Gli studi su Roberto d’Angiò e sugli Angioini di Napoli sono numerosi, ma resta ancora da compiere un bilancio esaustivo sul rapporto tra questi ultimi e il papato soprattutto in relazione alla politica orientale (Boyer 2017; Petrucci 1970; Léonard 1954). La principale difficoltà nell’affrontare questo tema deriva dalla perdita delle fonti angioine a causa della distruzione della documentazione napoletana durante la Seconda guerra mondiale. L’unica fonte in grado di fornire informazioni consistenti a questo proposito sono le lettere dei papi, che affrontano questioni chiave di carattere pratico e politico. A queste si aggiungono alcune altre fonti che permettono di conoscere il punto di vista di contemporanei di Roberto d’Angiò. Tra queste, particolare rilievo hanno le lettere e gli scritti di Marino Sanudo il Vecchio, che conosceva personalmente il sovrano angioino. In alcune memorie del 1335-1336, parlando della situazione tesa tra l’imperatore Ludovico il Bavaro e il papato in vista di una probabile riconciliazione del primo con la Chiesa, Sanudo espone le ragioni per cui il papa appare “debilitatus in multis”. Come prima ragione, il veneziano menziona Roberto d’Angiò, scrivendo: “qui non est pugil Ecclesie” (La Roncière 1895, 42).
Questa osservazione del Sanudo offre uno spunto interessante per analizzare il rapporto tra il papato e il sovrano angioino. Perché Sanudo giudicava Roberto d’Angiò in questo modo? Per rispondere a questa domanda, il presente studio si articola in più parti. In un primo momento ci soffermeremo sulla presentazione di Marino Sanudo, sul ricorso dei contemporanei all’attributo di pugil Ecclesie e sulla particolare relazione tra tale attributo e il sovrano angioino. Una volta messe in chiaro tali questioni, ci soffermeremo sulla politica italiana di Roberto d’Angiò, per capire come l’angioino si mosse a fronte delle aspettative della Santa Sede nel difficile contesto della prima metà del XIV secolo. In seguito, sarà trattata la politica orientale del sovrano e, oltre ad osservarne la politica nei domini orientali, tratteremo anche del suo impegno crociato. Infine, ci soffermeremo su un aspetto maggiormente pragmatico, la sua politica fiscale, la quale ci permetterà di esaminare gli strumenti di cui disponeva per l’attuazione della sua politica e poter quindi valutare il rapporto tra volontà politica e capacità concreta di realizzazione.
Marino Sanudo e Roberto d’Angiò
Marino Sanudo il Vecchio, detto Torsello, nacque a Venezia intorno al 1270, rampollo di un’importante famiglia che controllava nell’Egeo il ducato di Nasso e di Andro (Orlando 2024). Fin dagli anni ‘80 del XIII secolo intraprese numerosi viaggi verso l’Oriente, raggiungendo San Giovanni d’Acri, Negroponte e altri porti del Mediterraneo orientale. Negli anni successivi fu alla corte di Palermo e di Roma al seguito del cardinale Riccardo Patroni Griffi di Siena. Nel 1306 iniziò a scrivere il trattato Conditiones Terrae Sanctae, nel quale proponeva soluzioni per ristabilire il controllo cristiano sulla Terra Santa, che presentò tre anni dopo a Clemente V. Negli anni seguenti aggiunse altri due testi a questo primo lavoro e, il 24 settembre 1321, ne offrì a Giovanni XXII una nuova versione, intitolata Opus Terrae Sanctae. Il pontefice incaricò una commissione di esaminare l’opera, ma, nonostante l’apprezzamento per il progetto di crociata, la guerra contro i Visconti e il conflitto con Ludovico IV di Baviera impedirono la realizzazione di una nuova crociata (Magnocavallo 1901; Faucon 1882, 222-223; Atiya 1938, 114-127; Delaville Le Roulx 1886, 32-39; Molinier 1903, 242-244; Cardini 1993, 377-411; Jacoby 2008, 185-197).
Tra il 1321 e il 1323 Sanudo, presente alla corte papale, lavorò a una nuova redazione del suo trattato, che prese il titolo di Liber secretorum fidelium Crucis. Negli anni successivi compose anche una Historia Romaniae, nella quale trattò principalmente le vicende del Principato di Acaia nel XIII secolo, ma anche questioni relative ai Balcani, all’Asia Minore e al Regno di Sicilia. Nel 1334, quando si preparò una spedizione crociata, come si vedrà in seguito, Sanudo si trovava a Costantinopoli e ne raccontò i primi successi. Fino alla sua morte, avvenuta nel 1343, rimase costantemente impegnato nella redazione di lettere e memoriali, nel tentativo di convincere i suoi interlocutori a promuovere un passagium generale. In quanto veneziano, egli fu sempre molto attento alla situazione politica della sua città, temendo in particolare una possibile avanzata dei Turchi nell’Adriatico. Tra i destinatari delle sue lettere, volte a sollecitare un intervento contro tale minaccia, figurava anche Roberto d’Angiò (Magnocavallo 1901; Faucon 1882, 222-223; Atiya 1938, 114-127; Delaville Le Roulx 1886, 32-39; Molinier 1903, 242-244; Cardini 1993, 377-411; Jacoby 2008, 185-197; Orlando 2024). I due si conoscevano da tempo. Nel 1322, periodo nel quale la minaccia islamica sull’Armenia e il rischio della perdita del porto di Ayas sembravano spingere i sovrani occidentali a un’azione militare, Sanudo si trovava ad Avignone e prese immediatamente contatto con gli ambasciatori del re di Francia e con Roberto d’Angiò per discutere un possibile piano d’intervento; fu in quell’occasione che essi ricevettero alcune copie del Liber secretorum (Tyerman 1982, 57-73; Bueno 2019a, 545-562; 2019b, 51-72). Come vedremo, agli occhi di Sanudo, Roberto rappresentava un interlocutore di grande rilievo.
Nel 1323, mentre si trovava a Parigi, Sanudo sostenne la necessità di un’alleanza con Costantinopoli in vista delle auspicate operazioni militari in Oriente. Tuttavia, questa proposta non trovò ampio sostegno, poiché Roberto d’Angiò, Gaucher de Châtillon e Carlo di Valois avevano interessi diretti nella regione, e una simile alleanza avrebbe potuto minacciare gli equilibri esistenti. [1] Parallelamente, Sanudo promuoveva anche l’unione delle due Chiese, esprimendo in una lettera indirizzata ad Andronico II Paleologo il proprio compiacimento per questa prospettiva e promettendo di intervenire presso Roberto di Napoli e vari principi e cardinali francesi per favorire tale progetto. Egli propose persino di recarsi personalmente a Costantinopoli qualora ciò avesse potuto facilitare l’unione ecclesiastica, che egli definiva un “complementum passagii Terrae Sanctae” (Laiou 1970, 382). In quegli anni, Sanudo stabilì relazioni anche con figure molto vicine al sovrano angioino: sono attestati infatti scambi epistolari con Ingramo, vescovo di Capua e cancelliere del Regno, con Paolino Veneto, vescovo di Pozzuoli e consigliere regio, e persino con Carlo di Calabria, primogenito di Roberto e vicario generale del Regno (Cerlini 1941, 326).
Nel 1325, ad esempio, Sanudo scrisse al vescovo di Capua descrivendo gli attacchi turchi alle isole della Romania, in particolare Negroponte, dove furono fatti numerosi prigionieri, e Nasso, allora governata da Nicolò Sanudo (Laiou 1970, 380). [2] Il tema dell’avanzata turca divenne da quel momento una delle sue principali preoccupazioni. È significativo notare che i Turchi sono menzionati raramente nelle sue prime opere: inizialmente egli riteneva possibile che il papato instaurasse relazioni cordiali con loro (Laiou 1970, 378). Questa posizione appare comprensibile, poiché, in quella fase, i domini marittimi dell’Asia Minore non erano ancora abbastanza potenti da minacciare seriamente i possedimenti veneziani, e il loro dinamismo colpiva principalmente gli interessi bizantini e genovesi (Laiou 1970, 378). All’inizio del 1327 Sanudo scrisse nuovamente a Ingramo e a Paolino Veneto, con l’obiettivo di convincere il re di Napoli a sostenere attivamente il suo progetto crociato. Come è noto, infatti, Paolino Veneto era stato incaricato da Giovanni XXII di esaminare le proposte di Sanudo e tra i due si instaurò un rapporto di reciproca stima e collaborazione. Sanudo sperava che il vescovo potesse influenzare Roberto d’Angiò, dal momento che, mentre rappresentava gli interessi pontifici a Napoli, egli godeva al contempo della fiducia del sovrano. Tuttavia, questi tentativi non produssero risultati concreti (Cerlini 1941, 328-329; Aderson 1995, 71-72). Sanudo confidava almeno che la minaccia turca ai domini della Morea, governata da Giovanni d’Angiò, fratello del re, potesse indurre Roberto ad agire (Cerlini 1941, 335). In una lettera a Ingramo, egli sottolineava infatti come il sovrano sarebbe stato obbligato a intervenire, sia in quanto re di Gerusalemme sia per difendere i propri interessi dinastici. [3]
Di fronte all’inattività angioina, Sanudo manifestò chiaramente la propria amarezza e non esitò a criticare gli Angiò, accusandoli di trascurare i loro possedimenti greci (Cerlini 1941, 336-337; Bon 1969; Cerone 1916-1917; Ilieva 1991; Ortega 2012). Nonostante la delusione, nell’inverno del 1331-1332 egli si recò a Napoli per discutere nuovamente la necessità di un’alleanza antiturca (Kunstmann 1855, 791-8). [4] Anche Venezia sollecitò l’intervento angioino: il 6 aprile 1332 il console veneziano in Puglia ricevette l’ordine di inviare un emissario a Napoli per informare Roberto della formazione di una lega antiturca e invitarlo a parteciparvi (Thiriet 1958, 1: 25). In quegli anni, Sanudo agì di fatto come un ambasciatore veneziano, scrivendo non solo al re di Napoli, ma anche al re di Francia e al papa, nel tentativo di coordinare un’azione comune (Laiou 1970, 383). Sanudo riferisce inoltre di aver appreso del progetto crociato di Filippo VI, che prese la croce nel 1333, mentre il veneziano si trovava alla corte napoletana per discutere della minaccia turca. In quell’occasione Sanudo affrontò la questione di Negroponte con Roberto, con Filippo di Taranto e con il maestro degli Ospitalieri (Laiou 1970, 387; Tyerman 1985, 25-52). Tuttavia, nonostante questi contatti, Roberto non sembrò disposto a intraprendere un’azione immediata. Ancora nel 1334, in una lettera indirizzata al sovrano, Sanudo lo esortava a intervenire militarmente contro i Turchi in collaborazione con il papato e gli Ospitalieri, scrivendo a tal proposito:
Scio, non latere regiam majestatem, qualiter alias in civitate Neapoli vestrae eximiae celsitudini exposui de periculo quod verisimiliter tunc de proximo imminebat omnibus christiculis ex confoederatione apparatu et gestis Turchorum […]. Nam ut omnium notorie fert opinio, informatione suscepta contulistis cum magistro hospitalis, et successive nostro summo pontifici enodastis rem, quantae calamitatis conflagities de proximo imminebat.
E poi aggiungendo:
Cum igitur pietas paterni nominis consilium pluribus capiat quamvis non expediat, ad mentem produco regiam proelive et reverenter, quod dignetur in saepe dicto negotio in tutelam fidei providere, ipsum conferendo secundum rei merita cum futuro summo pontifice et magistro hospitalis et aliis quorum coacervata potentia et fides valent et anhelant in robur et gubernationem signatorum cruce pugnare (Kunstmann 1855, 813-814).
Ma come sappiamo questi appelli non furono seguiti da concrete risposte.
Nel marzo 1334 Giovanni XXII convocò ad Avignone gli ambasciatori veneziani, gli emissari del re di Francia e gli Ospitalieri per promuovere la formazione di una lega antiturca. Fu deciso l’invio a Negroponte di una flotta composta da quaranta navi, messe a disposizione da Venezia, dall’Ordine degli Ospitalieri, dal regno di Cipro, dall’Impero bizantino, dalla Francia e dal papato (Magnocavallo 1901, 133-134). L’assenza di Roberto d’Angiò da questa iniziativa costituisce un ulteriore indizio del suo limitato coinvolgimento nel progetto sostenuto da Sanudo. In una lettera successiva alla morte di Giovanni XXII, avvenuta il 4 dicembre 1334, Sanudo non sollecitava più Roberto all’azione, ma si limitava a informarlo sulla situazione dei cristiani nell’Egeo. Egli aveva probabilmente preso coscienza del fatto che il sovrano non avrebbe assunto un ruolo di primo piano nelle operazioni militari contro i Turchi (Magnocavallo 1901, 141; Kurstmann 1855, 813-814). Esasperato da questa situazione, e forse anche da promesse non mantenute, nel memoriale redatto tra il 1335 e il 1336 Sanudo affermò così esplicitamente che Roberto d’Angiò “non est pugil Ecclesiae”.
Cosa intendeva Sanudo con questa affermazione e quale significato assumeva in quel contesto? L’espressione pugil Ecclesiae compare già nel Liber de recuperatione Terrae Sanctae di Fidenzio da Padova, composto in occasione del concilio di Lione del 1274, opera che Sanudo conosceva certamente (Evangelisti 1998; Musarra 2021, 170). In questo testo, i crociati vengono definiti pugiles Christi, espressione che progressivamente sostituì quella più antica di miles Christi. Tale definizione era già in uso nella documentazione pontificia a partire dal pontificato di Clemente IV. Lo stesso Carlo I d’Angiò, in occasione della sua spedizione contro Manfredi, fu definito pugil Ecclesiae sia nei sermoni cardinalizi sia nei documenti pontifici. L’espressione rifletteva un’evoluzione concettuale che tendeva ad assimilare la lotta contro gli infedeli a quella contro gli eretici, attribuendo al sovrano cristiano il ruolo di difensore militante della fede (Musarra 2021, 107-108; Demontis 2015, 551-552; Schein 1986). Nel trattato di Fidenzio, il pugil Ecclesiae appare come una figura non solo caratterizzata dal suo fervore religioso, ma anche dotato di solide capacità amministrative e militari (Demontis 2015, 553). È improbabile che Sanudo intendesse mettere in discussione la devozione cristiana di Roberto d’Angiò, il quale si impegnò attivamente a promuovere la propria immagine di sovrano cristiano esemplare. A tal proposito, si possono ricordare la costruzione di un oratorio nel palazzo reale, la fondazione del monastero di Santa Chiara a Napoli insieme alla moglie Sancia di Maiorca, la promozione di numerosi edifici religiosi e l’acquisizione, nel 1333, dei diritti sul Cenacolo del Monte Sion. Roberto si presentava inoltre come il principale difensore del guelfismo italiano ed era ampiamente percepito come un sovrano pio e saggio, tanto da essere paragonato al re Salomone (Amatucci 2004, 65-72; Barbero 1994, 111-131; Vagnoni 2009, 253-268; Kiesewetter 2005, 145-176). Un esempio significativo della propaganda angioina è rappresentato dalla Bibbia di Niccolò d’Alife, realizzata dal miniatore Cristoforo Orimina intorno al 1340, nella quale Roberto è raffigurato in trono, benedetto da Cristo e dalla Vergine, circondato dalle virtù teologali (Bologna 1969, 276-277, 355-357; Sabatini 1975; Leone de Castris 1986, 330; Barbero 1994, 126-127; Kelly 2003; Watteeuw, Van der Stock 2010). Alla luce di ciò, quando Sanudo afferma che Roberto non è un pugil Ecclesiae, egli sembra mettere in discussione piuttosto le sue qualità di guida militare e di sovrano capace di assumere un ruolo attivo nella difesa della cristianità. Per comprendere pienamente il significato di questo attributo, è dunque necessario esaminare il contesto politico e strategico in cui si collocava l’azione del sovrano angioino.
Roberto d’Angiò e la cornice politica della penisola
Roberto d’Angiò ereditava un contesto politico molto complicato. Suo padre, Carlo II d’Angiò, il 24 giugno 1299, lo incaricò di recuperare la Sicilia, che da molti anni era nelle mani degli Aragonesi. La guerra, assai sfortunata per il fronte angioino, si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta, che prevedeva che alla morte di Federico III d’Aragona la corona siciliana tornasse nelle mani degli Angiò. Gli Aragonesi, alla morte del sovrano, com’era prevedibile non rispettarono le condizioni del trattato. Le operazioni di Roberto ebbero comunque il vantaggio di respingere la minaccia aragonese nella parte meridionale del Regno e di permettere all’angioino di concentrarsi sulla questione ghibellina. Nel 1304, Roberto d’Angiò fu nominato “capitano generale” della lega guelfa e già nel 1305 fu impegnato militarmente nella difesa delle terre toscane (Caggese 1930; Sabatini 1975; Boyer 2017). Il giorno della morte di Carlo II, il 5 marzo 1309, Roberto si proclamò “Dei gratia rex Jerusalem et Sicilie, ducatus Apulie et principatus Capue, Provincie et Forcalquerii ac Pedimontiscomes”. Il 3 agosto 1309, Clemente V lo incoronò nella cattedrale di Avignone (Minieri Riccio 1883, 50).
Nel frattempo, la crisi tra papato e Impero contribuì a complicare ulteriormente la posizione di Roberto. Nel 1310, nominato vicario pontificio in Romagna, questi si trovò a guidare la resistenza guelfa contro la discesa dell’imperatore Enrico VII verso Roma. La città fu occupata nel 1312 e il sovrano angioino scelse di non opporsi frontalmente all’imperatore. Enrico VII decise quindi di sottomettere la Toscana e convocò una dieta a Pisa. Il 26 aprile 1313 accusò Roberto di tradimento, ribellione e lesa maestà, condannandolo a morte. Successivamente si accordò con Federico III d’Aragona per invadere e spartirsi il Regno di Napoli. Tuttavia, mentre si dirigeva verso Roma per avviare l’invasione, morì improvvisamente il 24 agosto 1313 presso Buonconvento (Bowsky 1960). In quello stesso periodo Roberto accettò il titolo di capitano della lega guelfa. Tuttavia, contrariamente alle aspettative dei suoi alleati, evitò lo scontro diretto in campo aperto, preferendo una strategia di logoramento delle forze ghibelline. Dopo la morte dell’imperatore, tra il 1313 e il 1314, oltre che dei domini piemontesi, fu proclamato signore di Firenze, Parma, Brescia, Cremona e Ferrara. Nel 1317 fu nominato senatore di Roma dal papa e l’anno successivo divenne signore di Genova (Caggese 1930, 2: 28-30; Davidsohn 1956-1965; De Vincentiis 2001; Gualtieri 2009; Grillo 2015).
La morte di Enrico VII non risolse il conflitto tra papato e Impero. I principi tedeschi si divisero tra i sostenitori di Federico d’Asburgo e quelli favorevoli a Ludovico il Bavaro. Nell’ottobre 1314 una parte significativa dei principi sostenne la candidatura di Ludovico. Quando questi chiese il riconoscimento papale, Giovanni XXII preferì esortare i contendenti a trovare un accordo, evitando di schierarsi apertamente. Di fronte al loro rifiuto, il papa nominò Roberto d’Angiò vicario pontificio in Italia durante la vacanza del trono imperiale. Dopo anni di conflitti, Ludovico prevalse e si fece incoronare imperatore, nominando a sua volta un vicario imperiale. Il papa rispose scomunicandolo nel 1324. Dopo aver ottenuto la signoria di Genova nel 1319, Roberto si recò ad Avignone, dove rimase per circa cinque anni collaborando con il pontefice al progetto di costruire un’Italia guelfa. Tuttavia, la minaccia dei Visconti, dell’imperatore e la persistente questione siciliana lo costrinsero a rientrare a Napoli nel 1324. Il 26 maggio dello stesso anno tentò una spedizione per riconquistare la Sicilia, ma senza successo. Nel 1325 il campo guelfo subì inoltre due gravi sconfitte, ad Altopascio e a Zappolino, che aggravarono ulteriormente la posizione angioina e papale. Nel 1327 Ludovico il Bavaro scese in Italia, entrò a Roma e fu incoronato imperatore da Giacomo Sciarra Colonna. Poco dopo dichiarò deposto per eresia papa Giovanni XXII e nominò antipapa il francescano Pietro Rainalducci, con il nome di Niccolò V. Tuttavia, a causa dell’emergere dell’opposizione romana e della morte di Castruccio Castracani, Ludovico dovette spostarsi prima a Viterbo e poi a Pisa [5].
Come ha mostrato Paolo Grillo, Roberto si trovò a operare su un territorio vasto e difficile da difendere. Le forze militari angioine disponibili al di fuori del Regno erano limitate. Ad esempio, nel 1312, mentre preparava la difesa contro Enrico VII, egli inviò suo fratello Giovanni di Gravina con circa 400 cavalieri, ai quali si aggiunse un contingente guidato da Ranieri Grimaldi. Le forze angioine riuscirono a contrastare l’avanzata imperiale, anche grazie al sostegno dei guelfi romani, che difesero posizioni strategiche come la Torre delle Milizie e Castel Sant’Angelo, impedendo all’imperatore di raggiungere San Pietro e costringendolo a farsi incoronare a San Giovanni in Laterano. Lo stesso anno Hugues de Baux, siniscalco e capitano generale del Piemonte, riuscì a riconquistare Asti grazie all’arrivo di rinforzi. Secondo Roberto Caggese, che poté consultare i registri della cancelleria angioina, successivamente distrutti durante la Seconda guerra mondiale, le difese predisposte nel 1313 contro la minaccia imperiale furono organizzate con grande cura, ma non furono mai messe alla prova a causa della morte improvvisa di Enrico VII (Grillo 2006; Caggese 1930; Monti 1930, 146; Bowsky 1960).
Lo sforzo militare angioino aumentò ulteriormente negli anni successivi, soprattutto dopo l’assunzione della signoria su numerose città guelfe e la nomina di Roberto a vicario imperiale in Italia. La difesa dei domini angioini fu resa più difficile dalla perdita di Lucca nel 1314 e dalla grave sconfitta di Montecatini nel 1315, in cui gran parte delle forze guelfe fu annientata. Nonostante ciò, Roberto riuscì a mantenere una relativa stabilità e a impedire il crollo della posizione guelfa fino al 1325 (Caggese 1930, 1: 203-219; Bowsky 1960, 150-170). Negli anni successivi, la penisola italiana divenne teatro dello scontro tra i Visconti e il papato. Roberto si trovò ancora una volta alla guida di una coalizione guelfa, impegnato in un conflitto che assorbì gran parte delle sue risorse e lo distolse dall’obiettivo fondamentale della politica angioina: la riconquista della Sicilia.
Se Roberto Caggese sottolinea il ruolo della fortuna nel salvare il sovrano angioino da alcune potenziali disfatte, Paolo Grillo evidenzia invece come, grazie a interventi mirati e a una strategia prudente, Roberto riuscì a evitare il peggio (Caggese 1930, 1: 194-195). Per circa un ventennio le forze angioine riuscirono infatti a contenere l’azione imperiale e ad ampliare la propria influenza nell’Italia centro-settentrionale. Tuttavia, i suoi tentativi di riconquistare la Sicilia rimasero infruttuosi (Grillo 2016). L’atteggiamento di Roberto fu generalmente prudente e difensivo. Tale prudenza fu criticata dai contemporanei: poeti guelfi come Folgore da San Gimignano, Antonio Pucci e Pietro dei Faitinelli lo accusarono di avarizia e codardia, mentre Dante stesso mise in dubbio le sue qualità regali (Petrucci 1970; Borsa 2006). La delusione dei fiorentini, che avevano atteso invano il suo aiuto contro Enrico VII, contribuì a rafforzare questa immagine negativa. Essa fu probabilmente accentuata anche dalla propaganda dello stesso Roberto, che preferiva presentarsi come un sovrano saggio e pio, piuttosto che come un re guerriero, in contrasto con il modello incarnato da suo nonno Carlo I d’Angiò (Barbero 1983; Grillo 2006).
Roberto e l’Oriente
Se Carlo I d’Angiò aveva ambito a una significativa espansione territoriale verso Oriente, coltivando il progetto di conquistare Costantinopoli, durante il regno di Roberto fu invece Filippo di Taranto a portare, dal 1313, il titolo di imperatore latino. Tuttavia, come ha osservato efficacemente Kenneth Setton, “la sua pretesa al trono di Costantinopoli era presa sul serio solo a Napoli” (Setton 1976, 179). Roberto d’Angiò adottò infatti una politica orientale estremamente prudente, in continuità con quella di suo padre Carlo II. Dalla morte di Carlo II, i possedimenti orientali angioini non conobbero alcuna espansione significativa, fatta eccezione per il consolidamento del ramo cadetto della dinastia al trono d’Ungheria. Per quanto riguarda i domini in Albania e in Grecia, i sovrani napoletani mantenevano formalmente una posizione di sovranità superiore, ma la gestione effettiva era affidata principalmente al ramo cadetto della famiglia. Roberto dovette intervenire più volte per risolvere le controversie tra Filippo di Taranto e Giovanni di Gravina, dovute soprattutto a problemi di successione. In generale, tuttavia, egli non mostrò mai un particolare interesse per questi possedimenti orientali, una situazione che suscitava anche le preoccupazioni di papa Giovanni XXII. Gli Angiò non inviarono alcun sostegno significativo per la difesa della Morea contro l’avanzata bizantina, che all’inizio del XIV secolo portò alla perdita di importanti fortezze, come Matagrifon e Karytaina. Nel 1320 fu inoltre perduto il castello di San Giorgio. Nei momenti di crisi Roberto privilegiò quasi sempre la via diplomatica piuttosto che l’intervento militare diretto. Così avvenne nel 1335, quando inviò funzionari con il compito di difendere l’Albania dalle mire del sovrano serbo Stefano Uroš IV. Solo nel 1338, di fronte al rapido deterioramento della situazione in Grecia, il re fu costretto a inviare un piccolo contingente militare e alcuni rifornimenti, che gli consentirono di mantenere la propria autorità sul ducato di Atene, minacciato dalla Grande Compagnia Catalana, da incursioni turche e dalle forze bizantine (Yver 1903, 15; Léonard 1954, 296-298; Caggese 1930, 1: 643-647; Setton 1976, 140-162; Ortega 2012).
L’inizio del XIV secolo fu caratterizzato da numerosi progetti di crociata che tuttavia non si concretizzarono mai, come quelli elaborati da Marino Sanudo e Raimondo Lullo (Conti 2026; El Mostain 2024). Sebbene Roberto d’Angiò avesse dichiarato in un suo scritto che “quidquid utiliter respicit Terre Sancte negocium, quantum cum Deo et Justicia possumus, intencionis affectu libenter complectimus et prosequimur diligenter” (Yver 1903, 15), la sua azione politica fu molto più prudente. Quando, tra il 1322 e il 1323, papa Giovanni XXII discusse con Carlo IV l’organizzazione di un passagium generale, Roberto non prese parte alle trattative, essendo già fortemente impegnato nella complessa situazione politica italiana (Housley 1980, 166-185).
Alla morte di Carlo IV, Giovanni XXII nominò Filippo VI capitano generale della crociata. Negli stessi anni il sovrano francese elaborò un dettagliato progetto crociato, che fu accolto con favore dal governo veneziano, interessato a rafforzare il proprio controllo su Creta e ad ampliare la propria influenza commerciale e politica (Viard 1936). Il papa scrisse più volte al doge per sollecitarne la partecipazione e informarlo sugli sviluppi della situazione orientale. Il 6 aprile 1332 il Senato veneziano incaricò il proprio console in Puglia di sollecitare l’adesione di Roberto alla lega antiturca in via di formazione. Il console riferì di aver trovato il sovrano favorevole all’iniziativa. Anche negli scambi epistolari con il papa Roberto mostrò interesse per il progetto, arrivando nel 1333 a proporre l’utilizzo delle decime raccolte in Italia per una guerra adversus Turcarum irruptiones. Tuttavia, Giovanni XXII rispose che non si poteva prendere alcuna decisione senza consultare Filippo VI, al quale era già stata concessa una decima sessennale per finanziare una crociata, e che la Camera apostolica non era in grado di sostenere da sola il peso dell’impresa (Setton 1976, 179-181).
Alla morte di Giovanni XXII, nel dicembre 1334, il suo successore Benedetto XII proseguì la politica orientale del predecessore (Magnocavallo 1901, 140-142). Nel 1336 convocò ad Avignone Filippo VI e altri sovrani, tra cui Roberto d’Angiò, per organizzare un passagium generale. Tuttavia, lo scoppio della Guerra dei Cent’anni modificò radicalmente le priorità della monarchia francese. L’unico risultato concreto fu una limitata spedizione navale che portò alla distruzione di alcune galee turche nelle acque di Smirne. Roberto contribuì con quattro navi e un piccolo contingente militare, composto in gran parte da prigionieri liberati per l’occasione (Léonard 1954, 296; Housley 1981; Carraz 2009). Considerando che la flotta complessiva contava quarantasei galee, il contributo angioino appare estremamente modesto (Gay 1904, 23). Questa tendenza si confermò anche negli anni successivi. Nel 1343, quando Negroponte fu attaccata dai turchi e papa Clemente VI organizzò una spedizione difensiva, le fonti non menzionano alcun aiuto significativo da parte di Roberto, nonostante le sollecitazioni pontificie (Gay 1904, 36).
Se l’impegno militare angioino in Oriente fu limitato, Roberto e sua moglie Sancia si distinsero invece per il loro sostegno alla presenza cristiana in Terra Santa. Il sovrano acquistò dal sultano d’Egitto, in cambio di una consistente somma di denaro, il patronato sul Santo Sepolcro e sugli altri luoghi santi della Palestina. Tale patronato fu successivamente ceduto alla Santa Sede, che ne affidò la custodia ai frati Minori (Jotischky 2016; Saletti 2016; Musarra 2021, 128-132).
Come suo padre, Roberto sostenne attivamente gli ordini militari impegnati in Terra Santa (Guzzo 2014; Conti 2026), in particolare i Templari e gli Ospitalieri. Ai Templari, che possedevano numerosi beni in Campania e in Puglia, furono concesse esenzioni fiscali, diritti di estrazione del sale e facilitazioni per il trasporto (Caggese 1930, 1: 53-56). Analogamente, Roberto garantì agli Ospitalieri numerosi privilegi, tra cui esenzioni fiscali, autorizzazioni all’esportazione, approvvigionamenti alimentari, facilitazioni logistiche e il diritto di ricevere donazioni destinate alla difesa della Terra Santa [6]. La stretta relazione tra la dinastia angioina e l’ordine degli Ospitalieri era ben nota ai contemporanei. Raimondo Lullo, nel Liber de acquisitione Terrae Sanctae, presentato a Clemente V dopo il concilio di Vienne, propose addirittura di affidare il controllo di Costantinopoli, una volta conquistata, congiuntamente agli Ospitalieri e a Roberto D’Angiò. Gli ordini militari ricambiarono questo sostegno partecipando alla difesa dei possedimenti angioini. Tuttavia, la limitata presenza militare suscitò anche malcontento. Nel 1321, Jean de Baux, capitano degli Ospitalieri, insieme ad altri baroni della Morea, propose di offrire il principato sotto sovranità angioina alla Repubblica di Venezia, giudicando insufficiente la capacità difensiva degli Angiò. La crisi fu comunque superata, e pochi anni dopo gli Ospitalieri parteciparono nuovamente alle operazioni militari organizzate da Roberto contro i Bizantini di Mistra (Bon 1969, 201-204; Lock 1995, 110, 128-129, 238; Carraz 2009).
L’insieme di questi elementi sembra confermare le conclusioni di studiosi come Boyer e Kelly, che hanno sottolineato il limitato interesse di Roberto per i suoi possedimenti orientali (Kelly 2003, 196, 211; Boyer 2017). Sia nei confronti della Terra Santa, sia verso i territori oltre l’Adriatico, la sua politica fu caratterizzata da un costante tentativo di ridurre al minimo l’impegno finanziario diretto. Come visto anche per il contesto italiano, Roberto privilegiò sistematicamente la diplomazia rispetto all’azione militare, affidando spesso la difesa dei suoi domini agli ordini militari, ricompensati mediante privilegi fiscali e sostegno economico. La politica orientale di Roberto presenta dunque significative analogie con la sua politica italiana: entrambe furono caratterizzate da un approccio essenzialmente conservativo. Questa scelta fu probabilmente determinata dai limiti finanziari del Regno, che impedivano l’attuazione di una politica espansionistica più ambiziosa. È proprio su questi vincoli strutturali che si concentrerà l’analisi nelle pagine seguenti.
Finanziare la politica
Come detto prima, ricostruire la situazione delle casse del Regno sotto il dominio di Roberto d’Angiò è un’operazione molto complicata: la documentazione napoletana è andata in gran parte distrutta durante il secondo conflitto mondiale e, al di là delle ricerche effettuate prima della guerra, dove la questione della fiscalità resta molto marginale, si può oggi studiare la sola documentazione epistolare tra i pontefici e Roberto d’Angiò per poter avere il polso della situazione.
Sin dal regno di Carlo I, gli Angiò avevano cominciato a moltiplicare le somme dovute alla Santa Sede. La ragione principale del susseguirsi di questi debiti fu la politica militare del re angioino e la perdita della Sicilia. Facciamo un passo indietro per capire meglio la situazione. A partire dal 1265, Carlo I e il papa si accordarono per il versamento da parte del re alla Camera apostolica di un censo annuo di 40.000 fiorini d’oro (8.000 once) per il possesso della corona di Sicilia (Kiesewetter 2003, 184-185). A partire dai Vespri (1282), la Sicilia era passata sotto il controllo aragonese e, oltre ai territori siciliani, gli Angiò persero anche i vari introiti che si potevano riscuotere dal controllo dell’isola. Quindi a partire da questo momento i sovrani angioini pagarono un censo annuo per la Corona di Sicilia, che di fatto non generava nessun beneficio.
Tra il 1292 e il 1303 i debiti del sovrano verso la Camera apostolica ammontavano infatti a più di 460.000 fiorini d’oro, precisamente 93.340 once d’oro (Kiesewetter 2003, 171-214). Solo nel 1295, il censo arretrato più i prestiti da restituire ammontavano ad un totale di 1.250.000 fiorini d’oro (Kiesewetter 1999, 289, 488, 496). Per valutare l’ordine di grandezza di queste cifre basti pensare che le entrate del Regno in questo periodo ammontavano a 500.000 fiorini annui (Kiesewetter 2003, 188). La situazione si aggravò ancora negli anni successivi, quando Carlo II intraprese diverse onerose azioni militari per riprendere la Sicilia, senza successo. Nel 1303, per le sole spese militari, Carlo II doveva alla Camera apostolica ben 1.830.000 fiorini d’oro [7]. La situazione non migliorò negli anni successivi.
Nel 1309, data della morte di Carlo II, Roberto d’Angiò ereditò una situazione finanziaria non semplice. Il 13 agosto 1309 egli inviò una lettera di protesta al papa, lamentando di essere tenuto a pagare un censo per il titolo di un’isola che non controllava, ed arrivò ad accusare il papato di arricchirsi a discapito degli angioini (Caggese 1930, 1: 106-107).
Nonostante questa lettera, di cui non conosciamo la risposta, la corrispondenza tra Roberto e Clemente V (1305-1314) non mostra particolari difficoltà, da parte del sovrano, a pagare con regolarità il censo dovuto alla Camera apostolica [8]. Poco dopo l’elezione di Giovanni XXII (1316-1334), l’angioino riuscì invece ad avere una proroga per il pagamento dei censi che non aveva versato negli ultimi due anni (1315-1316) e, allo stesso tempo, versò 8.000 once d’oro per il censo del 1314. L’anno seguente, nel 1317, Roberto ottenne una dilatazione dei debiti del censo, che ammontavano in quel momento a 120.000 once d’oro da pagare in 11 anni, non versati a causa dei guerrarum impedimenta [9], e due anni dopo ottenne una nuova proroga [10]. Il precipitare della situazione italiana fece sì che Roberto ottenne ancora nel 1324, 1329 e nel 1330 altre dilazioni per i pagamenti del censo [11]. Nel 1330 si stabilì una nuova rateizzazione del debito, che venne confermata da Roberto con una lettera del 20 agosto dello stesso anno. Si ritrovano poi pagamenti regolari da parte dell’angioino nel 1333 e 1334 [12]. Lo stabilizzarsi dei vari conflitti nei quali il re era implicato in Italia fece sì che Roberto potesse concentrare le sue poche risorse per pagare il censo papale. Con regolarità l’angioino versò due volte l’anno a Benedetto XII, tra il 1337 e il 1341, il censo dovuto [13]. Ricordiamo che in data 25 settembre 1337, il sovrano angioino doveva ancora al papa l’importante somma di 88.852 once d’oro, ovvero più di 440.000 fiorini d’oro [14]. Anche se nel 1337 gli Angiò non erano ancora riusciti a ripagare tutti i debiti accumulati verso la Sede apostolica, bisogna notare che, in meno di 30 anni, Roberto d’Angiò fu capace di ridurre di tre quarti il debito dei suoi avi, senza dover rinunciare ad una politica italiana molto dispendiosa a causa dei numerosi conflitti che lo contrapponevano ai ghibellini.
Ma la questione del censo non era l’unico problema delle casse del Regno. Il sovrano fu costretto a indebitarsi verso numerose compagnie toscane sin dalla sua salita al trono. In effetti, già nel 1309, chiese un prestito per tumulare la salma del padre (Caggese 1930, 1: 157). L’anno seguente chiese in prestito ai Bardi e ai Peruzzi 450 once d’oro per poter stipendiare i custodi dei castelli di Napoli, della Puglia e della Basilicata (Caggese 1930, 1: 112). Lo stesso anno la corte di Napoli si indebitò addirittura con il re aragonese per una somma di 2.500 once d’oro (Caggese 1930, 1: 125). Anche se non conosciamo i dettagli delle operazioni, sappiamo che nel 1318 l’angioino aveva contratto con la compagnia dei Bardi, dei Peruzzi e degli Acciaioli numerosi debiti per pagare i mercenari al servizio dei suoi officiali (Caggese 1930, 1: 192).
La situazione politica della penisola, come visto prima, obbligava il Papato ad aiutare finanziariamente il sovrano angioino tramite dilazioni di pagamento, sovvenzioni e introiti vari. Giovanni XXII, in contrasto con la politica di Ludovico il Bavaro, decise di nominare Roberto d’Angiò vicario pontificio in Lombardia e Toscana. Per adempiere a questo ruolo, il re non mancò di sollecitare l’aiuto finanziario dello stesso pontefice. Soprattutto per gli anni ’20 del XIV secolo abbiamo traccia di diversi prestiti fatti dalla Camera apostolica, con praticamente lo stesso tipo di motivazione: summa mutuata fuerat in subsidium vicariatus. Ad esempio, nel 1319 Roberto ricevette in prestito la consistente cifra di 25.000 fiorini d’oro. La stessa somma gli fu prestata l’anno seguente anche grazie all’intercessione dei Bardi, mentre un terzo prestito di 6.500 fiorini fu ottenuto nel 1321 [15]. Giovanni XXII, cosciente della grave situazione, si prodigò per versare diversi sussidi al Regno, come ad esempio, nel 1322, il dono di 900 once d’oro proveniente dal tesoro dell’arcivescovo di Cosenza. Occorre inoltre segnalare che il pontefice inviò denaro anche ai fratelli di Roberto d’Angiò, Giovanni e Filippo (Bock 1936, 184-185; Housley 1982, 246).
A quanto detto finora, bisogna infine aggiungere il denaro proveniente dalle decime che il pontefice faceva direttamente recapitare al re angioino e ai suoi parenti a sostegno della loro politica. Sappiamo che dal 1312 Filippo di Taranto, fratello di Roberto, ricevette da Clemente V una decima raccolta nel Regno e in Sardegna allo scopo di difendere la Morea [16]. Impossibile dire se quel denaro fu usato realmente per la difesa dei possedimenti orientali degli Angiò: in ogni caso l’uso di quei fondi non ebbe l’esito sperato. È interessante notare come queste decime furono utilizzate durante il pontificato di Giovanni XXII. Nel 1321, il papa si trovò a gestire del denaro raccolto per partire per la crociata, indetta da Clemente V al Concilio di Vienne. Una parte di questo denaro fu data in prestito a Roberto per poter finanziare le operazioni militari in Italia. Conoscendo bene la situazione delle casse del Regno, Giovanni XXII evidenziò bene che si trattava di un prestito e che il mancato rimborso entro i tempi previsti avesse come conseguenza la scomunica per Roberto e Carlo di Calabria, oltre l’interdetto papale su tutte le terre del re di Napoli in Francia e in Italia [17]. Roberto si lamentò di queste restrizioni e il papa, nel 1322, gli rispose che non poteva allentare queste condizioni perché si trattava di una decima imposta in aiuto della Terra Santa [18].
Poco dopo Giovanni XXII dovette scontrarsi con la dura realtà, in quanto un ridimensionamento dell’impegno del sovrano napoletano in Italia avrebbe provocato dei danni enormi al suo progetto politico, e questo sicuramente gli fece cambiare idea. Nel 1323 il papa decise di trasformare il prestito fatto a Roberto e Carlo di Calabria in un semplice sussidio [19]. Non conosciamo la giustificazione data da Giovanni XXII, ma fu senza dubbio il contesto politico ad imporre di dirottare rapidamente il denaro a vantaggio della crociata contro i Visconti, nella quale l’angioino guidava lo schieramento guelfo (Schäfer 1911, 478).
Ma non era certo la prima volta che i fondi delle decime erano usate per altri scopi: ad esempio, tra il 1317 e il 1320, Giovanni XXII concesse a Roberto di Napoli una decima biennale in supporto al suo vicariato imperiale in Lombardia e Toscana [20]. Nel luglio del 1321, seguì, allo stesso scopo, una decima triennale proveniente dalle diocesi della penisola italiana, della Sardegna e della Corsica, della Grecia franca e di Cipro, della Provenza, del Regno di Arles e altre diocesi imperiali [21]. Nemmeno l’inasprirsi della tassazione del Regno migliorò la situazione (Caggese 1930, 2: 200) e, ancora nel 1328, Giovanni XXII concesse a Roberto di Napoli una decima triennale nel Regno e una decima annuale in Provenza, “affinché fosse abbastanza forte da trattenere gli invasori di detto Regno” [22].
Nel 1328, la situazione era talmente tesa, che l’angioino, in estrema difficoltà finanziaria, intervenne direttamente nella riscossione della decima che Giovanni XXII gli aveva concesso, intimando agli esattori di consegnare all’erario un’annata e mezza di pagamenti entro il gennaio 1329 (Ficker 1865, no. 201; Housley 1982, 203). Il pontefice si rifiutò di inviare il denaro che veniva richiesto con insistenza da Roberto [23].
In ogni caso, neanche con il pontificato seguente venne meno il sostegno agli angioini. Nel 1339, Benedetto XII concesse a Roberto una decima biennale nel Regno, in Provenza e in Piemonte, per riconquistare la Sicilia e, in caso di necessità, difendere il Regno di Napoli da un’invasione dell’imperatore Luigi IV [24]. L’angioino considerava questi aiuti non soddisfacenti e ne sollecitò altri già l’anno seguente. Il papa tuttavia rifiutò, ritenendo che ciò avrebbe incoraggiato altri re ad avanzare le stesse pretese. Lo stesso pontefice rifiutò di inviare altro denaro anche a Carlo di Calabria, Giovanni di Gravina e Filippo di Taranto [25].
Ma quale erano le spese che spingevano Roberto a domandare con insistenza denaro al pontefice? Nel Regno di Napoli, come in molte altre realtà coeve, il debito pubblico era principalmente causato dalle spese militari (Ginatempo 2000). Se è in parte possibile conoscere la quantità di denaro versato dal papa al sovrano, quantificare la spesa militare è cosa ancor più ardua. In effetti, abbiamo a nostra disposizione solo un paio di informazioni di seconda mano, presentate da Caggese nella sua opera sul re angioino: nel 1325-1326 l’inconcludente attacco alla Sicilia venne finanziato in due anni con 1.250.000 fiorini (250.000 once d’oro) da imposte ordinarie e straordinarie (Caggese 1930, 2: 224). Invece, nel 1335, per la preparazione di una flotta sempre tesa all’attacco della Sicilia, in sei mesi Roberto d’Angiò spese 40.000 fiorini (8.000 once d’oro) [26]. Sfortunatamente non siamo in grado di documentare neanche le spese militari di Roberto relative alla difesa del Regno o delle altre signorie che erano temporaneamente amministrate dall’angioino. In effetti molto denaro era stato stanziato per pagare i mercenari che dovevano difendere le varie zone da lui controllate. Non mancano i casi in cui mercenari richiedevano di essere pagati, come accadde al celebre Diego de la Rat, ma lo stesso vale anche per la custodia dei castelli provenzali (Caggese 1930, 1: 217).
Ricordiamo che tra il 1311 e il 1330 Roberto, per sostenere la propria politica e quella del pontefice, si era trovato a proteggere territori che comprendevano vaste zone del Piemonte, della Lombardia, della Liguria, della Toscana e della Romagna, senza dimenticare la difesa di Roma e del Regno nei tentativi di incursione imperiale, azione che richiedeva degli sforzi finanziari che le casse del Regno non potevano certo sostenere (Grillo 2016). Proprio le difficoltà del sovrano nel pagare gli stipendiari diventò un motivo valido per accordargli parte delle decime papali del 1328 e del 1339 (Housley 1982, 246). Se l’aiuto papale fu una condizione essenziale all’organizzazione delle operazioni militari di Roberto di Napoli, proprio per questa ragione il re provò anche a far partecipare i vari domini sotto il suo controllo al finanziamento dei vari contingenti militari (Terenzi 2019, 240-244). Ci sembra chiaro come in questo contesto, la prospettiva di crociata e il finanziamento della politica orientale sembrassero assolutamente marginali agli occhi del re di Napoli.
Per concludere, lo studio della politica di Roberto d’Angiò e dei suoi rapporti con la situazione finanziaria mostra chiaramente le difficoltà che egli dovette affrontare nel difendere il Regno e i possedimenti orientali, nel contenere le ambizioni ghibelline nella penisola, nel compiacere il papa nei suoi progetti orientali e nel tentare di riportare la Sicilia sotto la dominazione angioina. Gran parte delle sue azioni militari dipendevano infatti in modo determinante dal sostegno finanziario della Camera apostolica. Il punto di vista di Marino Sanudo consente allora di comprendere come una parte dei contemporanei di Roberto d’Angiò fosse delusa dalla sua prudente politica orientale. Se tale delusione può apparire comprensibile, in quanto soprattutto i sovrani francesi fornirono al movimento crociato uno sforzo economico considerevole, è necessario riconoscere che, nelle condizioni critiche nelle quali versavano le finanze angioine, Roberto fu comunque in grado di resistere alle pressioni esterne in un’ampia area d’azione che si estendeva dal Piemonte alla Sicilia, senza contare i domini dall’altra parte dell’Adriatico.
In ogni caso, una volta abbandonata la dispendiosa politica guelfa in Italia, la situazione fiscale del Regno si stabilizzò al punto che Roberto riuscì a estinguere i debiti nei confronti della Sede apostolica, ereditati dal nonno e dal padre. Ciò consente di affermare che, nonostante il giudizio negativo di Marino Sanudo, il re angioino possa essere complessivamente considerato un buon amministratore e a giusto titolo un pugil Ecclesiae.
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Note
1. Bongars 1611, 294-300.
2. Bongars 1611, 291-294.
3. Ibidem.
4. Bongars 1611, 299-300.
5. Per un ritratto di Ludovico IV e della sua politica, si vedano le voci del Dizionario di Storia (Istituto dell’Enciclopedia Italiana): https://www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-iv-detto-il-bavaro_(Dizionario-di-Storia)/; e della Treccani (Istituto dell’Enciclopedia Italiana): https://www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-iv-il-bavaro-imperatore_(Enciclopedia-Italiana)/.
6. Cartulaire de l’Ordre des Hospitaliers, IV, nn. 4880, 4897, 4904. Si veda inoltre: Yver 1903, 13-4; Léonard 1954, 296.
7. Regestum Clementis, no. 2269. Per un riassunto esaustivo della situazione si veda: Conti 2026.
8. Regestum Clementis, nn. 4345, 4589, 4782, 5506-7, 7246, 8680, 9783.
9. Lettres communes de Jean XXII, nos. 2017, 5497, 5499, 5619, 8378.
10. Lettres communes de Jean XXII, no. 10358.
11. Lettres communes de Jean XXII, nn., 20591, 46310, 48898, 50805.
12. Lettres communes de Jean XXII, nn. 60608, 60628, 61551, 65074.
13. Benoît XII, lettres closes, nn. 590, 941, 1371, 1381, 1527, 1879, 1993, 2422, 2424, 2806, 2809, 3108; Benoît XII, lettres communes, nn. 3852, 3874
14. Benoît XII, lettres closes, no. 1527.
15. Lettres communes de Jean XXII, nn. 12292-4, 14403-4; Schäfer 1911, 415, 816-817; Bock 1936, 105-122, 169-220; Housley 1982, 246.
16. Regestum Clementis, no. 7759.
17. Archivio Apostolico Vaticano (AAV), Instr. Misc., no. 748; Housley 1982, 104-105.
18. AAV, Reg. Vat. 111, f. 117r, no. 447; Reg. Vat. 111, ff. 116r-117r, nn. 475-476; Housley 1982, 104-105.
19. AAV, Reg. Vat. 112, ff. 79r-80r, nn. 933-934; Reg. Vat. 113, ff. 57v-58r, no. 442; Reg. Vat. 114, f. 161r-v, nn. 1014-1015; Housley 1982, 104-105.
20. AAV, Reg. Vat. 111, f. 117r., no 477; Bock 1936, 216-217; Housley 1982, 178-179.
21. Lettres communes de Jean XXII, nn. 1263-1276, 14289-14290, 14294-14307, 16138. Si veda anche: AAV, Reg. Vat. 113, f. 259v, no. 1534; Reg. Vat. 114, ff. 279v-280r, no. 1589; Housley 1982, 178-179.
22. Lettres communes de Jean XXII, nn. 40797-40801; Housley 1982, 178-179.
23. Lettres communes de Jean XXII, no. 46214; Bock 1936, 184-185, 216-217.
24. AAV, Reg. Vat. 127, ff. 139v-141v, no. 199; Ficker 1: 865, no. 201.
25. Benoît XII, lettres closes, no. 2693; Housley 1982, 203.
26. Regestum Clementis, nn. 10021, 10051; Caggese 1930, 2: 237.

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