Storicamente. Laboratorio di storia

Dibattiti

Medioevo ed esperienza comunale in “Le temps des Italies”

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Abstract

The article discusses the chapters of the book Le temps des Italies that deal with the Middle Ages, highlighting the centrality of what is referred to as “the communal experience” and examining the merit of this approach in light of other reviews and, more broadly, current trends in historiography.


L’articolo prende in esame i capitoli del volume Le temps des Italies dedicati al Medioevo, mettendo in evidenza la centralità attribuita a quella che viene definita l’ “esperienza comunale”. L’autore ne valuta l’impostazione e i risultati alla luce delle altre recensioni dell’opera e, più in generale, delle attuali tendenze della ricerca storiografica. 

Che ruolo hanno giocato i secoli medievali e particolarmente quelli del basso medioevo (XII-XV) nella costruzione di un’idea storicamente fondata di «Italia»? Nel corso degli ultimi due secoli la risposta a questa domanda è cambiata: si è passati da un’epoca in cui il medioevo era giudicato determinante per la costruzione dell’identità nazionale a un tempo in cui tale certezza si è sbriciolata senza che ad essa sia stata opposta una proposta alternativa altrettanto evidente. Numerose ricerche, anche recenti (Berthollet 2025; Campopiano 2025), permettono di comprendere come dalla metà del Settecento a quella del secolo successivo – da Muratori a Cattaneo passando per Sismondi – il medioevo finì per occupare un posto importantissimo nella costruzione di un’idea militante di italianità volta alla costruzione dello Stato unitario. Si trattava tuttavia di un medioevo selezionato, in cui alcuni elementi erano trattenuti a scapito di altri: il commercio, per esempio, della cui rivoluzione l’Italia delle città era stata la culla. Queste città, specialmente quelle rette a comune, furono identificate come «principio ideale» che teneva insieme «trenta secoli di storia» (Cattaneo [1858] 2021) e in seguito, su questa base, alla città comunale vista come Stato repubblicano fu ancorata la nascita della cultura umanistica. Se da questo panorama risorgimentale e repubblicano ci si sposta verso le epoche più recenti è facile rendersi conto che, col maturare della consapevolezza della selezione operata in precedenza, bene espressa dalle ultime grandi storie d’Italia allestite nel Novecento (Vivanti e Romano 1972-1976: soprattutto Galasso 1972 e Vivanti 1972; Galasso 1978-2028), il peso attribuito al medioevo nella formazione dell’idea di «Italia» si è notevolmente ridotto e, salvo poche eccezioni, gli elementi utili alla identificazione di linee di lungo periodo nella storia italiana sono stati rinvenuti in periodi posteriori, non prima del Cinquecento. Recensendo l’ultimo meritorio tentativo di riflettere sui caratteri della storia italiana (Benigno e Mineo 2020), Isabella Lazzarini ha notato che «di medioevo qui si parla davvero poco» (Lazzarini 2021).

Per rispondere alla domanda sul contributo medievale all’idea di «Italia» giunge dunque particolarmente benvenuto il volume collettivo Le temps des Italies. XIIe-XIXe siècle (Boutier, Landi e Waquet 2023), che presenta l’ulteriore vantaggio di cercare di cogliere tale idea indipendentemente e al di là dell’esito risorgimentale, arrestando – al fine di evitare la teleologia – l’analisi al secolo XIX, ma prima dell’Unità, «su secoli in cui l’esito, oggi noto a tutti, non era ancora prevedibile; né, del resto, era atteso o auspicato dalla stragrande maggioranza della popolazione» (Boutier, Landi e Waquet 2023, “Introduction”, traduzione mia, come nelle citazioni successive). Nelle pagine di questo libro, infatti, il medioevo non manca, anzi è piuttosto ben rappresentato. Autori e tematiche pertinenti agli ultimi quattro secoli dell’età di mezzo si ritrovano in posizioni importanti nella prima parte (Une et divisibile: l’Italie en question), dove compaiono – in modo più rarefatto – nei saggi dedicati alle Voies de la littérature (Panzera 2023) e a L’éspace économique (Maitte 2023) e – più densamente – nei saggi di due dei curatori, quello su Le laboratoire de la diplomatie (Waquet 2023) e quello di Une pensée politique des collectifs (Landi 2023). La seconda parte (Cités et territoires: un espace composite) è per una buona metà medievale, non solo perché i primi cinque saggi (scritti da Jean-Louis Gaulin, Christiane Klapish, Ilaria Taddei, Xavier Prévost e Arnaud Fossier) sono raccolti sotto un titolo che si riferisce a un fenomeno medievale (L’experience communale), ma anche perché nei saggi successivi il medioevo fa capolino anche nei capitoli su Villes et territoires (Marin 2023), su Noblesses et leurs mutations (Boutier, Castelnuovo, e Cogné 2023). Nel seguito del volume (Du local à l’universel: des histoire enchevëtrées) l’età moderna prende il sopravvento, ma il medioevo non scompare del tutto: si scorge nel capitolo sui Marchands: entre Europe et Mediterranée (Mosca 2023) e soprattutto in quello sulla Papauté: entre italianité et universalité (Girard e Parent 2023).

Pur nella consapevolezza che raramente un’impresa collettiva esprime un’idea perfettamente coerente, poiché in essa, anche al di là della volontà dei curatori, le posizioni rimangono variegate e talvolta addirittura divergenti, è tuttavia possibile chiedersi quale medioevo italiano emerga da questi saggi e porzioni di saggi. Si potrebbe rispondere che si tratta di un medioevo geograficamente centrato sui Comuni – e in misura minore sul papato – e cronologicamente costruito attorno a una lunga «età di Dante» (che coinvolge almeno il tempo dei suoi genitori e i suoi figli, dunque dal secondo quarto del Duecento al terzo del Trecento). Il riferimento a Dante è del resto meno aneddotico di quanto possa apparire perché il suo nome è uno dei pochi pertinenti al medioevo che abbia un posto di qualche rilievo nella sezione del volume dedicata all’Italia come nozione emic, cioè utilizzata dalle fonti stesse (Une échelle à inventer) e non dagli storici (a cui è dedicata la sezione seguente: Une echelle à discuter). È il Dante del De vulgari eloquentia, il trattato incompiuto che negli ultimi anni ha suscitato nuove importanti analisi, a veicolare la sola nozione di «Italia» come spazio sovraregionale immaginato nel medioevo discussa nel volume. È comprensibile, sia perché il De vulgari parla di Italia come idea politica a cui un volgare illustre potrebbe dare corpo (Panzera 2023, 87-92), sia perché a partire da questo elemento, il trattato fu identificato a lungo – anche se con qualche fraintendimento – come un testo utile per decidere quale sarebbe dovuta essere la lingua italiana (Pierno 2023, 70-1).

Fatto sta che in questa «età di Dante» allungata che va da Guittone a Petrarca, a giudizio degli autori non solo si sviluppa pienamente quella che qui viene definita l’experience communale (Gaulin 2023 e Taddei 2023), ma i giuristi creano una nuova scientia legalis che, da un lato, rivoluziona la dottrina del diritto, dall’altro innerva le transazioni quotidiane attraverso i formulari notarili, le petizioni, i consilia (Prevost 2023). Nello stesso momento dal punto di vista politico papato e città dispiegano nuovi strumenti come le inchieste (Fossier 2023) e pongono le premesse per alcuni sviluppi dell’epoca successiva: la prima fase della diplomazia (Waquet 2023, 194-195) e degli archivi come strumenti fondamentali dell’amministrazione dello Stato (Rouchon 2023, 374). Dal punto di vista economico, è a proposito della porzione più recente di questa età, l’età, diciamo, dei figli di Dante o di Petrarca), che si può cominciare a parlare di “crisi ricorrenti” (le prime sono i fallimenti bancari degli anni 1330 e poi ovviamente la peste nera) e di uno sviluppo differenziato e in qualche modo interdipendente tra Nord e Sud (Maitte 2023, 138-145). Sempre da metà Trecento, peraltro, vanno fissandosi secondo la forma che avranno a lungo le reti degli scambi mercantili che dalle città del Centro-Nord si irradiano verso il Maghreb, l’Oriente e il Nord dell’Europa (Mosca 2023). Dal punto di vista sociale, infine, in questo periodo l’omogeneità della nobiltà – sempre nelle città – si complica notevolmente per effetto della distinzione tra cavalieri consueti e milites pro communi, per le annessioni al popolo di nobili che sostengono il regime dove il popolo governa, per la mobilità delle aristocrazie tra città e campagna che si manifesta in modo diversi a seconda delle varie regioni (Boutier, Castelnuovo, Cogné 2023, 357-360). A tutti i livelli della scala sociale, compresi i più bassi, nuove istituzioni affiancano la famiglia nucleare e collegano i nuclei parentali tra di loro: lignaggi di cui sono costitutivi i rapporti cognatizi, società e vicinati, relazioni di prossimità elettiva che assumono forme diverse, spesso definite dalla parola amore (Klapisch 2023, 257-262).

Questo accento, tanto nella cronologia quanto nella geografia, sull’età comunale può apparire (ed è apparso) in controtendenza rispetto alla storiografia italiana e anglosassone che da qualche tempo ha mosso importanti critiche a quella che viene definita la «grand narrative» di stampo sette-ottocentesco, finendo per attaccare molti aspetti di quel racconto. Nel corso di tale ripensamento, le città italiane del secolo XII sono state spodestate dal titolo di primi iniziatori del decollo economico medievale (Wickham 2023); si è cominciato a vedere nei comuni del secolo XI e primo XII una soluzione non progettata, volta in primo luogo a colmare il vuoto di potere provocato dalla crisi delle strutture del potere pubblico (Wickham 2015); è stata sfumata in modo sostanziale la differenza tra Comune e signoria cittadina (Maire Vigueur 2013), si è voluta sganciare la relazione un tempo pensata come strutturale tra repubblicanesimo comunale e umanesimo (Witt 2017), al punto che oggi l’esperienza comunale è presentata come una tra le tante presenti nell’Italia di Dante. Dopo una fase di grande interesse per i Comuni che ha caratterizzato gli studi dall’ultimo ventennio del Novecento fino ai primi anni del nostro secolo, si è assistito insomma a un variegato e complesso ripensamento sul loro valore come esperienza politica: un ripensamento che oggi si può dire maggioritario. Riallacciandosi a questo movimento, Benigno e Mineo nel recensire il volume Le temps des Italies hanno scritto: «Rischia, insomma, di essere involontariamente mantenuto in vita uno dei caratteri distintivi del vecchio modo di guardare alla storia d’Italia, l’idea sismondiana di una storia trainata dalle città-Stato centro-settentrionali, racchiuse in uno specifico spazio di civiltà» (Benigno e Mineo, 2024, 151). Due sono le critiche che i curatori di L’Italia come storia muovono all’approccio del volume «francese» all’esperienza comunale: quella di non comparare tale esperienza con quelle analoghe che si ebbero in altri paesi e quella di non valutare sufficientemente «la cornice istituzionale e ideologica nella quale il movimento comunale si sviluppò e che da qualche tempo viene attentamente rianalizzata, ossia il regno imperiale e le sue complesse dinamiche fra XI e XIV secolo (e oltre)» (Benigno e Mineo 2024, 151).

A tali critiche si potrebbe obiettare che nemmeno per altri periodi giudicati importanti dai curatori del volume (come il Rinascimento o il Barocco) la comparazione extraitaliana e la contestualizzazione istituzionale e ideologica siano sistematiche (non potendo essere assunti come controesempi i periodi in cui l’Italia si trova a essere parte di un gioco diplomatico e militare gestito da potenze europee). Ancora meno condivisibile appare tuttavia il paventato ritorno a Sismondi e più in generale a una “grand narrative” in cui l’Italia comunale costituisce un mondo chiuso mercantile e borghese, repubblicano e umanista e in quanto tale è esemplare. Sono proprio i capitoli che compongono la sezione sull’esperienza comunale a mostrarlo, raccogliendo efficacemente i frutti delle revisioni degli ultimi decenni. La forte vitalità economica delle campagne «come tela di fondo su cui si svilupparono i Comuni del XII secolo» utile a controbilanciare il tema dell’urbanizzazione del paese è ben sottolineata da Jean-Louis Gaulin nel suo saggio sulla scorta dei lavori di François Menant (Gaulin 2023, 250), così come il peso dei modelli imperiali dall’inizio alla fine dell’esperienza comunale, passando per la cruciale affermazione dei podestà (Gaulin 2023, 240; 243; 251-2). La pluralità di esperienze politiche capaci di descrivere un continuum da gestioni più collettive a esperienze di poteri personali è definita nello stesso saggio come l’elemento più importante rivelato dal passaggio di Enrico VII e nelle pagine precedenti si spiega efficacemente che «i cittadini implicati negli affari del loro comune non sfuggirono ai conflitti scatenati da imperatori, papi e re», sottolineando il fortissimo impatto della conquista angioina e più in generale delle dominazioni degli altri Stati (Gaulin 2023, 245). All’«humus conflittuale» della società comunale è del resto dedicato l’intero saggio di Ilaria Taddei, nel quale l’esperienza del Comune popolare da cui è tratta la maggior parte degli esempi emerge soprattutto come un’esperienza di esclusione. Il saggio, del resto, descrive senza sconti (semmai con una distorsione prospettica favorita dal tema trattato) le manifestazioni ideologiche comunali come parte di una cultura dell’odio e del vituperio (Taddei 2023). I saggi di Prévost sui giuristi e di Fossier sull’inchiesta, benché inseriti nella sezione sull’experience communale, si fondano su esemplificazioni che passano di molto l’Italia comunale e anche quella centro-settentrionale. Della cultura giuridica Prevost dà conto parlando delle università meridionali e quelle provenzali, della curia romana e del notariato francese, anche perché al centro dei suoi interessi è un fenomeno che difficilmente si potrebbe definire come tipicamente comunalista: il passaggio dalla cultura dei commentatori all’umanesimo giuridico (Prevost 2023, 285). Quanto a Fossier la sua equilibrata disamina sul possibile contributo italiano all’idea di inchiesta si fonda proprio sull’enfasi conferita all’origine ecclesiastica e papale della procedura romano-canonica, passa attraverso un breve censimento della sua presenza nei registri della giustizia vescovile italiana da cui vengono tratti alcuni casi di studio e anche quando si concentra sull’analisi delle inchieste comunali, ribadisce la matrice canonistica e con essa la critica dell’idea teleologica per cui tali procedure costituirebbero un progresso verso una statualità più compiuta. Nulla di più lontano, insomma, dalle semplificazioni risorgimentali che hanno costituito e costituiscono ancora legittimamente un oggetto di critica.

L’esperienza comunale che Le temps des Italies, tanto nella sezione che porta questo nome quanto in altro saggi del volume, invita a considerare è un’esperienza aperta. Gli autori sottolineano i forti legami delle città rette a comune con gli altri sistemi politici che affiancavano i Comuni nello spazio (società vicinali e confraternite, signorie rurali, Chiese, regni, papato, Impero) e che li precedettero e seguirono nel tempo (città vescovili, città signorili, principati, Stati regionali), mostrano la circolazione di modelli e in contesti diversi (economici, giuridici, culturali), mettono in evidenza le contraddizioni che questa esperienza pone davanti ai nostri occhi: bene comune e fazionalismo, autonomia e chiamata di signori, appartenenza urbana e vagheggiamento di una corte superiore. I Comuni che condividono quest’esperienza non anticipano né il capitalismo, né il repubblicanesimo, né l’umanesimo, tantomeno l’Italia. Contribuiscono semmai, nella loro pluralità - che a differenza di altre regioni d’Europa è rivendicata e teorizzata - e nell’elaborazione di strumenti per gestirla, alla creazione alcuni fenomeni collegati tra di loro che marcheranno le società di ancien régime nella Penisola e altrove: l’affermazione di un notariato (e più in generale di un ceto di funzionari) laico, di istituti e procedure utili a risolvere controversie anche in assenza di sovrani, l’elaborazione di pratiche della negoziazione fondate sull’uso dello scritto utili alla gestione degli affari interni e internazionali, tanto dal punto di vista politico che dal punto di vista economico, la creazione di reti di solidarietà faziose che ampliano l’orizzonte cittadino e, grazie a tutto questo, il mantenimento di una capacità delle società locali di negoziare con i centri che via via tendono ad affermarsi. Se proprio un teleologismo si vuole cercare nelle pagine che questo volume dedica all’esperienza comunale è quello segnalato da Sandro Landi nel suo saggio quando ricorda i filosofi che negli ultimi anni si sono identificati nell’Italian Theory e che hanno voluto «rélier idéalement sans craint d’anachronisme, la commune médiévale aux communautés en ligne mobilisées contre le capitalisme globalisé» (Landi 2023, 176). Rovesciando brillantemente presente e passato, Landi fa tuttavia del «comune» pensato dai filosofi odierni un concetto etic, utile a porre nuove domande – situate – al passato. Ma da questa operazione non emerge un «comune» medievale capace di anticipare quello pensabile oggi e nemmeno un «popolo» che anticipa la «moltitudine» di Toni Negri e Michael Hardt, semmai estrae una nozione di «moltitudine» visibile nelle pagine di Machiavelli e Pomponazzi che, sganciandosi a inizio Cinquecento (dopo l’expérience comunale, dunque) dall’idea di «comunità», fonda un nuovo oggetto di riflessione, una scienza dei collettivi che attraverserà i secoli seguenti (Landi 2023, 189).

Assolto dall’accusa (oggi un po’ infamante) di riproporre una visione teleologica e pedagogica dell’esperienza comunale, Le temps des Italies rilancia il progetto di comprendere il ruolo di questa istituzione sul tempo lungo, un progetto utile a proteggere il dibattito sul Comune dal rischio di confondere l’oggetto di studio con la sua valutazione e l’analisi con il giudizio di valore.


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