Storicamente. Laboratorio di storia

Dibattiti

Nessun Rinascimento, nessuna eccezione. Autori, contesti e funzioni della letteratura di corte

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Abstract

This paper develops a set of issues raised by Arianna Punzi and Gabriele Passabì in their readings of my book Authors, Factions, and Courts in Angevin England. A Literature of Personal Ambition (12th-13th century), Cham, Palgrave-Macmillan, 2023. It begins by challenging the interpretive habit that frames court literature as emblematic products of a “Twelfth-Century Renaissance” (Haskins), and instead situates authors within the “crisis of the twelfth century” (Bisson). From this vantage point, court authors appear as interstitial actors: fully embedded in curial environments yet lacking stable official office, politically involved yet structurally precarious.

Questo contributo rielabora alcuni nodi emersi dalle letture di Arianna Punzi e Gabriele Passabì sul mio volume Authors, Factions, and Courts in Angevin England. A Literature of Personal Ambition (12th-13th century), Cham, Palgrave-Macmillan, 2023. L’intervento muove da una riconsiderazione del modello interpretativo del “Rinascimento del XII secolo” (Haskins) entro il quadro della “crisi del XII secolo” (Bisson). In questa prospettiva, gli autori di corte non sono trattati come eccezioni rappresentative di un centro regale egemonico, ma come agenti attivamente impegnati a costruire, tramite la scrittura, una posizione negoziata all’interno di un contesto politico instabile. 

Le letture di Arianna Punzi e Gabriele Passabì offrono due prospettive complementari sul mio lavoro: da un lato, un inquadramento filologico e letterario; dall’altro, una riflessione più marcatamente storica. Prima di entrare nel merito delle questioni sollevate, desidero ringraziarli per l’attenzione al testo e per aver offerto con i loro contributi degli spunti di ricerca stimolanti, sia sulla letteratura anglo-normanna del XII secolo, sia sugli autori scelti nel volume come casi di studio. Le loro osservazioni convergono attorno ad alcuni nodi centrali del libro. A partire da questi ho scritto le pagine che seguono, pensandole non tanto come una replica, quanto come una prosecuzione del confronto. Ho così orientato la riflessione lungo tre assi principali, con particolare attenzione al rapporto tra latino e lingue volgari: il ruolo degli autori di corte e della “letteratura dell’ambizione”; la forma e l’uso dei testi narrativi; e, in conclusione, la possibilità di allargare la mia prospettiva di ricerca ad altri contesti.

Autori, ambizioni e corti

Il primo punto riguarda la scelta dei casi di studio e gli argomenti indicati dal titolo del mio volume. Colgo così l’occasione per proporre alcune considerazioni sulle letterature di corte e sulle prospettive con cui possiamo leggerle. Come osservano Arianna Punzi e Gabriele Passabì, tanto Walter Map quanto Giraldo Cambrense sono autori molto noti e spesso assunti come rappresentazioni esemplari della corte di Enrico II. La loro posizione interna all’ambiente curiale, insieme alla dimensione autocelebrativa dei loro testi, li ha resi parte integrante del fortunato modello del “Rinascimento del XII secolo” proposto da Charles Homer Haskins (1927). Il mio libro mette in discussione questa interpretazione, ricollocando la produzione letteraria alla corte plantageneta entro un quadro alternativo: quello della “crisi del XII secolo”, nella formulazione data da Thomas Bisson (2009). Una crisi da intendersi non come evento anomalo, ma come un processo di trasformazione strutturale e ricalibrazione delle forme del potere che attraversò il pieno medioevo.

È in questa ottica che ho ripensato l’identità sociale e letteraria dei cortigiani-autori. In quanto parte integrante dell’ambiente curiale, questi soggetti occupavano posizioni interstiziali: erano inseriti nei meccanismi della corte, ma senza un incarico ufficiale; partecipavano al sistema politico, ma da una condizione di precarietà. Non erano letterati stipendiati né propriamente dei burocrati, bensì agenti mobili e legati a differenti centri di potere, la cui scrittura nasce dall’instabilità del contesto d’azione. In questa prospettiva, scrivere significava negoziare uno spazio che non gli era stato assegnato. Descrivendo le loro funzioni, ruoli e competenze, i cortigiani misero in scena ciò che aspiravano a essere: consiglieri e interpreti del potere. Come ha dimostrato Frédérique Lachaud (2010), furono le loro voci a elaborare l’etica politica del regno anglo-normanno, costruendo allo stesso tempo la propria legittimità. Si trattava di una classe sociale in divenire, che usò la scrittura come un dispositivo discorsivo per costruirsi una posizione in un mondo in cambiamento.

Una dinamica che si ripete nella loro attività in quanto autori letterari. Come osserva Arianna Punzi, proprio nel XII secolo si delinearono nuove forme letterarie, anche in volgare, accompagnate dall’emergere di modelli inediti di autorialità. Nei casi presi in esame nel libro, tuttavia, ci troviamo ancora di fronte a forme di autorialità parziali, non pienamente tematizzate nonostante l’onnipresenza dell’autore. L’autorità testuale resta esterna alla figura del compositor: Giraldo Cambrense nella Topographia Hibernica si presenta come un collettore di storie, primo nel riferirle, ma subordinato alla funzione di mediazione (De Falco 2017, 52-60), mentre Walter Map si qualifica nel De nugis curialium come raccoglitore di materiali già circolanti, anche nei casi in cui questi erano i suoi stessi racconti (Latella 1990, II.32, 282). Come per la costruzione del ruolo sociale del cortigiano, anche in questo caso gli autori ricorsero a un dispositivo discorsivo: l’adesione formale al modello di autoritas esterno fu usata per sostenere delle posizioni presentandole come dei dati di fatto.

La tensione fra rivendicazione e mascheramento, tra autorappresentazione e delega, attraversa in maniera costante queste opere costruite in funzione della loro ricezione e dei risultati sperati dagli autori. Ciò mi permette di rispondere all’invito di Gabriele Passabì a integrare più compiutamente nel discorso un’altra opera di Giraldo Cambrense: il De principis instructione (Bartlett 2018). È opportuno chiarire, innanzitutto, che il confronto tra il De nugis curialium di Walter Map e la Topographia Hibernica di Giraldo risponde a una precisa scelta metodologica: tra gli obiettivi del libro c’è quello di ricollocare due testi che la storiografia ha letto come eccezionali e come diretta espressione della corte di Enrico II entro un sistema più articolato, mettendo in discussione la centralità letteraria e politica della corte regia. Le caratteristiche dei due testi li rendono complementari a questo scopo. Il De nugis curialium è un progetto testuale cristallizzato in una fase intermedia della sua redazione (Smith 2017). Il suo statuto testuale riflette l’incompiuta carriera di Walter Map. La Topographia Hibernica, al contrario, è un testo ri-scritto più volte di cui abbiamo versioni differenti e strettamente connesse alle tribolazioni del suo autore (Sargent 2012). Il confronto tra un testo bloccato e uno del quale conserviamo le diverse fasi di edizione ha permesso così di inserire la scrittura dei testi in un contesto dinamico di produzione, circolazione e ricezione.

Il De principis instructione è un caso diverso e in parte disallineato. Verosimilmente ideato come opera encomiastica, destinata forse a Enrico il Giovane, nella forma che ci è pervenuta è fortemente polemico nei confronti della famiglia Plantageneta. Come ricorda Passabì, si tratta di una riscrittura funzionale alla collocazione assunta dall’autore negli ultimi anni della sua attività. Visto l’obiettivo del volume, ciò poneva un problema metodologico: ci troviamo di fronte a un testo rielaborato, ma non disponiamo delle sue varie fasi, a cui Giraldo Cambrense fa pure riferimento in altre sue opere (Bartlett 2018, xiii-xix). La puntuale osservazione di Passabì coglie nel segno e mi permette di tornare qui sul confronto tra il De principis, nella sua forma finale del 1216-1217, e le contemporanee redazioni della Topographia Hibernica e dell’Itinerarium e Descriptio Kambriae, rivolte a figure in contrapposizione come Giovanni Senzaterra e Stefano Langton. Sia le redazioni ultime della Topographia sia quella del De principis confermano l’opportunismo di Giraldo Cambrense nel momento in cui era pronto a tentare ogni strada per reinscriversi nel sistema del regno, quale che fosse la parte politica disposta ad ascoltarlo, re d’Inghilterra, di Francia o arcivescovo di Canterbury (De Falco 2023, 147, 237-240). Alla luce di questa breve contestualizzazione, che andrebbe approfondita da uno studio incentrato sul De principis, la risposta che mi sento di dare alla sollecitazione di Passabì è che vi sia ben poco da attribuire alla “sincerità” delle intenzioni di Giraldo – se non nella misura in cui, per intenzioni, si intendano obiettivi.

La ridefinizione storica dei meccanismi della scrittura e dei linguaggi della politica nelle corti plantagenete coinvolge direttamente anche la dialettica tra latino e volgare, come giustamente osserva Arianna Punzi. La scelta della lingua costituisce un elemento cruciale della strategia discorsiva: contribuisce in primis a definire l’identità dell’autore, a delimitare il pubblico di riferimento e a indicare il campo d’azione a cui il testo si rivolge. Gli autori in volgare legati alla corte parteciparono a pieno titolo alle medesime tensioni e instabilità che possiamo documentare per gli autori in latino, inserendosi in un contesto in cui appartenenze politiche, forme espressive e obiettivi retorici si intrecciavano. In questa direzione, è stata per esempio avanzata da Jean-Guy Gouttebroze (1991) l’ipotesi che la rimozione di Wace dalla scrittura del Roman de Rou sia da attribuire alla vicinanza dell’autore a Tommaso Becket nel momento del famoso scontro tra quest’ultimo ed Enrico II. Il metodo di confronto tra le vite degli autori e i testi letterari usato nel libro presenta però dei problemi nel caso di autori in volgare per i quali ricostruire le vite e gli obiettivi si rivela un’operazione complessa e spesso congetturale.

Credo si possa però estendere la riflessione sull’autorialità agli scrittori in anglo-normanno, analizzando il significato politico e identitario della lingua e delle forme assunte dalla scrittura. Tra XII e XIII secolo le creazioni letterarie dell’aristocrazia si diffondono in Europa affermando tramite i codici cavallereschi una identità nobiliare fondata su genealogie, patrimoni, reti familiari e abilità in guerra (Aurell 2011, 115-261). La famosa contrapposizione tra clergié e chevalerie non si limitò a marcare una distinzione sociale, ma descriveva due differenti modelli di governo e legittimazione politica: da un lato, un regno di impianto amministrativo, che si rifaceva al diritto romano; dall’altro, un’aristocrazia militare che, tutt’altro che illetterata, reclamava diritti, privilegi e ruoli di governo. Tale prospettiva si fa particolarmente rilevante nella fase di transizione rappresentata dal regno di Riccardo I: un momento in cui si affermano modelli culturali cavallereschi e alternativi rispetto a quelli proposti dagli scrittori in lingua latina durante il regno di Enrico II (De Falco 2023, 187-190). In questo contesto, le figure dei cavalieri ribelli che popolano numerosi testi anglo-normanni sono portatori di un sistema politico conservatore e corporativo. Si tratta di una forma di narrare l’opposizione al potere regio che si consoliderà nei romanzi europei tra XIII e XIV secolo, come ha mostrato Luke Sunderland (2017).

Anche in questo caso, siamo di fronte a retoriche identitarie modellate sul rapporto tra funzione sociale e aspirazione politica, in cui la letteratura diventa strumento per affermare o negoziare una posizione all’interno di un ordine in ridefinizione. Alcune proposte interpretative, come quelle che mirano a riconsiderare la funzione e il contesto dei trovatori, si muovono in questa direzione: storicizzare la produzione volgare come fenomeno legato a dinamiche specifiche di potere, patrocinio e ricezione (Marcenaro 2023). Per avanzare in questa linea di ricerca, sarà necessario approfondire lo studio dei centri di produzione, dei circuiti di mecenatismo, delle finalità pratiche e politiche dei testi, evitando di separare le forme letterarie dalle condizioni materiali e istituzionali che ne hanno reso possibile la scrittura e la circolazione.

Modelli e funzione dei testi narrativi

I contesti di produzione e ricezione riportano a una delle domande centrali che hanno guidato la ricerca condotta nel libro: a cosa servissero questi testi. In tal senso, la riflessione di Gabriele Passabì sul concetto di varietas offre un’occasione importante per alcune precisazioni. Passabì si chiede se la libertà stilistica che contraddistingue Walter Map e Giraldo Cambrense sia in parte derivata dall’assenza di vincoli legati a generi rigidi, facendo della varietas uno strumento a servizio delle loro ambizioni politiche e letterarie. È un’osservazione puntuale e che condivido in toto. Inoltre, mi concede l’opportunità di inquadrare l’argomento nella cornice più ampia dell’evoluzione delle categorie culturali in via di sviluppo in Europa nel XII secolo. Da un lato, la varietas – intesa come categoria retorica – rappresenta un elemento strutturale della scrittura di autori attivi nei circuiti cortesi o ecclesiastici. Essa consente una flessibilità formale che risponde tanto alla loro formazione quanto alle esigenze comunicative dei contesti in cui operano. La loro competenza retorica, maturata in ambito scolastico-universitario, si coniuga con un uso pragmatico della scrittura, legato alle funzioni politico-amministrative e rappresentative che spesso ricoprivano presso le corti. Dall’altro lato, è importante sottolineare che la varietas non va intesa come carattere distintivo di un genere particolare, ma come componente trasversale della buona scrittura del XII secolo. Essa costituisce un ideale compositivo condiviso, più che un tratto esclusivo di genere.

A proposito di rigidezza dei generi, è utile ricordare gli studi di Hans Robert Jauss (1989), che hanno aperto un campo d’indagine ancora fecondo, contribuendo a superare le griglie di classificazione della letteratura medievale (Meneghetti 2013). Le riflessioni elaborate proprio tra XII e XIII secolo ci aiutano a comprendere come gli autori pensassero le loro opere. La poetica e la retorica medievali, sviluppatesi a partire dai modelli antichi, articolano la riflessione attorno a quattro assi: i tipi di discorso, gli stili, le forme di rappresentazione e la materia. Tra questi, è proprio la teoria degli stili ad assumere rilevanza crescente, poiché ingloba non solo aspetti linguistici, ma anche elementi sociali, come il rango dei personaggi e i destinatari del testo. In questo quadro generale, si collocano i principali trattati di retorica tra XII e XIII secolo – da Matteo di Vendôme a Goffredo di Vinsauf, fino a Giovanni di Garlandia ed Everardo Alemanno e le Poetriae, costruendo una vera e propria grammatica delle forme narrative: strumenti teorici che insegnano a modellare la materia secondo fini espressivi (Alessio e Losappio 2018).

La letteratura di XII secolo si strutturava quindi a partire da modelli, tecniche e registri, piuttosto che aderendo a generi codificati. A conferma di ciò, una delle prime forme di classificazione dei contenuti narrativi si ritrova per la letteratura in volgare. Jean Bodel (Brasseur 1989, v.7) distingue la materia di Francia, la materia di Bretagna e la materia di Roma. Si tratta, vediamo, di una distinzione per temi. Così, selezionando dei temi (frontiera, regalità, istituzioni ecclesiastiche) invece di domandarmi a “quale genere” appartenga un testo, nel volume mi sono chiesto “a cosa servisse” e “come” realizzasse il proprio scopo tramite la manipolazione di stili e materie. La nostra ricezione moderna – influenzata da criteri estetizzanti o canoni successivi – ha spesso trasformato questi testi in monumenti letterari. Testi come quelli di Giraldo Cambrense, Walter Map o Pietro di Blois – pur diversi per struttura e contenuto – condividono una comune logica di produzione: sono concepiti per essere efficaci in contesti precisi e la loro forma riflette questa finalità.

L’ibridismo formale, in questo senso, non rappresenta un’anomalia, ma costituisce l’effetto diretto di una strategia discorsiva che adatta i temi ai contesti di ricezione. Interpretare questi testi come eccezioni significa ignorare le condizioni materiali, istituzionali e comunicative che ne hanno modellato la forma. L’acuta osservazione di Passabì, secondo cui testi ancorati a modelli più vincolanti potevano risultare difficilmente adattabili agli scopi personali degli autori, permette di portare avanti una riflessione sull’analisi tematica e sulla ricostruzione degli ecosistemi narrativi anche per quanto riguarda testi come cronache e agiografie. L’analisi degli scopi degli autori e delle loro comunità di riferimento, dei destinatari e delle aspettative di lettura può offrire una chiave interpretativa efficace per comprendere la funzione di questi testi, al di là dei loro intenti espliciti. E permetterebbe, forse, di avere risposte a domande che sfuggono a una classificazione rigida per genere: per esempio, cosa ci fanno dei bambini verdi, spuntati dal nulla e adottati da un noto possidente del Suffolk, nelle serissime opere di Guglielmo di Newburgh e di Radulfo di Coggeshall (Howlett 1884, I.27, 82; Stevenson 1875, 118)?

Partendo dunque dalle categorie operative proprie degli autori e dei lettori medievali – non generi rigidi, ma modelli, temi, registri e funzioni – è possibile estendere la riflessione alla questione della lingua volgare, la cui adozione risponde a logiche che eccedono la semplice intelligibilità linguistica. La composizione di testi in volgare non fu semplicemente uno strumento per garantire la comprensione di base da parte di un pubblico non latinizzato. Tale lettura si rivela infatti riduttiva se si considera la stratificazione culturale e ideologica delle lingue in uso e la complessità delle scelte autoriali. L’uso del volgare portava con sé un’adesione a specifici modelli espressivi e narrativi, una selezione di registri discorsivi e un posizionamento nei confronti di determinati spazi sociali e culturali. Anche in questo ambito credo che cercare di comprenderne l’“uso” possa essere una via produttiva, consentendo di cogliere le modalità attraverso cui una lingua veniva impiegata per legittimare specifici contenuti e soggetti, escludendone altri.

Come ha ricordato Punzi, le opere in anglo-normanno composte sotto Enrico II non si limitavano a rivolgersi ai baroni normanni nella loro lingua: esse partecipano attivamente a un progetto ideologico di costruzione della memoria e della legittimità dinastica. L’anglo-normanno, in questo caso, non è una lingua neutra, ma uno strumento politico e identitario. Ancora una volta, sono gli usi dei testi – e delle lingue – a guidare l’analisi, piuttosto che la loro classificazione in generi. Le possibilità discorsive offerte da una lingua – ciò che essa può dire, come lo può dire e a chi può rivolgersi – possono essere un oggetto di ricerca a sé stante. Un esempio in tal senso, sono le agiografie anglo-normanne presenti nel Campsey Manuscript e studiate da Jocelyn Wogan-Browne (2001) dove le strutture proprie del romanzo, con il loro il lessico epico, i gesti codificati dei protagonisti e le convenzioni narrative, rielaborarono le vite di sante inglesi per rispondere al contesto politico e culturale del priorato di Campsey.

Al di là dei generi, credo che le forme narrative e linguistiche possano offrire nuove chiavi di lettura per comprendere il funzionamento dei testi medievali oltre la logica dell’eccezione. Una logica che si può applicare anche all’organizzazione materiale nei manoscritti. È ancora il caso del De nugis curialium di Walter Map e del manoscritto che ne conserva l’unica copia a noi giunta, il Bodley 851, dove è presente un altro testo eccezionale: il Piers Plowman. Il recentissimo studio di Thomas Sawyer (2025) sul Bodley 851 punta a rivelare come entrambi i testi facciano parte di un sistema di organizzazione coerente interno al manoscritto basato su temi, funzione e forma dei testi. In questa prospettiva, le scelte compositive, a ogni livello del discorso, acquistano un significato che va ben oltre l’estetica e la comunicazione di base mostrando circostanziate strategie discorsive.

Conclusioni: letterature dell’ambizione in Europa

Una breve riflessione conclusiva riguarda la possibilità di estendere la prospettiva interpretativa della “letteratura dell’ambizione” oltre il contesto anglo-normanno, per il quale ho già proposto alcuni esempi (De Falco 2023, 255-259). Al di là dei casi analizzati, credo che questo approccio possa offrire strumenti utili anche in altri contesti del pieno medioevo. Si tratta, infatti, di un’alternativa ai modelli “top-down”, che leggono la produzione culturale come determinata da grandi committenti (come Enrico II) o da mutamenti socio-istituzionali (le riforme ecclesiastiche, l’evoluzione delle istituzioni scolastiche). Al contrario, la letteratura dell’ambizione invita a considerare gli autori come agenti individuali, impegnati a promuovere agende personali, locali e contingenti.

È proprio la storiografia sul Rinascimento del XII secolo che offre una prima traccia di studio, indicando la formazione di corti multiculturali, caratterizzate da pluralità linguistiche e istituzionali, emergenti in contesti politici strutturalmente simili. Le traiettorie individuate da Haskins (1915) collegano il mondo anglo-normanno ai principali centri culturali del Mediterraneo, delineando una rete che attraversa l’Europa del XII secolo e che credo meriterebbe una revisione caso per caso. Così come è possibile ripensare il ruolo dei e delle grandi patrone, a partire dallo studio del ruolo esercitato dalle figlie di Eleonora d’Aquitania nella diffusione di modelli letterari tra Francia, Inghilterra e penisola iberica (Bowie 2014). In questo quadro si colloca il progetto EuPANL [1], da me condotto presso l’Università della Basilicata, che esplora comparativamente le relazioni storiche e letterarie tra questi spazi a partire dai temi sviluppati nella narrativa anglo-normanna.

La comparabilità tra i contesti sopra elencati si fonda sulla presenza di più centri di potere, sull’instabilità politica, sulla costruzione di corti principesche e sul ricorso alla scrittura per riformulare le dinamiche sociali e istituzionali. In queste condizioni emergono forme di autorialità “periferica”, esercitate da figure ai margini delle strutture formali, ma capaci di imporsi grazie a un uso strategico della scrittura. Il Regno normanno di Sicilia offre un esempio emblematico. Come in Inghilterra, la stratificazione linguistica e culturale – latino, greco, arabo, volgari romanzi – si intreccia con l’urgenza di legittimare un potere percepito come nuovo o esterno. Un contesto in cui la scrittura non fu solo rappresentazione, ma strumento costitutivo di un ordine politico e in cui i cortigiani ebbero un ruolo fondamentale (Cantarella 2020, 170-182; Djelida 2020). Questa stessa tensione fu raccolta e rielaborata nella corte di Federico II, come notato da Haskins (1928), per la quale abbiamo a disposizione i recenti studi di Fulvio Delle Donne (2019).

Dinamiche analoghe si riscontrano anche in altre aree dell’Impero, come la Provenza, dove la coesistenza di lingue romanze, latine e germaniche si intreccia con tensioni legate alla successione imperiale e alla formazione di una proto-burocrazia ramificata a livello locale (Balossino 2024). Lo stesso vale per la penisola iberica, in particolare nelle zone di frontiera tra territori cristiani e musulmani e per il regno di Alfonso X, dove la pluralità culturale e linguistica stimolò pratiche testuali ibride, utili alla definizione di identità fluide e all’interlocuzione con pubblici molteplici (Drummond 2023).

Infine, estendere lo studio della “letteratura dell’ambizione” a una parte più ampia dello spazio europeo è possibile proprio perché non si tratta di identificare un genere letterario né un modello interpretativo rigido. Il mio libro vuole proporre uno strumento analitico costruito a partire dai testi e dagli autori, utile per mettere a fuoco dinamiche ricorrenti nei contesti di instabilità politica e pluralismo culturale. Più che offrire risposte definitive, il mio ambizioso intento era suggerire nuove domande e direzioni d’indagine, che mettano al centro le forme concrete della scrittura, i registri adottati, i generi mobilitati, i contesti materiali di produzione e di ricezione. In definitiva, ciò che conta non è solo ciò che i testi dicono, ma ciò che cercavano di ottenere – e, con questo, lo studio del mondo in cui hanno cercato di intervenire e, in parte, hanno contribuito a costruire.


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Note

1. “European Patterns of Anglo-Norman Literature” (SOE2024_0000106, CUP: C43C24001340006). Finanziato da Europe Next Generation - Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) – PNRR, Avviso Young Researchers 2024.