Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

Sul concetto del politico in Friedrich Ratzel. Spazio, lotta, movimento

Abstract

The essay focuses on the link between space and politics in Friedrich Ratzel’s thought, where the concept of space and of the struggle for space is central in the definition of State goals in Wilhelminian Germany. By placing Ratzel’s political geography in the context of geographical, philosophical and sociological debates around the nature of space, the essays recognizes in it a political critique both against legal conceptions of politics, reducing space to territory, and understandings of politics centered on the ethnical unity of the people. Both need to be overcome in favor of a spatial Realpolitik.

Spazio e politica di potenza

Nel 1898, Émile Durkheim, recensendo la Politische Geographie di Friedrich Ratzel pubblicata l’anno precedente osserva che, per dare alla geografia politica lo statuto di una scienza, Ratzel deve affermare il primato della determinazione spaziale nella spiegazione dei fenomeni politici e sociali. Di conseguenza, egli fa del suolo «il vincolo sociale per eccellenza» (Durkheim 1897-1898, 522) e indaga a partire da ciò il rapporto degli Stati con lo spazio. Mentre le indagini di Ratzel sul confine come organo periferico, sulla densità sociale, sul sistema del traffico avvicinano la sua impostazione a quella della morfologia sociale, l’accentuazione della priorità, storica e logica, del fattore spaziale lo allontanano da una prospettiva sociologica per quanto «senza dubbio non avrebbe rifiutato la qualificazione di sociologo» (Durkheim 1897-1898, 531). Questi commenti di Durkheim consentono di introdurre la posta in gioco contenuta nella Politische Geographie, cioè la ridefinizione del politico nel contesto dello Stato di potenza della Germania guglielmina. La domanda che qui si pone alla geografia politica ratzeliana è come e perché, cioè entro quale contesto, per quali finalità politiche e con quali conseguenze, lo spazio come estensione diventa un concetto centrale in questa ridefinizione.

Se ci si concentra sugli spazi politici intesi come le «rappresentazioni spaziali implicite, grazie alle quali il pensiero politico si sorregge» (Galli 2001, 11), si può affermare che nell’età moderna prevale uno spazio artificiale, costruito, esito di un progetto sovrano, a cui si accompagna, con intento talvolta compensatorio e talvolta oppositivo, una tendenza a una riqualificazione naturale dello spazio, per cui la critica all’artificialità della politica che è il segno precipuo del Moderno si configura come un richiamo alla natura. La modernità sarebbe dunque caratterizzata da un «oscillare tra l’esperienza del vuoto, dell’illimitato, dei confini artificiali, e la ricerca (essa stessa inconsapevolmente “artificiale”) del “naturale”, del “pieno” e del limitato» (Galli 2001, 105). Su questo sfondo si può riconoscere nella geografia di Ratzel una tensione a rinaturalizzare lo spazio come condizione della politica[1]. Come i geografi della scuola di Carl Ritter di cui intende cogliere l’eredità, Ratzel critica la «politica artificiale» che pretende di delimitare e incasellare in griglie geometriche i processi storici che si dispiegano nello spazio mondiale (Consolati 2016). Non è dunque un intento descrittivo e cartografico a motivare la ricerca ratzeliana. Egli rifiuta, infatti, l’idea che il problema dello spazio politico si riduca all’indagine degli effetti dell’iniziativa sovrana che delimita giuridicamente un territorio. Lo spazio è piuttosto un fattore di scomposizione del legame tra sovranità e territorio, al di là dei sogni della “ragione cartografica” (Farinelli 2009; Consolati 2018). Contemporaneamente, tuttavia, la sua opera non può essere letta come un ritorno alla natura, al luogo, a un ordine statico e semplicemente dato. Collocandosi nel solco di Ritter, Ratzel insiste sull’elemento storico che caratterizza la geografia, cioè sul processo di costante trasformazione della natura che è proprio dell’evoluzione tanto umana quanto animale e vegetale (Ritter 1852, 152-181). Per quanto sia in ultima analisi critico del darwinismo e, in particolare, di Herbert Spencer per aver sottovalutato l’impatto del fattore spaziale sulla società e sulla politica, anche in Ratzel il problema dell’evoluzione è fondamentale e rende labili i confini tra natura e storia (Marconi 2013, 231). La centralità dello spazio è così centralità della Raumbewältigung, cioè del movimento di presa di possesso e dominio dello spazio stesso, dell’espansione progressiva e del consolidamento del radicamento al suolo. L’opera di Ratzel spiazza dunque la moderna dialettica tra natura e artificio e, proprio per questo, ha dato vita a interpretazioni contradittorie[2].

L’ipotesi che si vuole mettere alla prova è che la centralità politica dello spazio si spieghi a partire dall’intento di sostenere una politica di potenza che si distingua tanto da una comprensione giuridica della politica – che riduce il problema dello spazio a quello del territorio come unità sulla quale si esercita la sovranità –, quanto da una politica nazionale incentrata sul popolo come unità etnica o culturale. L’opera di Ratzel si può così leggere alla luce della fine del «secolo giuridico» come Ernst-Wolfgang Böckenförde ha definito l’Ottocento tedesco (Böckenförde 1976, 93). Non la sovranità, non la nazione, ma la potenza è il correlato politico del concetto di spazio come estensione. Lo spazio è dunque l’oggetto e la condizione di una politica di potenza, in cui lo stesso concetto di natura viene ridefinito. La natura non è, cioè, il nome di qualcosa di originario e sostanziale, né richiama la razionalità dell’ordinamento del cosmo. Essa indica piuttosto il carattere incontrovertibile, puramente fattuale della potenza, al di là di qualsiasi legittimazione, al di fuori di ogni rappresentanza e indipendentemente da ogni criterio giuridico.

Al centro della geografia quale scienza politica vi è così il problema di come lo Stato possa impadronirsi degli elementi di potere economico e sociale che emanano dallo spazio per accrescere la sua potenza. Il problema del potere si separa dal discorso circa la sua legittimazione o la sua necessaria limitazione per diventare analisi di rapporti effettivi di potere moralmente “neutri” come la realtà stessa (Faber, Ilting, Meier 1982, 919). Lo Stato perde dunque il suo carattere di universale che risolve su un piano superiore i conflitti che si dispiegano nella società e diventa «organizzazione politica del suolo» (Ratzel 1903, 5), un attore nel contesto della lotta per lo spazio non solo legittimato, ma anche necessitato ad accrescere la propria potenza. La considerazione spaziale contiene così un progetto di politicizzazione onnicomprensiva: tutto è politico perché qualsiasi processo anche spirituale e morale non è indipendente dallo spazio e tutto ciò che è legato allo spazio partecipa alla lotta per il potere che si diffonde dallo spazio stesso. Tutto è dunque parte del computo che misura ciò che può accrescere o al contrario diminuire la potenza.

Il nesso tra spazio e potenza è stato per lo più messo in luce in relazione all’apertura di una politica imperiale tedesca (Bassin 1987, 473-495). Questo è innegabile e Ratzel, grandissimo ammiratore di Bismarck, si spese attivamente per sostenere il progetto imperiale tedesco, così come la formazione di una flotta militare (Kehr 1965, 111-129). La sua opera contiene una conclamata e virulenta legittimazione dell’espansione coloniale extra-europea. È tuttavia importante tener conto del fatto che, nella Germania guglielmina, la politica imperiale non riguardava solamente la politica estera, ma era anche una componente centrale della politica interna. La politica internazionale e coloniale era attivamente e consapevolmente usata per dirottare l’attenzione pubblica all’esterno e bloccare qualsiasi tentativo di democratizzazione. La proiezione mondiale era sostenuta tanto ideologicamente quanto materialmente da associazioni imprenditoriali e associazioni politico-agitatorie, quali il Deutscher Flottenverein, l’Alldeutscher Verband e la Kolonialgesellschaft a cui Ratzel prese parte, che, oltre a essere sempre più influenti nell’orientare le politiche governative, contribuivano al diffuso antipartitismo a vantaggio dello Stato d’autorità [Obrigkeitsstaat] considerato capace di unire e accrescere le forze della nazione al di là della rappresentanza parlamentare. Il sostegno alla politica imperiale divenne inoltre uno dei pilastri della convergenza tra i grandi industriali, che trovano nelle colonie un enorme spazio di iniziativa, e gli agrari che vi trovano una nuova garanzia per il mantenimento della loro posizione sociale e politica di predominio. La politica mondiale è, come scrive Hans Ulrich Wehler, «un aspetto della politica interna, una sorta di continuazione nell’arena internazionale della difesa dello status quo» (Wehler 1981, 84). Su questo sfondo, l’aspetto della legittimazione della colonizzazione presente nell’opera di Ratzel è sì l’elemento più eclatante, ma non può essere considerato indipendentemente da una considerazione di quello che deve essere, nell’alveo dello Stato di potenza, il rapporto tra forze sociali e autorità politica.

La coazione onnipotente

Solo a partire da questo quadro composito è possibile indagare la semantica del concetto di spazio nella geografia politica ratzeliana. A questo fine è necessario registrare che non è possibile trovare una definizione univoca di che cosa sia lo spazio nell’opera di Ratzel. Il concetto di spazio non è un’idea filosofica né una categoria scientifica attentamente delimitata rispetto a termini limitrofi. Nella Politische Geographie si notano oscillazioni semantiche e pesanti incertezze metodologiche. Mentre tali incertezze sono state per lo più segnalate come limiti, esse sono in verità una grande risorsa perché permettono di entrare in una sorta di laboratorio in cui osservare la genesi di alcune formulazioni che poi diventeranno consolidate e toccare con mano l’originaria polisemia dei concetti prima che essi raggiungano una più stringente definizione. Anche per questo motivo, che ha a che fare con la storia della geografia come disciplina, è possibile trattare lo spazio come concetto, non strettamente filosofico, né scientifico, ma storico e politico. Lo spazio è un concetto nel senso che è un «concentrato» di molti contenuti semantici e racchiude «tutta la ricchezza di un contesto politico-sociale di significati e di esperienze in cui e per cui si usa un particolare termine» (Koselleck 1986, 102; 2000, 78-96), senza quindi pretese definitorie o vincoli di univocità.

Nondimeno proprio perché la pretesa di Ratzel è quella di fondare una nuova scienza, c’è una certa attenzione a usare termini dotati di un certo grado di precisione. In vari punti dell’opera, Ratzel prova così a distinguere tra spazio [Raum], posizione [Lage], territorio [Gebiet], suolo [Boden] e terra [Land], per quanto la cosa gli riesca solo parzialmente. Da un lato, il concetto di spazio ha un senso ampio che ha a che fare con tutti i fenomeni che riguardano il modo in cui la vita naturale e umana si stabilisce e si distribuisce sulla terra; dall’altro, esso ha un senso più ristretto e specifico: lo spazio è estensione e come estensione puramente quantitativa si distingue dai termini precedenti. La posizione [Lage] indica la relazione di un luogo con tutti gli altri punti del globo (include i rapporti centro-periferia, la latitudine e dunque la fascia climatica, le relazioni di prossimità, isolamento, potenziale comunicazione rispetto ad altri paesi ecc.). La posizione può essere per Ratzel più importante dello spazio stesso: non è detto infatti che sia di per sé l’estensione più che la posizione a fare di uno Stato un grande Stato (Ratzel 1899, 211). Il Boden, il suolo, il terreno che sostiene la vita, è terreno di coltura, oggetto e condizione dell’attività economica, è dove il Volk vive, ciò da cui trae nutrimento, dove si radica e che fa proprio. Il Gebiet è il territorio come entità delimitata da un’autorità sovrana ed è conseguentemente un concetto giuridico. Il Land, infine, è il suolo nella misura in cui si combina con una storia condivisa, una memoria comune, un sentimento di appartenenza e in quanto tale non è un concetto puramente geografico, ma etico e storico. Raum del resto compare in alcuni termini composti di centrale importanza quali Lebensraum, spazio vitale, e Kampf um Raum, la lotta per lo spazio, cioè la rivisitazione geografica della darwiniana lotta per l’esistenza. Da questa prima panoramica, si nota che l’indagine spaziale non si esaurisce nella dimensione quantitativa dello spazio come estensione e che nella considerazione geografica si mescolano fattori economici, giuridici, sociali e morali.

Per sottolineare per contrasto gli elementi più specifici della semantica dello spazio, è utile prendere le mosse da una concezione dello spazio contemporanea che viene spesso a ragione contrapposta a quella ratzeliana, cioè quella di Georg Simmel (Simmel 2018, 745-846; Strassoldo 1992, 319-336). Simmel dichiara che «lo spazio rimane sempre la forma in sé priva di efficacia nelle cui modificazioni si manifestano sì le energie reali, ma soltanto così come la lingua esprime processi concettuali che si svolgono certamente in parole, ma non mediante parole» (Simmel 1992, 746). Non è la grandezza di un regno, la distribuzione della popolazione, la mobilità o stabilità di quest’ultima a determinare l’influenza della dimensione spaziale nella spiegazione della storia. Lo spazio è piuttosto l’esito del modo in cui ci si rappresenta le relazioni tra gli oggetti. Non l’estensione fisica, ma le forze psicologiche che riescono a tenere politicamente insieme gli individui attorno a un punto centrale dominante determinano per Simmel la grandezza storica di uno Stato. La distanza spaziale o la vicinanza non danno vita a fenomeni di prossimità sociale o di alienazione. Si tratta piuttosto di processi generati da fattori puramente psicologici, che però si realizzano in determinate condizioni spaziali.

Ratzel, al contrario, nega che lo spazio sia una «forma in sé priva di efficacia», cioè un modo in cui appaiono i fenomeni alla mente umana (Ratzel 1907). Quando si parla di spazio, quindi, non si parla di una forma mentale a partire dalla quale si mette in ordine il mondo esterno di per sé disordinato. C’è in lui una mossa anti-kantiana iniziale e fondativa. Nell’opera Raum und Zeit in der Geographie und Geologie – composta dall’allievo Paul Barth e contenente gli appunti presi durante le lezioni – Ratzel discute direttamente la concezione kantiana dello spazio come intuizione pura a priori. Ratzel muove a Kant due critiche fondamentali. Innanzitutto, non bisogna considerare la necessità di ordinare spazialmente le impressioni sensibili come una necessità universale:

piuttosto è più adeguato pensarla come una proprietà che, come altre, si è sviluppata nel tempo. Questa evoluzione può essere avvenuta solo attraverso l’interazione con il mondo esterno, sicché non siamo affatto obbligati ad assumere che un senso interno stia di fronte all’intero mondo esterno disordinato, nel quale per la prima volta la forma dell’intuizione porta ordine (Ratzel 1907, 2).

In secondo luogo, e in relazione a questa coappartenenza evolutiva di senso interno e mondo esterno, è possibile individuare uno spazio oggettivo attraverso il cui influsso lo spazio come intuizione sorge in noi. Lo spazio indica dunque il rapporto originario tra mondo umano e mondo naturale. Tra i due c’è, per Ratzel, una compenetrazione e non una contrapposizione. A partire dal rapporto con lo spazio terrestre è inoltre possibile tracciare un parallelismo tra mondo umano e mondo animale e vegetale. Ogni essere è legato al suo Lebensraum, al suo spazio di vita. Il modo stesso in cui è costruito il celebre saggio sul Lebensraum del 1901 è indicativo di quanto lo spazio sia assunto come la connessione fattuale fra tutti gli esseri viventi che si muovono su di esso: gli esempi tratti dalla storia umana sono inseriti sapientemente all’interno di un insieme di elementi esemplificativi tratti dal mondo animale e vegetale, dai grandi rettili preistorici agli organismi monocellulari (Ratzel 1901; Smith 1980, 51-68).

Lo spazio non è una forma dunque, ma è la condizione del dispiegamento della vita sulla terra, la condizione esistenziale della sopravvivenza. Per comprenderne l’importanza per la storia umana e per la politica è indispensabile abbandonare una visione geometrica dello spazio come contiguità contrapposta alla successione. Ratzel non è interessato a determinare l’influenza statica di condizioni climatiche sul carattere dei popoli ed è anzi fortemente critico del determinismo climatico o ambientale (Ratzel 1899, 41). Lo spazio è centrale perché la vita è movimento: «ogni riproduzione significa movimento nello spazio e ogni movimento è Raumbewältigung» (Ratzel 1901, 12-13). Ratzel impara a leggere Darwin in termini spaziali da Moritz Wagner per il quale la distribuzione ha un impatto determinante sulla differenziazione delle specie (Wagner 1868). I movimenti migratori sono così il fulcro dell’evoluzione, nonché effetti dovuti all’accrescimento costante e necessario del numero degli individui attraverso la riproduzione. La crescita costante, a cui Ratzel dà la dignità di una legge dell’intero mondo naturale e umano, non è un esito patologico, ma appunto assolutamente naturale[3]. Come le specie animali e vegetali, così anche la specie umana si differenzia e si espande attraverso le migrazioni come presa di possesso di nuovi territori. In generale la storia del genere umano viene letta come la storia di un movimento storico, un movimento che non è solo spirituale, non è l’autoevolversi di un Weltgeist, ma è un effettivo movimento nello spazio in stretto rapporto con il suolo che di volta in volta si deve attraversare, dominare, trasformare. Lo spazio è dunque condizione materiale e non a priori, nel senso che rende possibile l’accrescimento della vita, ne ostacola o ne favorisce la diffusione, incrementa o limita la sua crescita sulla superficie terrestre.

Per comprendere «l’onnipotenza del bisogno di spazio per la vita», scrive Ratzel,

non dobbiamo ricorrere alla domanda filosofica per cui ciascun essere è una cosa che occupa uno spazio che appartiene solo a lui. (…) Ogni individuo occupa uno spazio in cui abita, ma ha bisogno di altro spazio per nutrirsi, e raggiunge il picco della sua richiesta di spazio con la riproduzione. Lo spazio è qualcosa che sta al di fuori dell’organismo vivente eppure ogni essere vivente è legato al suo spazio, è connesso al suo spazio (Ratzel 1901, 44).

In queste frasi appare evidente come il problema spaziale non sia riconducibile all’affermazione della qualità specifica di un luogo che un essere occupa in un momento dato, né al luogo che è originariamente suo. Si confronti ad esempio questa tesi di Ratzel con quanto aveva sostenuto Herder un secolo prima in aperta ribellione contro la concezione kantiana dello spazio come forma trascendentale. Lo spazio, dice Herder nelle Idee per la filosofia della storia dell’umanità, è pura finzione perché, a ben guardare, esso non è altro che un insieme ordinato di luoghi, cioè mondi umanizzati attraverso la lingua e l’esperienza. Lo spazio è semplicemente il confine del luogo, l’indeterminato al di fuori della posizione individuale. In questo senso esso è, per Herder, «la figura di un nulla» (Herder 1799, 38), che produce l’illusione che ci sia un unico spazio, laddove ci sono solo differenti luoghi. Sebbene Ratzel parli con ammirazione di Herder per aver accentuato l’importanza di un approccio geografico alla storia e per aver fatto coincidere il problema dello spazio con quello dell’acquisizione di spazio, secondo lui questa presunta «figura di un nulla» diventa coazione onnipotente, condizione esistenziale della sopravvivenza (Schultz 1998, 127-143). Essa rimane un’astrazione, come estensione, non è cioè un luogo determinato con una qualità riconoscibile, ma in quanto astrazione si fa valere come necessità, come fattore indispensabile della sopravvivenza stessa, e dunque come spazio di esplicazione della potenza. Bisogna certo precisare che il movimento di espansione non è l’unico, esiste anche un movimento di radicamento e di rafforzamento del legame col suolo che migliora le prestazioni che un determinato spazio offre per l’accrescimento della vita. In questo senso lo spazio è relativo: la sua estensione può essere ampliata anche in senso verticale e non solo orizzontale. Per questo stesso motivo Ratzel è un grande estimatore del mondo in senso lato agrario in quanto portatore di un rapporto più solido con il suolo rispetto al commercio e all’industria[4]. Eppure, per lui è senz’altro vero che né specie animali, né vegetali, né gruppi umani e Stati sopravvivono se non espandendosi continuamente.

Oltre a quest’accento sul movimento, c’è un secondo elemento essenziale per comprendere che cosa significa che lo spazio è condizione esistenziale. Ratzel insiste ripetutamente sul fatto che lo spazio terrestre è necessariamente limitato: esso «è la prima e immodificabile condizione della vita sulla terra. Ci si può immaginare un popolo in questo o quello spazio, ma per l’umanità c’è esclusivamente lo spazio della terra» (Ratzel 1899, 229). All’accrescersi costante e inarrestabile della vita fa fronte un dato incontrovertibile, cioè il fatto che la terra è una e che la sua estensione non muta. A ciò si aggiunge che, per la prima volta nella storia, tutti gli spazi sono occupati. Dalla tensione tra movimento di costante crescita e limite invalicabile nasce per Ratzel la lotta per lo spazio, il Kampf um Raum[5]. Il carattere limitato dello spazio che la scatena indica inoltre che ciascun punto del globo è connesso con ogni altro punto. Questa interconnessione globale è, secondo Ratzel, il senso fondamentale della dottrina dei rapporti spaziali formulata da Carl Ritter. Anche per questo Ratzel invita a non ridurre la portata del contributo ritteriano all’individuazione di regioni naturali delimitate da confini fisici o dal carattere nazionale (Ratzel 1889, 679-697; 1899, 31-40). C’è una relazione reciproca tra le parti e il tutto che presenta i confini come dispositivi e codici storici in costante rapporto con lo spazio che sta al di là di essi (Ratzel 1896, 34). Ritter, per pensare a questa mutua e vicendevole relazione tra i singoli punti della superficie terrestre, fa leva sull’idea della terra come organismo tratta da Friedrich Schelling, ma anche sulla geografia kantiana intesa come scienza del globo a partire dalla necessità sottolineata da Kant di superare la semplice raccolta di informazioni senza un ordine e dare alla geografia una fondazione sistematica (Kant 1807; Elden, Mendieta 2011).

In relazione a questo accento sulla globalità e sullo spazio come limite è in effetti riscontrabile, paradossalmente e nonostante l’iniziale mossa anti-kantiana, una persistente traccia kantiana nella geografia di Ratzel, tanto che il confronto con il modo in cui l’elemento spaziale compare non nell’estetica trascendentale, ma nella metafisica dei costumi può essere utile per mostrare le implicazioni politiche di quella traccia. Anche in Kant il carattere limitato della superficie terrestre gioca un ruolo centrale nella fondazione del diritto (Kant 2010). Egli sostiene, infatti, che se donne e uomini potessero semplicemente disperdersi su una tavola illimitata non sarebbe possibile la sua fondazione razionale, ma solo la forza e la ratificazione dei rapporti di forza. La connessione tra tutti i punti del globo, la proprietà potenzialmente comune della terra da parte del genere umano, invece, fa sì che ciascuna delimitazione privata di una porzione di terra sia un fatto universale, riguardi cioè tutti gli esseri umani a cui viene sottratto qualcosa che è originariamente comune. Questa limitazione come qualcosa che separa, ma che nello stesso tempo mette in connessione riguarda anche gli Stati: l’atto di forza originario che costituisce l’unità sovrana è un fatto, eppure quest’unità non produce un mondo in sé potenzialmente autosufficiente (come pensa invece Herder). In Kant lo spazio in quanto contesto limitato di relazioni funziona nel senso che tutti sono obbligati o possono essere obbligati a confrontarsi con l’intelaiatura potenzialmente razionale della realtà, cosa che per Kant implica un percorso di giuridificazione progressiva dei confini e dei rapporti nell’orizzonte del diritto cosmopolitico (Scuccimarra 2006).

Lo spazio nella sua globalità è dunque per Kant un dispositivo di giuridificazione, di trasformazione di rapporti di fatto, di violenza e di guerra, in rapporti di diritto nel corso di quell’avvicinamento verso il meglio in cui consiste la storia umana. Per Ratzel, al contrario, esso è il dispositivo che trasforma rapporti di diritto in rapporti di fatto determinati dalla necessità e dalla scarsità di spazio. Esso non pone una questione di giustizia o morale, ma riguarda la stessa sopravvivenza e l’organizzazione in funzione della sopravvivenza. La proiezione globale, relazionale e complessiva, però, spiega perché Ratzel possa ancora spendere parole di elogio per il cosmopolitismo, non come progetto razionale, ma come dato di fatto, considerato che «oggi non c’è nessun angolo della terra in cui le idee e i prodotti materiali della civiltà occidentale non penetrano» (Ratzel 1903, 167). Questo vale anche per l’unità della specie umana: per quanto tenda a considerare gli africani una razza a sé, particolarmente sottosviluppata, Ratzel insiste ripetutamente sul fatto che la specie umana è una sola così come una è la superficie sulla quale si dispiega il suo movimento (Ratzel 1892, 20-24). L’unicità dello spazio limitato della Terra, e dunque la necessità di una prospettiva globale, ha un effetto decisivo sulla progettualità politica dello Stato perché rende il futuro non un orizzonte aperto, ma un tempo incerto che è continuamente necessario conquistare per sé e assicurare nella lotta per lo spazio: «il fatto che non ci possa essere un progresso infinito, illimitato consegue nella maniera più chiara dalla limitatezza dello spazio che la nostra terra offre all’umanità. […] Per conquistare spazio una civiltà ne respinge, distrugge altre e si installa al loro posto» (Ratzel 1896, 614-623).

Ciò che qui interessa sottolineare relativamente a questa insistenza sull’importanza delle relazioni complessive entro lo spazio terrestre, è che l’unicità e insieme la scarsità dello spazio contribuisce a determinare la sua onnipotenza per la vita e a politicizzare – nei termini di una lotta esistenziale – tutti i movimenti che esso consente. La naturalizzazione dello spazio è dunque una sua altrettanto potente politicizzazione. Si può dire che lo spazio funziona come una sorta di «criterio del politico», cioè come «soglia di intensità» (Schmitt 1972, 138; Galli 2010) che amplifica e misura la polemicità delle relazioni e le loro possibili connessioni. La carenza di spazio è un fattore di intensificazione del conflitto fino alla possibilità dell’eliminazione fisica: «in un piccolo spazio» scrive Ratzel «la lotta si fa disperata» (Ratzel 1903, 14). La connessione di ciascun punto con l’intero globo non è dunque, scrive Ratzel, un semplice dato: essa è attiva nel presente e nel futuro. Significa che ciascun punto è trascinato nell’arena della lotta per lo spazio, ciascuna azione nello spazio è politica, in ciascun punto si gioca una battaglia per il possesso e la potenza.

Una Realpolitik spaziale

Quest’orizzonte di politicizzazione è determinante per comprendere il modo in cui Ratzel ragiona sullo Stato come organismo che vive in stretto contatto con il suolo. Nell’introduzione alla Politische Geographie, egli denuncia l’incapacità della scienza giuridica di intendere il legame dello Stato con il suolo, il fatto che gli Stati siano «costrutti delimitati e spazialmente posizionati» (Ratzel 1903, V). Essa si limita a sostenere che il territorio appartiene all’essenza dello Stato e definisce lo jus territoriale secondo l’idea che i cambiamenti territoriali possano essere intrapresi solo attraverso leggi. La celebre definizione dello Stato come «un pezzo di umanità e un pezzo di suolo» (Ratzel 1903, 4) è da intendersi come una critica al carattere artificiale dello Stato pensato come costrutto giuridico: esso è sì un pezzo di umanità, cioè opera umana, prodotto al pari di una strada o di una città, ma è anche e ugualmente un pezzo di suolo. In questo senso, Ratzel abbraccia con entusiasmo la svolta realpolitica che investe il partito liberale nella seconda metà del secolo: lo Stato è un dato di fatto e la sovranità è efficacia del potere, possesso effettivo e reale del suolo (Rochau 1972; Trocino 2009). È ozioso domandarsi, come ha fatto fino ad allora il movimento liberale, chi sia il titolare legittimo della sovranità. Se l’Illuminismo ha scalzato il principio secondo cui è il potere a fondare il diritto, non si tratta semplicemente di riaffermarlo, ma di eliminare il problema del diritto dal quadro della considerazione politica. L’idea che lo Stato possa e debba essere limitato attraverso le leggi è un’idea del tutto estranea alla considerazione spaziale della politica. D’altra parte, Ratzel ridefinisce la sua stessa Realpolitik aggiungendovi un orizzonte temporale. L’attenzione al suolo consente, infatti, non solo di affondare le radici nel passato, ma anche nel futuro: «la politica che assicura al popolo in crescita il suolo necessario per il futuro, perché conosce gli obiettivi più distanti a cui lo Stato anela è una più autentica Realpolitik di quella che si fregia di questo nome, mentre riesce solo ad afferrare i fatti del giorno e per il giorno» (Ratzel 1903, 11).

A differenza di una strada o di una città, lo Stato è però anche dotato di un’anima. Ratzel si preoccupa del fatto che il parallelismo tra Stato e organismo possa in qualche modo approssimare la geografia politica alla cosiddetta concezione materialistica della storia che in Germania stava iniziando a suscitare un vasto dibattito (Ratzel 1896, 622; Larenz 1897). All’accusa di materialismo, Ratzel risponde sostenendo che la sua concezione non trascura la centralità di elementi morali e spirituali nel produrre coesione politica e sociale. È al contrario di gran lunga più materialistica la visione della storia politica che riduce a grandi personalità l’immane vicenda dell’evoluzione sociale, perché sottrae al popolo quella vitalità che invece Ratzel gli riconosce nell’incessante processo di trasformazione del suolo. Lo Stato è un organismo, al pari degli organismi naturali, ma è un organismo imperfetto nel senso che i suoi membri non sono parte integrante dell’insieme, ma permangono nella loro individualità. Per mantenersi esso deve essere capace sia di produrre un’organizzazione economica del suolo sia di fondarsi su un supplemento spirituale che unisca gli individui che non possono mai essere ridotti a meri organi. È inutile, scrive Ratzel, cercare questo fondamento nell’unità etnica di un popolo la cui storia è fatta in realtà di molteplici compenetrazioni. Si tende a considerare tale storia come un unico flusso, ma solo perché si unificano indebitamente movimenti frammentati e con soggetti multipli (Ratzel 1904, 1-46). Ratzel trasforma invece l’unità nazionale, da caratteristica etnica o culturale, a ideale funzionale alla tenuta dell’organizzazione statale. Il principio di nazionalità che si è affermato nel corso del XIX secolo è infatti contrario, secondo Ratzel, allo sviluppo storico che si muove in direzione di una sempre maggiore politicizzazione del territorio. In realtà nessuno ha il proprio posto, nessuno ha un “proprio” spaziale dettato dalla natura. Tutto ciò non implica evidentemente una maggiore autonomia degli individui entro lo Stato. Gli Stati più progrediti sono gli Stati in cui l’idea politica, il fine della potenza, pervade tutte le parti dell’organismo: «due anime distruggono la connessione del corpo politico» (Ratzel 1903, 9). Non c’è spazio per divisioni tra partiti o tra differenti interessi sociali o per la coesistenza tra differenti nazionalità. La potenza, l’idea unica e dominante che tiene insieme lo Stato, alimentandosi della sua proiezione esterna nella lotta per lo spazio, non ammette posizioni politiche interne diverse e contrarie.

Per Ratzel il legame con il suolo determinato dalla sua difesa, dall’abitudine alla convivenza, dal lavoro è ciò che consolida l’integrazione della società entro lo Stato. Anche le colonie dunque non dovrebbero essere fatte da diplomatici, militari o mercanti, ma da coltivatori che si impossessano materialmente del suolo coltivandolo. È il segreto «di una politica coloniale di successo che il lavoro muto del singolo, quando gli sia lasciato tempo, impianti la potenza politica più saldamente in un nuovo suolo di qualsiasi altro dispiegamento materiale di potenza» (Ratzel 1903, 47). Il rafforzamento del possesso del suolo implica sempre anche un rafforzamento del consolidamento [Befestigung] della potenza sul suolo. In questo senso è errato, scrive Ratzel, dire, come fanno gli storici, che «ricchezza, potere e cultura» seguono le vie di comunicazione. Dal punto di vista della geografia politica, un ragionamento che parta dallo spazio dirà piuttosto che «dalle strade del mondo si espande il potere in tutte le direzioni, tenuto insieme dal potere che domina quella specifica strada del mondo» (Ratzel 1903, 410). Emerge qui chiaramente l’immediata politicità dello spazio, che rende qualsiasi porzione di superficie terrestre uno spazio politico[6].

È vero che Ratzel sostiene che gli individui non sono integrati nello Stato come suoi organi, eppure la sua è una prospettiva che propugna un radicale anti-individualismo: «i singoli uomini hanno un significato diretto per lo Stato solo in casi eccezionali» (Ratzel 1903, 17). L’unità fondamentale della società è la famiglia, un’unità naturale che cura non solo la conservazione, ma anche l’accrescimento della specie. La società, come insieme di famiglie e associazioni, è il luogo di relazioni mutevoli, contingenti, senza uno scopo comune. Tale scopo comune si ha solo con lo Stato. Stato e società devono perciò essere attentamente distinti, ma non bisogna ignorare che essi si intersecano e che la società “prepara” lo Stato. Ogni movimento nello spazio è politico perché predispone l’acquisizione da parte dello Stato, il quale «in sé è difficilmente mobile», ma dal quale «si dipartono delle singolarità che vanno oltre le sue frontiere. Con i loro carichi esse portano con sé lo Stato» (Ratzel 1903, 403). La centralità dello spazio, del movimento nello spazio e della lotta per lo spazio, conduce dunque a una ridefinizione complessiva della politica come l’arte che «consiste nell’utilizzare il movimento che c’è per il bene dello Stato» (Ratzel 1903, 95). In questo modo è anche possibile considerare il rapporto tra “espansione” economica e politica: quella economica, ma anche quella individuale, è inscindibile da quella politica in quanto preparazione della potenza dello Stato. In un continuum che va dalla guerra di conquista fino all’emigrazione non pianificata, tutto può essere pensato in funzione dell’accrescimento di potenza, grazie al legame di ciascuna azione con lo spazio. Riconoscere e impossessarsi del potere che “si espande” dalle strade del mondo si presenta così come l’obiettivo principale della politica.


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Note

1. A questo proposito Ulrike Jureit sostiene che lo spazio diventa «una categoria della vita stessa e con ciò una categoria della sostanza». Ciò porterebbe Ratzel a formulare una «rappresentazione biologistica dello spazio»: Jureit 2012, 13.
2. Su Ratzel si veda Steinmetzler 1956; Buttmann 1977; Hunter 1983; Korinman 1983; Farinelli 2000; Chiantera-Stutte 2014, 47-62; Stogiannos 2019.
3. Sulla differenza tra Ratzel e Malthus in merito al problema della crescita della popolazione vedi Bassin 1987, 477.
4. È presente infatti nella geografia politica un discorso non solo sulla densità, ma anche sulla profondità storica che a sua volta viene spazializzata come radicamento nel suolo. Vedi Ratzel 1889, 301-324.
5. Ratzel riprende il lemma da Schäffle 1896, il quale dedica una sezione del secondo volume all’influenza dello spazio sui fenomeni sociali e la cui seconda edizione Ratzel recensisce sul Grenzboten. Vedi Ratzel 1896, 614-623.
6. Sul modo in cui Ratzel, richiamandosi in particolare a Friedrich List e alla geografia ottocentesca e nello specifico alla prima geografia del traffico e degli insediamenti di Georg Johann Kohl, innova la semantica del traffico [Verkehr] vedi Consolati 2016.