Chris Wickham, L’asino e il battello. Ripensare l’economia del Mediterraneo medievale, 950-1180. Roma: Viella, 2024, 884 pp.
L’a. di L’asino e il battello, Chris Wickham, non ha bisogno di molte presentazioni, dal momento che è uno degli storici medievisti più influenti degli ultimi trent’anni, grazie soprattutto all’approccio comparativo mostrato nello studio dell’economia e della società. La sua carriera conta una cattedra in Storia medievale all’università di Birmingham e una docenza presso l’All Souls College di Oxford, di cui adesso è professore emerito. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle società dell’Europa medievale, in particolare sul passaggio dal Tardoantico al Medioevo e sulle trasformazioni post-carolinge, con un’attenzione particolare all’Italia centro-settentrionale e alle istituzioni comunali.
In L’asino e il battello Wickham si propone di fornire una nuova interpretazione delle dinamiche economiche incardinate sul Mediterraneo nel pieno Medioevo tra la metà del X e la fine del XII secolo. Per fare ciò, dopo un’introduzione utile all’inquadramento della materia, l’a. ha scelto di dedicare un capitolo a ciascuna delle cinque aree individuate per lo studio: Egitto, Nordafrica e Sicilia, Bisanzio ed Egeo, Al-Andalus (cioè i domini islamici nella penisola iberica) e Italia centro-settentrionale. Queste zone non costituiscono meri punti di riferimento geografico: erano infatti regioni economiche distinte e internamente coese (come risultato, in gran parte, di un’eredità romana), per le quali disponiamo oggi di una ricca bibliografia – cosa che non ha impedito o dispensato l’a. dal lavoro di prima mano sulle fonti. Il libro si concentra sulla descrizione delle attività produttive e dei circuiti commerciali di ogni regione, prestando particolare attenzione alle testimonianze materiali e alla dimensione profondamente rurale dell’economia medievale in tutto il Mediterraneo. Si costruisce così un quadro coerente, completo e complesso, derivante dall’analisi e dalla discussione di ipotesi più o meno datate per ogni area economica, con il proposito di delineare le ‘logiche interne’ del Mediterraneo medievale.
Il libro si presenta nella traduzione italiana di Dario Internullo, ricercatore presso l’università Roma Tre, che ha lavorato a stretto contatto con l’a. per confezionare un testo in grado di superare le difficili scelte di traduzione imposte da tecnicismi e tradizioni storiografiche differenti. La coerenza nella presentazione dell’operazione e nella scelta dei termini sono aspetti molto positivi che aiutano il lettore a non perdersi nel corso dell’esposizione. Ciononostante, L’asino e il battello è un volume impegnativo, non solo per la sua lunghezza, ma anche e soprattutto per le vaste conoscenze che sono richieste per poterlo leggere con consapevolezza. La grande erudizione dell’a. e la sua capacità di trattare fonti diverse da quelle scritte sono state già messe in luce da altri recensori. Vale comunque la pena di sottolineare l’apporto dell’archeologia all’argomentazione: uno dei grandi meriti dell’a. è stato quello di integrare le fonti materiali con quelle documentarie, facendo dialogare le informazioni ricavabili dalle une e dalle altre. Come Wickham stesso avverte, è doveroso ribadire che le fonti di qualunque tipo risalenti al periodo considerato non sono comparabili quantitativamente con quelle disponibili per i secoli successivi, anche quando ci sembrano tantissime (come nel caso delle lettere e dei documenti della Genizah del Cairo). Va anche ricordato che l’archeologia medievale è una scienza relativamente giovane e che ci sono ancora molti siti in attesa di scavo in tutto il bacino mediterraneo.
Sebbene sia diviso in capitoli dedicati ciascuno a una regione, il volume ha una costruzione più complessa fatta di varie linee interpretative che attraversano tutte le sezioni. L’impianto teorico e la metodologia stessi, infatti, potrebbero essere oggetto di un meta-volume a commento dell’opera. In una discussione a tre voci con Paolo Grillo e Luigi Provero (“Il commercio mediterraneo nei secoli centrali del medioevo. Ripensare le economie precapitalistiche del Mediterraneo”, Società e storia 190, 2025, pp. 855-895) e in un articolo dal titolo A Marxist Account of the Medieval Mediterranean apparso su Jacobin il 31 marzo 2025 (nell’edizione italiana del magazine come Asini, battelli e lotta di classe nel Mediterraneo medievale, https://jacobinitalia.it/asini-battelli-e-lotta-di-classe-nel-mediterraneo-medievale/), Michele Campopiano ha dedicato molte pagine alla rielaborazione da parte di Wickham del pensiero economico della scuola marxista inglese e in particolare del rapporto tra cultura ed economia, binomio che lo studioso inglese ha risolto nella forma del marxiano ‘modo di produzione’. Dato che l’obiettivo centrale è individuare la struttura dell’economia e del mercato mediterranei, inevitabilmente si trovano nomi e questioni legati alle correnti della New Institutional Economics così come i classici della storiografia economica (per esempio Pirenne, Braudel, Lopez e Cipolla). Wickham affronta tanto i primi quanto i secondi dimostrando l’inadeguatezza o l’inattualità di molte delle ipotesi e delle teorie formulate negli anni per descrivere e spiegare l’economia medievale, per lo meno per quel che riguarda quei due secoli attorno al Mille.
La grande rottura che caratterizza l’impostazione di Wickham rispetto alla storiografia classica riguarda la tipologia di commercio da considerare e dunque la forma del mercato. Il titolo del volume anticipa già quale sia il quadro entro cui si muove l’a., quello cioè di un mercato mediterraneo debolmente integrato (dove le barriere al commercio sono importanti e di diversa natura) e composto per lo più di regioni fortemente integrate al loro interno (o in via di integrazione, come nel caso di Al-Andalus). Le regioni erano a loro volta formate da mercati locali di scala inferiore, in cui il trasporto via terra avveniva a dorso d’asino e la navigazione di piccolo cabotaggio aveva un peso molto maggiore delle lunghe traversate. In questi casi, si può far corrispondere a ogni prodotto un livello di mercato: per esempio, il consumo alimentare di massa (per quanto possa essere considerabile ‘di massa’ un’economia medievale) era soddisfatto soprattutto nei punti di mercato più vicini e al livello più basso possibile, supportato eventualmente da importazioni. Merci e semilavorati meno comuni rimanevano nei luoghi dove esisteva una divisione del lavoro (o, per evitare termini così connotati per gli storici dell’Età Moderna, un buon grado di specializzazione), anche se Wickham stesso invita a non essere rigidi su questo aspetto. Nel capitolo sull’Egitto, infatti, è spesso ricordata la circolazione di beni di migliore qualità in luoghi assai distanti dalle città, nella fattispecie in comunità dove un’élite di villaggio riusciva ad accedere comunque a prodotti di semi-lusso (quali ceramiche ricercate e stoffe di buona qualità) e a semilavorati la cui trasformazione terminava in loco. Il principale legame tra una regione e l’altra si sarebbe dunque retto sulla domanda e sull’offerta di beni non presenti in una delle due: era il caso dell’Egitto, che importava grandi quantità di ferro e legno, esportando tessuti e cereali.
In contrasto aperto con una consolidata tradizione, Wickham suggerisce di ridimensionare il ruolo della domanda dell’élite nella formazione di un mercato e nella crescita economica, proposta che, in linea teorica generale, è stata già avanzata da alcuni specialisti e dall’a. stesso tanto in uno studio sull’economia tardoantica (Framing the Early Middle Ages, Oxford 2005; in italiano Le società dell’alto medioevo. Europa e Mediterraneo, secoli V-VIII, pubblicato da Viella nel 2009) quanto nel saggio “How Did the Feudal Economy Work?” (apparso su Past and Present 251, 2021, pp. 3-40 rielaborato e confluito nei capitoli finali di L’asino e il battello). Wickham ipotizza che, vista la scarsa consistenza demografica delle élite, la tendenza all’autosufficienza dell’agricoltura nei secoli considerati e considerato anche che le colture a reddito erano collegate alla presenza di grandi proprietà e di lavoratori salariati, l’economia feudale eurasiatica si basasse su sistemi di produzione e scambio in cui i contadini avevano più surplus di quanto abbiamo immaginato fino a ora: ciò era dovuto principalmente alla ‘lotta di classe’ (evocata più volte nel capitolo La logica interna delle economie feudali), portata avanti dalle comunità rurali, e all’aspetto consuetudinario dei pagamenti di affitti e imposte, che andavano riducendosi in proporzione in un contesto di crescita economica. Se anche la domanda dell’élite contribuì ad attivare e intensificare gli scambi commerciali tra regioni, non era in grado di costituirsi come motore vero e proprio per la crescita, ma al più per la ripresa dopo un evento negativo (saccheggi, carestie e pestilenze).
Il libro risulta convincente nella descrizione delle produzioni e degli scambi, ma lascia un’incertezza di fondo sulle cause e sulle dinamiche della crescita economica pieno-medievale. In più punti l’a. attribuisce allo ‘Stato’ (termine quasi tabù per la medievistica) un ruolo fondamentale per le dinamiche di crescita in virtù della sua capacità di impostare un sistema tributario, di ridurre i conflitti militari e di integrare i mercati locali. Il secondo aspetto, in particolare, avrebbe avuto (e non sembra controverso ammetterlo) un impatto positivo sulla demografia, che dunque sarebbe il motore dell’espansione dell’economia in un modello che dichiaratamente postula un equilibrio nell’estrazione del surplus contadino (limitato appunto da pratiche di resistenza più o meno violente e da processi inflattivi che riducevano, in proporzione, il peso di tale estrazione). Tuttavia, la presenza di per sé di un potere pubblico forte non garantisce la catena di effetti sopra descritti, in particolare per l’abbattimento di costi e integrazione di mercati, dipendenti in gran parte da volontà politiche che plasmavano anche i sistemi tributari.
Un aspetto che ha suscitato aspre critiche (soprattutto da parte di Sergio Tognetti in “Schumpeter incatenato”, Archivio Storico Italiano 678, 2023, 4, pp. 821-836) è il ruolo delle istituzioni commerciali e degli intermediari. Le pratiche di mercatura, infatti, passano in secondo piano rispetto all’analisi dell’estrazione sociale e dell’appartenenza etnoreligiosa dei mercanti, operazione utile che però lascia poco spazio alla comprensione delle imprese mercantili e delle istituzioni che le regolavano non solo in termini sociali (ben approfonditi da Wickham per quel che riguarda la fiducia tra agenti economici), ma anche tecnici. Ciò è sicuramente dovuto anche alla reticenza delle fonti disponibili, ma porta a uno squilibrio nell’argomentazione che a sua volta comporta alcuni problemi. Per esempio, ammettendo un modo capitalista di produzione nei centri urbani (come fa l’a.), non affrontare i temi della concentrazione, della disponibilità e del trasferimento di capitali rende poco chiaro il processo di crescita in presenza di una struttura coesistente con il feudalesimo eurasiatico già citato e però molto differente, basata cioè sul profitto reso da salariati e non sulla rendita signorile. Questo sbilanciamento, tuttavia, è comprensibile perché il focus della ricerca rimane sulla produzione del mondo rurale, che assorbiva la quasi totalità della forza lavoro.
Per concludere: il volume è ricchissimo di dettagli e le principali ipotesi di lavoro qui presentate non sono che l’essenziale. Wickham ha l’innegabile merito di aver scelto e descritto un Mediterraneo che la storiografia europea ha fatto fatica a considerare nei termini proposti, quelli di un’eredità romana evidente nella formazione di regioni economiche (dunque non solo geograficamente determinate), superando le due tensioni che vedono il Mediterraneo “spezzato” di Pirenne da una parte e il mare “totale” di Braudel dall’altra. L’attenzione alla dimensione locale e alle società contadine contribuisce ad arricchire di domande e piste di ricerca un tema che molto a lungo si è soffermato solamente sulle città dell’area fiamminga e di quella italiana, che risultano giustamente marginali nel quadro proposto e la cui crescita prese avvio alla fine del periodo considerato dal libro. Il volume, nonostante alcuni punti critici che sono inevitabili, data la vastità del tema e delle fonti, si afferma come lettura imprescindibile per chi affronterà argomenti di storia economica medievale.

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