Il libro di Fabrizio De Falco, Authors, Factions, and Courts in Angevin England. A Literature of Personal Ambition, affronta con precisione rinnovata la discussione sull’intenzionalità degli autori di corte e il loro contributo al panorama letterario e intellettuale del XII secolo. De Falco ci conduce attraverso una ricca riflessione sul lavoro di Walter Map e Giraldo di Galles, due tra gli autori più rappresentativi del cosiddetto “Rinascimento del XII secolo” (Haskins 1927). L’attrazione che autori come Map e Giraldo esercitano sulla medievistica si fonda non solo sulla prospettiva privilegiata che hanno offerto sulle tensioni politiche, sociali e religiose dell’Inghilterra contemporanea ma anche, e forse soprattutto, sulla vivacità espressiva della loro voce. È proprio l’unicità della penna di questi autori – lucida, tagliente ma sempre rigogliosa – che è fonte di continuo interesse e ammirazione da parte degli studiosi. Redatte tra l’ultimo quarto del XII secolo e il primo decennio del XIII secolo, opere come il De Nugis Curialium di Walter Map, insieme alla Expugnatio Hibernica, la Topographia Hibernica e l’Itinerarium Kambriae di Giraldo di Galles riflettono con straordinaria lucidità e disincanto la volatilità, la competizione, l’opportunismo e, più in generale, le dinamiche complesse che caratterizzano la corte plantageneta. Al contempo, tali opere si distinguono per la ricchezza informativa che offrono sul contesto politico e sociale oltre i confini della corte inglese, con particolare riferimento all’Irlanda e al Galles. Proprio per questo, sono a buon diritto considerate delle fonti imprescindibili per lo studio dell’Inghilterra tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo.
La critica si è spesso approcciata alla letteratura prodotta nel milieu della corte plantageneta alla luce delle biografie degli autori e del ruolo da essi esercitato nelle reti sociali e politiche degli entourage di Enrico II e dei suoi successori. In particolare, gli studi hanno generalmente privilegiato l’applicazione di una lente ideologica, interpretando il De Nugis Curialium, la Expugnatio Hibernica, la Topographia Hibernica e l’Itinerarium Kambriae come strumenti di propaganda a supporto dell’autorità del sovrano, della sua amministrazione o, più generalmente, come evidenza per l’elaborazione di costruzioni identitarie (Chauou 2001; Ashe 2007). Tale prospettiva tuttavia presuppone una relazione esclusivamente verticale tra autore-cortigiano e sovrano. In questa lettura, i cortigiani sarebbero impegnati nel legittimare l’azione politica e le aspirazioni di Enrico II e dei suoi successori con una produzione letteraria funzionale a strategie di consolidamento e legittimazione del dominio regio. Letta attraverso questa lente, la letteratura di corte viene spesso ridotta a semplice emanazione ideologica delle mire dei sovrani plantageneti, configurandosi come strumento volto a sostenere le ambizioni egemoniche della corona, in particolare nei confronti di Irlanda e Galles. A questa impostazione si è affiancata, in tempi più recenti, una prospettiva ispirata ai postcolonial studies. Essa analizza la letteratura di corte considerando le modalità con cui autori come Walter Map e Giraldo di Galles hanno contribuito alla costruzione di immaginari di mostruosità, barbarie o inferiorità delle popolazioni di Irlanda e Galles, in dialogo con più ampie dinamiche di definizione etnica (Cohen 2006; Faletra 2014). Tuttavia, per quanto utili nell’evidenziare tendenze sociopolitiche e culturali di più ampio respiro, tali interpretazioni si confrontano con le difficoltà insite nell’applicare categorie analitiche moderne a testimonianze medievali. Inoltre, va considerato un elemento importante: le opere di Giraldo di Galles, Walter Map e di altri autori gravitanti attorno alla corte plantageneta non furono redatte su esplicita committenza regia (Broadhurst 1996; Gillingham 2006). Come dunque interpretare la produzione letteraria interna alla corte e, di conseguenza, l’opera dei suoi più brillanti e loquaci esponenti?
In questo dibattito De Falco interviene in maniera decisiva ribaltando la prospettiva e suggerendo la possibilità di leggere la letteratura di corte non in termini di sola ideologia ma come “letteratura dell’ambizione”. Questo è un termine particolarmente felice perché rovescia il punto d’osservazione tradizionale restituendo agency e intenzionalità ad autori complessi e poliedrici come Walter Map e Giraldo di Galles. Invece di ridurre i testi a meri strumenti di propaganda, De Falco dimostra come Map e Giraldo abbiano modulato le proprie narrazioni per consolidare la loro posizione non solo a corte, ma anche (e soprattutto) al di fuori di essa. Nelle mani di autori capaci e, spesso spregiudicati, lo strumento letterario divenne infatti un veicolo per raggiungere traguardi personali: per Walter Map si tratta della nomina a vescovo di Hereford e, per Giraldo di Galles, di quella a vescovo di St David’s. De Falco riorienta così la prospettiva, mostrando come la produzione letteraria di Map e Giraldo risulti “armata” non tanto (o non esclusivamente) per legittimare l’autorità regia, quanto piuttosto per valorizzare le competenze degli autori e supportarne i tentativi di promozione.
Che l’ambizione personale avesse animato la penna degli esponenti della corte plantageneta non era sfuggito già a Kate Norgate. Scrivendo nel 1893, Norgate aveva messo in guardia il lettore sull’obiettivo primario di Giraldo di Galles: l’autoglorificazione (Norgate 1893). La riflessione di De Falco tuttavia apre una prospettiva innovativa mettendo al centro dell’analisi le dinamiche di revisione delle opere di Walter Map e Giraldo di Galles. Nell’analizzare la costruzione testuale di opere come il De Nugis Curialium, Topographia Hibernica ed Expugnatio Hibernica, De Falco ricostruisce con attenzione rinnovata le dinamiche specifiche che hanno guidato il continuo adattamento del rapporto tra ambizione personale degli autori e i centri di potere in grado di accoglierla. Nel contesto delle turbolente transizioni politiche che accompagnarono le successioni di Enrico II, Riccardo e Giovanni, Map e Giraldo rielaborarono costantemente le proprie opere, non solo per rafforzare la loro influenza a corte, ma anche per tessere relazioni con reti di potere esterne alla corte e altrettanto decisive nel sostenere le loro ambizioni. Se di propaganda si tratta, allora gli scritti di Giraldo di Galles e Walter Map vanno intesi come strumenti di propaganda personale. Attraverso i loro testi, questi autori mirarono a promuovere sé stessi, mettendo in risalto la propria idoneità a incarichi di governo e cercando al contempo di attivare i meccanismi necessari per ottenerli.
Perché è necessario questo decentramento da propaganda a letteratura dell’ambizione? Come De Falco spiega nel capitolo 2, la corte plantageneta nel XII e primo XIII secolo è ben lontana dall’essere un’istituzione formalmente integrata nelle funzioni della sovranità e dotata di personale stabile impiegato al servizio del sovrano. Come ha fatto notare Nicholas Vincent (2006), i nomi degli stessi Walter Map e Girlado di Galles non appaiono nelle liste di testimoni dei diplomi regi. Riprendendo l’espressione di Reto Bezzola, è opportuno concepire la corte come uno spazio politico “fluttuante” (Bezzola 1944). Mobile e itinerante, la corte dei re inglesi accompagna il sovrano attraverso i domini angioini, che nel XII secolo includono Inghilterra, Galles, buona parte dell’Irlanda e della Francia. Più che un centro stabile, essa si configura come una piattaforma dinamica e plurale. L’immagine dell’idra proposta da De Falco – le cui teste possono essere recise e rimpiazzate in qualsiasi momento – restituisce efficacemente la natura competitiva e instabile di questo ambiente, che tuttavia offre anche spazi di promozione sociale e politica. La posizione di autori come Map e Giraldo va dunque letta in relazione a una rete di poteri molteplici che include ma non si esaurisce nel network del sovrano.
De Falco dimostra che è possibile ricostruire il puzzle delle ambizioni personali di Walter Map e Giraldo di Galles alla luce degli ondeggiamenti d’ordine politico della corte attraverso una lettura “dal basso” della letteratura e della sua circostanzialità. L’analisi attenta delle revisioni e dei continui riposizionamenti di pubblico nelle opere di Map e Giraldo rivelano non solo l’aggiornamento costante delle ambizioni personali degli autori, ma anche la generale instabilità del contesto in cui si muovono. Nei capitoli 4 e 5, De Falco analizza struttura testuale, pubblico e ambizioni del De Nugis Curialium di Walter Map e della Topographia Hibernica di Giraldo di Galles nel contesto politico dominato da Enrico II. Come si evince efficacemente dall’analisi dell’autore, Walter Map produsse i molteplici e apparentemente idiosincratici nuclei narrativi del De Nugis Curialium come un efficace curriculum vitae in grado di promuovere le capacità di Map e la sua lealtà a Enrico II. Giraldo, d’altra parte, con le prime redazioni della Topographia Hibernica intese perseguire non solo le sue personali aspirazioni alla sede di St David’s, ma anche gli interessi della sua famiglia, i Geraldines, influente dinastia radicata nelle Marcher areas, i territori di confine tra l’Inghilterra angioina e il Galles.
Tuttavia, come spiegato nel capitolo 6, gli anni Novanta del XII secolo rappresentarono una fase cruciale di ridefinizione del panorama politico ed ecclesiastico dell’Inghilterra. La successione di Riccardo I a Enrico II nel 1189 determinò un repentino mutamento nell’assetto della corte e delle sue dinamiche di potere, compromettendo l’ordine politico che aveva sostenuto le aspirazioni di Walter Map e Giraldo di Galles. Di fronte al mutato scenario politico, entrambi gli autori riorganizzarono la propria produzione letteraria, indirizzandola a destinatari diversi e calibrandola su centri di potere tanto interni quanto esterni alla corte. Particolarmente significativo è il caso della Topographia Hibernica. Giraldo di Galles ci ha trasmesso cinque redazioni della Topographia tra il 1188 e il 1209 indirizzate a diversi dedicatari: Egidio di Anagni (cardinale di San Nicola in Carcere), Hubert Walter dopo la sua nomina ad arcivescovo di Canterbury (1193), Riccardo I (in coppia con la Expugnatio Hibernica) e infine Giovanni Senzaterra. Come mostra De Falco, non solo il contenuto e la strategia dedicatoria della Topographia, ma anche la sua associazione con altri testi di Giraldo rispondono a precise logiche di promozione personale. Quando Giraldo intravide opportunità favorevoli presso la corona, egli decise di affiancare alla Topographia la Expugnatio Hibernica, un resoconto a carattere semi-epico della conquista dell’Irlanda da parte della nobiltà cambro-normanna cui apparteneva la famiglia di Giraldo. Viceversa, nelle congiunture in cui il network ecclesiastico poté garantire una sua promozione presso l’ambita sede di St David’s, Giraldo rielaborò prontamente la Topographia, separandola dalla Expugnatio e dedicandola, talvolta insieme all’Itinerarium Kambriae, a figure influenti del clero inglese, come l’arcivescovo di Canterbury Hubert Walter o il vescovo di Hereford William de Vere.
Vista nell’ottica della letteratura d’ambizione, anche la rappresentazione dell’Irlanda e del Galles, luoghi percepiti come liminali nell’immaginario collettivo dell’Inghilterra angioina, assumono così una funzione più complessa. Come spiegato nel capitolo 4, le descrizioni del Galles e gli aneddoti raccolti nel De Nugis Curialium, sospesi tra il meraviglioso e il miracoloso, servirono a legittimare la necessità di una classe dirigente locale dotata di una conoscenza specifica del territorio e delle sue consuetudini per implementare efficacemente l’autorità regia. Tutte funzioni e capacità che Map implicitamente attribuì a sé stesso. Allo stesso modo, la rappresentazione della “bestialità” delle popolazioni irlandesi proposta da Giraldo di Galles non si può limitare a un discorso ideologico puramente coloniale. Essa infatti rispose anche a finalità personali, cioè quelle di esortare l’azione del sovrano in Irlanda in modo tale da garantire le ambizioni personali di Giraldo e della sua famiglia nell’esercitare forme di controllo su quei territori. Una simile logica si ritrova anche nelle critiche rivolte alla Chiesa di Roma e agli ordini monastici, in particolare ai cistercensi, oggetto di un’ostilità condivisa sia da Map che da Giraldo. Accusati di minare l’autorità regia agendo come agenti papali, i cistercensi vengono contrapposti all’ordine gilbertino, elogiato da Map per la sua fedeltà alla corona. L’omissione degli scandali che coinvolgono anche quest’ultimo rivela tuttavia un uso mirato della narrazione. Da una parte, Walter Map cercò di delegittimare gruppi di potere alternativi e dunque percepiti come una minaccia agli interessi della diocesi di Hereford, e dall’altro intese rafforzare la sua candidatura a strenuo difensore della diocesi.
De Falco dimostra con efficacia come, per autori ambiziosi quali Walter Map e Giraldo di Galles, l’accesso alla corte non costituisse un fine ultimo, quanto piuttosto una piattaforma strategica verso l’acquisizione di incarichi più stabili, remunerativi e prestigiosi. Map e Giraldo operarono nel “mondo di mezzo” della corte, cercando di adattarsi a un ordine politico in continua trasformazione, segnato da successioni controverse, conflitti interni e un sistema di alleanze fluido e spesso opportunistico. Il cambiamento di prospettiva proposto dalla nozione di “letteratura dell’ambizione” restituisce dunque un’immagine coerente e complessa delle possibilità d’azione dei membri della corte angioina, costretti a divincolarsi tra una pluralità di centri di potere e fazioni, e del ruolo centrale che la letteratura colta poteva esercitare nel perseguimento di ambizioni di potere. Per questo motivo, l’analisi di De Falco avrebbe tratto beneficio da una discussione più sistematica del De Principis Instructione di Giraldo di Galles. Nonostante si tratti della sua opera finale, Giraldo stesso la descrive con eloquenza come “promessa molte volte, quasi iniziata tra le prime ma pubblicata tra le ultime; a lungo nascosta e, per così dire, addormentata, in attesa del momento in cui pubblicarla sarebbe stato sicuro” (De Iure et Statu, VII, 334). Iniziato probabilmente nel 1191 e pubblicato nella sua forma definitiva tra il 1216 e il 1217, il De Principis Instructione presenta una visione profondamente pessimista del mondo della corte e ferocemente critica del regno di Enrico II (Bartlett in Giraldo, De Principis Instructione, xviii). Dopo una vita spesa nel disperato tentativo di realizzare le proprie ambizioni, Giraldo sembra infine rinunciare alla corte, definita come una “specie di morte in vita e inferno in terra” (De Principis Instructione, I, 2-3), per dedicarsi a una vita di contemplazione. Questa scelta — che Giraldo presenta come un atto di libertà espressiva e onestà intellettuale — si traduce nel De Principis in un attacco veemente contro Enrico II e in una lode talvolta sperticata di Filippo Augusto. Quest’ultima prende forma soprattutto in seguito all’ascesa di Filippo Augusto, la disfatta di Giovanni Senzaterra a Bouvines (1214) e il progressivo sfaldamento della dinastia angioina. Una maggiore discussione del De Principis nell’ottica della letteratura dell’ambizione avrebbe certamente dato ulteriore sostanza all’evoluzione delle ambizioni di Giraldo e della sua postura, sia intellettuale che politica, così come si manifesta nella sua ultima e, secondo le sue stesse parole, più sincera opera. Infatti, proprio alla luce dell’analisi di De Falco, emerge inevitabile la domanda: quanto possiamo davvero credergli?
A ogni modo, De Falco raggiunge pienamente il suo obiettivo, offrendo una lettura incisiva della complessità dello spazio politico angioino e del ruolo strategico esercitato dalla produzione letteraria. Le semplici nozioni di propaganda regia o ideologia si rivelano dunque inadeguate a cogliere la pluralità di interessi individuali e la molteplicità dei centri di potere pronti a soddisfare le ambizioni degli autori-cortigiani nell’Inghilterra del XII secolo. Inoltre, il contributo euristico offerto dalla “letteratura dell’ambizione” va oltre il contesto inglese. Esso infatti apre lo scenario interpretativo verso un modello più ampio atto ad analizzare la scrittura come strumento di ascesa politica per autori prossimi o aspiranti a centri di potere. Affiora spontaneo, per esempio, il parallelo con le dinamiche che legano Giovanni di Salisbury (1120-1180), in esilio a Reims negli anni Sessanta del XII secolo, e l’abate di Saint-Remi Pietro di Celle (c. 1115-1183). Su sprone dell’amico e garante Pietro di Celle, Giovanni di Salisbury intercettò apertamente con la sua scrittura gli interessi e le curiosità erudite di Enrico il Liberale, conte di Champagne e mecenate di intellettuali (The Letters of John of Salisbury, vol. 2, ep. 209, 316-319). Anche la corte di Champagne, celebre per il suo sostegno a scrittori, poeti e intellettuali, si potrebbe dunque configurare come uno spazio politico-letterario in cui la scrittura può diventare strumento di promozione personale.
In tal senso, sarebbe proficuo aprire il dibattito sulle potenzialità di questo cambio di prospettiva in relazione alle molteplici modalità espressive della scrittura nell’ambito delle corti europee. Mi chiedo infatti se la “letteratura dell’ambizione” non trovi particolare espressione proprio nella libertà stilistica di autori poliedrici come Giraldo di Galles e Walter Map. Opere come il De Nugis Curialium o la Topographia Hibernica sfuggono infatti a codificazioni di genere e tradizioni letterarie precise, mescolando insieme storiografia, agiografia, geografia, patristica, etnografia e, persino, gossip. La natura libera e sui generis della scrittura di Walter Map e Giraldo di Galles potrebbe aver rappresentato un vantaggio, una potente arma di persuasione nelle mani di autori brillanti e ambiziosi per inserirsi in sfere politiche diverse e perseguire i loro obiettivi di carriera. Nella conclusione De Falco annovera a ragion veduta tra i possibili esempi di letteratura dell’ambizione anche il De rebus circa regni Siciliae curiam gestis di Ugo Falcando, un’opera di difficile classificazione che, al contempo, offre uno sguardo ravvicinato sugli intrighi e le rivalità alla corte dei re normanni di Sicilia. Un tratto comune della penna di Map, Giraldo e Falcando sembra essere proprio l’uso creativo della varietas, che si traduce nella libertà di questi autori nel combinare generi, stili, narrazioni e argomenti diversi in un insieme organico e originale. Si può forse ipotizzare che sia proprio tale libertà stilistica, svincolata da rigidi parametri di genere, a consentire ad autori abili e ambiziosi di perseguire i loro scopi di promozione con la letteratura? Se così fosse, è possibile che, invece, opere più aderenti a un genere codificato o una tradizione letteraria (come, per esempio, una cronaca o un trattato teologico) risultino limitate da una funzione più circoscritta e, quindi, meno flessibili nel dare esplicitamente forma e voce alle ambizioni di promozione dei loro autori?
Questi interrogativi nulla possono togliere alla profondità e accuratezza dell’analisi di De Falco. Al contrario, sono una testimonianza della forza analitica e delle potenzialità ermeneutiche della proposta dell’autore di rileggere la letteratura di corte come “letteratura dell’ambizione”. Tale cambiamento di prospettiva, invitando a un approccio più euristico al testo letterario, ha consentito infatti di mettere in risalto la complessità politica e la ricchezza espressiva dell’Inghilterra del XII secolo, rivelandone al contempo sorprendenti tratti di modernità. Nel caso di Walter Map e Giraldo di Galles, emerge insistentemente lo sforzo continuo di inseguire le proprie ambizioni e di plasmare la scrittura in funzione di esse, senza tuttavia giungere al successo sperato. Entrambi gli autori infatti sembrano aver solo sfiorato i loro obiettivi. Map non otterrà mai conferma della sua nomina alla sede episcopale di Hereford; anzi, la vicinanza a Enrico II finirà per renderlo persona non grata nei nuovi equilibri instauratisi con l’ascesa di Riccardo I. Allo stesso modo, Giraldo di Galles, nonostante la nomina all’arcidiaconato di Brecon nel 1175, non riuscirà mai a realizzare la sua aspirazione massima, l’elezione alla sede episcopale di St David’s, a dispetto dei tentativi portati avanti lungo tutta la carriera. L’esperienza di entrambi gli autori, pur radicata in dinamiche e linguaggi medievali, rivela anche una sfumatura moderna, seppur amara, alla luce della volatilità della corte plantageneta e del suo mondo politico. Si ha quasi l’impressione che, già nell’Inghilterra del XII secolo, il potere logori chi non ce l’ha.
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