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Sara Trovalusci (ed.), “Milano 1906”

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Sara Trovaluci (ed.), Milano 1906. Il Primo Congresso di Storia del Risorgimento italiano. Pisa: Pacini Editore, 2025. 279 pp.

Nel novembre del 1906 si celebrò a Milano il Primo Congresso di Storia del Risorgimento italiano. Già rievocato per la sua importanza “fondativa” da pregiati studi sulla memoria del processo liberal-nazionale, ora dopo più di un secolo possiamo tornare a leggerne gli Atti grazie alla meritoria opera di Sara Trovalusci, che svolge attività di ricerca presso l’Università Statale di Milano.
Trovalusci ha messo a punto l’edizione critica degli Atti, trascrivendoli e rendendoli sempre intellegibili al lettore moderno, e arricchendoli di un discreto ma esaustivo apparato in cui vengono ripercorse le traiettorie di quelli che furono i principali partecipanti all’evento. Fatica non semplice, data la dispersione e la rarità di notizie e studi su molti personaggi della vita intellettuale del primo Novecento, che trova pieno compimento nel saggio che la stessa curatrice antepone all’edizione critica. Con precisione e puntualità, Trovalusci restituisce uno spaccato assai notevole di storia della storiografia e di ricerca intorno ai miti di fondazione, poiché il Risorgimento in quel tempo era sia uno dei segmenti – il principale? – sui quali si innestava e rinverdiva l’orgoglio nazionale, sia anche un terreno di ricerca storica che tentava dopo decenni di memorialistica e pubblicistica di emanciparsi dalle secche dell’apoteosi celebrativa e di costituirsi campo disciplinare dotato di tutti i requisiti scientifici. E infatti, uno dei punti attorno ai quali dibatterono i partecipanti fu proprio la creazione di insegnamenti di Storia del Risorgimento nelle facoltà letterarie del paese, pur consci che per il momento la cosa più saggia da chiedere fossero corsi liberi o per incarico – come quello che già Michele Rosi professava a Roma – e non addirittura corsi stabili, come ne esistevano solo per Storia Antica e Storia Moderna.
Mentre questo voto, pur approvato, non riscosse adesioni unanimi (significativa la presa di distanze esplicitata da Gioacchino Volpe), fu addirittura bocciato a stragrande maggioranza quello che pretendeva dai musei del Risorgimento un approccio meno patetico e più scientifico, sia nella conservazione quanto negli allestimenti. Come evidenzia Massimo Baioni nel saggio che apre il volume, questi due episodi – soprattutto il secondo – dimostrano quanto, all’altezza del 1906, risultasse ancora difficile emancipare il Risorgimento dalle finalità patriottiche ed educative adagiate sul sentimentalismo e avviarlo verso la maggior “freddezza” di una materia sì ad alta caratura civile, ma pur sempre storica, cioè, come volevano i maggiorenti della storiografia erudita, ben fondata e rigidamente ricostruita su documenti pubblici o privati. D’altro canto, anche chi propose gli insegnamenti universitari, poi trovò giusto ricordare come pure nelle scuole, primarie e secondarie, si dovesse parlare di più e meglio di Risorgimento, coniugando finalità educative e primi accessi al metodo storico. Si segnala poi, per quanto meno distesamente sviluppata dal dibattito, una interessante e pionieristica iniziativa nel senso della storia orale, laddove fu votato di raccogliere mediante questionari le memorie dei veterani ancora in vita. E vi fu pure una originale riflessione di numismatica, che puntava a far avanzare anche nello specifico della storia risorgimentale le metodologie più aggiornate della disciplina. Certo, non va dimenticato che, accanto a queste invocazioni alla scientificità, si levarono alti voti per il finanziamento della casa dei reduci a Tradate, per la pubblicazione di un “album” iconografico, per la celebrazione di conferenze patriottiche presso le scuole militari… In definitiva, se come spiega bene Baioni la severità dei filologi fece fatica ad affermarsi in quel contesto, una delle spiegazioni la fornisce proprio la curatrice nella sua ricognizione prosopografica. Congresso rappresentativo in misura quasi esclusiva delle regioni del Nord Italia, esso fece riunire gli studiosi con i patrioti quasi centenari, i divulgatori con gli educatori, i “tecnici” della ricerca con i militari di carriera appassionati di patrie battaglie. Difficile che da questa congerie potesse levarsi un voto unanime a favore di un approccio che, pur non deponendo certo le finalità pedagogiche, voleva farsi più obiettivo, fondato e disinteressato.
Le cattedre stabili di Storia del Risorgimento erano – e rimasero – al di là da venire, e si sarebbero dovute al regime degli anni Trenta. Il posto del Risorgimento nei curricula scolastici sarebbe rimasto incerto e confuso ancora per lungo tempo. I musei non avrebbero facilmente deposto l’ipoteca del pathos di fronte alle rimostranze dei compulsatori di fonti. Eppure, proprio a quel Congresso si dovette la nascita della Società nazionale per la Storia del Risorgimento, cioè della prima aggregazione di studiosi, amatori e celebratori attorno a una idea forte del posto del Risorgimento non solo per la formazione della coscienza nazionale, ma pure come sapere centrale nella vita intellettuale italiana. Le vicende della Società, poi assorbita dall’Istituto per la Storia del Risorgimento eretto dal fascismo, meriterebbero uno studio specifico. Per ora, grazie a questo ricchissimo volume, possiamo farci una idea, anche attraverso una breve rassegna degli studi che vennero presentati all’assise del 1906, di quali fossero i punti fermi, le convinzioni e le urgenze della ricerca e dell’amatorialità non solo nella penisola (giacché diversi furono i relatori stranieri).
Tramontata la germanofilia crispina, non per questo si era ricreata una forte francofilia, ché anzi l’evidente debito dalla Grande Rivoluzione veniva risolto alla maniera di Alfieri e, soprattutto, di Ugo Foscolo. Fermo restando che la migliore storiografia aveva fissato al 1796 il termine a quo del Risorgimento, già si potevano avvertire voci disparate che auspicavano un indietreggiamento almeno ai Lumi locali e forse più indietro. Celebrata adeguatamente Casa Savoia (una predestinata, e già lumeggiava una prima “leggenda” di Carlo Alberto), per il resto i meriti se li spartivano soprattutto Mazzini e Cavour: il primo, beninteso come educatore e non come repubblicano, il secondo come artefice del magnifico traguardo. E poi, indice verso per il Papato reazionario e per tutti i “tiranni interni” della Prima e della Seconda Restaurazione, e di contro grande simpatia per i primi Stati amici, come nientemeno che gli Stati Uniti d’America nel pieno della guerra tra Nord (giusto) e Sud (sbagliato). Insomma, i capisaldi della scuola filologica ancora resistevano, ma tra evviva irredentisti e plausi alla secolare missione di Casa Savoia già si intravedevano le novità che sarebbero state apportate definitivamente dalla Quarta guerra d’indipendenza. Quello che seguì alla Grande guerra poi, fu tutta un’altra storia, almeno negli intendimenti dell’intellettualità fascista, come bene ha dimostrato nei suoi studi lo stesso Baioni.
Concludendo, il volume offre a tanti studiosi un prezioso tassello documentario e storiografico su una stagione a lungo negletta dagli storici della cultura, oppure derubricata (frettolosamente) come poco incline al culto delle memorie patrie ottocentesche, dopo il grande fervore degli anni Ottanta e Novanta. E di documenti come quello qui curato si sente il bisogno: atti di congressi, studi minuziosi sulle prime riviste specializzate, prosopografie dello “stato maggiore” ma anche dei tanti cultori che trovarono il modo di distinguersi prima della Grande guerra. Questo libro ha aperto una pista di ricerca e di metodo, che speriamo sarà presto seguita da altre studiose e altri studiosi.