Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

Dorotea Bocchi. Di donne, università medievali e internet

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Abstract

The article deconstructs the myth of Dorotea Bocchi, still considered the first female professor of medicine and/or philosophy at the University of Bologna in the fifteenth century. The narration of this myth is part of a series of biographies of women, created from the early modern age to give prestige to families, institutions or cities. Although historiography has dismantled the link women-medieval universities, the idea of an extraordinary precedent still finds credit in the historical disclosure and in the historiography of women and the sciences.

Introduzione: officium interdictum est

Gli studi di storia delle donne stanno restituendo progressivamente, anche per l’età medievale, voce e ruolo alle protagoniste femminili – non solo quelle delle élite aristocratiche – delle epoche passate, scardinando stereotipi lunghi a morire (e spesso macchiati da pregiudizi dell’oggi), ma anche confermando quanto la società medievale sia stata – come tante altre nello spazio e nel tempo, si deve aggiungere – connotata dal “dominio maschile”, per riprendere Pierre Bourdieu, specie nella parte più recente di quel millennio; il punto di svolta, per la storia delle donne, può farsi iniziare con l’XI secolo (Lazzari 2010, 1-2), soprattutto a partire da mutamenti inerenti alle sfere patrimoniale e familiare, ma con importanti riflessi anche nel mondo dell’alta cultura istituzionalizzata, rappresentato, dal XII secolo in poi, da quella “invenzione medievale” che fu l’università: un ambito che un noto volume del 1992 ha definito, ben argomentandolo, A World Without Women (Noble 1992).

Può dunque stupire che il tema delle donne nelle università medievali produca ancora una messe di notizie anacronistiche e contraddittorie, che uno strumento come il web moltiplica esponenzialmente. Sembra, infatti, che su questo tema siano state – in alcuni casi – prese per buone e senza vaglio critico notizie anche di molto posteriori agli eventi a cui si riferiscono. Le poche voci che hanno tentato esplicitamente di gettare un po’ di luce sul binomio donne/università nel medioevo (Cavazza 1997; Green 1999) faticano a trovare ascolto da parte della divulgazione, qualche volta anche nella stessa storiografia, erede peraltro di tradizioni secolari che continuano a influenzare la narrazione.

Valida nel suo complesso (per la questione delle studentesse: Shank 1987), l’esclusione delle donne dagli Studia è ancora più evidente per quanto riguarda la docenza. Se l’università nel suo insieme è “un mondo senza donne”, erede di pregiudizi misogini dell’antichità e della serrata in senso maschile delle istituzioni ecclesiastiche, che portò alla progressiva creazione di un mondo etimologicamente omo-sessuale (Noble 1992), ancor più lontane le donne erano da quel doctoratus che, nel medioevo universitario, era titolo e ufficio virile a tal punto da quasi giustificarsi in sé: Bartolo da Sassoferrato, nel commento al Digesto, sostiene che i collegia siano aperti a maschi e femmine, eccetto che se la loro natura ripugnasse allo status femminile; e il collegio dei doctores è tra essi: «eis docendi et iudicandi officium interdictum est»[1]. Una posizione che, nel Seicento, Pierre Le Moyne prese a pietra di paragone dell’impossibilità che una donna provi sentimenti di generosità: «Une Femme genereuse n’est pas un moindre solecisme qu’une Femme Docteur ou une Femme Cavalier; c’est une incongruité aussi messeante qu’une Femme barbüe» (Le Moyne 1647, 209-210).

Recentemente, Denis Tappy ha riproposto con accuratezza il tema, quasi mitico, delle presunte donne docenti di diritto nello Studio bolognese di età medievale, tra cui spicca, per notorietà, la figura di Novella, figlia del celebre canonista Giovanni d’Andrea (ca. 1271-1348) (Tappy 2019): ricostruendo la genesi, per lo più letteraria, dei racconti sulle donne docenti di diritto, Tappy ha messo in luce la sostanziale inaffidabilità storica di quelle che si possono definire, in sostanza, leggende.

Se dal mondo del diritto ci si volge all’altra disciplina lucrativa dell’università medievale, la medicina, il quadro sembra complicarsi ulteriormente, per l’attestazione tutt’altro che eccezionale di figure femminili operanti nel campo sanitario: medichesse, se volessimo usare un’espressione che riecheggia frequentemente nella divulgazione, ma che nella nostra lingua mantiene sin dal XVI secolo una connotazione dapprima scherzosa, poi prevalentemente denigratoria; mediche, volendo essere più precisi[2]. Nella categoria medievale delle mediche, come peraltro in quella dei medici maschi, rientrano però figure di diverso spessore per formazione, livello culturale, attività professionale, tipologia di intervento terapeutico. Le donne potevano, nel medioevo, svolgere i mestieri della salute, ed essere anche mediche e chirurghe, almeno fino al XV secolo con una certa frequenza e anche con un riconoscimento ufficiale e sempre più istituzionale. Diversi studi hanno confermato, in tal senso, che gli organismi pubblici e professionali vieppiù incaricati di controllare il medical marketplace confermavano la possibilità di svolgere il mestiere anche alle donne, previo, come i loro colleghi maschi, l’ottenimento di apposita licenza dopo un controllo sulle capacità terapeutiche e su un minimo di formazione che, nella stragrande maggioranza dei casi, le une e gli altri assumevano attraverso l’apprendimento “a bottega”, affiancando un terapeuta più esperto, che per le figure femminili era molto di frequente (ma spesso lo era anche per i maschi) un parente prossimo, prevalentemente il padre[3].

Per essere mediche e medici, però, non era necessario aver frequentato l’università, tantomeno avere ottenuto i gradi finali, quel doctoratus che, seppur utile a ottenere prestigio professionale e molto spesso funzionale a evitare l’esame per ottenere la licentia practicandi, era titolo di studio che, ai fini della carriera, era richiesto unicamente per accedere all’insegnamento universitario (Duranti 2016). Apparentemente chiara, la questione si rivela, in realtà, assai più complicata, soprattutto guardando alla trasmissione, nel corso dei secoli e poi oggi specie attraverso il web, di notizie contraddittorie che, in alcuni casi, dipingono un affresco lontano da quanto ricostruito dalla storiografia a partire dal Novecento.

Un esempio della discrepanza che si crea tra ricerche storiche e una certa produzione che ha per oggetto la storia delle scienze o la storia delle donne (per tacere della divulgazione più pura) è stato ben illustrato a proposito di Alessandra Giliani (secondo la leggenda nata a Persiceto nel 1307 e morta, giovanissima, a Bologna nel 1326), presunta assistente di Mondino Liuzzi (il docente dello Studio bolognese che, con la sua opera Anothomia, del 1316, portò alla ribalta l’utilità delle dissezioni anatomiche per l’insegnamento della medicina), quando non addirittura “vera anima scientifica” del di lui operato, una probabile declinazione dell’adagio “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”. Nonostante la chiara evidenza che il personaggio di Alessandra fu un’invenzione di Alessandro Macchiavelli, erudito bolognese del XVIII secolo (Veneziani 2009), il mito di una donna il cui ritratto fu confezionato sulla figura di Anna Maria Manzolini (Bologna, 1714-1774) resta, alla fin dei conti, ancora carico di suggestione e anche di recente riproposto (Whaley 2011, 15-16). Non si tratta, però, dell’unico caso: darò qui un altro esempio, quello di Dorotea Bocchi (o Bucchi, o Bucca, secondo altre varianti), il cui nome, semplicemente digitato su un motore di ricerca, offre una variegata e abbastanza stupefacente serie di risultati che la dipingono come la prima cattedratica – già di per sé un anacronismo – del mondo.

Da un percorso a ritroso tutto sommato non troppo complesso da ricostruire – e che poco stupisce – risulta che la prima attestazione sul ruolo di docente dello Studio di Bologna nel corso del XV secolo va fatta risalire a un testo letterario: la Giunta di Francesco Serdonati al De mulieribus claris di Giovanni Boccaccio, pubblicata nel 1596 a integrazione del volgarizzamento dell’opera e di un’altra addizione di Giuseppe Betussi, già edita a Venezia nel 1545 (Serdonati 1596); essa viene frequentemente, e correttamente, citata come fonte (anche se in alcuni casi indicata come testo di Boccaccio, nonostante quest’ultimo sia vissuto, naturalmente, prima di Dorotea). Se, dunque, appare sin da subito improbabile riconoscere un ruolo storico alla docenza di Dorotea, è certamente un oggetto storico la formazione di questa leggenda.

Dorotea di Giovanni Bocchi (XV secolo)

Le fonti contemporanee o immediatamente successive alla presunta attività didattica di Dorotea, databile – ma si vedrà con quali slittamenti – ai decenni centrali del Quattrocento, tacciono, però, non solo sulla sua docenza universitaria, ma anche sul suo nome.

Dorotea è ricordata unanimemente come figlia del bolognese Giovanni di Bocchino Bocchi, abitante nella cappella di San Niccolò degli Albari, che insegnò medicina, prevalentemente medicina pratica, nello Studio felsineo. Egli risulterebbe addottorato nel 1390[4] in un seicentesco catalogo di doctores di medicina e filosofia che, specie per le notizie più risalenti, va preso con estrema cautela, ma che in questo caso riporta una data verosimile, poiché nel 1395 lo stesso Giovanni è attestato per la prima volta come membro del Collegio dottorale di medicina (Duranti 2017, 175) e almeno dal 1398 incaricato di una lettura accademica – nello specifico – di medicina in nonis (Dallari 1888, I, 24). La sua carriera è ricostruibile attraverso la documentazione ufficiale dello Studio cittadino, che lo testimonia come lettore almeno fino all’anno accademico 1433-1434 (ultimo dei rotuli superstiti) (ivi, ad annum) e come promotore di laureandi in medicina negli anni ’20 e ’30 (Piana 1966, ad indicem), i pochi atti residui prodotti dal Collegio di medicina (Duranti 2017) – nel 1424 egli appare anche come membro della “sezione” artistica del Collegio (Piana 1966, 187), il che potrebbe essere stato, lo si dirà, alla base della notizia posteriore di un suo insegnamento di filosofia – e una serie di documenti (Piana 1976, ad indicem) che lo mostrano vicino, forse anche solo per questioni topografiche, all’ambiente dell’episcopio cittadino, presso cui svolse di frequente le funzioni di testimone. Non sono, invece, note opere di cui sia stato autore.

Ricercando il nome di Dorotea, non ho potuto però trovare, né nelle fonti edite, né tra i fondi dell’Archivio di Stato di Bologna, alcuna attestazione: ad esempio, non reperibile è il testamento di Giovanni, che avrebbe potuto fornire informazioni sul suo stato familiare. Come era facile aspettarsi, inoltre, nessun documento inerente allo Studio cittadino – in particolare i mandati di pagamento (saltuari, ma non assenti, per quegli anni), che pure l’erudizione di età moderna indicò come fonte principale del ruolo accademico di Dorotea – testimonia il nome non solo di Dorotea stessa, ma di alcun altro docente, oltre a Giovanni, con lo stesso cognome[5]. Infine, nessuna cronaca cittadina composta nei secoli XV e XVI secolo riporta alcun riferimento alla presunta dottoressa dello Studio di Bologna (mentre in alcuni casi lo furono i nomi delle presunte giuriste).

Ciò mette in discussione anche la sua stessa esistenza, e senza dubbio il suo ruolo accademico, pur dovendo mantenere valida almeno a livello metodologico l’ipotesi di un silenzio voluto – anche se piuttosto assordante, rispetto alla relativa abbondanza successiva – di una censura di impostazione maschilista.

Dorotea dottoressa e lettrice: le illustri dame d’età moderna (secc. XVI-XIX)

I primi riferimenti a Dorotea Bocchi appaiono in testi, letterari o storiografici, che si inseriscono grossomodo in due filoni, che peraltro spesso si sovrappongono: quello celebrativo delle glorie familiari, cittadine o accademiche, e quello più propriamente legato alla querelle des femmes che impegnò, su un fronte o sull’altro, le penne della prima età moderna, riprendendo anche modelli tardomedievali, tra cui Boccaccio e il De mulieribus claris e Christine de Pizan e Le livre de la Cité des Dames, o, per rimanere a Bologna, Sabbadino degli Arienti e Gynevera de le clare donne (Kolsky 2005). Va subito sottolineato che, nelle opere di questo genere prodotte a Bologna entro la fine del XVI secolo (su cui Murphy 1999), Dorotea non compare mai (mentre, come si è detto per le cronache, appaiono talvolta sue presunte predecessore giuriste).

Come anticipato, la prima notizia reperibile è il breve medaglione che, nel 1596, le dedicò il fiorentino Francesco Serdonati, docente di grammatica e poligrafo (Benucci 2017, 79), nella sua addizione alla versione in volgare dell’opera di Boccaccio. Essendo la prima testimonianza nota, merita riportarla per esteso:

Dorotea Bucca bolognese. Giovanni Bucco Bolognese Filosofo, e Medico di gran fama hebbe una figliuola nomata Dorotea, la quale s’esercitò parimente nelle lettere, e fece tal profitto, che ancor essa meritò di conseguire l’insegne del Dottorato nello studio di Bologna nella scienza di Filosofia, e poco appresso hebbe una pubblica lettura in quel nobilissimo studio l’anno 1436, come ancora oggi appare nella camera di Bologna al campione de lettori stipendiati, ed esercitò molti anni tale uficio con suo grande onore, e con sodisfazione di tutta la Città, e a udir lei concorreano molti scolari d’ogni nazione, cosa veramente rara, e degna d’esser notata, e ammirata (Serdonati 1596, 578).

A differenza di quanto Serdonati generalmente fornisce a conclusione di ogni profilo biografico (Benucci 2017, 76), per il ritratto di Dorotea non viene indicata alcuna fonte, lasciando ulteriormente il dubbio che si possa trattare di un’invenzione, o forse più verosimilmente dell’elaborazione di una notizia ottenuta per vie non ricostruibili, una vox, un aneddoto, forse, magari giuntagli da un bolognese, come ad esempio fu per Alberico da Rosciate con il caso di una delle figlie di Accursio (Tappy 2019, 98-9). La sua opera non godette, secondo una recente analisi, di particolare fortuna, almeno fino al XIX secolo, quando i medaglioni delle “sue” donne furono scorporati e ripubblicati, specie in opuscoli nuziali (Benucci 2017, 77): difficile, dunque, sostenere con certezza che solo Serdonati sia stato alla base delle successive testimonianze sul nome e sulla vicenda di Dorotea.

Ciò potrebbe essere avvalorato anche dal fatto che una piccola ma non insignificante variante biografica si instaurò pochi anni dopo l’edizione della Giunta: nel 1606, il canonico lateranense Pedro Pablo de Ribera, spagnolo ma stabilitosi a Venezia, pubblicò Le Glorie immortali, una raccolta di 845 ritratti di donne illustri che comprende anche un medaglione su Dorotea (Ribera 1606, 310). A differenza di Serdonati, Ribera riferisce che Dorotea, definita “maestra” senza un esplicito riferimento al dottorato, lesse medicina (e non filosofia) nello Studio. È noto che, nelle università specie italiane del basso medioevo, i lettori della “facoltà” di arti e medicina erano spesso addottorati in entrambe le discipline, e dunque la possibilità che un doctor fosse sia filosofo, sia medico è tutt’altro che rara; è però degno di nota che le due prime testimonianze riportino alternativamente le due discipline di cui Dorotea – e di conseguenza forse anche il padre, del quale ella sarebbe stata erede nell’ufficio professorale – era esperta e maestra: successivamente, lo si vedrà, le due tradizioni si fusero, fino a far diventare Dorotea professoressa di medicina e di filosofia. Si noti, inoltre, che stando ai documenti dello Studio ancora in nostro possesso, il padre Giovanni tenne letture di medicina, mai di filosofia, pur, come s’è detto, sedendo anche nella sezione artistica del Collegio dottorale (Piana 1966, 187). Ribera cita come propria fonte Pompeo Vizzani, erudito bolognese valutato «nelle Istorie molto versato», parrebbe attraverso una comunicazione orale, o comunque privata («come mi porge fida relatione un Gentiluomo»): ed è forte la tentazione, su basi puramente cronologiche però, di attribuire a lui anche l’origine del medaglione di Serdonati. Mancano, del resto, nelle opere di Vizzani – il cui rapporto con l’universo femminile è stato indagato in termini biografici e letterari (Pezzarossa 2004) – e in particolare nelle sue Istorie bolognesi, riferimenti a Dorotea o anche solo al padre Giovanni. Ribera, inoltre, data la «fioritura» di Dorotea (verosimilmente l’inizio della sua carriera di lettrice) al 1417, una data che si sposa non facilmente, pur non essendo impossibile, con le poche notizie biografiche a proposito del padre. Una datazione simile e il riferimento alla sola medicina furono nuovamente ripresi da Francesco Agostino Della Chiesa, che nel Theatro delle Donne data l’inizio dell’insegnamento di Dorotea al 1419 (Della Chiesa 1620, 141v).

Negli stessi anni, l’erudito bolognese Giovanni Niccolò Pasquali Alidosi compilò una genealogia della famiglia Bocchi, dedicata alla schiatta senatoria, rimasta manoscritta e non datata[6]. Alidosi vi dichiara di aver dedotto le notizie direttamente dalle fonti («secondo che appare provarsi per luoghi autentici»), ma va segnalato fin da subito il carattere encomiastico – del tutto tipico – dell’operazione, nonché la prudenza con cui ci si deve accostare a ricostruzioni genealogiche. Dorotea viene “correttamente” inserita tra i figli di Giovanni di Bocchino, e, si deduce dal ritratto biografico di quest’ultimo, della moglie Ghisia da Saliceto, ed è definita «donna di singolo valore nelle lettere», al punto da ottenere un salario pubblico per i propri corsi (di cui, però, non è indicata la disciplina). Alidosi segnala tre documenti in cui avrebbe trovato conferma dei dati biografici su Dorotea, informando che sarebbe stata sposata due volte, prima con Bartolomeo Carlini, poi con Giacomo Paltroni (non altrimenti noti). Ma, dalle indagini presso l’Archivio di Stato di Bologna[7], dei documenti citati (il registro delle spese comunali per lo Studio e i due atti in cui sono nominati i mariti) non vi è traccia; non solo, i due notai citati non figurano nemmeno nei repertori di notai bolognesi attivi nel XV secolo (Ridolfi 1990). Traslando in parte il senso del principio di precauzione, secondo cui «l’assenza di prove non è prova di assenza» (C. Sagan), non se ne può automaticamente dedurre un errore, o un’invenzione di Alidosi, ma essendo pratica non rara nell’erudizione di età moderna a fini celebrativi, ciò getta un’ombra difficilmente squarciabile. Inoltre, è degno di nota che Alidosi non abbia inserito il nome di Dorotea nel suo catalogo dei lettori bolognesi, opera data alle stampe due anni prima di morire (Alidosi 1623), anche se si può prudenzialmente mantenere come ipotesi che potesse aver scelto di non includere il nome di una donna in un’opera maggiormente connotata da crismi di pubblicità e ufficialità. In ogni caso, cita un documento tratto dalla serie di pagamenti ai dottori, come però aveva già fatto Serdonati, e altri due atti in cui, secondo quanto egli stesso commenta, non è riportato alcun titolo o attività professionale di Dorotea. Non è facile ipotizzare rapporti tra la genealogia e altre opere dello stesso torno di anni: ma è significativo che Alidosi segnali esplicitamente che Dorotea è menzionata «fra le donne illustri d’Italia ed ancor del mondo da diversi scrittori», lasciando il dubbio che avesse desunto le notizie non da ricerche d’archivio, ma da opere letterarie come, forse, quelle di Serdonati o di Ribera.

Un altro albero genealogico dello stesso periodo è compreso in un’opera del vescovo Sebastiano Rinaldi sulla stirpe aristocratica dei Bocchi, in cui compaiono alcune pagine sulla famiglia bolognese (Rinaldi 1617, 22): qui, però, l’unica Dorotea presente è figlia di Romeo, appartiene dunque a un diverso ramo e ad altra generazione rispetto a quello di Giovanni, il quale qui risulta avere solo due figli maschi. Dorotea non è contemplata nella genealogia della famiglia Bocchi ad opera di Pompeo Scipione Dolfi (Dolfi 1670, 173-8) e nemmeno nell’albero genealogico composto dal paleografo Baldassarre Carrati nel XVIII secolo[8]: anzi, in essi, non compare affatto una donna con questo nome.

Nel 1647, la celebre opera di Hylarion de Coste, Les Eloges et les vies… des dames illustres (Coste 1647, 521) sembra riprendere Serdonati, di cui ripete sia la datazione di inizio dell’insegnamento (1436), sia la disciplina (filosofia), sia le formule sul dottorato e sul successo delle sue lezioni. Questa versione è all’origine di successive riprese, tra cui quella di Coronelli nella Biblioteca universale, che peraltro cita esplicitamente Serdonati e de Coste (Coronelli 1706, 1342).

A Bologna, nel contempo, la celebrazione intellettuale e gentilizia assumeva nuove coloriture muliebri anche nelle arti figurative, come dimostra la serie di 12 busti in terracotta di “dame illustri bolognesi”, oggi conservata presso il Museo della Storia di Bologna. Realizzate da un anonimo scultore nel corso del Seicento, le statue, originariamente dipinte a finto marmo, ornavano, almeno nel XVIII secolo, il salone di palazzo Felicini, poi Fibbia-Fabri (e oggi Masetti Calzolari). Della serie fa parte anche il busto di Dorotea, che peraltro – insieme a quello di Maddalena Bonsignori (XIV sec.) e di una donna non identificabile –, rivela una genericità di invenzione mancante di modelli iconografici precedenti (Tumidei 2003, 36).

Tra Sei e Settecento l’erudizione bolognese proseguì a fornire, per la vicenda di Dorotea, datazioni risalenti, che, come si è detto, mal si accordano con le vicende biografiche del padre: il caso più rilevante si trova nella Bologna perlustrata di Antonio Masini, che, in un elenco delle donne che avrebbero lustrato lo Studio cittadino con la loro dottrina e il loro insegnamento, cita anche Dorotea, ancora una volta indicata come docente di filosofia ed erede della scuola paterna, ma datando il suo esordio in cattedra al 1350 (Masini 1650, 508): un errore, in questo caso, macroscopico, poiché del tutto incoerente con la biografia di Giovanni, che a quella data non era probabilmente nemmeno nato. Nel 1714 anche Pellegrino Orlandi ripropone la data del 1350, iniziando a gonfiare i meriti di Dorotea, che, nelle sue parole, avrebbe attirato un gran numero di letterati desiderosi di ascoltarne le orazioni e le prelezioni di filosofia (Orlandi 1714, 102).

Nel 1722 un pamphlet di Alessandro Macchiavelli su Bitisia Gozzadini (Bologna, 1209-1261), composto per valorizzare la legittimità del dottorato di Maria Vittoria Delfini Dosi (Macchiavelli 1722), data l’inizio del magistero di Dorotea al 1417, come già Ribera, ma, a differenza della sua possibile fonte, limita la disciplina insegnata alla sola medicina, sottolineando che per la sua fama attirò ai propri corsi oltre seicento scolari; degno di nota, inoltre, che Macchiavelli si ponesse una questione lessicale – tema così presente nel dibattito attuale – sostenendo che il lessico universitario e scientifico sempre declinato al maschile non inficiasse, a suo parere, la possibilità che le donne facessero parte di quel mondo (ivi, 59). Ma il testo di Macchiavelli è tutto orientato a dimostrare la sua tesi e a perorare la causa del dottorato di Delfini Dosi, ed era risaputo in città che egli fosse fantasioso inventore di memorie storiche, come si è visto per la figura di Alessandra Giliani (Veneziani 2005, 31 ss.; Tappy 2019, 100-2).

Unica voce discordante – e poco ascoltata, come risulta dalla successiva tradizione – fu quella di Giovanni Fantuzzi, che, dopo una veloce rassegna delle notizie riportate dai suoi predecessori, non ha remore nel liquidarle drasticamente: «tutto è una favola» (Fantuzzi 1782, II, 225); egli peraltro «sfrondò l’albero dei letterati bolognesi dai suoi rami fittizi» (Tumidei 2003, 18), cioè, per ciò che qui ci interessa, anche quelli di Bitisia Gozzadini, Novella di Giovanni d’Andrea e Maddalena Bonsignori. Negli stessi anni, in ogni caso, riprendendo Masini, Ludovico Maria Montefani Caprara, bibliotecario nell’Istituto delle Scienze di Bologna, riporta che nel 1420 Dorotea aveva iniziato a insegnare filosofia agli studenti del padre, ottenendo dalla camera pubblica lo stipendio annuo di 100 lire[9].

Successivamente, l’archivista arcivescovile Serafino Mazzetti, nelle sue due opere sui docenti dell’Alma Mater Studiorum – che riportano diverse notizie confuse e spesso fantasiose –, inserisce il nome di Dorotea nell’elenco ufficiale – o come tale da lui inteso – dei doctores (Mazzetti 1840, 379; 1847, 59). Il ritratto di Dorotea, infine, assume toni inediti nell’opera del geografo Attilio Zuccagni-Orlandini, che la rende «valentissima» in greco, in latino, nelle matematiche e nella scienza che professò (senza, però, specificare quale essa fosse) (Zuccagni-Orlandini 1843, X, 524): il riferimento al greco e al latino coincide, peraltro, con quanto tramandato su Costanza Bocchi († 1566), figlia del celebre Achille docente di humanitates, anch’essa raffigurata in uno dei busti seicenteschi di cui si è detto.

Dorotea “cattedratica”, tra storia della scienza e storia delle donne (secc. XIX-XXI)

Si rischia, a volte, leggendo le opere erudite e storiografiche di un tempo nemmeno così lontano in termini cronologici, ma così differente dal punto di vista del metodo e delle finalità, di guardarvi con bonaria sufficienza, come a episodi di ingenuità o di malafede ormai lasciatici alle spalle. È però un errore, non solo perché ogni opera, anche storiografica, deve essere valutata in base al suo autore, alla sua epoca e all’ambiente in cui è prodotta, ma anche perché esse hanno dato vita a tradizioni le cui propaggini arrivano fino ai giorni nostri. Così, il nome di Dorotea Bocchi si ritrova nel Novecento forse con maggior frequenza, segno che, nonostante le mutate linee interpretative della storiografia e i diversi approcci ermeneutici alle fonti, restano imperanti il gusto aneddotico dell’eccezionalità e la ricerca di precedenti illustri per temi di interesse contemporaneo. Dal XIX secolo, tendenzialmente il riferimento cronologico è al 1436, segno che la tradizione seguita non fu quella locale – che, come visto, tendeva a retrodatare a volte immaginariamente l’inizio del suo magistero –, ma quella che ebbe origine con Serdonati.

L’avvento di un metodo storiografico più accurato e ancorato al vaglio delle fonti, nonché, verrebbe da sottolineare, per gli anni più recenti, il sempre più facile e rapido accesso alle stesse, farebbe immaginare un progressivo sbiadimento di notizie che, fino a prova contraria, come si è visto, restano nell’ambito del non verificato, quando non del leggendario. Invece, come è stato già notato per il caso di Alessandra Giliani (Veneziani 2009), le nascenti storia della scienza e storia delle donne hanno prodotto in alcuni casi la moltiplicazione di aneddoti succulenti, che permettevano di retrodatare, pur nella sottolineata (e non neutrale) eccezionalità, l’apporto fornito dalle donne alla storia di una disciplina scientifica.

Tra gli storici delle università, invece, la presenza di donne docenti durante i secoli medievali sembra progressivamente perdere mordente: quando nel 1888, in occasione dell’Ottavo centenario della nascita dell’Università di Bologna, fu pubblicato un numero speciale in onore dell’evento, la notizia venne prudentemente introdotta da un «si dice», che, se in sostanza la ripropone e la perpetra, quanto meno rivela un dubbio e la consapevolezza dell’assenza di fonti contemporanee: Dorotea vi compare come lettrice di medicina pratica e di filosofia morale; si scopre, inoltre, che il presunto insegnamento di Dorotea fu utilizzato contro Laura Bassi (Bologna, 1771-1788) da parte dei suoi detrattori, che poterono, così, almeno metterne in dubbio il primato (Ricci 1888, 40-3): un uso della storia piegato senza troppe remore alle istanze della contemporaneità che, si è visto, era stato proprio anche del testo di Alessandro Macchiavelli in favore di Maria Vittoria Delfini Dosi (e poco importa, in tal senso, che quest’ultimo caso fosse per fini percepibili, per noi, come “positivi”).

Invece il nome di Dorotea Bocchi e il suo primato – che peraltro spesso concorre nella letteratura con il primato, quello sì attestato, della padovana Elena Lucrezia Cornaro Piscopia e della bolognese Laura Bassi nel XVIII secolo – continuano a figurare non più nell’erudizione cittadina a maggior gloria dello Studio (o della famiglia Bocchi), ma nelle opere che, alla fine del XIX secolo, iniziarono a tracciare una storia spesso viziata dalle “magnifiche sorti e progressive” di una scienza tutta evoluzione e progressi lineari – un’interpretazione ormai del passato, ma che non manca di strascichi ancora oggi – e soprattutto in opere a vocazione femminista, in cui la testimonianza di precedenti tanto remoti poteva rafforzare la debole posizione professionale delle mediche: Monica Green ha sottolineato come la leggenda di “Trotula” (su cui tornerò brevemente) molto debba alla scelta di queste autrici femministe, che optarono per la tradizione erudita italiana a discapito delle posizione dei filologi che, sin dall’età moderna, avevano addirittura individuato un autore di sesso maschile per le opere tradizionalmente poste sotto il nome di Trotula (Green 1999, 38-40). A fine Ottocento, dunque, il nome di Dorotea compare in opere sulla medicina (o sulla scienza nel suo complesso) e le donne (Huntley 1886, 8; Rebière 1897, 47), solo raramente con fugaci accenni a qualche dubbio sulle contraddizioni nelle opere precedenti su, ad esempio, quale disciplina Dorotea avesse insegnato (Lipinska 1900, 151-2; Baudouin 1901).

Particolarmente in opere enciclopediche dedicate al ruolo delle donne nella storia della scienza il suo nome emerge ripetutamente anche nel corso del XX secolo[10]; nel 1999 il Dizionario degli scienziati e dei tecnici le dedica una voce, riportando che succedette al padre nel 1436 nella docenza di medicina pratica e di filosofia morale: ed è degno di qualche nota che, oltre a mancare qualsiasi riferimento bibliografico, non sia presente la voce su Giovanni (Dragoni et al. 1999, 189): dunque, si può – retoricamente – ipotizzare che, a ridosso del nuovo millennio, o la figlia è considerata più importante del padre per la storia della scienza medica, o la sua presenza è giustificata unicamente in base al suo presunto primato di genere. Ancora nei primi anni del nuovo secolo, Dorotea fa la sua comparsa in opere su donne e scienza, perpetrando così la sua esistenza e il suo ruolo senza apparenti segni di dubbio[11].

Anche nel campo della storia delle donne e della storia di genere, Dorotea resta talvolta citata come esempio eccezionale: nel 1980 è inclusa in un saggio compreso in un’importante miscellanea per gli studi di storia delle donne (Ferrante 1980) – ancora vi si legge che ella fu docente di filosofia morale e medicina –, che, pure informato delle posizioni storiografiche su Trotula, riporta la notizia su Dorotea traendola dal Repertorio di Mazzetti (ivi, 18), e quelle su Costanza Calenda (su cui si tornerà) e su Alessandra Giliani da Muriel Joy Hughes (Hughes 1943, 62 e 74), che invece non cita Dorotea. Il saggio di Ferrante è stato ripreso frequentemente dalla storiografia successiva, in qualche caso omettendo il nome dell’eccezionale donna in questione (King 1992, 45). A cascata, anche storie di donne con un piglio più divulgativo: Dorotea è ad esempio menzionata tra le donne locali di alto profilo intellettuale il cui ricordo biografico e scientifico non resistette al «vaglio imposto dal pensiero maschile» (Zanasi 1993, 48): un appunto che è senz’altro vero a livello generale, ma che in questo caso tralascia il fatto che la memoria di queste donne è trasmesso o inventato, in realtà, da quello stesso pensiero maschile.

Ulteriori riferimenti bibliografici, di cui è inutile fare un elenco fine a se stesso, possono essere facilmente reperiti, ad esempio, nelle diverse voci dedicate a Dorotea Bocchi nel web.

@doroteabocchi: divulgazione e diffusione su internet

La divulgazione online, com’è naturale, aggiunge un tassello ancor meno controllabile, ma tutt’altro che privo di interesse: si tratta di un tema vasto e all’ordine del giorno nei dibattiti sul ruolo e sull’utilizzo di internet, che comprende le cosiddette fake news, testi pseudoscientifici divulgati come verità inconfutabili, teorie complottiste, post che orientano i voti dei cittadini, ecc. A un grado certamente meno preoccupante, anche la “divulgazione” storica può godere della possibilità di una pubblicazione senza filtri (brutalmente: chiunque può scrivere di qualunque tema con qualunque – o senza alcun – metodo), con visibilità potenzialmente planetaria e facile reperibilità, spesso poche righe moltiplicate come in una galleria degli specchi dall’uso/abuso dello sharing quasi in automatico.

Non farò un esaustivo catalogo della presenza sul web di Dorotea Bocchi: è sufficiente digitarne periodicamente, si è detto, il nome su uno dei principali motori di ricerca per farsi un’idea delle linee tentacolari con cui un aneddoto non verificato diventa un dato acquisito, e poi replicato; anche se, va ricordato, come si è rapidamente mostrato, ciò avveniva, pur su scala minore, ben prima dell’invenzione di internet.

Basti, a titolo di esempio, soffermarsi su alcuni esempi. L’immancabile Wikipedia riporta una breve biografia di Dorotea nelle versioni, per limitarsi alle principali lingue europee: italiana, modificata l’ultima volta il 15 aprile 2019[12]; inglese, modificata l’ultima volta il 14 gennaio 2020[13]; francese, il 20 febbraio 2020[14]; spagnola, il 16 marzo 2020[15]; portoghese, il 3 luglio 2018[16] (gli aggiornamenti, tutti recenti, rivelano, mi pare, un interesse che si mantiene vivo); non è invece presente in quella tedesca, ma vi è citata nella pagina dedicata all’Università di Bologna[17]. Le versioni inglese, francese e portoghese possono essere considerate traduzioni del medesimo testo; quella spagnola ha due soli riferimenti bibliografici, uno dei quali a un link non più consultabile; quella italiana è, naturalmente, la più estesa, con un maggior numero di note e riferimenti bibliografici sia a opere sulla storia della scienza (molte delle quali anglofone), sia all’erudizione di età moderna in lingua italiana. È sempre, in ogni caso, Serdonati il principale riferimento.

La voce compare anche sul sito del Brooklyn Museum, in quanto Dorotea, insieme ad altre delle illustri dame bolognesi, è una delle commensali che prendono parte all’opera “femminista” The Dinner Party di Judy Chicago[18], e su quello del Museo della Storia di Bologna, in questo caso per il busto di cui si è detto[19]. Le è stato dedicato persino un approfondimento in video[20], che non a caso si accompagna a uno su Alessandra Giliani.

A riprova del continuo fascino che scaturisce dall’idea della docenza universitaria di una donna di età medievale, Dorotea compare anche recentemente in articoli online di divulgazione storica, in cui l’eccezionalità del suo caso e di quello di alcuni altri personaggi femminili è sottolineato anche in rapporto all’esclusione delle donne dal mondo universitario medievale, ma senza che per questo sia almeno posto il dubbio che, di conseguenza, la notizia potrebbe non essere vera, o per lo meno che non vi siano prove certe: così ad esempio in un articolo della primavera 2019 su Conoscere la storia[21] e, ancora più recentemente, in una pagina pubblicata in occasione del Festival del Medioevo di Gubbio del 2019[22], in cui la notizia assume coloriture letterarie, nel paragone con Ipazia (proponendo peraltro il 1436 come data di morte, nonostante correttamente si riconosca in Serdonati la fonte biografica).

Come anche in quest’ultimo caso, in genere, nei ritratti che è possibile reperire sul web – che lo desumono però da opere a stampa come quelle citate sinora – Dorotea è inserita in una, peraltro breve, teoria di donne che, in virtù dell’eccezionalità del loro sapere scientifico e della loro personalità, avrebbero sfidato il mondo intellettuale e universitario maschile, ritagliandosi uno spazio che quello stesso mondo non aveva previsto per loro. La caratura eroica è evidente, vi riecheggiano toni parafemministi, lo spunto non è privo di verosimiglianza; ma la comunicazione, soprattutto online, risente di una tendenza alla semplificazione che mal si accorda con la complessità delle società umane, del passato quanto del presente: così, di frequente nell’elenco di docenti di medicina vengono comprese donne che – e lo si dice a chiare lettere – esercitavano (e non: “insegnavano”) la medicina: il che, come si è detto, non è la stessa cosa.

In genere, questo breve elenco di professoresse ante litteram è aperto, per il medioevo, dalla figura quasi mitica di Trotula (XI sec.), caso ancor più macroscopico – e rilevante – di quello di Dorotea Bocchi. Poca risonanza sembrano aver avuto nella divulgazione i risultati raggiunti dalla storiografia, tanto che ancora oggi si trova Trotula utilizzato come nome proprio femminile e non, com’è stato dimostrato essere in realtà, quale titolo collettaneo di tre trattati di argomento medico, uno dei quali (De curis mulierum) opera di una medica pratica, e non di cultura scolastica, di nome Trocta/Trota (Green 1999, 41 ss.). Monica Green, che ha dedicato numerosi e importanti studi alla questione, rilevava ancora, nel marzo 2019, quanto ormai soprattutto il web continui a perpetrare un’immagine leggendaria, contraddittoria e sostanzialmente errata: basti fare riferimento al prospetto, frequentemente aggiornato, che la studiosa ha reso disponibile in rete[23]. Al di là della questione identitaria, peraltro a lungo dibattuta dalla storiografia, Green, rispetto alla presunta docenza universitaria di Trota, è – giustamente – lapidaria: «The simplest way to remember why this is wrong is to note that, in the early 12th century, there were no ‘professors’ of any gender since the university of Salerno did not yet exist!».

Nel novero delle mulieres Salernitanae docenti rientra anche il nome di un’altra prima donna addottorata e/o docente accademica di medicina: quello di Costanza Calenda (XV sec.), frequentemente citata, nella storiografia e nella divulgazione, insieme a Trota/Trotula e a Dorotea: anche in questo caso la notizia è generalmente riportata senza metterla in discussione, nemmeno ipoteticamente. Essa è in genere ascritta alla citazione da parte di Salvatore De Renzi (De Renzi 1857, 569) di un documento conservato nell’archivio angioino di Napoli, distrutto in seguito ai bombardamenti e all’incendio appiccato nel 1943 dalle truppe tedesche in ritirata. De Renzi in realtà nomina un «altro diploma» rispetto a quello, di cui dà la segnatura, in cui è attestato il matrimonio di Costanza. Anche da una copia di età moderna del registro, in ogni caso, non si evince che Costanza avesse il titolo dottorale (Kristeller 1980, 102-103 e 115), e apparentemente nemmeno che esercitasse la professione. L’origine di questa narrazione scaturisce, infatti, dall’erudito salernitano Antonio Mazza che, nell’opera Historiarum epitome de rebus Salernitanis (1681), adombrò un insegnamento accademico delle donne salernitane; Green ha lucidamente ipotizzato che ciò vada collegato al di poco precedente dottorato di Elena Cornaro: la motivazione di fondo, insomma, sembra essere quella di non lasciare a Padova un primato tanto luminoso, ma di attribuirlo alla gloriosa storia della Scuola di Salerno (Green 1999, 38-9). Dunque, anche in questo caso si è in presenza di una tradizione nata in età moderna e di riferimenti assai poco dirimenti, peraltro aggravati dal non potere essere controllati o confutati sui documenti.

Nel gioco di specchi dei rimandi online, che riprendono spesso quanto riportato da Wikipedia (o viceversa, non è sempre facile determinarlo), la figura della presunta prima professoressa di medicina si colora di tratti quasi mitici, che aggiungono talvolta una nota di primato ed eccellenza ai già duri a morire miti sull’Alma Mater Studiorum: così, si può leggere che l’Università di Bologna nel medioevo non era poi così medievale (sic), tanto che nello Studio felsineo alle donne era concesso studiare e insegnare (sic) sin dalla sua fondazione nel 1088 (sic)[24]. Dorotea appare anche quale campionessa della lotta femminile contro le leggi suntuarie[25], sovrapponendola probabilmente a Nicolosa Sanuti (Bologna, ca. 1430-1505), che, però, nulla ebbe a che fare con l’università o con la medicina. Insieme ad Alessandra Giliani e a Costanza Calenda (ritenuta in tal caso bolognese), Dorotea è inoltre annoverata tra le bolognesi illustri in un questionario parte di un progetto che una biblioteca comunale di Bologna ha rivolto ad adolescenti e giovani donne (un «cantiere aperto di identità femminili»)[26]. E il suo nome si ripete anche sui principali social network, in particolare in accese “discussioni” sul ruolo delle donne nel mondo della scienza; ha, persino, due hashtag (nelle due varianti Bocchi e Bucca) su Instagram, anche se con due sole occorrenze ciascuno. In linea di massima, tra l’altro, sul web sembra prevalere la variante cronologica che ne fa risalire la morte al 1436, anno, come si è detto, di probabile morte del padre Giovanni.

Rispetto a questi ultimi casi, è evidente che non è richiesto un approccio scientifico alle questioni storiche (anche se un po’ di critica delle fonti online non farebbe male, si è visto che quasi tutti i particolari sono tratti da opere storiografiche). Li si è riportati solo per esemplificare brevemente la ramificazione che una notizia così aneddotica e, sostanzialmente, di per sé non particolarmente cruciale, può raggiungere grazie a uno strumento come il web.

Conclusioni: cosa resta di Dorotea e delle “professoresse medievali”?

La storiografia ha negli ultimi anni, specie sull’onda degli studi di storia delle donne, assunto nuove conoscenze sul ruolo femminile, anche negli aspetti culturali: donne che, seppur una minoranza, avevano modo di apprendere e di produrre cultura, anche ad alti livelli. Spesso, specie per le donne di stato laicale, ciò dipendeva o dal loro alto status sociale, o dall’essere figlie di un intellettuale che, probabilmente, ne curava o ne favoriva l’educazione: tale aspetto è confermato sia da figure storiche – su tutti, si pensi al caso di Christine de Pizan, figlia del medico e astrologo Tommaso da Pizzano, che aveva insegnato nello Studio bolognese prima di compiere la sua carriera alla corte di Carlo V di Francia (Muzzarelli 2007; Duranti 2019) –, sia dalle biografie delle “leggendarie” donne docenti all’università: oltre a Dorotea, tra le giuriste bolognesi Novella e Bettina erano figlie di Giovanni d’Andrea, Accursia sarebbe stata figlia di Accursio, o, ancora, di Costanza Calenda non si manca di sottolineare l’attività del padre all’interno del collegio medico. In alternativa, poteva essere il marito a ricoprire il ruolo di vettore e protettore dell’istruzione della moglie, come sembrerebbe rivelare, ad esempio, il caso di Giovanna Bianchetti (Bologna 1314-1354), moglie del giurista Bonsignore Bonsignori (Tappy 2019, 92-3). Ancora una volta è esemplare il caso di Trota, anzi in questo caso di Trotula, che De Renzi rese moglie (e madre) di celebri medici della Scuola salernitana (Giovanni Plateario, e i figli Giovanni e Matteo) (De Renzi 1857, 194-9; Green 1999, 39). Ciò, in un certo senso, può rivelare una declinazione maschilista delle vicende in questione (un ruolo fondamentale è riconosciuto alla figura maschile di riferimento), ma deriva anche (e soprattutto, a mio parere) da un dato storico, ossia che la possibilità di istruzione ad alto livello doveva necessariamente svolgersi – specie nel basso medioevo, periodo in cui lo spazio femminile fu progressivamente relegato all’ambito del privato – in un ambiente familiare e domestico favorevole: e in case, non va dimenticato, in cui si potevano trovare dei libri.

Da dove giungono, dunque, queste figure di “professoresse universitarie del medioevo”? L’ipotesi più convincente potrebbe essere quella di considerarle, caso per caso, mere invenzioni posteriori: senza dubbio, alcune di esse lo sono, come si è detto per Alessandra Giliani, e si iscrivono nell’encomio dell’eccezionale o nella retrodatazione del politico.

Ma si può allargare in parte la questione, proponendo uno spettro di ipotesi dotate almeno di una qualche verosimiglianza: donne che, forse davvero per aver respirato un’aria intellettuale nella casa paterna, ebbero la possibilità e le capacità di raggiungere un grado di sapere giudicato alto dai contemporanei (ma giudicato alto in quanto donne, o alto anche in rapporto agli intellettuali maschi?). Il caso della medicina, inoltre, lo si è accennato, arricchisce il quadro della verosimiglianza, perché le mediche potevano avere anche un grado di preparazione non irrilevante, e non erano soltanto terapeute dedicate alle cure ginecologiche ed ostetriche, ma medici a tutti gli effetti, con pazienti non selezionati a seconda del genere: educate tramite l’esperienza, al fianco di un altro medico, non si può escludere che alcune di esse (la minoranza, come erano in minoranza i medici maschi colti) avessero alle spalle anche un apprendimento attraverso lo studio privato. Il fatto che per esercitare il mestiere non fosse per lungo tempo obbligatorio aver frequentato corsi universitari (né, si è detto, tantomeno aver ottenuto la laurea) aumenta questa possibilità: e l’esame per ottenere la licentia practicandi in genere verteva prevalentemente sugli aspetti pratici ed esperienziali del mestiere, senza però escludere in alcuni casi conoscenze di base tratte dalla letteratura medica.

Vi furono, dunque, donne colte, donne autrici, donne mediche, e i progressi delle ricerche indicano che probabilmente furono meno eccezionali di quanto non si ritenga. È doveroso, però, identificare e specificare in quali contesti e in quali spazi le donne laiche avessero la possibilità di un ruolo culturale attivo e protagonista: l’università medievale non fu uno di questi. E se per alcune figure più risalenti si potrebbe anche tentare di ipotizzare un ruolo di insegnamento ancora connotato in senso privatistico pur nell’ambito non ancora ben definito di uno Studio, ciò non vale certamente per Dorotea Bocchi, la cui vicenda si inscrive in un pieno Quattrocento in cui gli Studia avevano già acquisito un carattere istituzionale e pubblico, come peraltro mostra il sempre citato riferimento al pubblico salario che ella avrebbe ricevuto per la sua docenza.

Da qui a immaginare che alcune di queste donne giungessero fino all’insegnamento universitario, in ogni modo, il salto è troppo ampio e non giustificato; mi pare che, almeno allo stato dell’arte, non la si possa valutare una possibilità realistica e dunque si debba ammettere che non ci furono donne che, come racconta la tradizione su Dorotea, avessero raggiunto le insegne dottorali e ottenuto salari pubblici per insegnare nei corsi universitari.

Resta, infine, da chiedersi se e quanto sia utile “affrontare” la perpetrazione di notizie assunte come verità assoluta e che, si è accennato, internet moltiplica apparentemente senza possibilità di soluzione: rischia di essere una battaglia contro i mulini a vento. Certo, il caso di Dorotea Bocchi è un minuscolo granello di sabbia, e si può sostenere con una certa tranquillità che, anche valutando la consistenza leggendaria della sua vicenda, non sappiamo di più né di storia delle università, né di storia delle donne, né, tantomeno, di storia della medicina. Ma questo, come tanti altri, è uno di quei casi in cui il gusto dell’eccezionalità, del primato, del sensazionale – seppur in certo modo di segno positivo – distorce la percezione di temi più complessi e, in fondo, demitizza un’epoca creando, in realtà, altri miti.

Non so dire se Dorotea sia davvero esistita; ma, anche in una prospettiva di genere, mi pare che, laddove non sia possibile far emergere la voce delle donne del passato messa a tacere dai contemporanei o dalla storiografia, sia doveroso ricordare con chiarezza che se non possiamo testimoniare donne docenti nelle università medievali – e di molto tempo dopo – fu perché gli uomini di quella istituzione, e di quella società, impedirono loro di accedervi.

Abbreviazioni:

  • ASBo = Archivio di Stato di Bologna.
  • BCA = Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Bologna.

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  • Zuccagni-Orlandini, Attilio. 1843. Corografia fisica, storica e statistica, X. Firenze: presso gli editori.

Note

1. In…Digesti…commentaria, l. Sodales (D. 47.22.4), n. 16 (Di Noto Marrella 1994, I, 120-122).
3. Park 1985; Green 1989; Shatzmiller 1992; Veneziani 2005.
4. ASBo, Archivio dello Studio, 236, n. 35 – Catalogo delli Dottori Collegiati in Medicina e Filosofia dall’anno 1156 sino all’anno 1663, c. 4v.
5. Ad esempio, ASBo, Comune governo 392 (Libri mandatorum, 1438-1441), cc. 20r-21v, 61r-62v.
6. BCA, ms. B3588, ff. 25-27.
7. Per la quale voglio ringraziare Rossella Rinaldi per l’aiuto fornitomi.
8. BCA, fondo Baldassarre Antonio Maria Carrati, Genealogie.
9. Lodovico Montefani Caprara, Delle famiglie bolognesi, Biblioteca Universitaria di Bologna, ms. 4207, vol. XV, c. 25v; ringrazio Maria Teresa Guerrini per l’indicazione.
10. Ad es. Mozans 1913; Campbell Hurd-Mead 1938; Ogilvie 1986, 42; Kersey 1989, 65-6, che la dice filosofa aristotelica; Waithe 1989.
11. Stevenson 2005; Veneziani 2005; Whaley 2011; Findlen 2014.
12. https://it.wikipedia.org/wiki/Dorotea_Bucca; l’ultima consultazione di questo e dei seguenti link è al 15 aprile 2020.
26. http://www.comune.bologna.it/imparaticcio/questionari/docs/questionario-1.pdf (ultima consultazione 3 ottobre 2019; al 15 aprile 2020 la pagina risulta inesistente).