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Calafat, Grenet, “Mediterranei”

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Guillaume Calafat, Mathieu Grenet, Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750). Roma: Viella, 2025. 407 pp.

Il volume Mediterranei di Guillaume Calafat e Mathieu Grenet vede la sua genesi per la preparazione dell’aggregation d’histoire moderne in Francia nel 2023. Proprio per questo motivo gli autori probabilmente non si sarebbero immaginati la forte risonanza e diffusione del testo, non solo tra gli storici francesi, ma anche tra quelli italiani, tanto da meritare questa traduzione per Viella due anni dopo, anche per il riconoscimento forte che è presente nei confronti degli studi italiani sul grande mare. Mediterranei è un libro di sintesi ma ha certamente il merito di contenere al suo interno, solo osservando la mole di note presenti, la storia della storiografia del Mediterraneo dal secondo dopoguerra a oggi. L’opera si focalizza sui diversi tipi di mobilità nel Mediterraneo per dimostrare la complessità di comunità, gruppi sociali e attori che vi circolavano.

Gli autori hanno cercato, sulla scia braudeliana, di andare oltre il concetto di Mediterraneo, spazio unitario dal punto di vista morfologico e ambientale, e di porre l’attenzione sui tanti Mediterranei che si affacciano sul mare e anche a un Mediterraneo aperto ad altri spazi geografici, con una prospettiva di storia marittima e non solo di storia delle mobilità. Il pregio del volume è che, da un lato, cerca di andare oltre a una prospettiva unitaria ed esclusivamente pacificatoria del Mediterraneo in cui sembra non ci siano mai stati scontri ma solo contatti culturali, mentre dall’altro lato supera la versione storiografica dello scontro di religione e di civiltà tra paesi cristiani e musulmani. Il volume vuole presentare unità e diversità del mondo mediterraneo nella sua complessità storica, adottando una prospettiva di lungo periodo, pur utilizzando una cronologia che va dal tardo Medioevo e che copre i secoli convenzionali dell’età moderna, in qualche modo escludendo però la seconda metà del XVIII secolo. Come affermano i due autori: “storia delle migrazioni, delle diaspore, della costituzione di ‘nazioni straniere’ su tutto il contorno del Mediterraneo […]. Abbiamo cercato di farlo tenendo a distanza sia il refrain binario e bellicoso dell’incommensurabilità e della guerra santa, sia quello speculare ed edificante del crogiolo delle culture e del cosmopolitismo” (p. 17). Oltre a questi pregi, notevole anche quello di presentare una storia connessa e comparata su varie scale del Mediterraneo dal punto di vista metodologico e di aprire a nuove prospettive di ricerca come la storia della medicina, la storia dell’ambiente e degli animali.

Il volume si divide in otto capitoli tematici. Il più pregnante è certamente il primo, intitolato Un Mediterraneo plurale in cui, riprendendo il concetto di “micro-regioni” di The Corrupting Sea di Pergrine Horden e Nicholas Purcell o quello di “micro-ecologie” elaborato da Thomas Ruiz, si parte dalla frammentazione di diversi ambienti e spazi geografici nel Mediterraneo per motivarne la diversità e per studiare i micro-traffici di prossimità come il piccolo cabotaggio. Traffici che in qualche modo hanno influenzato anche i modelli di sovranità e gli incontri culturali tra diverse minoranze etnico-religiose che abitavano questi micro-spazi. Un termine chiave che traspare in età moderna è quello di “tolleranza” religiosa, che non è da intendersi in senso illuministico settecentesco (rispetto della libertà altrui in materia di fede), ma, come affermano Calafat e Grenet, va storicizzato: indica piuttosto l’accettazione pragmatica e necessaria di una realtà altra che si decide di sopportare non potendo sopprimerla (p. 51).

Nel secondo capitolo, dedicato alle Mobilità coatte, gli autori analizzano espulsioni di minoranze, esili e migrazioni. Una parte è dedicata alle mobilità prigioniere e all’economia della cattività. A seguire nel terzo capitolo analizzano La logistica delle mobilità a supporto delle mobilità coatte e dell’economia di prossimità. I porti franchi e la diplomazia commerciale sono invece il cuore del quarto capitolo, dove Livorno emerge come modello per eccellenza di porto franco nel Mediterraneo poiché gli esperimenti di Marsiglia, Messina, Villafranca e Genova non avevano avuto un successo eguale. Anche il Levante e il Nord Africa avevano porti franchi importanti come Izmir, Alessandria, Tunisi e Algeri. Nel quinto capitolo, intitolato “Nazioni”, minoranze e stranieri nel Mediterraneo, è presente l’analisi delle comunità straniere che abitavano sulle sponde del grande mare, come gli zimmi, sudditi dell’impero ottomano, una minoranza sottoposta a discriminazione nel senso giuridico del termine e per questo obbligati al pagamento di un testatico. Una sezione è dedicata alla fluidità di queste comunità in movimento” e alle protezioni esterne che talvolta ricevevano. Queste comunità o nazioni erano istituzioni che avevano propri edifici (il fondaco, la chiesa), pagavano tasse (come la cizye) e si strutturavano in confraternite dotate di casse collettive per assistere vedove, poveri, orfani o per il riscatto dei cattivi. Sul piano economico le minoranze, come i sefarditi a Livorno e i loro network, formano, citando Francesca Trivellato, il “cosmopolitismo corporativo” che secondo gli autori si può applicare ad altre realtà come Smirne, Istanbul, Izmir, Alessandria, Salonicco e anche agli empori asiatici. Il capitolo sesto è dedicato alla diaspora, ad esempio, tra le altre, quella greca a Venezia. Un paragrafo molto interessante è dedicato alla questione matrimoniale, cruciale per i gruppi minoritari in movimento. Secondo gli statuti di purezza del sangue, nella penisola iberica erano vietati i matrimoni tra cattolici e non cattolici e tra cristiani vecchi e nuovi (moriscos e conversos). Nell’esperienza diasporica si trovavano però soluzioni, a Venezia per esempio nasce una società per maritare le orfane ebree portoghesi a condizione che scegliessero uno sposo a sua volta ebreo portoghese. Una società simile nasce ad Amsterdam nel 1615. Da quello che emerge, l’omogamia confessionale, etnica, professionale era tipica di tutti i gruppi diasporici nei secoli dell’età moderna.

Il capitolo settimo, dedicato a Le dinamiche spaziali, fa emergere come la mobilità nelle campagne sia stata meno studiata rispetto agli spazi urbani che si affacciano sul Mediterraneo, ma proprio la mobilità nelle campagne offre un angolo di osservazione interessante per andare oltre l’opposizione binaria tra mobilità libere e coatte. Pensiamo al popolamento di stranieri di molte zone rurali nel Mediterraneo che rientravano in progetti di colonizzazione interna, come le migrazioni albanesi verso le campagne del Sud Italia o ai gruppi di moriscos espulsi dalla Spagna che andavano a ripopolare la pianura di Marrakech e la Maremma toscana. L’ultimo capitolo, Contatti e attraversamenti: un crogiolo mediterraneo?, analizza le interazioni tra comunità e forme di contatto e di sconfinamento tra gruppi religiosi diversi e affronta il tema delle pratiche di conversione che ha una lunga tradizione storiografica in Europa, per per citare solo alcuni lavori, quelli di Marina Caffiero, Isabelle Poutrin, Rudt de Collenberg e Jocelyne Dakhlia e di tantissimi altri e altre.

Nella conclusione, gli autori ricordano un episodio significativo: “Nel 1838, l’ultimo pensionante del Fondaco dei Turchi di Venezia, Sadullah Idrisi, fu sloggiato dall’edificio in rovina […]. Aperto due secoli prima, il Fondaco era ormai l’ombra di sé stesso, e non aveva più ragione di esistere dopo la fine della repubblica di Venezia (1797). L’inquilino recalcitrante era ostinato a non andarsene: giunse a interpellare l’ambasciatore ottomano a Vienna e persino a puntare due pistole sul commissario veneziano che era venuto a cacciarlo. Questo ostinato attaccamento a una struttura coatta può sembrare illogico” (p. 33). Questo esempio dimostra come i meccanismi di segregazione etnico-religiosa di età moderna segnino l’esperienza degli attori storici sul lungo periodo: il fondaco, da spazio di coazione, è anche percepito come spazio di libertà e rivendicazione.

Per concludere, la traduzione italiana del volume di Calafat e Grenet è fondamentale per abbandonare una visione del Mediterraneo basata su una mera contrapposizione tra Oriente e Occidente, cristianità e mondo musulmano, sponda nord e sud; inoltre offre stimoli preziosi per andare oltre negli studi sulla storia del Mediterraneo e si presenta come un testo agevole da proporre agli studenti.