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François Soyer, “The ‘Catalan Hermaphrodite’ and the Inquisition”

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François Soyer, The “Catalan Hermaphrodite” and the Inquisition. Early Modern Sex and Gender on Trial, London: Bloomsbury Publishing, 2023, VIII – 186 pp.

“These acts[…] exceed the powers of Nature and could only be achieved with help from the Devil” (p. 111). Così sentenzia nel 1744 l’Inquisizione portoghese nella condanna contro Maria Duran. Originaria del villaggio catalano di Prullans, dove era nata intorno al 1711, dopo un matrimonio fallito Maria aveva intrapreso una nuova vita tra Francia, Spagna e Portogallo, assumendo abiti e identità maschili. Il disvelamento della sua identità femminile aveva portato all’ingresso di Maria in diversi istituti religiosi finché, nel 1741, in un convento della città portoghese di Évora, viene infine arrestata. L’accusa è di aver stretto un patto col Diavolo che le consente di intrattenere rapporti carnali con le donne “come un vero uomo” (p. 97). Al centro di un intricato processo, Maria si dichiara “donna vera”, ragion per cui gli inquisitori stabiliranno che solo un intervento diabolico può spiegare questi rapporti, impossibili per natura.

La vicenda è stata ricostruita attraverso le carte del processo, conservate presso l’Arquivo Nacional da Torre de Tombo a Lisbona, e offre a François Soyer l’occasione di aprire uno spiraglio sulla percezione individuale e la performatività dei ruoli di genere in età moderna. Con un saggio in dodici capitoli che si inserisce nella tradizione della microstoria e apre a metodologie sensibili alle questioni di genere, lo storico della New England University porta a un punto di approdo un lavoro di ricerca pluriennale. Rinunciando alle categorie di omosessualità femminile e lesbismo che aveva adottato in contributi precedenti, con The Catalan Hermaphrodite l’A. si dota degli strumenti d’indagine della cosiddetta “transing analysis” – di cui si dirà oltre – per studiare il confine tra i generi e i suoi attraversamenti nella vicenda di Maria Duran.

Fondamentale a questo scopo è lo studio critico dei documenti inquisitoriali. Grazie a un approccio eteroglossico, l’A. tiene conto della natura parziale di queste fonti, in cui le voci di imputata, difesa, accusa e testimoni sono tutte filtrate attraverso la prospettiva dell’istituzione giudicante. Da qui il ricorso a ulteriori testimonianze sul processo, tra cui quella del gesuita Miguel de Almeida, del massone John Coustos, processato nello stesso periodo, e un bollettino manoscritto che circolava a Lisbona sul cosiddetto “ermafrodita catalano”. L’esito del lavoro sulle fonti viene restituito nella prima parte del volume (capp. 1-10). L’A. organizza le tappe fondamentali della vita di Maria Duran in un’abile narrazione, in cui si accostano fatti biografici e dettagliate ricostruzioni ambientali dell’epoca, affondi ermeneutici e il dialogo con la letteratura odierna sul rapporto tra genere e sessualità, medicina e diritto nel XVIII secolo. Sulla base delle testimonianze fornite all’Inquisizione sulla vita a Prullans, nei ranghi dell’esercito spagnolo e nei conventi, l’A. esplora la performance di genere dell’imputata. Se grazie al cross-dressing e all’adozione di gesti ritenuti maschili, come radersi il viso o urinare in piedi, Maria Duran convince le persone che ha intorno della sua identità maschile, significativo è il fatto che le sue partner in convento, con cui si trova in intimità, dichiarino che è un uomo o un ermafrodita.

Per gli inquisitori conciliare tali testimonianze con gli esami medici, da cui ottengono la conferma che l’imputata è una “donna vera” come dichiara di essere, è la questione centrale del processo. L’A. individua tra gli inquisitori due concezioni diverse dell’anatomia umana e del genere a essa associato. Il primo gruppo, che risulterà avere la parola definitiva nel processo, ritiene impossibili per natura i rapporti sessuali – ovvero penetrativi e con eiaculazione – tra donne. Maria Duran, allora, deve avere genitali maschili, ottenuti necessariamente per intervento del Diavolo. Al contrario, il secondo gruppo afferma che questi rapporti sono resi possibili o in particolari condizioni anatomiche o con l’inganno. Perciò, esclude la possibilità di un patto col Diavolo e dunque la giurisdizione dell’Inquisizione su un caso di “atti osceni esecrabili” (p. 102).

Come nota l’A., risulta particolarmente interessante nella posizione espressa dal secondo gruppo il ricorso a fonti mediche del tardo ‘500 sulle specificità dell’anatomia genitale femminile, tra cui i trattati dei medici Jean Riolan, Realdo Colombo e Paolo Zacchia. A questi sarebbe stato forse opportuno dedicare ulteriore spazio, non solo da una prospettiva di storia della medicina, ma anche di storia culturale. Ci si può chiedere, per esempio, quali fossero i risvolti sociali della tendenza alla patologizzazione degli organi genitali femminili che si riscontra in queste fonti. Inoltre, le visioni del corpo che emergono da questa trattatistica, che attribuisce una specificità irriducibilmente singolare al corpo femminile, la clitoride, mettono in discussione la rigida teorizzazione proposta per questo periodo storico da Thomas Laqueur in Making Sex. Body and Gender from the Greeks to Freud (1990).

Il paradigma del “corpo monosessuale”, che Laqueur rintraccia in una tradizione secolare che da Ippocrate arriva al Settecento inoltrato, e che considera i genitali femminili come l’inverso speculare (e meno sviluppato) di quelli maschili, trascura l’attenzione della medicina cinquecentesca per le specificità dell’anatomia femminile. Soyer non manca di ripercorrere nelle sue linee principali l’ampio dibattito critico intorno a questo modello, guidato, tra le altre, da Helen King, Katharine Park e Gianna Pomata. Tuttavia, l’A. non si confronta con le implicazioni che l’adozione della periodizzazio­ne e del paradigma del “corpo monosessuale” ha sul suo lavoro, in particolare sull’analisi delle fonti inquisitoriali e del loro rapporto con la letteratura medica nel processo a Maria Duran.

Nella seconda parte del volume (capp. 11-12) l’A. esamina la percezione – individuale e sociale – dei comportamenti di Maria Duran attraverso la lente dei “modern understandings” su genere e sessualità (p. 129). Per definire la percezione che Maria poteva avere di se stessa, nell’impossibilità di usare categorie come “intersex” o “transgender”, l’A. adotta quella di “transing gender”. Così, ipotizza la consapevolezza di Maria nell’attraversare (“transing”) il confine uomo/donna e le norme di genere che lo determinano. Consapevolezza, questa, che emerge dal camuffamento delle mestruazioni e dall’adozione di gesti ritenuti maschili. Similmente, la convinzione di alcune sue partner che Maria possieda genitali maschili è motivata, scrive l’A., dal suo comportamento sessualmente attivo e violento. A dimostrazione dell’associazione tra violenza sessuale e genere maschile l’A. cita sia il quadro giuridico coevo a Maria, che intendeva lo stupro come atto violento che può essere commesso soltanto da un uomo nei confronti di una donna, sia studi sulla percezione della violenza sessuale da parte di coppie di donne del XXI secolo come atto maschile ed eterosessuale.

Il saggio si conclude con una comparazione diacronica, intesa a mostrare il persistere di stereotipi di genere e la loro influenza sulla società occidentale. La vicenda di Maria Duran viene paragonata a una serie di figure storiche che attraversano i confini di genere uomo/donna. Tra queste, i famosi casi cinque-secenteschi di Catalina de Erauso ed Elena/o de Céspedes, ma anche le donne-marito nei secoli XVIII e XIX (risaltano i casi di Charles Hamilton, verificatosi appena due anni dopo la condanna di Maria Duran, e di Maria/Antonio Yta, denunciato dalla moglie in quanto donna) e infine la vicenda novecentesca di Maria Teresinha Gomez, che adottò diverse identità maschili e, presentandosi come uomo di elevato status sociale, commise numerose frodi fiscali.

In conclusione, la categoria di “transing gender” risulta uno strumento d’indagine efficace per la ricerca sulla percezione individuale della trasgressione dei ruoli di genere nel processo a Maria Duran. Il saggio, che ha il merito di aprire uno spiraglio sul cosmo interiore dei singoli attori e attrici del processo, appare però meno preciso nell’inserire tali prospettive personali all’interno di un sistema coevo di conoscenze mediche, teologiche e giuridiche. Grazie a questa ricostruzione biografi­ca, dettagliata sul piano storiografico e impreziosita da una narrazione evocativa, in linea con la tradizione dei queer studies François Soyer consegna tuttavia con efficacia Maria Duran al pantheon delle figure che hanno attraversato i confini di genere in atto nella propria società.