Vito Francesco Gironda, Manfred Hettling (ed.), Politische Sozialgeschichte im Dialog. Der Briefwechsel zwischen Hans Rosenberg und Hans-Ulrich Wehler, Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht, 2025, 702 pp.
La cosiddetta Neue Sozialgeschichte, che di recente ha modificato il proprio “marchio” in Politische Sozialgeschichte, ha rappresentato a mio parere la più importante novità nel panorama della storiografia contemporaneistica tedesca (s’intende: la Repubblica Federale) del secondo dopoguerra. La scuola storica tedesca, modello per la disciplina su scala internazionale nel corso dell’Ottocento, all’inizio del Novecento aveva mantenuto la sua impostazione storicistica, fondata su individui, grandi idee, grandi eventi e primato della politica. In quest’ultima fase, prima dell’avvento di Hitler al potere, il suo rappresentante più illustre era stato Friedrich Meinecke, del quale uno dei due protagonisti di questo libro – Hans Rosenberg – era stato allievo.
Nella ripartenza dopo il 1945 la scuola storicista aveva cercato di mantenere la propria impostazione, con qualche aggiustamento. In quest’ultima fase il suo esponente più autorevole (anche accademicamente, come Meinecke) era Theodor Schieder, di cui è stato allievo l’altro protagonista del volume qui recensito: Hans-Ulrich Wehler. Tuttavia la scuola si era trovata in difficoltà nel fare fronte a fenomeni nuovi: la nascita della società di massa (e dell’università di massa) con i suoi fermenti, e sullo sfondo il peso ingombrante di dover fare i conti con il nazionalsocialismo e i suoi crimini. La Neue Sozialgeschichte aveva quindi prospettato un radicale superamento della tradizione mettendo in primo piano i fatti sociali ed economici, i grandi aggregati, le strutture e le tendenze di lungo periodo, e servendosi con flessibilità (i critici osservavano: con troppa disinvoltura) dei potenziali apporti delle scienze sociali, soprattutto sciologia, economia, politologia. Ma soprattutto, ponendosi in modo apertamente critico verso l’oggetto del suo studio.
Il libro – ragguardevole non solo nelle dimensioni – propone un’edizione critica del fitto epistolario scambiato fra Rosenberg e Wehler. Esso copre un lungo periodo: dal 1963, quando il giovane Wehler muove i primi passi (con andatura baldanzosa) nella ricerca storica, al febbraio 1988, poche settimane prima della morte di Rosenberg, rientrato da un decennio in patria. Non è un epistolario completo, ma assai ricco: oltre 250 lettere, in cui prevalgono quelle scritte da Wehler (nato nel 1931) al più anziano Rosenberg (nato nel 1905). L’epistolario copre quasi quattrocento pagine ed è preceduto da un’introduzione. Ma si tratta di ben altro: una corposa monografia di oltre 230 pagine, scritta da due esponenti delle diverse generazioni di storici che si sono richiamati alla Neue Sozialgeschichte, entrambi allievi di Wehler: Hettling, nato nel 1956, e Gironda, classe 1969.
L’introduzione è basata su una ricchissima letteratura secondaria, su epistolari e fondi archivistici relativi anche ad altri co-protagonisti dell’evoluzione postbellica della storiografia tedesca; essa ricostruisce le biografie intellettuali dei due protagonisti. Queste non potrebbero essere più diverse, anche se sono accomunate da una profonda passione politica e dalla convinzione che la storia possa/debba essere strumento critico per comprendere il nostro passato, guardando al nostro presente. Entrambi, poi, seguendo strade in molti aspetti complementari, erano alla ricerca delle radici storiche dell’avvento al potere del nazionalsocialismo con la sua barbarie assoluta.
Hans Rosenberg, all’inizio della sua precoce carriera accademica, decise di lasciare la Germania sia per le posizioni politiche di sinistra che per il fatto di essere mezzo ebreo. Negli Stati Uniti finì per insegnare in università prestigiose, occupandosi sempre di storia tedesca, più precisamente prussiano-tedesca, con il fuoco sull’Ottocento, ma allargando via via all’indietro il fulcro cronologico. Due i filoni principali della sua ricerca: la storia dell’apparato burocratico prussiano e della classe sociale portante dell’intero sistema-Prussia: ovvero gli Junker, i grandi proprietari terrieri d’Oltrelba, da un lato; dall’altro l’intreccio, che egli considera molto stretto, fra le congiunture economiche e l’evoluzione sociale e politica della Prussia/Germania. Alla fine della guerra, a differenza di altri emigrati “malgrado loro”, Rosenberg decise di restare a Berkeley, pur compiendo frequenti e lunghi soggiorni in Germania, soprattutto a Berlino. Le sue lezioni influenzarono molti – compreso lo stesso Wehler – di coloro che avrebbero dato vita a partire dagli anni ’60 al radicale sommovimento storiografico rappresentato dalla Neue Sozialgeschichte.
Wehler, socializzato dal regime, iniziò meno che trentenne una fulminante carriera sotto l’egida di Theodor Schieder a Colonia. Dall’inizio degli anni ’60 produsse una serie di importanti studi, prima sulla tematica del nazionalismo, poi sulla politica imperiale degli Stati Uniti fra Otto e Novecento. Le punte più alte della sua strabordante produzione sono a mio avviso il libro sulla politica coloniale di Bismarck (1969) e la densa e fulminante sintesi sull’impero guglielmino, pubblicata nel 1973. Sono i lavori che maggiormente hanno sollecitato l’attenzione della storiografia, interna e internazionale (i libri più importanti di Wehler sono stati tradotti anche in Italia) e hanno provocato accese discussioni, ancora una volta in Germania e oltre. Si pensi ai dibattiti sul Sonderweg con gli storici inglesi (Eley e Blackbourn in primo luogo), ai quali Wehler si è dedicato con grande passione e penna acuminata. Infine si è concentrato su una grandiosa impresa: una Gesellschaftsgeschichte della Germania, dal 1770 al 1990, uscita in cinque volumi fra il 1987 e il 2008. Un lavoro straordinario per ampiezza e ambizione, utilissimo quasi come referenza obbligata per chiunque si occupi di storia tedesca dal tardo Settecento ai giorni nostri, ma forse troppo ampio, tanto da spingere molti commentatori a lamentare la mancanza di quelle fulminanti linee interpretative che hanno invece caratterizzato gli scritti meglio riusciti di Wehler.
Nel nostro volume, gli approfonditi medaglioni bio-storiografici (scritti dai curatori a quattro mani) si soffermano sui rapporti fra i due, che furono sempre franchi e sinceri. Le lettere riflettono con chiarezza i legami di profonda amicizia, che coinvolsero gradualmente anche le rispettive famiglie. Offrono molti spunti (anche di dettaglio) per capire, oltre alle questioni storiografiche ed interpretative più generali, le strategie editoriali e accademiche. Rosenberg appare quasi come il “grande saggio”, il cui parere conta e non poco, ma che si mantiene estraneo alle logiche caratteristiche di qualsiasi disciplina scientifica e accademica, mentre Wehler vi era pienamente inserito. Era infatti capofila riconosciuto di una scuola storiografica imperniata nell’università di Bielefeld e protagonista del dibattito pubblico su storia e storiografia. La potenza di fuoco che lo storico di Bielefeld mise in campo era ragguardevole: una compagine molto affiatata di colleghi/allievi, fra i quali spicca Jürgen Kocka, studioso di storia della classe operaia, una rivista autorevole, Geschichte und Gesellschaft (uscita dal 1975), la collana di monografie “Kritische Studien” (dal 1972), che ha superato i duecentocinquanta titoli, una rinomata casa editrice a sostegno (la stessa che pubblica questo volume), progetti di ricerca di grande respiro, come quello sulle borghesie su scala europea.
Preceduto da un’introduzione così ricca, l’epistolario rappresenta una miniera per chi in futuro vorrà occuparsi delle vicende della storiografia tedesca fra gli anni Sessanta e Ottanta, quando la Neue Sozialgeschichte ha vissuto la sua stagione più fertile. L’introduzione costituisce in sé una monografia a tutto tondo ed estremamente informata. A sua volta, la bibliografia – ben trenta pagine a stampa – è una miniera inesauribile; essa completa nel modo migliore un’opera senza dubbio importante.
Per concludere, direi che il volume rappresenta un po’ anche il canto del cigno di una prospettiva storiografica e accademica, che ha fatto furore per un ventennio abbondante, ma che oggi è ben diversa da quella, così profilata e militante, di cui – ciascuno per la sua parte – Rosenberg e Wehler sono stati protagonisti.

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