Roberta Biasillo, Storia globale dell’ambiente. Roma: Carocci, 2025. 252 pp.
Il libro di Roberta Biasillo, che insegna storia politica e ambientale all’Università di Utrecht, è un grande, benvenuto inedito nel panorama storiografico italiano. Non solamente perché tratta di storia globale dell’ambiente: è un libro per molti versi ‘necessario’ che, per quanto il termine venga spesso abusato, in questo caso veramente colma una lacuna su un tema di fondamentale rilevanza contemporanea la cui esposizione in chiave globale ha pochissimi precedenti nell’editoria nostrana. Ma è ‘necessario’ soprattutto per come tratta di storia globale dell’ambiente. L’originalità e il merito principali del libro risiedono nelle sue scelte, scelte che lo rendono integrativo, piuttosto che confermativo, rispetto a un campo di studi come quello della storia ambientale in Italia che, per quanto estremamente ricco e in crescita, conserva importanti ritardi a livello di ampiezza e profondità tematiche, geografiche e metodologiche.
In primo luogo, Storia globale dell’ambiente rompe in maniera netta, quasi inclemente, con il determinismo geografico che spesso caratterizza le storiografie nazionali al di fuori dell’“anglosfera” (p. 17), per cui anche storie globali tendono a essere ‘filtrate’ o rese tramite casi di studio tratti dal contesto di appartenenza dell’autore. Il lettore non troverà riferimenti all’Italia se non brevemente nel primo capitolo. In secondo luogo, il libro – non potendo e non volendo essere onnicomprensivo – decide di non strutturarsi attorno alle prospettive fino a ora più battute dalla storia ambientale in Italia. In uno sforzo mirabile di andare in controtendenza rispetto a punti chiave della stessa expertise dell’autrice, per esempio, tematiche come acqua, foreste, inquinamento industriale, fino alle dimensioni ideologiche del rapporto con l’ambiente (fascismo, ambientalismi) rinunciano alla centralità del capitolo per farsi temi trasversali del libro. I veri, indiscussi protagonisti di Storia globale dell’ambiente sono temi, spazi, e soprattutto approcci che in Italia sono ancora inespressi o minoritari. Vediamoli in ordine.
Quali dinamiche dell’età contemporanea hanno trasformato la storia ambientale in storia globale a tutti gli effetti? Il primo capitolo risponde concentrandosi sulle dimensioni ecologiche dell’espansionismo colonizzatore europeo dal XVI al XIX secolo. Particolarmente riuscita in questo caso è la rappresentazione di questo fenomeno non in quanto uniforme, unidirezionale, e ineluttabile conquista e stravolgimento di nature ‘altre’, ma come processo in cui ambienti e soggetti ‘colonizzati’ esercitarono un peso determinante. Il secondo capitolo ripercorre i presupposti e gli effetti ambientali della globalizzazione di modelli di agricoltura intensiva nel corso del XIX secolo. Prendendo in esame il caso principe dell’estrazione e diffusione dei primi fertilizzanti azotati ‘moderni’ – guano e sodanitro – si riesce a evidenziare il ruolo chiave della modernizzazione agricola sia nella mercificazione dell’ambiente in quanto ‘risorsa’, sia nella creazione di profonde interdipendenze tra le trasformazioni ecologiche di contesti tra loro remoti. Il terzo capitolo si sviluppa in parallelo al secondo, focalizzandosi sul processo globale di ‘conquista della natura’ non in quanto risorsa strettamente economica, ma come risorsa scientifica, estetica, e ricreativa. Tema chiave è l’emergere in ambito sia domestico che coloniale dell’istituzione del parco nazionale, analizzato in quanto rappresentazione e riproduzione della wilderness come contraltare ecologico agli ambienti urbanizzati della società moderna. Il quarto e il quinto capitolo si spostano sul secondo dopoguerra, trattando due tra i temi più significativi della storia ambientale di questa epoca: rispettivamente la questione del nucleare e l’emergere di una governance ambientale e climatica globale. Pur rimanendo in larga parte nei binari di un approccio classico, che si sviluppa per eventi chiave e istituzioni, questi due capitoli riescono
– tramite una padronanza notevole della vastissima letteratura sui temi di riferimento – a stemperare il rischio dell’americanocentrismo dando sufficiente spazio alla vasta pluralità di attori, spazi, e dinamiche che caratterizzarono la storia ambientale nel periodo della Guerra Fredda.
Gli ultimi tre capitoli operano un radicale cambio di prospettiva, offrendo una meta-analisi della storia ambientale nella sua evoluzione cronologica e nei suoi tratti metodologici distintivi. Sono questi i capitoli più utili e brillanti del libro, il cui merito principale risiede nell’aver accettato – e superato – la difficile sfida di restituire a un pubblico non specialistico dibattiti spesso complessi e dispersivi, ma non per questo scevri da una profonda portata analitica, etica e politica. La formazione e le influenze reciproche tra natura e cultura e la questione delle agencies più che umane, l’Antropocene e l’inclusione di prospettive di genere e decoloniali, il problema dell’espansione disciplinare, cronologica, e spaziale che comporta il fare storia ambientale nell’era del cambiamento climatico: concetti e temi di cui Storia globale dell’ambiente spiega lo stato dell’arte in maniera sintetica ma esaustiva, vivace ma non arbitraria. Non sono molti i testi, anche in lingua inglese, di cui si può dire altrettanto: questo libro merita una traduzione.
Una traduzione a cui si potrebbe aggiungere una conclusione, che in questa prima edizione manca. La ragione può forse essere dedotta dalla costruzione del libro nel suo complesso – un libro che trova la sua vocazione nel dare spazio a diverse voci storiche e storiografiche, che non vuole essere prescrittivo ma illustrativo, e che si prende i suoi rischi e di conseguenza i suoi meriti nel taglio dato all’illustrazione. Sarebbe stato interessante e utile leggere una conclusione proprio su questo aspetto: quali sono le competenze e le esperienze – la posizionalità – alla base della qualità e della pluralità del taglio argomentativo dato da Roberta Biasillo, Assistant Professor all’Università di Utrecht? Per usare il linguaggio della storia ambientale, il determinismo dell’ambiente (accademico), o piuttosto l’esposizione cosciente a networks transnazionali? O ancora, il considerare l’inclusività strutturale della didattica come fonte di ispirazione per il superamento di un tipo di ricerca settoriale, e non viceversa? Ai tanti studenti dei corsi di laurea delle università italiane che impareranno molto da questo libro la libertà di trarre le loro conclusioni.

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