideologico molto posteriore, dando all’età ottoniana una forma che le fonti contemporanee non le avevano mai attribuito42.
Federico Barbarossa e il modello ideale di Impero
Come la ricostruzione della istituzionalizzazione del regno d’Italia da parte di Carlo Magno si fondava su un Ludovicianum manomesso, e come le modifiche alla donazione di Ludovico il Pio possono essere ricondotte alla rappresentazione dell’impero ottoniano, allo stesso modo quest’ultima era modellata sulla descrizione delle gesta di Federico I Barbarossa fornita da Ottone di Frisinga e dal suo continuatore. L’imperatore dunque diventava, nella trattazione di Sigonio, il modello di istituzione ‘ideale’, intesa non come una novità, ma, seguendo le indicazioni delle sue fonti, come una restaurazione degli antichi fondatori, Carlo Magno e Ottone I.
Tale idea era espressa in molti passaggi dell’opera di Ottone di Frisinga, come per esempio nel discorso che Federico I Barbarossa aveva tenuto in risposta all’invito di Arnaldo da Brescia di offrirgli la corona imperiale come legittimo erede di Roma. In quell’occasione Federico aveva rifiutato sdegnosamente i riferimenti all’antichità, sostenendo che il titolo imperiale era stato conquistato con la virtù militare dai suoi antenati, Carlo e Ottone, e non era stato traslato dai Romani o dai Greci43. Ma Federico era anche l’imperatore che, dopo un periodo di crisi, aveva ristabilito attraverso la dieta di Roncaglia del 1158 l’autorità imperiale in Italia; e colui che, proprio per la sua visione del potere che la tradizione franco-germanica gli aveva trasmesso e i suoi rapporti con l’autorità religiosa, aveva costruito de facto una relazione con Roma improntata sulla distinzione dei diversi ambiti di influenza del governo dello spirituale e del temporale44. Allo stesso modo Federico era l’imperatore che aveva con la pace di Costanza affermato l’autonomia dei Comuni italiani, concedendo quella libertas che, secondo Sigonio, era stata concessa per la prima volta da Ottone45.
Tutto ciò era descritto magistralmente nella fonte utilizzata da Sigonio, i Gesta Friderici. Lo storico ne potenziava tuttavia l’impianto, retrodatando a Carlo e Ottone prerogative imperiali che nel racconto emergevano solo con Federico I. In questo modo, la politica di quest’ultimo veniva presentata come la naturale continuazione e culmine dell’età d’oro dell’impero, quando le due autorità, pontefice e imperatore, erano in equilibrio tra loro, ciascuno nella sua sfera di competenza, e i comuni italiani avevano ottenuto una larga autonomia.
L’analisi del periodo ottoniano rappresentava nell’analisi di Sigonio il culmine di quel processo di costruzione delle istituzioni del regnum e della fondazione della libertas. La seconda metà dell’opera era dedicata alla descrizione della crisi in cui entrò il regno, soprattutto a causa dei conflitti tra fazioni che caratterizzarono la vita delle città italiane fino dal tempo di Federico Barbarossa. Quest’ultimo era riconosciuto come il culmine dell’Impero tedesco, rinnovatore del suo diritto sull’Italia, con Roncaglia, ma anche garante delle autonomie cittadine con la pace di Costanza. Il suo dominio, però, rappresentò anche il momento in cui, con l’inasprirsi dei contrasti tra le due istituzioni universali, e la divisione in fazioni, fuori e dentro le città, il regno d’Italia iniziò il suo inesorabile declino46.
Uno dei momenti centrali della discussione di Sigonio era legata alla narrazione degli eventi che coinvolsero le diverse città italiane contro l’imperatore Federico Barbarossa. Come abbiamo visto sopra, il racconto della sua vita, narrato da Ottone di Frisinga, era stato alla base della descrizione della nascita delle istituzioni delle città italiane nel periodo ottoniano. Ora, invece, esso diventava fonte per comprendere il significato che Sigonio voleva attribuire al concetto di libertas47. Al principio del penultimo libro, il XIV, lo storico esaltava l’unione di tutte le istituzioni civili ed ecclesiastiche contro le forze dell’imperatore Federico in difesa della loro libertà48. In che cosa consistesse questa libertà da difendere e in che modo Federico l’avesse minacciata era analizzato nelle pagine successive. L’Imperatore, da un lato, aveva violato i privilegi che i suoi predecessori avevano concesso alle diverse istituzioni italiche, volendo imporre un controllo più diretto attraverso suoi emissari. La lotta contro l’imperatore da parte delle città italiane era stata mossa proprio dalla volontà di ristabilire quei privilegi, i quali furono riaffermati con la pace di Costanza.
Quasi alla fine del trattato, dunque, Sigonio confermava che la sua idea di libertas non era da ricercarsi nella trattatistica romana o nella sua riscoperta umanistica, quanto piuttosto nella letteratura giuridica medievale e, in particolare, nei documenti che si conservavano negli archivi delle città o dei monasteri, i quali avevano la funzione di confermare le libertates, cioè i privilegi, di cui le diverse istituzioni della Penisola avevano goduto e continuavano a godere.49
L’analisi del concetto di libertà come privilegio legittimato dai documenti confermava il nuovo approccio storico che Sigonio intendeva perseguire e che aveva ricordato nella lettera al Boncompagni. Egli si ispirava al metodo sviluppatosi soprattutto in Germania e in Francia, che guardava alle istituzioni del medioevo per ricostruire l’origine degli ordinamenti moderni, mettendo così in discussione la prospettiva romanistica tradizionale. Quest’ultimo aspetto, soprattutto nei paesi coinvolti nelle trasformazioni che la Riforma stava imprimendo, era funzionale a una lettura anti-romana e filo-imperiale e dunque riformata. Anche Sigonio e il suo De regno Italiae sembravano rispondere a queste esigenze, però da una posizione interna e non esterna al mondo cattolico.
Antiche fonti e nuove edizioni per la storia d’Italia
Le fonti usate implicitamente ed esplicitamente da Sigonio sono una delle chiavi di accesso per interpretare il suo progetto. Egli, infatti, si servì di una serie di testi che, proprio negli stessi anni in cui componeva le sue opere, erano al centro dell’interesse di altri studiosi al di là delle Alpi che stavano ripensando i fondamenti storici delle loro comunità politiche, scosse dai conflitti religiosi. Sigonio, come vedremo, sembrava guardare a quei modelli utilizzando le loro fonti.
È, infatti, interessante notare che proprio nel periodo in cui Sigonio componeva la sua opera sul medioevo italiano, l’editore Pietro Perna, a Basilea, pubblicò una serie di opere per la storia dell’impero tedesco nel medioevo, a cura di Pierre Pithou e con la collaborazione di eminenti eruditi di parte protestante come Flaccio Illirico.50 Proprio nel 1569, infatti, uscì dai torchi della stamperia italiana, l’opera di Ottone di Frisinga su Federico I, che, come abbiamo visto, era alla base dell’elaborazione sigoniana della storia dell’impero.
Come spiegava Pierre Pithou nella dedica al maestro Cujas, la sua intenzione era quella di pubblicare due volumi che raccogliessero, in forma meno corrotta rispetto alle edizioni precedenti, le fonti per la storia dell’impero, non solo Ottone di Frisinga, ma anche Gunther da Parigi, il Chronicum Uspergensis e gli storici raccolti da Paolo Diacono51.
La scelta dello storico francese si inseriva in un progetto politico, giuridico e religioso ben definito e va collocata all’interno di quel movimento che aveva profondamente rinnovato il modo di guardare alla tradizione normativa europea e alle sue fonti. Per questi autori, storicizzare l’ordinamento significava rimettere in discussione il ruolo attribuito all’eredità romana nella storia europea e ridefinire, al contempo, il valore delle leggi proprie dei singoli popoli barbari. In particolare, per molti studiosi francesi e tedeschi, spesso coinvolti anche nei conflitti religiosi del tempo, l’insistenza sulle tradizioni giuridiche di Galli, Franchi e Germani, rispetto al modello romano, implicava anche una presa di distanza dall’universalismo normativo e dall’autorità “romana” del papato, a favore di una maggiore autonomia delle comunità politiche e religiose locali (Kelly 1970, 241-309). Le nuove fonti del diritto, dunque, non erano più la legge romana come descritta dal Codice giustinianeo, quanto piuttosto le nuove legislazioni promosse dai singoli sovrani e nuovi imperatori come i re longobardi, Carlo Magno o Ottone. Il diritto feudale introdotto da Carlo Magno e i privilegi che le nuove autorità avevano concesso alle diverse istituzioni europee erano le nuove fonti per ricostruire la storia delle monarchie territoriali e delle altre regioni del continente non ancora politicamente unite.
Lo studio di questi testi e della loro trasformazione storica non aveva tuttavia un significato puramente erudito: risultava strettamente intrecciato ai conflitti politici e religiosi del tempo. Proprio tali conflitti contribuivano a produrre un discorso dotato di una forte valenza teologico-politica, nel quale la riflessione sulle origini istituzionali si saldava alla costruzione di identità politiche autonome. In questo quadro, l’esaltazione delle antiche popolazioni barbare, Galli, Franchi o Germani, assumeva una funzione precisa: fondare l’idea di comunità politiche radicate in tradizioni giuridiche specifiche, anteriori e alternative all’universalismo romano e pontificio. Le leggi attribuite a queste popolazioni venivano così mobilitate per legittimare forme di autonomia politica anche rispetto a un’autorità religiosa esterna come il papato, tanto in ambito cattolico, nel contesto delle elaborazioni gallicane, quanto in quello protestante.52 Il medioevo, dunque, non come contrapposto all’antichità romana, ma come laboratorio di trasformazione giuridica e politica diventava l’oggetto di interesse per questi studiosi, che promuovevano anche l’edizione di cronache e raccolte di leggi funzionali proprio a questo progetto, come aveva fatto Pithou.
Conclusioni
Le edizioni di molti autori francesi erano presenti nella biblioteca di Sigonio.53 La questione che ci si deve porre è quale progetto avesse lo storico nel pubblicare la sua opera. Come abbiamo visto, la critica delle fonti romanistiche e l’uso della storia delle leggi barbare dall’Editto di Rotari in avanti avevano caratterizzato il trattato sul regno d’Italia, unito all’esaltazione delle origini longobarde, franche e germaniche delle sue istituzioni. Inoltre, nella sua introduzione, Sigonio aveva sottolineato il cambio di prospettiva della sua analisi, allontanandosi da una storia generale (fondata sulla romanità) che aveva caratterizzato le opere dei suoi predecessori come Flavio Biondo. Sigonio era entrato negli archivi delle città e dei monasteri e ne aveva estratto documenti (per la maggior parte privilegi) che registravano le trasformazioni istituzionali del regno. Grazie a questi testi era possibile ricostruire la sua storia e il ruolo che i diversi poteri che si erano succeduti nei secoli avevano avuto. Questo approccio, che egli riprendeva dagli studiosi d’Oltralpe e, in particolare, francesi, non aveva solo un fine erudito. Come abbiamo visto nelle pagine precedenti, Sigonio voleva dimostrare l’origine delle istituzioni che dominavano la Penisola dei suoi tempi e soprattutto, come gli sarà ricordato dai censori, l’accidentalità dell’origine del potere temporale pontificio, costituitosi progressivamente durante i secoli a partire dall’VIII.
Vi era tuttavia una differenza tra l’opera di Sigonio e quella dei suoi modelli, che fa sì che il suo lavoro sia meno facilmente incasellabile all’interno del panorama storiografico europeo dell’epoca. La riscoperta delle popolazioni barbare e del medioevo era funzionale alla legittimazione di comunità politiche che miravano ad autonomizzarsi dai poteri universali e rafforzare la propria identità. In questo senso la critica anti-romana era giustificata. Per secoli, invece, le diverse istituzioni italiane si erano riconosciute nelle origini e tradizioni romane. Sigonio compiva una scelta sorprendente: ricostruiva una storia del regno d’Italia alimentata da fonti esterne, portate da popolazioni che avevano invaso la Penisola, ma che allo stesso tempo avevano contribuito a costruire le sue istituzioni e le sue leggi. Mancava del tutto una retorica di difesa del territorio italiano dalle invasioni straniere, che aveva invece caratterizzato il discorso di molte istituzioni e, soprattutto, del papato, autoproclamatosi difensore della libertà italiana a partire dalla discesa di Carlo VIII (Visceglia 2013). Era questo il senso della critica che era stata mossa all’opera dall’anonimo censore: se Sigonio avesse voluto essere un vero italiano, avrebbe dovuto difendere il ruolo storico del papato nel difendere la libertà dell’Italia. E proprio questo ruolo veniva messo profondamente in crisi dalla sua opera e contribuiva a legittimare le critiche al di là e al di qua delle Alpi al potere in temporalibus del papa. Fu per questa ragione che il suo lavoro fu attaccato violentemente dalla censura ecclesiastica e, a parte alcuni casi, scomparve dal panorama storiografico italiano, mentre rimase un punto di riferimento in tutto il resto d’Europa.54
Non è al momento evidente a chi si rivolgesse lo storico modenese, è però probabile che condividesse i suoi ideali con ambienti sia bolognesi, sia vicini al circolo dell’erudito Gian Vincenzo Pinelli a Padova. Era lo studioso patavino, infatti, che intesseva contatti con i principali centri culturali europei e soprattutto con l’amico parigino Dupuy, con il quale scambiava continue informazioni sulle pubblicazioni che in quegli anni circolavano nel continente anche (e soprattutto) nei paesi protestanti.55
Ma l’opera di Sigonio avrà un destino ancora più profondo nei secoli successivi. La sua interpretazione così particolare fu ripresa in Italia, quando si inasprirono di nuovo i rapporti tra il papato e l’Impero e i territori italiani a essi legati. Fu un erudito conterraneo di Sigonio, Ludovico Antonio Muratori, a intuire l’utilità della sua opera per i dibattiti giurisdizionalisti della sua epoca. Insieme alla critica del potere in temporalibus del papa, si faceva strada la teoria del contributo delle popolazioni straniere alla nascita delle istituzioni italiane e delle loro libertates. Fu proprio in questo periodo che si impose, grazie all’influenza sigoniana, l’idea di una eterogenesi delle istituzioni italiane, che coinvolse autori come lo stesso Muratori, ma anche Giannone nel regno di Napoli.56 E questo modello era al centro della critica di autori neoguelfi come il Manzoni, ma anche di chi nel pieno XIX secolo voleva riconoscere un’origine autoctona delle istituzioni italiane, radicata nell’eredità romana. Non c’era più spazio per il modello sigoniano, che doveva cedere il passo ad altre idee, legate all’affermarsi delle nazioni ottocentesche.
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1 In questa prima parte seguo soprattutto il lavoro di Artifoni 2007.
2 Si veda Bertelli 1956, 239-258; Artifoni 2007, 300 e bibliografia alla nota 11.
3 Sull’idea di nazione nel Settecento mi limito a rimandare ad Alfonzetti, Formica 2013; De Benedictis, Fosi, Mannori 2012.
4 Si veda Machiavelli 1997, 233-234; Machiavelli 2005, 322-327.
5 Machiavelli 2005, 323-324.
6 Mi limito a rimandare a Fubini 2003, 77-89.
7 Sigonio 1574a.
8 Sulle vicende legate alla Historia Bononiensis e la sua storia editoriale cfr. Fasoli 1973; McCuaig 1984; Bastia 1993; Manfrè 1993, 1994.
9 McCuaig 1989, 3-95; Lavenia 2018. Per un elenco completo delle opere di Sigonio si veda McCuaig 1989, 346-356.
10 Sull’uso ‘politico’ della storia nel lavoro precedente di Sigonio si veda McCuaig 1989. L’analisi che segue si discosta dalle principali interpretazioni storiografiche, che hanno visto in Sigonio ora l’ultimo rappresentante della storiografia umanistica, secondo McCuaig, ora uno storico della riforma cattolica vicino al cardinale Gabriele Paleotti, come sostenuto da Paolo Prodi (Prodi 1977, 2005). Si veda Bartolucci 2026.
11 Pinelli, Dupuy 2001, 157-161.
12 Sigonio 1575a; 1575b. Per il ruolo di Pinelli si veda Pinelli, Dupuy 2001.
13 Sigonio 1575a; 1575b; 1580; 1591a; 1591b.
14 Milano, Biblioteca Ambrosiana, ms. R 109 sup. f. 148r.
15 Su questa figura si veda Coldagelli 1969. Su quest’opera si veda Cochrane 1981, 308-314; Bartolucci 2019. Sull’introduzione si veda Doni Garfagnini 2002.
16 Sigonio 1574a, *iir-v: “Etenim si superiorum memoriam temporum cogitatione complecti, ac memoria repetere voluerimus, profecto inveniemus, nec memorabiliores unquam motus in terris extitisse quam cum barbarae nationes efferata libidine novae regionis elatae florentem sese in Italiam intulerunt, neque insignores Italicis rebus calamitates ullo tempore contigisse, quam cum immani earundem irruptione non pulcherrimi solum agri nobilissimaque oppida eius direpta passim vastata atque incensa, sed integrae quoque familiae ac civitates deletae prorsus atque extinctae sunt”.
17 Ivi, *iiv: “Quinetiam illud meam in primis auget admirationem neminem adhuc aut patrii soli caritate incensum, aut domesticae laudis dulcedine captum ita fuisse, ut iniquo atque acerbo, quemadmodum decuit, animo adhuc tulerit Francos atque Germanos, unde superiora nobis detrimenta illata et foeda illa quasi inusta vulnera sunt, veteres rerum suarum scriptores, atque explicatores habere; Italiam vero, unde ad illos omnia ornamenta dignitatis et subsidia humanitatis manarunt, omni prorsus literarum splendore carere”.
18 Ibidem: “Itaque magnam mihi iure egregiae voluntatis consiliique laudem meruisse Blondus Foroliviensis videtur, qui patrum nostrorum memoria primus res omnes Romani labentis imperii scribere est professus. […] Nam cum omnium gentium Regumque bella motusque colligere, ac mandare memoriae voluit, Italiam, quam interiore ornare studio atque accuratione perpolire opera debuit, festinanti prope stylo ac praecipiti quadam, ut ita dicam, industria pertractavit, etenim cum res gravissimas multas annorumque descriptionem diligentem omisit, tum quae scripsit tanta ubique brevitate pescripsit ut historiam non solum nobis mancam, sed etiam prope orbam attulerit. Sabellicus autem, qui emulatione laudis eius accensus in eodem proxime post illum studio videtur esse versatus, quo altius narrationem repetiit et latiore gentium temporumque quasi campo se extulit, eo angustius atque impeditius universa exposuit”. Sui due autori si veda anche il giudizio che Sigonio ne dà in una lettera al Manuzio del 1571: “Fra tre dì sarà finita l’Historia di Bologna, et sono fatti cinque fogli di quella d’Italia. Se vi parvi mai diligente nelle cose di storia, voglio che mi giudicate la diligentia medesima in queste. Legete poi il Biondo et il Sabellico et restate di non ridere, et pur non mancheranno che havranno ardire di scrivere ch’io non so altro che l’historia romana infra ad Augusto, cosa che sa ogni bottegaro. Et quel che importerà più in tanta moltitudine di cose di tanta importantia, sarà che ogni cosa è tratta da scritti autentici, le quali et questa età et la buona sorte m’ha fatto venir alle mani, ma sopra tutto gli archivi di Bologna e Modena”. (4 marzo 1571) in Ceruti 1867, 103.
19 Sigonio 1574a, [*iii]r: “Neque solum Blondus, dum quod voluit, diligentiae laude non superavit, sed scribendi etiam copia inferior atque elegantia fuit. Quanquam uterque eam eloquentiae facilitatem ad hoc genus scriptionis videtur adhibuisse, ut omnes, qui eiusmodi orationis capiantur illecebris, prorsus ad legendum raperet.”
20 Ibidem: “Quamobrem ad perscrutanda omnia sive manifesta sive occulta, ad hoc studium quocumodo pertinentia monumenta conversus, primum omnes mihi sive profanarum sive sacrarum actionum, qualescunque essent, commentarios comparavi, deinde vetera Italiae, et maxime Lombardiae tabularia perlustravi, atque omnia fere quae apud civitates, ecclesias, monasteria Pontificum, Regum atque Imperatorum diplomata residebant, aut praesens inspexi, aut certe absens beneficio amicorum, hospitumque cognovi; postremo singularum etiam Chronica civitatum, quae post millesimum a Christo annum conscripta in Italia capta, ac apud privatas nunc etiam familias asservantur, adiunxi.”
21 Si veda McCuaig 1989, 174-250; Bartolucci 2007, 141-146. Particolarmente significativa, per esempio, è la posizione che Sigonio espone nello stesso anno 1574, nella lettera dedicatoria a Giovanbattista Campeggi premessa al De Iudiciis, un’opera sui tribunali romani. In quelle pagine egli formula una vera e propria dichiarazione di metodo, chiarendo in che modo la materia del diritto romano debba essere studiata e interpretata. Il diritto, osserva Sigonio, è avvolto da una profonda oscurità; e poiché il suo studio riguarda l’intera società umana e l’equilibrio che la sostiene, esso non può essere lasciato ai soli giureconsulti. È necessario, al contrario, che anche storici e oratori vi si accostino, per evitare che la disciplina resti imprigionata in una selva di formule, definizioni e tecnicismi. A questa considerazione si affianca un giudizio storico di grande rilievo. Secondo Sigonio, il momento decisivo dell’oscuramento dell’antico diritto coincide con l’età di Giustiniano, quando le leggi e le pratiche giuridiche più antiche furono abrogate o cancellate, perdendo il loro significato originario. Proprio quelle tradizioni, sostiene Sigonio, devono invece essere recuperate e rilette criticamente, per restituire al diritto romano la sua fisionomia autentica. Queste affermazioni collocano Sigonio a pieno titolo all’interno di una tradizione storiografica e giuridica che, nata in ambito italiano e ormai affermatasi soprattutto in Francia, vedeva nelle Pandette giustinianee non il compimento, ma piuttosto la degenerazione dell’originario diritto romano. Solo attraverso un rigoroso ritorno alle fonti, condotto con strumenti storici oltre che giuridici, tale diritto poteva essere riportato alla luce e compreso nella sua evoluzione. Sigonio 1574b, lettera dedicatoria: “Etenim cum tota in ipsius obscuritate iuris aperienda esset posita, cuius constans ac moderata observatio solam omnino, sinceramque civilem societatem ac concordiam continet, tum vero eiusmodi est, ut cui ipsa sit ratione diligenter atque animorum persuasu, is satis non solum ad iurisconsultorum, sed etiam ad oratorum atque historicorum libros intelligendos sit instructus. Verum tam multis semper divisionibus, tam multis definitionibus, tot formulis, tot actionibus, tot denique cuiusdam quasi forensis artis involucra fuit implicatus, ut non eos solum vehementissime exerceret, qui praecipue de illa tractare, sed qui eam quoque ex praeceptis illis voluerint exercere. Quod si olim aliquando tenebris haec obducta quaesita fuit, ab eo praecipue tempore fuit, quo antiquae iudiciorum formulae a Iustiniano imperatore abrogatae deponique coeperunt, atque ipsa priscae moris, atque instituta celebrari iudicia desierunt. Etenim dimissa veterum iudiciorum tractatione omnis et praeclara illa, quae in librorum commentariis et legum tabulis versabatur, disciplina collapsa est, quae si hoc tempore teneretur, maximum sine dubio momentum ad eas, quas adhuc habemus, legum et causarum reliquias percipiendas ac cognoscendas afferret”.
22 Nel manoscritto conservato nel Fondo Boncompagni, che riproduce l’elenco di parte dei libri posseduti da Sigonio, troviamo questa indicazione: “Balduini, Institutuz Historia, in 4°, Venetis”, che dovrebbe corrispondere a Bauduoin 1561, anche se non esiste un’edizione stampata a Venezia, non ci sono però dubbi sulla presenza di quest’opera tra i volumi di Sigonio. (cfr. Città del Vaticano, Archivio Vaticano, Fondo Boncompagni, Armadio I, mazzo Q, Nota di tutti i libri acquistati dalla eredità del celebre letterato Carlo Sigonio dal duca Giacomo Boncompagni Seniore, c. 4v). Si veda Bartolucci 2017, 144-145. Sulla biblioteca di Sigonio si veda anche nota 53.
23 Questo paragrafo costituisce la prima tappa di una ricerca in corso sul rapporto tra Sigonio e la storiografia francese del XVI secolo. In questa sede, nel testo e nelle note che seguono, mi limiterò a segnalare i passaggi del lavoro di Bauduoin che presentano evidenti consonanze con la riflessione di Sigonio. Baudoin 1698, 44: “Et vero nihil agimus, nisi si persequamur historiam sacram, ut civilem non confuse quidem sed coniunctim tamen.”; 55-56: “ Et nos erimus tam degeneres, ut ne audire quidem velimus patriae historiae carmen? Caeterum id intelligere non possumus nisi si et eorum qui Barbari dicuntur, memoriam teneamus. Si Galli, vel Britanni, vel Germani, vel Hispani, vel Itali sumus, ut de nostris loqui possumus, necesse est nos Francorum, Anglorum, Saxonum, Gothorum, Longobardorum historiam non ignorare, cumque nostri cum Saracenis et Turcis saepe congressi sint, ne nescire quidem licet Saracenicam et Turcicam.”; 161: “Sive iurisprudentiam cum historia, sive historiam cum iurisprudentia coniugam, loquor et ago de utriusque iuris cognitione, divini et humani, iusque universum complector”. Si veda soprattutto Kelly 1970, 116-148.
24 Ivi, 1: “Regnum ab exteris nationibus, Romana virtute iampridem extincta, inductum est, Longobardis, Francis atque Germanis. Ex quibus Longobardi ipsum instituerunt, Franci auxerunt, Germani opportunioribus ad constituendam libertatem legibus temperarunt”.
25 Sulla interpretazione dell’origine del regnum Italiae nell’opera di Sigonio e in chi lo ha preceduto cfr. Falco 1974, 42-55; Costa, 1977, 47-91, su Sigonio cfr. in particolare 79-85; Bertelli 1973, 149-171.
26 Per questa discussione sulla libertas faccio riferimento soprattutto a Zorzi 2020. Per l’uso del concetto di libertas nelle opere sulla civiltà romana di Sigonio si veda McCuaig 1989 ad indicem. Sul concetto di libertas nel mondo umanistico si veda Rubinstein 1986; Skinner 2001.
27 Sulle fonti usate da Sigonio per questo periodo si veda soprattutto Hessel 1900.
28 Sigonio 1574a, 62: “[643] Erat annus postquam Longobardi in Italiam venerant, septuagesimus sextus, quam ad diem ipsi sic vixerant, ut legibus nullis scriptis, verum veteribus scitis usu quotidiano, ac repetita memoria conservatis obtemperarent. Huic igitur incommodo occurere Rotharis cupiens omnia scita collegit, ac multis novis decretis reipublicae salutaribus aucta in Tabula rettulit, quas edictum vocavit”.
29 Ivi, 94: “Quippe omnes ex regni partibus iudices Longobardos in regiam evocavit, eosque de novo iure constituendo consuluit. Itaque re sequenti anno confecta novae leges ad antiquum Rotharis edictum advinctae”; Ivi, 116: “Postero vero anno, ut ius in regno sanctissime coleretur. Adhibitis omnibus Longobardorum ex Austria, Neustriaque iudicibus leges veteres diligenter perpendit, quaeque correctione egere iudicavit, ea novis legibus latis ex eorum sententia emendavit, atque has […] promulgavit”.
30 Ivi, 142: “Caeterum Longobardorum imperium saevum ab initio atque impotens, post Christianam religionem Catholicamque fidem ascitam, mitius ac benignius erat effectum. Testes sunt rectae leges eorum, quibus furta, latrocinia, rapinae, caedes, adulteria severissime vindicantur, ac libertas et fortunae privatorum summo studio conservantur. Docent templa magnifica, et monasteria amplissima, quibus pietatis ergo ipsi potissimum citeriorum Italiam exornarunt. […] Haec autem omnia decora nimia una dominandi ac dilatandi regni libido corrupit ita ut etiam fastigio regio et inveterata iam Italiae dominatione exuerit”.
31 Ivi, 145.
32 Ibidem: “Et, ut libertatis speciem aliquam praebuisse Italiae videretur, quoties in Italiam venit, conventus episcoporum abbatum ac procerum Italicorum habere instituit, et cum iis res regni gravissimas Francorum instituto communicavit”.
33 Ivi, 144: “Exarchatum Ravennatem, Pentapolim, Ducatum Romanum, Tuscum, et Campanum iure, principatu, et ditione sibi retenta, Pontifici permisit. Reliqua ipse sibi nomine Regni retinuit”. Sulle istituzioni nell’Italia del periodo franco e ottoniano mi limito a rinviare a Tabacco 1993.
34 Sigonio 1574a, 171-173.
35 Ivi, 172. Per la discussione di questo passo e per la bibliografia sul Ludovicianum cfr. McCuaig 1989, 279-281; Bartolucci 2017, 226-227. Si veda anche Die Urkunden Ludwigs des Frommen, ed. T. Kölzer et al., Wiesbaden: Harrassowitz, 2016, 1, 312-320. Questa nuova edizione critica del documento mostra che le varianti di cui ci stiamo occupando non erano mai presenti nella tradizione manoscritta.
36 Sigonio, si badi, non rifiuta che ci sia stata una donazione da parte di Pipino, di Carlo Magno e di Ludovico, ma la donazione dei territori non significava, per lo storico, una rinuncia ai privilegi feudali che su di essi rimanevano immutati.
37 Sigonio 1574a, 284-291.
38 Ivi, 284: “Libertatem autem civitatum in eo fere posuit, ut leges, consuetudines, iurisdictionem, magistratus, vectigalia sui ferme iuris atque arbitrii haberent, ita tamen ut sacramentum regibus dicerent”.
39 Sigonio 1574a, 287: “Itaque ad Padum descendens in campo quodam qui Roncaliae dicebatur, non longe a Placentia considerabat, ibique castra in hunc modum faciebat. [...] In medio regis tabernaculum locabatur templo simillimum, circaque principes, ut quisque dignitate praestabat, tentoria sua figebant. His castris locatis rex ad stipitem praealtum scutum suspendebat, eoque omnes feuda habentes ad excubias regi ex instituto agendas per praeconem publicum evocabat, eademque ratione qui in comitatu eius principes erant, singuli singulos sibi addictos valvasores citabant; postridie qui non affuisset, feudo mulctabatur. Inde conventu instituto civitatum legatos vel gratulantes excipiebat, vel excusantes aut expostulantes audiebat, atque eorum controversias iurisconsultis adhibitis cognoscebat, ac leges, si erat opus, ferebat. Erat autem moris ut primos dies in iure dicundo consumeret, alteros paci inter civitates constituendae dicaret, extremis iura feudorum cognosceret, ac novis legibus stabiliret”.
40 Ottone 1868, 396-397. Per le città italiane nell’opera di Ottone mi limito a rimandare a Zabbia 2004.
41 Sigonio 1574a, 288-289: “Et sane, quanquam Italia a rege, eodemque imperatore et a Romano pontifice tenebatur, non eadem tamen erat in utroque auctoritas. Pontifex Romam Ravennamque et ditiones reliquas tenebat auctoritate magis quam imperio, quod civitates pontificem ut reipublicae principem, regem vero ut summum dominum intuerentur, atque ei tributa obsequiaque quae dixi praeberent. Et pontificis vires in sacris detestationibus versabantur, quas Christiani reges tum maxime exhorruerunt, Imperatoris in armis et expeditionibus, quibus ipsi etiam pontifices cedere saepe compulsi sunt. […] Utraque vero potestas sacra erat, ad Christianam conservandam rempublicam instituta.” È evidente che nella sua analisi del potere nell’età ottoniana Sigonio avesse in mente anche il Privilegium Othonis. Per il suo testo si veda Ottone I, “Diplomi”, DRG 1/2, n. 235 (962), Monumenta Germaniae Historica, Diplomata Regum et Imperatorum, I, Hannover: Bibliopolis, 1884, 322-327.
42 Sull’ideale imperiale di Ottone di Frisinga cfr. Pocock 2003, 98-126; Brezzi, 1956, 123-135.
43 Sigonio, 1574a, 476: “Ad quae Fridericus absurdis postulatis eorum non minimum perturbatus ita respondit, ut magnifica illorum de vetere republica oratione irrisa dixerit, floruisse quondam in eis illam quam ipsi tantopere verbis efferrent, virtutis et reipublicae indolem, nunc vero ita exaruisse, ut ne vestigia quidem ulla prorsus extarent, a Carolo primum, deinde ab Othone labefactam, qua vero ipsi glorientur, reipublicae disciplinam, iampridem ad Germanos cum Imperio esse translatam. [...] Falli porro eos qui se Imperium a Romanis accepisse dicerent, non enim Romanorum beneficio datum, sed Caroli et Othonis armis esse quaesitum, quos constaret a Romanis in Italiam fuisse non voluntate, sed necessitate vocatos, ut adversus Desiderium et Berengarium a quibus gravius premebantur, libertatem salutemque defenderent”. Che corrisponde a Ottone 1868, 405.
44 Per la dieta di Roncaglia cfr. Dilcher Quaglioni 2007.
45 Sulla pace di Costanza e i Comuni italiani cfr. Fasoli 1982; Fasoli 1970. La pace di Costanza sotto la veste di una concessione imperiale aveva permesso ai Comuni di ottenere il riconoscimento della loro autonomia e l’elezione dei propri consoli. L’imperatore si era riservato il diritto di investire questi ultimi del loro potere e si era assicurato l’esercizio dei diritti sovrani in campo giurisdizionale e militare, e aveva sostituito la regalia con un censo annuo riscosso dai funzionari comunali. Questa immagine istituzionale della Penisola, in cui tutti i protagonisti della vita politica italiana avevano trovato un equilibrio (seppur temporaneo), era per Sigonio l’ideale a cui aspirare.
46 Sigonio 1574a, 561: “Pace Lombardiae restituta, non tamen aut Ecclesia, aut Italia ipsa prorsus suam est tranquillitatem adepta. [...] Quin etiam Fridericus imperator cum multa ex ditione Ecclesiae oppida in Marchia, Umbria, Etruria et Romaniola occupata teneret, non modo non ea restituebat, sed proxima quoque affectare se ostendebat. Italici vero populi partes Ecclesiae Imperiique per belli tempus asserere consueti eosdem etiam pacatis rebus animos inter se retinebant, ita ut, quasi alter alterius temporibus inhiaret, vicinos sibi quisque populos sacramento ad sui conservationem, alterius vero perniciem obligaret. Neque vero solum provinciae hac peste erant infectae, sed singulae civitates eiusmodi adhuc odiis, familiis inter se eo nomine dissidentibus, laborabant”.
47 Sigonio 1574a, 504:” Quae historia quoniam studiis scriptorum stylo haud secus inter se, quam illi gladio, decertantium est corrupta, dabimus operam, ut nos restincto demum iam illo animorum in causam incendio veritatem ex ipsis potissimum rerum actis eliciamus, eamque fideli atque accurata opera posteritati ad praecavendum prodamus. Ac simul quantas calamitates Mediolanenses, ceterique Italiae populi pro tuenda libertate pertulerint, enarrare pergamus.” Si noti la consapevolezza da parte di Sigonio di come le passioni potessero influenzare l’interpretazione dei fatti storici e di come la distanza dall’accaduto potesse aiutare a restituire uno sguardo più fedele e accurato.
48 Sigonio 1574a, 523: “Sequenti libro praeclarum popularis concordiae civilisque consensionis exemplum ad memoriam posteritatis prodetur. Ut enim Italia nunquam acrioribus repetendae libertatis ac propugnandae Ecclesiae studiis arsit, nec concordioribus aliquando animis aut firmioribus opibus utriusque laudem, dignitatemque defendit, sic neque fructum laborum suorum uberiorem, nec victoriam illustriorem ullo tempore tulit, quam Friderico et Italiam et Ecclesiam effusis omnibus imperii viribus oppugnante ipsa societate ac foedere inter se illigata percepit. Ut unusquisque intelligere possit, quantum ad res magnas gerendas constans concordia atque animorum firma conspiratio valeat. Cuius quidem foederis, quoniam ut exitus, sic initia obscurissima sunt, dabimus operam ut maximam, si quando unquam alias, ad huius totius rationis explicationem diligentiam afferamus, id quod tabulariis civitatum ipsarum excutiendis et rerum singularum actis investigandis nos magna ex parte consecutos esse putamus.”
49 Sul ruolo delle vicende del Barbarossa nell’affermarsi dell’idea di libertas si veda Zorzi 2020, 26-32.
50 Su questo progetto editoriale cfr. Perini 2002, 201-202.
51 Ottone 1569, [1]: “Nam cum in hoc infelici ocio rebus non iam prolatis, sed potius dimissis, pene dixi depositis, graviores illas cogitationes posteriorum temporum historiis saepe obruere, saltem fallere tentarem, quarum hodie bona pars non usque adeo obvia est, coepi Typographo auctor esse ut omnes omnino qui quidem alicunde recuperari possent, Germanicae historiae supra nostram patrumque memoriam latinos scriptores duabus voluminibus concluderet, ex quibus recentiorum fides repeti posset”. Andrà ricordato che uno dei collaboratori esterni a questa edizione fu lo stesso Flaccio Illirico, come si evince da ciò che scrive il curatore a pagina [348]: “Absoluto iam pene Radeuvino venerunt in manus nostras exemplaria duo missa huc a M. Flaccio, viro scriptis suis pluribus, sed maxime historiae Magdeburgicae Centuriis noto, et in conquirendis huius generis scriptorum libris diligentissimo”.
52 Si pensi, per esempio al lavoro di François Hotman. Si veda Kelly 1973.
53 Sulla biblioteca di Sigonio si veda Simeoni 1933; Pirri 1969. C’è un indizio che potrebbe confermare l’uso, da parte di Sigonio dell’edizione di Ottone di Frisinga fatta da Pithou. Il trattato di Ottone di Frisinga sulla vita di Federico I circolava in altre edizioni, ma quella stampata da Perna, come abbiamo visto, comprendeva anche l’opera in versi di Gunther da Parigi. Non troviamo nessun riferimento a questo lavoro nel De regno Italiae, né nell’elenco delle fonti usate pubblicato nel 1576. Una citazione della sua opera, però, legata ancora una volta all’idea di Carlo Magno e Ottone I come fondatori dell’impero, in un contesto legato all’opera di Ottone di Frisinga, si trova nella Historia Bononiensis. Sigonio 1571, 74-75: “Quod ego ut non refutare, sic neque approbare temere velim. In tanta veterum monumentorum penuria tantoque rerum ac temporum intervallo liceat suis cuique veritatem persequi coniecturis. Citerioris certe Italiae constitutae decus nemini nisi Carolo et Othoni Magnis tribuitur. Cuius rei (neque enim ego haustum quidquam ex vano velim) auctorem habeo cum alios, tum Guntherum poëtam horum temporum ferme aequalem in Ligurino ita scribentem: “Et antiquis a regibus edita iura/ Quae cum legifero statuit reverendus Othone Carolus”(VII, 300, 103). Item: “Sed veterum leges edictaque regia longe/ Iustitio suppressa silent, quae Carolus olim/ Quae noster vulgavit Otho””. (VIII, 481, 123). (I riferimenti sono alle pagine dell’edizione del Perna).
54 Per gli attacchi censori alle opere di Sigonio si veda Prodi 1977; McCuaig 1989, 251-290; Bartolucci 2019.
55 Pinelli Dupuy 2001.
56 Si veda supra e Bertelli 1960.

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