Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Gli emigranti italiani in Francia durante il fascismo e il ruolo dei missionari cattolici

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Abstract

During the 1920s and 1930s, Italian missionaries in France faced the increasingly pervasive presence of the fascist regime in the country’s Italian communities. Despite some disagreements with the Italian consulates, the priests shared with Fascism the defense of the migrants’ Italianness, thus attracting toward them the hostility of anti-fascists and French authorities. The Italian missions and the fascist regime, particularly during the 1930s, built a real alliance which guaranteed both sides to maintain their autonomy and found its raison d'être in the defense of the emigrants from the dangers of Frenchization and secularization.

Introduzione

La presenza di missionari italiani in Francia per fornire assistenza spirituale e religiosa ai migranti si inseriva nell’ambito dei numerosi tentativi di tutela delle migrazioni da parte di diverse congregazioni religiose. Nel 1844 don Vincenzo Pallotti, fondatore della Congregazione e della Società dell’Apostolato Cattolico, fu tra i primi a impegnarsi in favore degli italiani, in particolare di quelli residenti a Londra, affidandoli a don Raffaele Melia, che lì fondò la parrocchia di San Pietro. I pallottini furono successivamente molto attivi negli Stati Uniti e in America Latina (Sanfilippo 2015, 8), assieme ad altre congregazioni come i salesiani che si dedicarono in particolare agli italiani di Buenos Aires, New York e San Francisco (Rosoli 2002, 1354-5; Motto 2010). Le tensioni nei paesi d’arrivo con le correnti massoniche e anticlericali delle differenti comunità, l’avanzare delle forze socialiste e, in taluni casi, gli scandali causati da alcuni preti (Rosoli 1992, 293) indussero, alla fine del diciannovesimo secolo, la Santa Sede, che fino a quel momento aveva principalmente mirato a scoraggiare le partenze, ad affrontare in maniera più organica la questione delle migrazioni italiane. La congregazione di Propaganda Fide decise, così, nel 1887 di affidare al vescovo di Piacenza Giovanni Battista Scalabrini l’istituzione di una congregazione religiosa che assistesse gli italiani nelle Americhe e garantisse la formazione dei missionari (Franzina 1995, 219-20). Insieme all’azione degli scalabriniani, papa Leone XIII sostenne anche gli sforzi di Francesca Saverio Cabrini e delle sue Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, che istituirono scuole, orfanotrofi, centri di assistenza nel continente americano (Rosoli 2002, 1362). I missionari si concentrarono, dunque, in una prima fase principalmente sulla migrazione transoceanica, che appariva agli occhi del Vaticano, ma anche dello stato italiano, una migrazione più pericolosa e con maggiori rischi di sradicamento dalle tradizioni culturali e religiose nazionali. Nelle Americhe, inoltre, si registravano tensioni tra i vescovi locali e gli immigrati dalla penisola, per le loro modalità di praticare il culto che talora creavano disaccordo anche all’interno della stessa comunità nazionale, profondamente divisa in senso regionale (Sanfilippo 2002, 482).

Il mondo cattolico, tuttavia, non dimenticò le mobilità europee, in particolare grazie all’opera di mons. Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona, che, nel 1900, fondò l’Opera di assistenza agli operai italiani emigrati in Europa e nel Levante. «L’iniziativa – ricorda Sanfilippo – non fu sponsorizzata dalla Santa Sede, che anzi diffidava di Bonomelli, ma dall’Associazione Nazionale per soccorrere i missionari italiani» (Sanfilippo 2001, 137). L’Opera Bonomelli, come fu comunemente chiamata, venne coadiuvata da diversi ordini religiosi, barnabiti, dehoniani, salesiani, cappuccini e operò principalmente in Francia, Svizzera e Germania. La sua azione si dipanò in concorrenza con quella della Società umanitaria, organizzazione laica e socialista che nei primi decenni del Novecento svolse attività di solidarietà nei confronti dei lavoratori emigrati, proponendosi come alternativa alla chiesa e ai consolati (Gabaccia 2003, 202). Nel 1912, intanto, Pio X istituì un ufficio per l’emigrazione, con l’obiettivo di meglio assistere gli italiani all’estero. Un nuovo passo nella direzione di un maggior interventismo cattolico fu compiuto nell’immediato primo dopoguerra con l’apertura, nel 1920, del Pontificio collegio per l’emigrazione italiana, istituito nel 1914 ma sino a quel momento inattivo, con il compito di formare il clero che avrebbe accompagnato gli italiani nel mondo. Sempre nei primi anni Venti si assistette anche a un deciso miglioramento dei rapporti tra lo stato pontificio e l’Opera Bonomelli, che, tuttavia, entrò in una fase di difficoltà crescente, a causa delle conseguenze del conflitto. Nel 1920, infine, fu nominato il primo prelato per l’emigrazione italiana, da cui dipendeva il Pontificio collegio, il vescovo Michele Cerrati, con l’esclusivo compito di occuparsi dei migranti dalla penisola (Sanfilippo 2001, 138-9).

Nel primo dopoguerra, dunque, la presenza dei missionari italiani in Francia appariva consolidata: nel 1924, l’Opera Bonomelli contava 18 segretariati nel paese transalpino (Wiegandt-Sakoun 1986, 474)[1]. Con l’eccezione delle regioni centrali e occidentali, dove peraltro pochi erano gli italiani, la Bonomelli operava in tutto il paese: non solo nelle grandi città, ma anche in piccoli centri, specialmente in regioni come la Lorena dove esisteva una migrazione operaia molto forte, che era fondamentale assistere, ma anche controllare, affinché la radicalizzazione sindacale non portasse i connazionali a sposare ideologie sovversive che li avrebbero allontanati dalla fede. La storiografia ha lungamente dibattuto sul rapporto instauratosi tra le missioni cattoliche in Francia e il fascismo, forse più che in altri paesi, come gli Stati Uniti e il Brasile (Bertonha 2003), dove si è tradizionalmente dato per assodato lo stretto legame tra fascisti e missionari. Gianfausto Rosoli, uno dei pionieri della storiografia cattolica sull’emigrazione italiana, pur senza negare i momenti di consenso nei confronti del fascismo, ha richiamato l’attenzione sulla «peculiarità di maggiore consapevolezza e di indipendenza» dei missionari cattolici in Francia, sostenendo che, complessivamente, la realtà missionaria presentasse una pluralità di comportamenti che rendevano impossibile considerare le missioni come gravitanti tout court nell’orbita del regime all’estero (Rosoli 1988a, 44). Altri storici, francesi e italiani, hanno, al contrario, sottolineato come le missioni cattoliche abbiano contribuito attivamente alla costruzione del consenso fascista e come, pur con qualche eccezione, numerosi missionari si fossero trasformati apertamente in propagandisti del regime, favorendo così l’avanzata dei sostenitori del duce (Noiriel 1983, 139-40; Franzinelli 1995, 195-7). Pur non circoscrivibile solamente ai suoi aspetti politici e malgrado l’attenzione della storiografia sia progressivamente scemata, la vicenda dei missionari italiani in Francia, in questi anni, rappresenta un interessante banco di prova delle relazioni tra tre stati, Italia, Santa Sede e Francia, e dell’interazione tra sentimento religioso, appartenenza nazionale e dimensione politica in una chiave transnazionale.

Fascisti e cattolici nei primi anni Venti

La storia delle missioni cattoliche italiane in Francia e delle loro relazioni con il fascismo può essere divisa in due fasi: la prima culminò nello scioglimento dell’Opera Bonomelli nel 1928, mentre la seconda seguì questa data e, soprattutto, la Conciliazione tra lo stato italiano e la Chiesa cattolica. Nei primi anni Venti, le tensioni crescenti a livello nazionale tra la Bonomelli e il regime fascista che stava muovendo i primi passi trovarono qualche eco anche in territorio francese. La guida dell’Opera da parte del popolare Stefano Jacini, che sarebbe stato sostituito nel 1926 dal commissario governativo Orazio Pedrazzi, a causa delle posizioni aventiniane del primo, fu solo parzialmente la ragione di tali turbamenti. I rapporti erano difficili, infatti, sin da prima della marcia su Roma quando il commissario generale dell’emigrazione De Michelis si era scontrato con lo stesso Jacini, al punto che, nel 1923, la Bonomelli non ottenne fondi dal commissariato. Il problema era chiaro: l’autonomia dell’Opera, infatti, era insopportabile tanto al potere statale tecnocratico rappresentato da De Michelis, quanto – e sempre più – a quello fascista di Mussolini. Come ricorda Rosoli, la nomina di Pedrazzi portò la Santa Sede a chiarire, con una nota del card. De Lai, responsabile della Concistoriale, che i missionari non dovevano essere considerati «una parte dell’Opera Bonomelli, dei quali il Consiglio direttivo dispone a suo talento», ma che essi dovevano essere «scelti, destinati, rimossi, licenziati dall’autorità ecclesiastica alla quale appartengono e che li dirige»[2]. Nel 1927, il pontefice giunse a separare il corpo dei missionari dalla direzione laica della Bonomelli, proprio per evitare le eccessive interferenze da parte del regime nelle scelte dei prelati all’estero. La volontà di non danneggiare le relazioni con il governo italiano, in una fase in cui si stava lavorando per giungere al Concordato, portò, infine, a una scelta drastica, con lo scioglimento dell’Opera nel 1928 (Cannistraro e Rosoli 1979).

In alcune delle missioni italiane in Francia questi anni non furono, effettivamente, privi di contrasti tra le autorità consolari e i preti bonomelliani, anche se raramente l’oggetto del contendere era di natura politica, come avvenne, secondo Rosoli, nel caso di don Druetti a Marsiglia, apparentemente allontanato dalla città per la sua opposizione al regime (Rosoli 1988b, 315). In alcuni casi, i missionari sembrarono piuttosto infastiditi dal nuovo protagonismo consolare e dalla nascita, ancora lenta in questi primi anni Venti, dei fasci italiani, che potevano entrare in conflitto con l’organizzazione delle missioni. Tale competizione non significava, tuttavia, che gli stessi fascisti non riconoscessero l’importanza dell’organizzazione missionaria e talora la accogliessero con favore. La presenza dei prelati, specialmente in regioni come la Lorena, era infatti interpretata dalle autorità italiane come un argine importante all’avanzata comunista. Nel giugno 1923, così, il console di Nancy De Marsanich salutava con entusiasmo la creazione di un cimitero per i soldati italiani morti in prigionia a Longwy, patrocinata dal segretariato della Bonomelli diretto da don Arnolfo Luera, «tanto più opportuna in quanto costituisce seria e sana reazione contro l’infiltrarsi in quei centri laboriosi degli elementi comunisti»[3]. Gli scontri tra le autorità consolari e i missionari, tuttavia, non mancarono. Nel 1923, il console di Reims Fiandaca biasimò duramente le attività del missionario don Cristini, che non si sarebbe adeguato alle direttive da lui emanate nei confronti degli italiani della sua circoscrizione, poiché, secondo il console, egli era un seguace dell’allora esponente del partito popolare Guido Miglioli[4]. Il caso, segnalato dall’ambasciatore Romano Avezzana, era giunto sino a Roma, costringendo lo stesso mons. Cerrati a intervenire. La vicenda non sembrò, tuttavia, turbare le relazioni tra le autorità italiane e la Santa Sede. Mussolini, infatti, in una lettera a Romano Avezzana, nella quale comunicava che Cerrati aveva acconsentito al trasferimento del prete, chiariva che i missionari, secondo quanto riferitogli dall’alto prelato, non erano ostili alle autorità consolari e che, al contrario, la loro assenza rischiava di favorire le forze di sinistra nella regione[5]. L’intervento di Mussolini e Cerrati, costretti a intercedere perché i rapporti tra missionari e consolati non si esacerbassero, induce a pensare che le questioni sollevate a livello locale debbano essere lette principalmente attraverso la lente del conflitto tra piccoli centri di potere. Le parole durissime di Fiandaca nei confronti di don Cristini, che forse era davvero ostile al regime e vicino al partito popolare, apparivano dettate principalmente dalla volontà del console di affermare la propria autorità sugli italiani nella regione. In questo senso, questo episodio potrebbe essere considerato come uno dei numerosi momenti di scontro che, nel corso degli anni Venti, coinvolsero, in una fase di consolidamento del regime in Italia e di tensioni con il corpo diplomatico, diversi poteri – agenti consolari, consoli, rappresentanti di associazioni coloniali, segretari dei fasci – nelle regioni francesi (Pinna 2012, 178-9).

Conflitti di potere

Questa tesi appare suffragata anche da un altro conflitto che, a Moyeuvre-Grande, in Lorena, vide confrontarsi, nel 1924, il missionario bonomelliano don Tessore e l’agente consolare Giordano, poi divenuto console di Metz. Paradossalmente – nonostante diversi storici come Caroline Wiegandt-Sakoun e Beniamino Rossi abbiano rilevato come il prelato avesse posizioni antifasciste (Rossi 1974, 1584; Wiegandt-Sakoun 1986, 476) – le tensioni iniziarono proprio a seguito delle accuse di don Tessore al console di non aver fatto abbastanza per frenare la creazione di associazioni in cui figuravano anche presunti sovversivi. Il ruolo assunto in questa regione, appena tornata alla Francia, dai missionari era stato d’altronde centrale e le autorità consolari sembrarono faticare per conquistare il proprio spazio. Il console di Chambéry, che era stato incaricato di svolgere un’inchiesta sull’accaduto, dichiarò addirittura: «quando ho chiesto ad alcuni nostri operai se conoscessero il R. Agente Consolare in Briey, essi hanno creduto che parlassi loro […] del Missionario Bonomelliano»[6]. Le accuse nei confronti di Giordano furono ridimensionate dalle autorità italiane, ma dimostravano come le tensioni nascessero da piccole beghe – nello specifico lo sgarbo dell’agente consolare che non aveva invitato la Bonomelli alle celebrazioni per il venticinquesimo anniversario del Regno di Vittorio Emanuele III (Pinna 2012, 184-6) –, benché sia certamente possibile vedere nell’atteggiamento di don Tessore anche la volontà di difendere l’associazionismo sportivo e ricreativo cattolico, molto attivo nei due dipartimenti lorenesi, di fronte alla volontà consolare di creare nuovi gruppi di più chiara obbedienza fascista. Le parole di don Donadio, direttore dell’Opera Bonomelli di Hayange, sempre riferite al mancato invito del 1925 e indirizzate all’ambasciatore italiano, confermarono, comunque, che i missionari si sentivano intimamente parte dell’afflato patriottico che caratterizzava le prime iniziative del regime. Il prelato descrisse infatti la partecipazione delle associazioni bonomelliane al «palpito di italianità in un giorno sacro per ogni italiano»[7]. La condivisione del sentimento patriottico e la volontà di difendere l’italianità degli emigrati sembravano poter cancellare ogni controversia, nella comune sfida contro le forze secolarizzanti, sovversive e antitaliane, rappresentate, nella logica di missionari e consolati, da sindacati e partiti socialisti e comunisti. La querelle tra don Tessore e Giordano si concluse con un rimprovero ufficiale a quest’ultimo da parte dell’ambasciatore, che ribadì la necessità di una collaborazione stretta con i missionari: «Ella non ignora – scrisse, infatti, Romano Avezzana – come i Missionari Bonomelliani siano sempre stati di valido aiuto per la nostra emigrazione, svolgendo opera di carità e di educazione morale e nazionale in contrapposto alla deleteria attività dei partiti estremi»[8].

Le tensioni sembrarono placarsi e l’anno successivo il giubileo sacerdotale di don Tessore fu celebrato – secondo il bollettino missionario La Buona Parola[9] – alla presenza di autorità italiane, tra le quali il nuovo console a Metz Serafini, e francesi, come il sindaco della cittadina, oltre che di esponenti religiosi e della famiglia De Wendel, proprietaria della grande industria siderurgica della regione. La presenza dei De Wendel appare degna di nota, poiché sembrava dimostrare il loro apprezzamento per l’opera missionaria italiana che contribuiva alla moderazione delle spinte operaie alla sindacalizzazione[10]. Scontri simili a quelli registrati in Lorena si ebbero anche a Lille, con accuse relative a compravendite di onorificenze da parte dell’agente consolare Vecchietti da una parte e accuse a sfondo sessuale nei confronti di don Barbera dall’altra[11]. Le divergenze tra missionari e fascisti, insomma, sembravano nella provincia francese riguardare in misura molto contenuta la conquista del potere da parte mussoliniana e le modalità con cui essa stava avvenendo, anche se talora l’accusa di essere vicini alle posizioni del partito popolare era avanzata dai consoli e dagli agenti consolari. Appare difficile, tuttavia, salvo alcune eccezioni, stabilire quanto le simpatie per le posizioni sturziane fossero davvero diffuse tra i prelati all’estero e quanto invece le accuse fossero strumentali, volte a danneggiare l’immagine dei missionari, in un momento, la seconda metà degli anni Venti, nel quale le tensioni tra fascisti e antifascisti in Francia erano particolarmente spiccate. Di certo, lo spirito nazionalista e patriottico che il governo fascista sembrava voler esportare tra gli italiani all’estero era ampiamente condiviso dai missionari della Bonomelli, anche se le origini di questo sentimento andavano ricercate in differenti opzioni ideali, su cui si tornerà più avanti.

La diatriba sui legami tra missionari e fascisti, d’altronde, non era solamente oggetto dei rapporti consolari e delle missive dei prelati, ma coinvolgeva un terzo e fondamentale soggetto: le autorità francesi. I prefetti, specialmente nel sud-ovest, segnalarono come alcuni missionari si dimostrassero molto inclini a quella che loro ritenevano una vera e propria azione di propaganda fascista (Pinna 2012, 220-1). L’attivismo di don Carlo Riva, missionario tra il 1926 e il 1928 a Montauban, nel Tarn-et-Garonne, fu così sottolineato dalle relazioni prefettizie, che evidenziavano come, nel corso degli appuntamenti con gli italiani nelle campagne della regione, egli si prodigasse per convincerli a non iscrivere i propri figli alla scuola laica repubblicana e come il missionario, considerato «un fascista dei più ardenti» avesse incontrato diversi esponenti fascisti e dell’Action française nella regione[12]. Anche don Magnani, missionario ad Agen, fu considerato un propagandista acceso del fascismo, al punto da essere richiamato in Italia proprio per i suoi eccessi (Teulières 2002, 100; Maltone 1998, 141)[13]. Le simpatie fasciste di don Magnani erano provate, secondo le autorità francesi, dalla sua incessante attività contro le naturalizzazioni, rese ancor più agevoli dopo l’approvazione nel 1927 di una legge che semplificava le norme per l’accesso alla cittadinanza francese dei lavoratori stranieri (Bonnet 1976, 159-60). Il prefetto del Lot-et-Garonne indicava come il prelato si fosse impegnato alacremente nel tentativo di sviluppare negli emigrati il sentimento nazionale e di impedire la loro «snazionalizzazione giuridica e morale»[14]. La difesa dell’italianità era, dunque, l’oggetto delle accuse da parte francese e rappresentava, indubbiamente, il punto di contatto principale tra fascisti e missionari. I legami tra prelati bonomelliani e consolati, tuttavia, erano talora ancora più solidi: il prefetto della Haute-Garonne denunciava, infatti, che il missionario don Gallo[15], nel dicembre 1929, in occasione delle visite agli emigrati italiani per il Natale, rendeva edotti i propri connazionali della possibilità di contrarre il matrimonio civile in consolato, aiutando le autorità italiane a mantenere il controllo sulla propria comunità[16]. Un caso emblematico fu rappresentato anche dalla colonia Sant’Alessandro di Bruka, a Blanquefort, sorta nel 1924 grazie a un piccolo nucleo di famiglie della provincia di Bergamo, sostenute dalle gerarchie ecclesiastiche. Il consolato del Gers contribuì finanziariamente alle spese della scuola e dell’orfanotrofio della colonia agricola (Maltone e Buttarelli 1993, 136-48) e, di converso, il sostegno al regime non sembrò mancare in molte occasioni, come attestava già nel gennaio 1927 il contributo della colonia al prestito nazionale del Littorio[17]. La prima fase delle relazioni tra i missionari e il fascismo vide un momento di cesura con un episodio drammatico, che confermava come l’assimilazione tra i prelati all’estero e il regime fosse divenuta, non solo per le autorità francesi ma anche per gli antifascisti, un dato di fatto. Nel novembre 1928, infatti, il missionario di Joeuf, don Caravadossi, fu ucciso dal militante antifascista Angelo Bartolomei[18]. La morte del sacerdote, come accadeva spesso per i cosiddetti martiri fascisti, fu utilizzata dal regime a scopo di propaganda: il segretario dei fasci italiani all’estero Piero Parini dedicò, infatti, al missionario il pamphlet Un martire della fede e della patria (Rosoli 1988b, 316), che legò inscindibilmente il nome di Caravadossi al fascismo.

Tra fede e politica

La svolta del 1928, con la liquidazione dell’Opera Bonomelli e il conseguente scioglimento dei suoi segretariati, non rappresentò un arretramento da parte delle autorità ecclesiastiche, che organizzarono una rete di missioni cattoliche italiane, nel tentativo di evitare le intromissioni delle autorità fasciste (Ochandiano 2016, 168). All’inizio del 1928 venne, infatti, nominato un nuovo direttore dei missionari alle dirette dipendenze della Santa Sede, riaffermando così che tutti i missionari dovevano dipendere dalle autorità ecclesiastiche. Il nuovo direttore fu monsignor Costantino Babini, che era stato missionario del Gers a partire dal 1924. Anche su di lui, negli anni che precedettero la nomina, le autorità francesi erano state piuttosto sospettose, sottolineando come egli volesse esercitare al di fuori del proprio sacerdozio un’azione sulla colonia italiana e si sforzasse di far mantenere ai suoi compatrioti il sentimento nazionale, insieme allo spirito di resistenza all’assimilazione alla Francia[19]. La nomina di Babini, sul quale peraltro gravavano parecchi sospetti di intelligenza con il nemico anche da parte fascista, a causa dei suoi contatti con Giuseppe Donati e Francesco Luigi Ferrari (Borruso 1994, 113-114), precedette di poco la Conciliazione, che rappresentò un elemento di stabilizzazione per i missionari. Questi ultimi, come ricorda Rosoli (1988b, 323), «appena diffusa la sorprendente notizia della Conciliazione, si unirono alle preghiere pubbliche di ringraziamento elevate dovunque e inviarono telegrammi di omaggio al S. Padre, al re e a Mussolini». La circolare di Babini del 22 febbraio 1929, che dava comunicazione dell’avvenuto accordo, si concludeva con queste parole:

Ripetiamo anche noi, e facciamolo ripetere dai nostri amatissimi Emigrati il grido di giubilo, che oggi risuona in tutto il mondo cattolico, ma in modo particolarissimo da un capo all’altro della nostra carissima Italia: “Evviva Pio XI, Pontefice Sommo e Re; Evviva Vittorio Emanuele, nostro Re, Evviva il Card. Gasparri, Evviva S.E. Mussolini, l’Uomo veramente straordinario, che pur venendo dall’anticlericalismo materialista e distruttore, rende oggi giustizia ed omaggio alla Chiesa immortale e perennemente trionfatrice”[20].

Non mancavano, come la storiografia cattolica ha correttamente sottolineato, dietro a queste espressioni formali di giubilo, ancora diverse tensioni. Lo stesso don Tessore, in una lettera inviata a Babini, si lamentava delle pressioni fasciste nei suoi confronti, dimostrando, effettivamente, di non essere stato intimamente conquistato dal regime, come era accaduto ad altri prelati (Rosoli 1988b, 324). Egualmente altri missionari, come don Franco Ortolani, a Vernon nell’Eure, erano considerati, dalle autorità consolari, probabili seguaci di don Sturzo, benché non si mettesse in dubbio il loro sentimento di italianità[21]. Anche in questo caso, tuttavia, a preoccupare le autorità, più delle posizioni politiche del prete, era il fatto che nella colonia egli mantenesse un grande potere, al punto che ancora non si erano potuti costituire né il fascio né la sezione del dopolavoro. «La Missione Cattolica Italiana […] – scriveva il console di Le Havre nel 1935 – monopolizza di fatto la nostra collettività»[22]. Talvolta le tensioni potevano sorgere all’interno della stessa missione: a Lione, ad esempio, si assistette a un conflitto tra il direttore, il salesiano don Giuseppe Bono, e il gesuita don Prosperini, che lo affiancò dal 1930. Il primo, iscritto al Pnf, perorava la collaborazione con le organizzazioni dopolavoristiche e fasciste, mentre il secondo, apparentemente vicino agli ambienti antifascisti, cercava di evitarla, favorendo addirittura la nascita all’interno della missione di alcuni gruppi di Azione cattolica. Don Prosperini, tuttavia, abbandonò la città prima del 1935, rendendo possibile un’aperta collaborazione tra la missione e il consolato come desiderava don Bono (Ochandiano 2016, 168-9).

Nel corso degli anni Trenta, d’altronde, la presenza dei missionari accanto ai consoli nelle celebrazioni patriottiche, che nella logica fascista erano divenute il cardine della propaganda, divenne un elemento di assoluta normalità. Il giornale del fascio di Parigi, La Nuova Italia, descriveva così, nel 1930, il compito delle missioni italiane in Francia:

All’opera di tutela e di assistenza civile [svolta dai fasci, n.d.a.] si aggiunge una altrettanto efficace e preziosa assistenza religiosa dovuta ad un organismo che si intitola “Missione cattolica italiana”, la cui direzione centrale risiede a Parigi e che esercita la sua attività in perfetto accordo con le autorità del Regno, a vantaggio dei nostri emigranti in Francia, nel Belgio e nella Svizzera[23].

Nel 1935 la mappa della presenza missionaria non differiva in misura significativa da quella del decennio precedente dal punto di vista della diffusione geografica, anche se erano fiorite nuove missioni, sei nella sola Parigi, raggiungendo più di 22 città e villaggi in particolare nel Sud-ovest, dove erano arrivati migliaia di lavoratori agricoli da regioni tradizionalmente cattoliche come il Veneto o la bergamasca (Buttarelli 1994, 188-9). I missionari si erano radicati in città come Tolone e Grenoble, che avevano visto affluire molti migranti nel corso del ventennio, mentre nel nord della Francia la situazione era decisamente peggiorata, poiché i segretariati bonomelliani di Lille, Arras e Saint-Quentin non si erano trasformati in missioni (Wiegandt-Sakoun 1986, 478).

Monsignor Torricella e il Corriere

Per meglio comprendere come missionari e fascisti articolarono il proprio rapporto nel corso degli anni Trenta, una figura nodale è senz’altro quella di mons. Noradino Torricella, su cui la storiografia si è diffusamente interrogata. Torricella, che era stato membro del partito popolare in Italia, giunse nel sud-ovest francese, inviato dalla sezione bergamasca dell’Opera Bonomelli, nel 1924 per fondare il segretariato ad Agen (Rosoli 1988a, 48-9; Rosoli 1997, 194-5). Nel 1926, diede vita a un giornale, Il Corriere, con l’obiettivo di divenire, come poi avvenne, il più importante periodico cattolico italiano in Francia e l’organo ufficiale delle missioni[24].

Siamo convinti – scriveva mons. Torricella nel primo editoriale – che il pensiero e la pratica religiosa sono la salvaguardia più sicura del patrimonio morale degli emigrati, noi daremo ai lettori la possibilità di tenersi in contatto col pensiero cattolico, onde la dottrina cattolica sia messa in pratica in pubblico ed in privato e nel connubio delle grandi idee di Religione e di Patria, siano tenute vive le più belle idealità della vita [...] “Il Corriere” diverrà il giornale degli emigrati: vogliamo che esso arrivi ogni sabato in ogni casa italiana, raccolta nelle città o dispersa nella campagna e porti, non l’eco di lotte, di insulti o di volgarità, ma l’eco di parole che affratellino e faccian divenire migliori, l’eco di quanto, al di là delle Alpi, parla, con linguaggio materno, di intelligenza ed al cuore[25].

Il periodico cattolico fu inizialmente osteggiato dalle autorità fasciste, interessate ad avere nella regione, considerata un baluardo delle forze socialiste e radicali, un foglio in armonia con le proposizioni consolari. Lo scontro più rilevante si ebbe nel 1929, quando il viceconsole di Auch comunicò a Torricella che: «per quel che riguarda politica e amministrazione, il giornale deve essere redatto dal Consolato, o da chi per esso: se il Direttore vorrà pubblicare qualche articolo di fondo, lo invierà prima al Console, il quale certamente non avrà difficoltà alla pubblicazione»[26]. Di fronte al diniego di Torricella ad accettare simili condizioni intervenne mons. Babini, che redasse le norme che il giornale avrebbe dovuto seguire, vincolando il direttore all’indipendenza, anche finanziaria, da qualsiasi autorità – la Concistoriale cominciò, infatti, da quella data a versare un contributo al periodico – e chiarendo la funzione religioso-morale del giornale, che, comunque, avrebbe anche dovuto dare spazio a «tutte le benemerenze del governo italiano nel campo religioso, morale e sociale»[27]. Gli articoli pubblicati nella prima fase di vita del Corriere, effettivamente, non diedero mai eccessivo spazio alle attività dei fasci, sorti numerosi nella regione del Sud-ovest, mentre sempre una grande attenzione era riservata alle sezioni dell’Associazione nazionale combattenti che, seppure ormai fascistizzata, poteva apparire più neutrale[28]. Ciononostante, sin dal 1928 le autorità francesi sottolinearono come il giornale di Torricella fosse stato ormai completamente addomesticato e fosse prono alle direttive fasciste[29]. I fascisti, al contrario, si lamentarono ancora pubblicamente del monsignore, chiamato nel 1931 spregiativamente dal giornale del fascio di Parigi «quel tale Don Torricella», accusandolo apertamente di «sentimenti antiitaliani e antifascisti»[30]. Specularmente gli antifascisti, come dimostrava un articolo pubblicato sull’Avanti! l’anno precedente, parlavano di «intrighi fascisti in combutta con il ‘Corriere’»[31], denunciando dunque la vicinanza del monsignore al regime. L’evidente ambiguità e la difficoltà di inquadrare le mosse di Torricella e del suo giornale furono sostanzialmente risolte nel corso degli anni Trenta, quando Il Corriere si avvicinò sempre più alle autorità italiane. Il periodico iniziò, infatti, a intensificare la presenza di articoli sulle manifestazioni patriottiche dei consolati, salutate con una prosa, presumibilmente ripresa dai comunicati consolari, che difficilmente poteva segnalare una distanza dal regime[32], sulle befane fasciste organizzate nei diversi centri del paese[33], sull’apertura e le attività delle Case degli Italiani[34] e appoggiò in misura evidente l’impresa africana di Mussolini. Sul Corriere, infatti, trovarono spazio articoli che invitavano a offrire l’oro alla patria nonché una vibrante celebrazione per la proclamazione dell’Impero nel maggio 1936[35], in sintonia con il consenso crescente che il mondo cattolico italiano sembrava tributare al regime (Borruso 1994, 106). La convergenza di Torricella, che per questo si guadagnò gli strali della comunista Unione popolare italiana (Rosoli 1997 200-1; Pinna 2012, 165-6), con le posizioni fasciste non era solamente di facciata, ma affondava le sue radici in una sostanziale condivisione di quella che era la battaglia fondamentale in cui tanto i cattolici quanto i fascisti erano impegnati: la difesa dell’italianità.

Patriottismo e paternalismo nel nome dell’Italia

L’idea che compito dei missionari fosse quello di aiutare gli emigrati italiani in un paese straniero a mantenere il proprio sentimento nazionale non era nuova. Già nel 1926, don Donadio, celebrando l’opera di don Tessore, aveva usato queste parole:

Con la divisa della carità e col programma della divina misericordia, tutte le opere tue, di carattere religioso o sociale che fossero, sono sempre state destinate a infondere o a far rivivere nel cuore degli emigrati italiani quelle verità di fede e quelle pratiche religiose, che sono indispensabili ad ogni individuo; quei nobili sentimenti di religione, di famiglia e Patria, che sono innati nel cuore di tutti: sentimenti ed affetti che in tutti gli emigrati, di qualunque nazionalità, tendono ad affievolirsi[36].

La matrice ideologica della difesa dell’italianità da parte dei missionari cattolici, con l’eccezione di coloro che erano stati conquistati al fascismo, differiva da quella del regime. Non si trattava, infatti, di celebrare un’italianità fondata sull’idea di superiorità della nazione italiana rispetto ad altri popoli, né, ovviamente, ci si riferiva a quella inscindibilità tra sentimento di italianità e fascismo che, al contrario, divenne elemento propagandistico prediletto dei fascisti all’estero[37] (Pretelli 2010, 56-61). Per i missionari, la difesa dell’italianità era frutto di una concezione patriottica e paternalista, nella quale il migrante era vissuto come un soggetto debole, da proteggere di fronte agli incombenti rischi della società moderna che si concretizzavano nella trasformazione dei contadini in operai apolidi della grande industria, nell’adesione a ideologie rivoluzionarie che negavano l’autorità e, naturalmente, nei processi di secolarizzazione cui i migranti andavano inevitabilmente incontro a contatto con le società d’arrivo. Il timore che la rinuncia alla nazionalità italiana avrebbe condotto irrimediabilmente all’abbandono della fede era ancora più forte in un paese come la Francia, la cui la laicità si esercitava prima di tutto nelle scuole – il che spiega gli inviti da parte di alcuni prelati a non inviare i propri figli nelle scuole pubbliche francesi – e che era evidente non solo nelle grandi città come Parigi, Lione e Marsiglia e nei distretti operai, ma anche nelle regioni sud-occidentali, intorno a Tolosa, che, malgrado la loro composizione agricola, erano da sempre fucina di idee radical-socialiste e massoniche.

La lotta contro le naturalizzazioni fu, dunque, il terreno di incontro tra missionari e fascisti, impegnati alacremente affinché gli italiani non perdessero il senso di patria e religione. In questo senso, malgrado tutte le complessità cui si è fatto accenno sin qui, appare innegabile che i missionari abbiano contribuito a un rafforzamento in Francia del fascismo, di cui condividevano questa battaglia fondamentale. Al netto delle occasionali polemiche con Torricella o di «qualche questioncella personale»[38] come ebbe a scrivere nel 1934 il console di Metz, erano d’altronde gli stessi consoli a ritenere fondamentale l’opera missionaria. Nel 1932, ad esempio, il console di Nancy così descriveva l’operato di don Gerard, missionario italiano della regione: «È indubbio che pure ristretto nell’ambito religioso, in questi ambienti di minatori il Missionario svolge un’alta opera di italianità e che la sua azione si rende indispensabile ora che imperversa anche qui la crisi economica e che molti, presi da sconforto ed abilmente stimolati da chi vi ha interesse, fanno domanda di naturalizzarsi»[39]. La forte opposizione alle naturalizzazioni generò, come si è ricordato, una crescente ostilità nei confronti dei missionari anche da parte delle autorità francesi, preoccupate, con l’aumentare delle tensioni con l’Italia fascista, che i sentimenti di italianità difesi dai prelati divenissero un utile strumento del regime per generare malcontento tra i migranti. Nel gennaio 1938, così, il commissario speciale di Agen segnalava al prefetto del dipartimento la rinnovata alleanza con le autorità consolari italiane di mons. Torricella, descritto come un sacerdote erudito ma anche assai spregiudicato, più interessato all’intermediazione d’affari che alla cura delle anime, grazie alla quale sarebbe stato dato nuovo impulso alle attività fasciste nella regione[40]. Nel giugno dell’anno successivo, il ministro del lavoro trasmise, invece, al Ministero degli esteri un’allarmata comunicazione nella quale si segnalavano gli sforzi propagandistici, che vedevano coinvolto anche un ecclesiastico, missionario in Lussemburgo ma attivo nel dipartimento della Moselle, per favorire il rientro in patria, nell’ambito delle attività della commissione Ciano, degli operai specializzati italiani impiegati nell’industria siderurgica[41]. Nel luglio 1939, inoltre, il prefetto di polizia di Parigi sostenne, senza mezzi termini, che la missione della città svolgeva attività antifrancese e costituiva un pericolo per la sicurezza interna[42]. La disapprovazione per il comportamento di alcuni missionari, d’altronde, si diffuse anche tra i prelati francesi: il missionario del Gers, don Maglio, fu interrogato dalle autorità francesi, che lo sorvegliavano con grande attenzione nelle sue visite agli italiani, poiché alcuni parroci del luogo, sostenuti, secondo il viceconsole di Auch, dal vescovo, si erano lamentati per la propaganda italiana da lui svolta tra i connazionali[43].

Conclusione

La presenza missionaria in Francia, nel corso degli anni Venti e Trenta, rappresentò un elemento di fondamentale sostegno per i migranti e sarebbe errato non rimarcare anche gli sforzi di assistenza nei confronti di numerosissimi italiani e la vitalità delle associazioni cattoliche in ambito sportivo e ricreativo. Paolo Borruso ha, inoltre, sottolineato anche il ruolo di difesa dei diritti dei lavoratori, con l’impegno da parte di alcuni missionari per far ottenere migliori condizioni di lavoro e di salario agli italiani (Borruso 1994, 107), anche se è innegabile che, ad esempio in Lorena, l’anticomunismo cementò i legami dei prelati con gli imprenditori del ferro. Dal punto di vista politico, però, anche nel caso francese appare chiaro che «sebbene con conflitti e resistenze, le relazioni dei missionari e preti italiani all’estero con il fascismo furono più di collaborazione che di conflitto» (Bertonha 2003). La convergenza con il fascismo dei missionari non significò che le relazioni fossero sempre ottimali. Non solo i rapporti personali furono spesso difficili, ma talora la volontà di mantenere separato il ricco tessuto associazionistico costruito dai cattolici oppure di non condividere il potere acquisito sul campo rendeva difficile l’incontro. Né mancavano, come abbiamo visto, accuse di simpatie con il nemico da parte fascista, che talora potevano essere utilizzate anche per eliminare uno scomodo avversario. Ancora nel 1934, ad esempio, si registrò un acceso scontro tra Piero Parini e monsignor Babini, accusato di mantenere rapporti con ambienti antifascisti: quest’ultimo, difeso dalla Santa Sede, poté, comunque, restare al suo posto (Rosoli 1988a, 64-7). Il rapporto tra missioni in terra francese e regime non deve, quindi, essere letto con la lente della sottomissione delle prime al secondo, ma neppure si possono negare le relazioni strette e le ambiguità che spesso tracciarono le esistenze individuali degli stessi prelati. Quella tra forze missionarie e fasciste fu, infatti, una vera e propria alleanza, che poteva attraversare momenti conflittuali, ma che garantiva a entrambe le parti di mantenere una certa autonomia. Un’alleanza strumentale per molti versi, che si concretizzava nella difesa dell’italianità e che, da parte missionaria, era vissuta da alcuni come un’adesione agli ideali fascisti e da altri piuttosto come una convergenza, forse temporanea, comunque percepita dagli antifascisti italiani e dalle autorità francesi come un’approvazione[44]. I distinguo, le prese di distanza furono, infatti, vissute nel silenzio ed è indubbio che l’impressione che molta parte degli emigrati ebbe delle missioni in Francia fu quella di un potere prossimo a consolati e fascismo. L’uccisione di monsignor Torricella[45] il 7 gennaio 1944, da parte di due giovani anarchici, forse francesi, sembrò confermare che, malgrado le sue posizioni non fossero sempre state coincidenti con quelle del regime, egli era ormai considerato inequivocabilmente un complice del fascismo.


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Note

1. Le sedi dei segretariati erano Auboué, Agen, Annecy, Arras, Chambéry, Hayange, Joeuf, Lille, Longwy, Lione, Marsiglia, Moyeuvre-Grande, Nizza, Parigi, Reims, Saint-Claude, Saint-Quentin, Vernon.
2. Nota di mons. De Lai sull’Opera Bonomelli, 16 marzo 1925, Archivio del Centro Studi Emigrazione (ACSER), Carte Opera Bonomelli, cit. in Rosoli 1988b, 314.
3. Rapporto n. 8663/44 del 1 giugno 1923 dal Consolato di Nancy all’Ambasciata d’Italia a Parigi, in Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri (ASMAE), Rappresentanza italiana in Francia (1861-1950) (Rapp.), b. 67, f. 2. Don Luera fu insignito, al principio degli anni Trenta, del grado di Cavaliere Ufficiale del Regno d’Italia e, in suo onore, venne organizzato un banchetto cui parteciparono tutte le principali autorità fasciste del bacino di Longwy. “Una nuova onoreficenza al Missionario don Luera.” La Nuova Italia 379, 10 febbraio 1931.
4. Lettera del 20 ottobre 1923 dal Consolato di Reims all’Ambasciata d’Italia a Parigi, in ASMAE, Rapp., b. 67, f. 2 e Rapporto n. 1/5 del 2 gennaio 1924 dal Consolato di Reims all’Ambasciata d’Italia a Parigi, in ASMAE, Rapp., b. 77, f. 1.
5. Telespresso n. 253318/1529 dal Ministero degli Affari Esteri Eur. E Lev. I/P del 21 dicembre 1923 all’Ambasciata d’Italia a Parigi, ASMAE, Rapp., b. 67, f. 2.
6. Rapporto n. 19971 del 24 dicembre 1924 dal Consolato di Chambéry al Commissario Generale per l’Emigrazione, ASMAE, Rapp., b. 91, f. 1.
7. Lettera dell’8 giugno 1925 dal Direttore dell’Opera Bonomelli di Hayange (Moselle) all’Ambasciata d’Italia a Parigi, ASMAE, Rapp., b. 91, f. 1. Nonostante ciò, comunque, don Donadio rifiutò sempre di concedere gli spazi della missione alle organizzazioni fasciste, Francfort 1991, 325.
8. Rapporto n. 2635 del 7 luglio 1925 dall’Ambasciata d’Italia a Parigi al Consolato di Metz, ASMAE, Rapp., b. 91, f. 1.
9. “Giubileo sacerdotale di Don Tessore. Missionario di Moyeuvre-Grande”, La Buona Parola, agosto-settembre 1926, 7-10.
10. Prima del conflitto mondiale, i missionari avevano avuto un rapporto più contrastato con i proprietari delle industrie siderurgiche, che pure li avevano spesso sostenuti anche economicamente. Nel 1912, ad esempio, lo stesso Bonomelli, a seguito di un viaggio nella regione, aveva denunciato le condizioni dei lavoratori italiani, ricevendo dure critiche da parte del padronato e dai deputati conservatori eletti nella Lorena francese (Morelli 1987, 125).
11. A seguito di due inchieste parallele, da parte della Bonomelli e delle autorità italiane, il console fu considerato completamente innocente, mentre il prelato, che nel frattempo era stato trasferito al Collegio dell’Emigrazione a Londra, fu espulso dall’Opera. Telespresso n. 02017/17 del 9 febbraio 1926 dal Ministero degli Affari Esteri (Ufficio Personale) all’Ambasciata d’Italia a Parigi. ASMAE, Rapp., b. 109, f. 1. Altri conflitti tra consoli e prelati si conclusero con l’allontanamento dei missionari don Vignola da Chambéry e don Bergamo da Naters (Rosoli 1988a, 50).
12. Rapport n. 3.211 du 8 avril 1926 par le Ministre de l’Intérieur au Président du Conseil Ministre des Affaires Étrangères, Archives Nationales, F7 13245, Rapport n. 5.288 du 22 juin 1928 e Rapport n. 5.482 du 27 juin 1928 par le Ministre de l’Intérieur au Ministre des Affaires Étrangères, Archives du Ministère des Affaires Étrangères (MAE), Correspondance politique et commerciale, Série Z Europe (Corr.) 1918-1929 Supplément, b. 385. Le stesse autorità francesi, tuttavia, segnalavano come Riva fosse stato costretto ad allontanarsi dal Gers, diretto a Reims, a causa di tensioni con l’agente consolare di Montauban. Rapport n. 5.709 du 9 juillet 1928 par le Ministre de l’Intérieur au Ministre des Affaires Étrangères, MAE, Corr., 1918-1929, b. 17.
13. Tra i prelati propagandisti del regime va menzionato anche il cappuccino Giovanni Bergamini, inviato ad Avignone da Mussolini tra il 1928 e il 1934 in una missione di «propaganda e spionaggio» (Franzinelli 1995, 197n).
14. Rapport N. 4824 du 12 juin 1928 par le Ministre de l’Intérieur au Ministre des Affaires Étrangères, MAE, Corr., 1918-1929, b. 214.
15. Nello stesso anno don Gallo, che le autorità francesi consideravano uno stretto collaboratore del regime nell’educazione dei bambini all’italianità e al culto del duce, aveva benedetto il gagliardetto della sezione tolosana dell’Associazione nazionale combattenti italiana (Pinna 2012, 225-6).
16. Rapport N. 2417 du 27 Décembre 1929 par le Commissaire Spécial de Toulouse au Directeur de la Sûreté Générale, AN F7 13462.
17. Rapporto n. 500/27 del 18 gennaio 1927 dal Console di Tolosa all’Ambasciata, ASMAE, Rapp., b. 118. Nel 1929, i bambini dell’orfanotrofio di Bruka realizzarono 500 nastrini che furono venduti alla manifestazione commemorativa della marcia su Roma. Rapporto n. 441/019955 del 17 novembre 1929 dalla Divisione Affari Generali Riservati al Casellario Politico Centrale, Archivio Centrale dello Stato, CPC, b. 1566, Cuzzani Libero.
18. Gianfausto Rosoli, basandosi sulle parole di Parini, ha sostenuto che don Caravadossi non sarebbe stato un simpatizzante fascista (Rosoli 1997, 189).
19. Rapport du 24 septembre 1927 par le Ministre de l’Intérieur au Ministre des Affaires Étrangères, MAE, Corr., 1918-1929, Supplément, b. 384.
20. Circolare di mons. Babini ai missionari, Parigi, 22 febbraio 1929, ACSER, Carte Babini, cit. in Rosoli 1988b, 324.
21. Un altro prete dalle posizioni antifasciste, don Pierobon, operava a Parigi, secondo le autorità francesi. Rapport du 15 février 1933 par le Directeur des Renseignements Généraux et des Jeux au Préfet de Police, Archives de la Préfecture de Police (APP), BA 2386.
22. Rapporto n. 2 Ris. del 21 gennaio 1935 dal Consolato di Le Havre al Ministero degli Affari Esteri, ASMAE, Rapp., b. 242, f. 1.
23. “L’opera di assistenza della ‘Missione Cattolica’ agli emigrati italiani in Francia.” La Nuova Italia 367, 18 novembre 1930.
24. Sulla sua diffusione in Francia, Buttarelli 1994, 193-5.
25. “Incominciando.” Il Corriere 1, 4 novembre 1926.
26. Mons. Torricella a mons. Babini, Agen, 29 marzo 1929, ACSER, Carte Babini, cit. in Rosoli 1988b, 321.
27. Mons. Babini a mons. Torricella, Parigi, 29 aprile 1929, ACSER, Carte Babini, cit. in Rosoli 1988b, 322.
28. Si vedano, ad esempio, “Associazione Combattenti.” Il Corriere 6, 11 febbraio 1927 e “Associazione Nazionale Combattenti Italiani.” Il Corriere 42, 21 ottobre 1927.
29. Rapport n. 5.288 du 22 juin 1928 par le Ministre de l’Intérieur au Ministre des Affaires Étrangères, MAE, Corr., 1918-1929, Supplément, b. 385. Nel 1928, in effetti, articoli sulle inaugurazioni delle Case degli Italiani di Montauban e Agen apparvero sul Corriere. “La ‘Casa degli Italiani’ di Montauban.” Il Corriere 17, 27 aprile 1928 e “Inaugurazione della ‘Casa degli Italiani’. Agen (L.-et-G.). 27 Maggio 1928.” Il Corriere 23, 8 giugno 1928.
30. “Quel tale Don Torricella.” La Nuova Italia 382, 3 marzo 1931.
31. “Risveglio socialista nel Lot et Garonne.” Avanti! 23, 7 giugno 1930.
32. Così, ad esempio, si raccontava di una manifestazione nel Gers: «In un’atmosfera di vivo entusiasmo e con un impeto di fierezza romana e fascista, i connazionali del Gers hanno domenica scorsa celebrato il Natale di Roma e la festa del lavoro». Il Corriere 19, 7 maggio 1936. Si veda anche Il Corriere 13, 30 marzo 1939.
33. Il Corriere 5, 30 gennaio 1936; Il Corriere 9, 27 febbraio 1936; Il Corriere 6, 10 febbraio 1938; Il Corriere 11, 16 marzo 1939.
34. Il Corriere 9, 1 marzo 1934 e “Metz. Inaugurazione della Casa degli Italiani.” Il Corriere 21, 24 maggio 1934.
35. “Fleurance. Oro per la patria.” Il Corriere 5, 30 gennaio 1936, “Moyeuvre-Grande. Oro per la patria.” Il Corriere 12, 19 marzo 1936 e “Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia.” Il Corriere 20, 14 maggio 1936.
36. “Discorso pronunciato dal Rev. Missionario di Hayange durante la Messa solenne, cantata dal Rev. Don Tessore in occasione del suo Giubileo Sacerdotale.” La Buona Parola, agosto-settembre 1926: 10-2.
37. In questo senso, come ben suggerito da Pedrazzi in un suo articolo del 1926, Mussolini pensava al mantenimento della fede cattolica da parte degli emigrati in maniera chiaramente strumentale, poiché riteneva che un emigrante cattolico quasi sempre restasse italiano. Pedrazzi, Orazio. 1926. “Un emigrante.” L’Italia e il mondo, novembre: 6, cit. in Rosoli 1988a, 50.
38. Rapporto n. 11717 del 24 dicembre 1934 dal Consolato di Metz all’Ambasciata d’Italia a Parigi, ASMAE, Rapp., b. 227, f. 3. Nel rapporto il console segnalava che i due missionari, stabiliti a Hayange e Moyeuvre-Grande, erano «in condizione del tutto privilegiata: stipendiati dai grandi industriali de Wendel, dispongono di ampi locali messi a disposizione dalla ditta omonima».
39. Telespresso n. 2219 del 12 febbraio 1932 dal Consolato di Nancy al Ministero degli Affari Esteri e all’Ambasciata a Parigi, ASMAE, Rapp., b. 205, f. 5.
40. Rapport n. 13 du 23 janvier 1938 par le Commissaire Spécial d’Agen au Préfet du Lot-et-Garonne, Archives Départementales du Lot-et-Garonne, 1825 W 32.
41. Copie de lettre du 31 mai 1939 par le Ministère du Travail (Direction Générale du Travail et de la main-d’œuvre 3ème bureau) au Ministère des Affaires Etrangères, MAE, Corr. 1930-1940, b. 355.
42. Note 571 D du 12 juillet 1939 par le Cabinet du Préfet, APP, b. BA 2386.
43. Telespresso n. 6236/590 del 19 maggio 1939 dal Consolato di Tolosa all’Ambasciata d’Italia a Parigi e al Ministero degli Affari Esteri, ASMAE, Rapp., b. 295, f. 2. Sull’ostilità di parroci e vescovi francesi nei confronti dei missionari italiani, anche per l’utilizzo di un metodo pastorale considerato troppo incline al mantenimento delle tradizioni locali dei migranti, si vedano Borruso 1994, 111, Buttarelli 1994, 207 e Noiriel 1993, 40.
44. In questo senso, non appare un caso che, a seguito dell’aggressione italiana alla Francia nel giugno 1940, una decina di missionari sui circa quaranta presenti nel paese, tra cui lo stesso mons. Babini, furono arrestati dalle autorità francesi e internati nei campi di concentramento del Sud-ovest (Borruso 1994, 115-7). Altri missionari, come don Ortolani e don Morandi, furono invece espulsi, già a partire dal 1939 (Buttarelli 1994, 202).
45. Sugli ultimi anni di monsignor Torricella, segnati da un risentimento crescente nei confronti della Francia, da un nazionalismo sempre più marcato e da un rifiuto del governo Badoglio, al punto che, nel settembre 1943, egli prese contatto con la Gestapo pur di continuare le pubblicazioni del Corriere, come da autorizzazione ottenuta dal governo di Vichy nel 1941, dichiarando di deplorare l’atteggiamento del generale, si vedano Buttarelli 1994, 217-9 e Rosoli 1997, 204-6.