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Dibattiti

Gli intellettuali e la corte. Riflessioni su "Authors, Factions, and Courts in Angevin England" di Fabrizio De Falco

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Abstract

 Starting from De Falco’s Authors, Factions, and Courts in Angevin England, this paper revisits the link between intellectual practice and court culture in the Plantagenet world. Rather than reaffirming a strongly “propagandistic” model centred on Henry II and his court, De Falco shifts attention to competing and overlapping sites of patronage (royal, aristocratic, episcopal), and to the strategic distribution of writing across Latin and vernacular registers. From this perspective, De Falco’s book opens questions that could be extended beyond Latin writing, inviting renewed attention to intellectuals and to the political work performed by their choices of language, form, and narrative tradition.

A partire da Authors, Factions, and Courts in Angevin England di De Falco, questo intervento riconsidera il nesso tra pratica intellettuale e cultura di corte nello spazio plantageneto. Invece di ribadire un modello “propagandistico” centrato su Enrico II e sulla sua corte, De Falco sposta l’attenzione su luoghi di produzione culturale concorrenti e sovrapposti (regi, aristocratici, episcopali) e sulla distribuzione strategica dei testi. In questa prospettiva, il libro apre interrogativi estendibili oltre la scrittura in latino, invitando a rinnovare l’attenzione sugli autori, sulle motivazioni della scrittura e sul ruolo svolto dalle loro scelte linguistiche, formali, narrative.

Il bel volume di Fabrizio De Falco mi consente di tornare su una questione che segnò proprio l’inizio della mia formazione studentesca: il legame fra la formazione dell’intellettuale e la nascita delle letterature romanze indagato attraverso le figure di grandi personaggi, mecenati e promotori di cultura come Guglielmo IX d’Aquitania, Enrico II, re d’Inghilterra, e l’imperatore Federico II. Il cosmopolitismo e la ricca articolazione linguistica e culturale propria di queste corti potrebbero rappresentare il sostrato indispensabile per comprendere le ragioni e le modalità che presiedettero alla nascita e allo sviluppo della nascente letteratura volgare (Antonelli 1979). Nel lavoro di Antonelli si fa spazio un’idea che godrà di grande fortuna nella letteratura critica di ambito filologico romanzo (Meneghetti 1979; D’Agostino 2013) secondo la quale gli scrittori in volgare gravitanti nell’orbita plantageneta avrebbero collaborato alla costruzione di un passato teso a legittimare il potere della dinastia plantageneta. Il riferimento è ai cosiddetti romanzi della triade classica (Thèbes; Troie; Eneas, ai quali si aggiunge il Brut di Wace) che, in taluni testimoni, si dispongono in serie ricostruendo una filiera che dall’antica diaspora troiana arriva a raccontare la preistoria dei Bretoni.

In questa direzione un ruolo strategico è giocato da alcuni intellettuali in volgare come Wace, autore del già citato Brut, libera riscrittura dell’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, un testo già ricco di tratti romanzeschi e cortesi che sarebbe non solo stato presentato, ma anche espressamente richiesto dalla stessa Eleonora d’Aquitania. Sempre a Wace verrà affidato all’inizio degli anni Sessanta del XII secolo la composizione di una cronaca dinastica sulle gesta dei duchi di Normandia, il Roman de Rou, opera destinata a rimanere incompiuta e il cui progetto verrà poi affidato a un altro intellettuale sempre gravitante nella corte plantageneta: Benoît de Sainte-Maure, autore della Chronique des ducs de Normandie (Paradisi 2002).

Se questa produzione mostra con chiarezza come gli storici volgari svolgano un ruolo sociale essenziale, cioè fornire memorie del passato sulle quali fondare l’identità collettiva e nel contempo autolegittimare il proprio ruolo di intellettuali, questo non toglie che il ruolo di patronato svolto da Enrico II possa essere rimesso in discussione: infatti, la rarità delle dediche esplicite e delle dichiarazioni autoriali sulla committenza delle opere sembrano ridimensionare il numero di prodotti letterari riconducibili all’orbita di Enrico e di sua moglie Eleonora (Cingolani 1991; Varvaro 2001).

È una prospettiva che questo libro approfondisce, discute e ripensa attraverso una scrittura chiara e fruibile, mettendo in campo chiavi di lettura multi-prospettiche capaci di attivare gli strumenti della storia, della filologia, dell’antropologia.

Diversi sono i punti di forza del libro, ma in questa sede ne metterò in luce soltanto i principali.

In primo luogo, l’autore propone una disamina attenta della discussione critica vulgata con grande attenzione alla diffusione contemporanea di nuove idee e interpretazioni del medioevo. A titolo esemplare si veda la discussione intorno alla nozione di “spazio plantageneto” che porta De Falco a misurarsi con autori del calibro di Haskins, che ha dedicato pagine fondamentali alla rinascita del XII secolo (Haskins 1927), di studiosi come Le Patourel, che negli anni Settanta introdusse definitivamente negli studi sullo spazio anglo-normanno i concetti di colonizzazione, conquista, governo feudale analizzati in base alle differenti realtà regionali (Le Patourel 1976), o ancora come Aurell che, a proposito della produzione culturale cortese durante il regno di Enrico II, rilegge il concetto di propaganda come l’emissione di un messaggio politico dal centro verso una periferia, dove il sovrano è il “Maître de sa propagande” (Aurell 2003).

Tutto questo patrimonio di studi ha conferito alla corte plantageneta un ruolo preminente nel fenomeno della cosiddetta Rinascita del XII secolo, indicata come foyer intellettuale che, sotto la protezione e il forte stimolo di Enrico e della regina Eleonora d’Aquitania, avrebbe costituito un centro di produzione e d’irradiazione di opere in latino e in volgare e di diffusione della materia arturiana.

A partire da queste riflessioni, De Falco discute preliminarmente l’idea di una società in marcia in maniera uniforme verso una generale “civilizzazione” dei modi e delle istituzioni, riportando a una più complessa valutazione dei singoli fenomeni ed eventi svoltisi nel corso del XII secolo e sottoponendo a verifica l’idea della corte di Enrico II come apoteosi ed espressione più matura dei rinnovamenti del XII secolo.

Come ricordato da studi recenti, e ben evidenziato da De Falco nel secondo capitolo, siamo piuttosto di fronte a un organismo possente, multietnico e multilingue, itinerante, conseguenza anche della distribuzione dei possedimenti della Corona, dislocati da una parte e dall’altra della Manica e privi di qualsiasi omogeneità.

Un secondo punto di forza è il dato, non scontato, di guardare alla medievistica storica e a quella filologico-letteraria come prospettive capaci di potenziarsi l’una con l’altra valorizzando la contaminazione fra tradizioni testuali, culture letterarie e ambienti di ricezione e produzione.

In questa chiave mi sembra importante rivedere e ridiscutere con De Falco una visione troppo sbilanciata su una produzione celebrativa legata a uno scopo propagandistico, il cui obiettivo primario è quella di consolidare l’immagine di Enrico II e del suo regno, quanto piuttosto valorizzare la prospettiva di autori che usano la scrittura come strumento per una promozione dei propri obiettivi personali. In questa direzione De Falco parla di “letteratura dell’ambizione”, occasione per consolidare la posizione di questi intellettuali anche all’esterno della corte. De Falco ci invita a contestualizzare l’operato e la scrittura dei letterati operanti all’interno dello “spazio plantageneto”, come “organici” non al potere ma ai poteri anche alla luce dei cambi delle circostanze politiche avvenuti in Inghilterra tra gli ultimi anni del XII e i primi del XIII secolo, cambiamenti che consentiranno a nuova categoria sociale dei cortigiani, e non più solo ai familiares del principe, di emergere. Ecco allora che acquistano centralità altre istituzioni del regno anglo-normanno e in particolare i centri ecclesiastici che vengono a configurarsi sia come importanti centri di ricezione quanto possibili centri di produzione.

Giungiamo, dunque, a un altro punto chiave del volume: l’attenzione alla sola corte regia e alla figura di Enrico II ha portato a sottovalutare la presenza di altri centri: dalle corti nobiliari a quelle episcopali capaci di attrarre e ricevere i letterati e la loro produzione. Inoltre, scarso peso è stato dato alla mobilità dei litterati. Il tema della mobilità è un tema di metodo importante, per altro da proiettare in altri contesti come quello degli intellettuali che eleggono il volgare come veicolo per la propria produzione culturale: pensiamo al grande romanziere Chrétien de Troyes attivo presso le corti feudali di una delle figlie di Eleonora, Maria di Champagne e poi del conte di Fiandra, Filippo di Alsazia.

In questa dialettica latino/volgare, che a mio avviso potrebbe essere ulteriormente approfondita, si colloca la scelta da parte di De Falco di prendere in esame due intellettuali di grande rilievo: Walter Map e Giraldo di Galles, autori poliedrici le cui opere difficilmente riescono a essere inquadrate in un genere preciso.

Si pensi in particolare alla figura di Walter Map, la cui unica opera giunta fino a noi è il De Nugis Curialium (DNC), ma la cui fama è legata anche al suo essere narratore di storie in anglo-normanno. A Walter Map fu attribuita, già nei testimoni più antichi, la composizione del ciclo del Lancelot-Graal (1215-20): alla fine della Queste e poi nella Mort Artu si dichiara infatti che fu lui a unire queste storie in un solo libro, poi chiamato Estoire de Lancelot, con l’intento di presentarlo a Enrico II.

Per condurre un’analisi biografica e mettere in luce il modo con in cui Walter Map costruì la sua carriera di chierico di corte, è naturalmente utile distinguere il Walter Map storico dalle identità assegnatigli dalla letteratura scientifica e dalla tradizione letteraria. Nell’ambiente culturale e letterario anglo-normanno di fine XII secolo Map godeva di notevole autorità sia come autore di satire latine che come narratore in lingua volgare. Oltre al già citato caso del Lancelot Graal, si può ricordare quanto scrive Ugo di Rotelande nell’Ipomedon sulla sua capacità di mentire e Giraldo di Galles sulla sua arte di narratore affiancata a una lingua velenosa.

Come è noto, Walter Map dichiara di appartenere alle Marche, cioè a quel territorio di confine tra Inghilterra e Galles formatosi con la creazione di signorie tra la fine dell’XI e la fine del XIII secolo. Map emerge dunque come rappresentante di una nobiltà capace di muoversi in ambienti, mentalità, tradizioni diverse e per questo portatore di una competenza preziosa in un’Inghilterra plurilingue. Giustamente De Falco si domanda se tale padronanza lo rendesse una sorta di auctoritas all’interno della cerchia nobiliare anglonormanna come parrebbe suggerire l’episodio riferito nel DNC, all’interno della seconda distinctio, che mostra Thomas Becket ai tempi in cui era cancelliere di Enrico II (1155-1162) chiedere a Map un’opinione sull’affidabilità dei Gallesi, “Quiesuit a me, qui marchio sum Walensibus”.

Rispetto alle tante domande aperte, De Falco mostra come la storia e la filologia ci aiutino a proporre letture complesse e articolate nei confronti di questi personaggi. Non c’è dubbio che le difficoltà presentate dalla tradizione manoscritta e dalla eterogeneità dei temi trattati nel DNC abbiano lasciato in ombra la possibilità di utilizzare l’opera per uno studio di carattere storico. Tramandato da un unico e tardivo testimone, il DNC è infatti stato definito in vari modi: frammenti sparsi e disordinati (Brooke e Mynors 1983), uno zibaldone di opere da rielaborare successivamente (Latella 1990), una serie di opere autonome e quasi del tutto compiute (Smith 2017).

Appare comunque evidente che il DNC si presenti come una raccolta di aneddoti sulla vita di corte, di considerazioni personali, di storie fantastiche: per esempio Map è tra i primi a riportare il motivo folklorico della caccia selvaggia di Hellequin o a raccontare le vicende della fata Melusina, e si impone dunque come un protagonista per l’ingresso delle tradizioni popolari nella letteratura dotta (Barillari 2014; Di Febo 2015). Non mancano, tuttavia, accanto alla cronaca e al racconto ameno, ampie sezioni dedicate agli attacchi satirici e in particolare alla critica all’Ordine Cistercense.

Come osserva De Falco, la fisionomia del DNC così come consegnataci dagli editori moderni è probabilmente frutto della sistemazione tardiva operata dai compositori del manoscritto Oxford, Bodleian Library, 851, una miscellanea di opere databili tra il XII e il XIV secolo, ed è anche possibile che il prodotto che ci è giunto sia il riflesso di una parallela esposizione orale e pubblica di racconti, aneddoti, exempla, resoconti. Si aggiunga che la sezione definita Dissuasio Valerii, un trattato anti-matrimoniale, godrà invece, come libello anonimo o attribuito a san Girolamo, di ampissima fama e circolazione.

Diverso il caso di Giraldo di Galles, la cui Topographia, destinata a diventare un best seller, è stata tradotta e commentata da De Falco (2017). Anche qui la riflessione di De Falco si rivela attenta alle differenti chiavi di lettura proposte da una lunga tradizione di studi che, di volta in volta, hanno posto l’accento sui contenuti etnografici, sui monstra e mirabilia che la caratterizzano e sull’uso funzionale della scrittura di corte. Temi principali della Topographia, presenti nelle tre Distinctiones in cui l’opera è divisa, sono quelli della frontiera, della regalità e delle istituzioni religiose. La trattazione di fondo, il diritto di conquista sull’Irlanda della Corona d’Inghilterra, viene declinata utilizzando i modelli storiografici di Beda, Gilda e Goffredo di Monmouth come base per la ricostruzione degli eventi riguardanti l’isola, ma anche per proporre un’idea degli Irlandesi come segnati da difetti fisici dovuti non all’ambiente naturale bensì derivanti dai propri peccati, un peccato che diviene funzionale anche per ricostruire la legittimità del governo inglese sull’isola. E tuttavia la spinta a un’azione del sovrano in Irlanda ancora una volta
rientra all’interno di precise ambizioni personali: consentire alla famiglia dei Giraldini di ottenere forme di controllo su quei territori.

In conclusione, De Falco sottolinea con chiarezza come, anche a fronte della scarsa consistenza numerica delle dediche, delle citazioni, delle dichiarazioni di assegnazione di un lavoro, tuttavia, la documentazione storica ci induce a guardare alla corte regia inglese come un fecondo spazio culturale, aperto a una straordinaria quantità e una varietà di letterati senza precedenti. Quello che merita piuttosto di essere valorizzato è il concetto di propaganda intesa, sulla base dei lavori di Jacques Le Goff (1994), come “propagande diffuse” capace di utilizzare tanto la forza d’impatto di occasioni quali spettacoli, celebrazioni, esibizioni, quanto di strumenti più sottili: manipolare il passato affinché funga da premessa al presente.

Credo dunque che il contributo di De Falco solleciti domande cruciali anche per chi si occupi di intellettuali in volgare. Per esempio, appare chiaro che le opere storiche di Wace e Benoît, le uniche due commissionate da Enrico II, furono scritte durante la prima parte della sua reggenza, mentre il circolo di chierici che compose in latino le opere sulle quali si basano le interpretazioni della corte di Enrico II come complementare al re e al corretto funzionamento del regno, si datano tutte a partire dal 1170.

Sarà allora prezioso, a partire da questo ricchissimo volume, allargare lo sguardo intrecciando scriventi in latino e volgare così da illuminare ulteriormente questo nodo cruciale della cultura e della storia europea.


Bibliografia

  • Antonelli, Roberto. 1979. Seminario romanzo. Roma: Bulzoni.
  • Aurell, Martin. 2003. L’Empire des Plantagenêt, 1154-1224. Paris: Perrin.
  • Barillari, Sonia Maura. 2014. “Il lessico del “fantastico”. Prime ricognizioni: le Nugae di Walter Map.” In Natura, artificio, meraviglioso nei testi figurativi e letterari dell’Europa medievale. A cura di Clario Di Fabio, 59-82. Roma: Aracne.
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  • D’Agostino, Alfonso, a cura di. 2013. Il Medioevo degli antichi: i romanzi francesi della triade classica. Milano: Mimesis.
  • De Falco, Fabrizio. 2017. La Topographia Hibernica. Il libro di Giraldo Cambrense sulle meraviglie dell’Irlanda tradotto e commentato da Fabrizio De Falco. Aicurzio (MB): Virtuosa-Mente.
  • Di Febo, Martina. 2015. Mirabilia e merveille. Le trasformazioni del meraviglioso nei secoli XII-XV. Macerata: Edizioni Università di Macerata.
  • Haskins, Charles H. 1927. The Renaissance of the Twelfth Century. Cambridge, Mass: Harvard University Press.
  • Latella, Fortunata. 1984-1987. “Gualtiero Map e i Primi Sviluppi Del Romanzo Arturiano.” Le Forme e La Storia 5-8: 45-59.
  • – 1990. Svaghi di corte. Parma: Pratiche.
  • Le Goff, Jacques. 1994. “Conclusions.” In Le forme della propaganda politica nel Due e nel Trecento, convegno internazionale di Trieste (2-5 marzo 1993), 519-528. Roma: École Française de Rome.
  • Le Patourel, John. 1976. The Norman Empire. Oxford: Clarendon Press.
  • Meneghetti, Maria Luisa. 1979. I Fatti di Bretagna: cronache genealogiche anglo-normanne dal XII al XIV secolo. Padova: Antenore.
  • Paradisi, Gioia. 2002. Le passioni della storia. Scrittura e memoria nell’opera di Wace. Roma: Bagatto Libri.
  • Smith, Joshua Byron. 2017, Walter Map and the Matter of Britain. Philadelphia: University of Pennsylvania Press.
  • Varvaro, Alberto. 2001. “Le corti anglo-normanne e francesi.” In La produzione del testo. Vol. 1 di Lo spazio letterario del medioevo 2. Il medioevo volgare, a cura di Piero Boitani, Mario Mancini e Alberto Varvaro, 253-301. Roma: Salerno Editrice.
  • Walter Map. 1983. De nugis curialium. A cura di C.N.L. Brooke e R.A.B. Mynors. Oxford: Clarendon Press.