Giacomo Todeschini, Seconda mano. Il valore delle cose fra Medioevo ed età moderna. Roma: Salerno editrice, 2025. 213 pp.
Giacomo Todeschini, che ha insegnato Storia medievale all’Università di Trieste, è un autore molto prolifico: i suoi numerosi studi riguardano il pensiero teologico e morale – nonché la letteratura in senso lato – del Medioevo e, in particolare, l’elaborazione di riflessioni che potremmo definire, con espressione anacronistica, di carattere economico. Todeschini, infatti, mette giustamente in guardia il lettore dall’applicazione acritica di categorie e concetti, come quelli nati in seno alla scienza economica di età moderna e contemporanea (spesso elevati ad assiomi), per spiegare che cosa pensassero e come agissero donne e uomini dell’età medievale. In Seconda mano, l’A. offre un punto di vista originale su un aspetto relativamente trascurato dei cambiamenti intervenuti tra i secoli XII e XVI: l’afflusso massiccio sui mercati italiani ed europei di beni di cui era difficile comprendere il valore e ai quali era dunque complicato attribuire un prezzo. Ciò avveniva perché nel passaggio dalla vendita all’ingrosso a quella al dettaglio il controllo esercitato dalle corporazioni cittadine su produzione e distribuzione si allentava o scompariva, oppure perché quei beni non erano nuovi e sarebbero passati, per l’appunto, da una prima a una seconda mano, con la conseguente necessità di rivedere al ribasso la cifra alla quale poteva esserne proposto l’acquisto. Sullo sfondo dell’analisi stanno due fenomeni: il forte sviluppo del settore manifatturiero, soprattutto urbano, e la grande diffusione dei prestiti a interesse che comportavano la consegna, a garanzia del credito elargito, di pegni pronti per essere incamerati e venduti in caso di insolvenza.
Il volume si compone di un’introduzione e sette capitoli, il primo dei quali (Raccattare) è dedicato all’ambiguità del termine “barattiere” (“usato […] per indicare i giocatori d’azzardo e i ciarlatani […] ma anche coloro che scambiavano e rivendevano merci imbrogliando i compratori”, p. 24) e alla sua parziale intercambiabilità con quelli di “rigattiere” e “dettagliante” tanto nelle novelle, quanto nei testi normativi. Nel secondo capitolo (Allontanamento) l’A. si sofferma sulle incertezze nutrite da pensatori e legislatori medievali a proposito della capacità del denaro di “rappresentare in modo circostanziale l’equivalenza tra valori” (p. 58), incertezze che diventavano particolarmente forti quando proprietari e produttori si separavano, per volontà o per necessità, dalle cose (come nel caso dei lasciti testamentari, delle transazioni creditizie su pegno, o ancora degli abbandoni). Il terzo capitolo (Ritrovamento) analizza la prima fase del processo di ricostruzione del valore dei beni raccattati, depositati e ammassati; tale valore “rimaneva indefinito fino al momento in cui […] sarebbero stati restituiti ai depositanti, oppure ceduti” (p. 86). Anche in occasione dell’immissione nei circuiti commerciali (Mercificazione, capitolo IV) le incertezze di cui si è appena parlato permanevano e assumevano anzi la forma della “manipolazione dei prezzi dei beni avviati alla vendita da dettaglianti e rigattieri” (p. 108), una manipolazione cui le leggi promulgate tra Due e Trecento dai governi delle città italiane e dai re francesi – nonché gli statuti delle Arti – cercarono di porre un limite. Il capitolo quinto (Rivendita) insiste sullo stesso tema e contiene una delle idee più interessanti del libro: le riflessioni condotte da teologi e filosofi tra XIII e XV secolo sui prezzi e, soprattutto, sul problema del ‘giusto prezzo’ sarebbero state ispirate dal “gioco degli scambi realizzato nello specifico della miriade di rivendite al minuto” (p. 148). Nel sesto capitolo (Riutilizzo) Todeschini restringe il campo d’indagine all’Italia del Quattro e del Cinquecento, quando le comunità ebraiche divennero un vettore per il commercio di beni di seconda mano che superava i confini degli stati regionali della penisola, assumendo così un ruolo di rilievo nella “fase quattrocentesca di ripresa economica” (p. 168); l’ingresso sulla scena dei rigattieri ebrei, che affiancarono quelli cristiani (ormai inclusi a pieno titolo nel mondo delle Arti), introdusse un nuovo fattore di turbamento nella definizione dei prezzi, arginato tuttavia dal sistema delle vendite all’incanto (“l’elaborazione collettiva, di mercato, del valore probabile […] degli oggetti dati in garanzia”, p. 177). L’ultimo capitolo (Cernita: l’utile e l’inutile) si concentra sulla nozione di utilitas, inclusa nelle leggi suntuarie di varie città italiane tra XIII e XIV secolo – così come nei testi di legge e nelle cronache – per distinguere il necessario dal superfluo; l’utilitas era l’ultima (e forse più importante) variabile che condizionava la valutazione delle cose da riutilizzare, e quindi il loro prezzo finale.
Riconsiderare l’espansione economica del Medioevo pieno e tardo attraverso la lente del commercio dei beni al dettaglio (che occupano più spazio, nel testo, rispetto a quelli di seconda mano in senso stretto) è un esperimento originale, come si è già detto, e ben riuscito. Sarà forse possibile, in futuro, chiarirne con maggiore precisione lo svolgimento nel tempo, poiché Todeschini ha privilegiato un’esposizione per temi e non per periodi: il XII secolo è di fatto assente nel libro, mentre le trasformazioni indotte dalle carestie e dalla Peste trecentesche sono trattate soltanto negli ultimi due capitoli. Un ulteriore approfondimento potrebbe consistere nell’esame delle dinamiche del ‘mercato nero’, espressione che l’A. sceglie di non utilizzare e che pure sembra adatta a descrivere il tentativo, da parte dei dettaglianti, di eludere il controllo sui prezzi attorno a cui ruotava una parte consistente dell’azione politico-economica delle corporazioni maggiori. Seconda mano rimane un’analisi, profonda e accattivante, delle difficoltà di tradurre in cifre il valore delle cose; un’operazione faticosa e incerta che, nota Todeschini, non può essere “ridotta a un’anticipazione […] del dogma economico odierno sull’equivalenza fra prezzi e rapporto fra domanda e offerta” (p. 132). Un dogma di cui, del resto, le bolle finanziarie – alla cui origine sta precisamente il fatto che la stima di alcuni beni, azioni e obbligazioni, non riflette quanto quei beni valgano davvero – mostrano, spesso in modo drammatico, l’infondatezza.

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