1. Nel corso del XIX secolo in tutta la Penisola sussiste un crescente dibattito sull’utilizzo della lingua italica e sulla valorizzazione delle belle lettere volgari, scritte cioè nella lingua “domestica”;1 il tema, declinato ovviamente secondo peculiarità sociali e geografiche differenziate a seconda dei singoli Stati, prendeva in realtà le mosse dal secolo precedente, quando diversi magisteri evidenziano la crisi del sistema collegiale ed ecclesiastico dell’educazione e alcune antologie, che scelgono programmaticamente di accogliere al loro interno testi in volgare, segnalano una rinnovata sensibilità pedagogica (Viola 2016, 281)2. L’Ottocento segna però uno sviluppo della questione in termini politici e, all’altezza della metà del secolo, acquista un particolare significato all’interno della querelle classico-romantica e della difesa della tradizione nazionale, contrapposta all’utilizzo delle lingue e delle letterature straniere.
In questo senso le singole realtà geografiche e sociali giocano un ruolo fondamentale; se tra fine Settecento e inizio Ottocento diversi Stati della Penisola avanzano progetti di riforma dell’insegnamento delle lettere, lo Stato della Chiesa presenta indubbie specificità. La gestione ecclesiastica del sistema scolastico non poteva che condurre a esiti e tempistiche del tutto particolari: a Torino una cattedra di Eloquenza italiana è istituita già nel 1729, a Roma un’aria di cambiamento si inizia a respirare solo a partire dagli anni Venti del secolo XIX. Inoltre, l’utilizzo dell’italiano nelle scuole e nell’Università si fa strada, nei territori pontifici, non solo e non tanto come emancipazione dal secolare monopolio del latino, come era avvenuto in altre realtà e, specialmente, al nord Italia. I magisteri di Luigi Maria Rezzi, docente dagli anni Venti del XIX secolo presso l’Archiginnasio romano della Sapienza, e di Francesco Manera, gesuita e professore a Torino, Napoli e Roma, mostrano piuttosto come la valorizzazione del volgare poggi anche, se non specialmente, su ragioni di contrapposizione alle influenze straniere.
Attraverso uno scavo archivistico presso le sedi che, a Roma, conservano manoscritti legati alla didattica nelle principali sedi educative della città, La Sapienza e il Collegio romano, sono state rinvenute diverse testimonianze in questo senso. Presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana (BANLC) le carte del docente Luigi Maria Rezzi testimoniano il suo personale impegno per cambiare le sorti dell’Eloquenza universitaria, che nel linguaggio disciplinare si riferiva ancora solo all’Eloquenza latina o sacra; una situazione che porta diversi letterati a richiedere anche a Roma l’istituzione di una cattedra di patria letteratura. L’istanza di rinnovamento è direttamente collegata a un’esigenza educativa, come mostra il fatto che gli intellettuali che animano il dibattito sono spesso, loro stessi, insegnanti.
Salvatore Betti dal 1829 è ad esempio professore di Storia e mitologia presso l’Accademia di S. Luca; nell’Illustre Italia egli esalta la tradizione patria e sottolinea l’esigenza degli studi nazionali come argine al deterioramento dell’eloquenza: “studiate a conoscere l’Italia, l’Italia, sopra tutto, la donna del valore, della speranza, della bellezza, e poiché l’avrete conosciuta, non sarà possibile che possiate mai più concentrarvi di altro amore” (Betti 1841-1843, 151; cfr. anche Scotti 1967). Nel quinto dialogo dell’opera Betti ricorda con affetto Giulio Perticari, grazie al quale era giunto a Roma come precettore per una delle maggiori casate della nobiltà romana, la famiglia Odescalchi. Insieme a Pietro Odescalchi e Perticari, Betti fonda anche il Giornale Arcadico. Dalle pagine del Giornale questi letterati e i loro collaboratori agiscono in difesa del classicismo, facendosi propugnatori di idee puriste e difensori della tradizione letteraria italiana. Essi s’inseriscono nella solida linea impegnata a rafforzare “la storia della civiltà artistica autoctona” e le loro voci si uniscono al coro, pur assai diversificato al suo interno, che reclama un’identità locale forte (Tongiorgi 2010, 214)3.
Collaboratore assiduo del Giornale Arcadico è anche Luigi Maria Rezzi4, che intitola una sua prolusione accademica Che l’imitazione degli Scrittori stranieri è all’italiane lettere sommamente pericolosa5. Obiettivo comune degli interventi eruditi pubblicati sull’Arcadico è infatti quello di creare argini alla diffusione delle lingue estere, attraverso l’auspicato ritorno al canone della classicità nazionale e, in particolar modo, agli scrittori del Trecento. L’impresa culturale è dunque lodata e vista come una possibilità di riscatto per una parte del partito classicista e per quegli esponenti del purismo che denunciavano la decadenza della lingua e della letteratura italiana (Righetti 1911, 15-16)6 come Pietro Giordani, che lamenta la subordinazione dell’italiano al francese negli usi linguistici in una lettera del 1824:
Gl’italiani avevano abbandonata affatto e disprezzata la loro lingua: vengono i Francesi, e, con quella loro insolenza, vogliono proibire alla miglior parte d’Italia l’uso della lingua nativa. Per tutta Italia sorge uno sdegno generoso […] come una barca in burrasca, facciamo tutti quel che possiamo per non essere affondati nella barbarie; dalla quale è poi sì lento e faticoso il risorgere. Hoc opus, hoc studium parvi properemus et ampli.7
Epicentro del richiamo alla necessità dello studio della letteratura italiana è proprio il Giornale Arcadico, il cui manifesto programmatico è l’articolo di Perticari “Dedicato all’amore degli antichi esemplari”, che dichiara l’intento del giornale di pubblicare diverse “classiche opere scritte nel buon tempo della nostra lingua” (Perticari 1819, 1-2).
Lo stesso Perticari, in un altro articolo rappresentativo del clima creato attorno al periodico, esplicita il desiderio di veder sorgere finalmente una cattedra ufficiale di Letteratura nazionale a Roma:
Onde a far nascere e questa conoscenza, e questo amore, sarebbe utile l’instituire nella metropoli dello stato una cattedra di letteratura classica italiana; per la quale si cominciassero a risuscitare le antiche e morte ragioni della domestica nostra gloria, a torcere i giovani da quel pazzo desiderio delle cose altrui, e a ritornare le menti sui libri de’ nostri buoni vecchi […]. Oltre questo, è grande utile se dopo le lunghe incursioni degli stranieri si cerchi di risvegliare ne’ cittadini l’amore della loro patria; e a tal fine si propone non una cattedra di letteratura universale, ma italiana (Perticari 1822, 185-186).
L’articolo in questione è pubblicato postumo nel 1822 e contiene un aspro rimprovero ai contemporanei per l’eccessivo amore alle lingue straniere e per le mode che, soppiantando i modelli classici, portavano al disamore per la patria:
e ne’ passati tempi molti prima perdettero l’amore della propria favella, poi quello della patria e dello stato. E già il pensare, il leggere e lo scrivere alla straniera, chiamavasi fiore di leggiadria, quando veramente non era che principio di servitù futura (Perticari 1822, 186).
Perticari auspicava perciò l’istituzione nell’Urbe di una cattedra di letteratura come strumento per ricondurre la gioventù all’amore della gloria natia. I giovani possono essere riportati alla conoscenza degli scrittori nostrani, superiori a quegli delle altre nazioni.
Grande rimedio a’ passati mali sarebbe dunque il nudrire ne’ giovani il conoscimento de’ nostri scrittori: il mostrare come vincano quelli degli altri popoli: accendere un grande e sacro affetto per le nostre filosofie, per le nostre leggi, per questo principato, il quale se fu offeso di contumelie da alcuni moderni strani, fu però dai sommi autori italiani per tanti secoli innalzato con altissime lodi (Perticari 1822, 186).
Gli stessi obiettivi vengono presi in carico da Luigi Maria Rezzi attraverso i suoi corsi universitari, che si concentrano maggiormente rispetto al passato sulle belle lettere italiane (Di Simone 2000, 375-376).
Rezzi segna in questo senso uno spartiacque decisivo nella tradizione dei magisteri d’Eloquenza in Sapienza. Professore dal 1821 al 1850, egli condivide con una parte dell’élite intellettuale la volontà di conferire anche a Roma, come era già avvenuto in altri territori italiani, uno spazio autonomo all’insegnamento letterario, allo studio degli autori nazionali e alla valorizzazione della lingua italiana (Picco 1918, 28-30)8.
L’ex gesuita si fa portavoce in questo senso di quel classicismo che Perticari definisce come buona letteratura e che dovrebbe rifiorire proprio a partire da Roma come capitale culturale e morale.
Il che accadendo nella metropoli, al cui esempio si compongono le città minori, potrassi in breve tempo operare questa placida mutazione di studii a grande beneficio delle opinioni: né picciola lode verranne a Roma, che essendo il vero capo di Italia, darà un nobile esempio degno dell’antica italiana sapienza (Perticari 1822, 191).
In quel periodo alcune riforme dell’impianto didattico si andavano dispiegando in seno all’Archiginnasio e Rezzi è tra i promotori delle richieste di allungare la durata del corso di eloquenza e di includervi l’italiano.
L’intento di modificare in tale direzione la cattedra è presente nelle intenzioni del maestro fin dal suo arrivo in Sapienza: egli esprime esplicitamente questo desiderio di ammodernamento della disciplina già nella prolusione all’anno accademico 1822-23. In questo discorso si auspica che le modalità applicate agli insegnamenti umanistici a Roma si sviluppino, al passo con le altre “riputate università d’Europa”:
In sin d’allora che indossato mi venne l’onorato carico d’indirizzare da questa cattedra la romana gioventù in su per la carriera della eloquenza, ponendo io gli occhio più a procurare i vostri progressi che a mercarmi nome d’erudito e dotto con una facile e vana pompa di dottrina, già aveva fermo nell’animo di cangiare in parte gli ordini dell’antico insegnamento qui praticato, ed altri introdurne più utili più dignitosi e più ampli. […] E però eccomi mercé del savio discernimento e dell’amorevol condiscendenza di quelli che a questo illustre archiginnasio preseggono in sul cominciare del terzo anno dacché io presi da questo luogo ad istruirvi, eccomi in grado di dar novella forma al mio pubblico insegnamento essendoché da più tempo ito era desiderando, e nelle più riputate università di Europa si suol praticare.9
La “novella forma” rende inoltre il corso della durata di tre annualità, riconoscendo così più importanza e più ampio spazio alla tradizione letteraria italiana. Le lettere sono infatti concepite da Rezzi, come dai colleghi del Giornale Arcadico, come specchio della patria e il loro insegnamento presso la gioventù rappresenta la conservazione della storia nazionale. L’accento posto sull’esercizio dell’italiano piuttosto che del latino o delle lingue straniere, ha però per Rezzi e Perticari un significato civile e patriottico strettamente connesso alla morale della Chiesa, e del suo Stato. La loro è soprattutto una difesa sociale e politica dell’unità dello Stato papale, dei buoni costumi e dei buoni studi del perfetto cittadino cristiano, in opposizione alle dottrine moderne sviluppatesi altrove in Europa.
Il trentennio di magistero di Rezzi alla Sapienza può dunque ben rappresentare l’ideale di Perticari, il quale auspicava una cattedra necessaria ad “additare quali onesti libri sieno da usarsi” e ad introdurre la consuetudine delle letture patrie come i Padri della Chiesa, Tasso, Passavanti, e il “divino Alighieri” (Perticari 1822). Rezzi, con la sua opera didattica, si impegna apertamente nel richiamo al canone letterario italiano, in particolare di quello trecentesco. Pietro Giordani scrive infatti nel 1846, alla soglia degli ultimi anni dell’operato del compatriota piacentino, di essere grato al docente per l’impulso che egli ha dato a Roma ai giovani. Secondo Giordani, il professore era stato in grado d’istradare i suoi discepoli nei “buoni studi” e di mostrare loro una via alternativa rispetto alle “moderne stravaganze letterarie” che si andavano diffondendo con le correnti romantiche10. Per Rezzi, effettivamente, gli autori italiani offrono esempi di stile da seguire e da contrapporre al “pericoloso” difetto letterario dell’imitazione degli stranieri:
Non risorse già negli ultimi tempi la primiera servile imitazione degli antichi; che anzi satolli di già gl’ infastiditi italiani di quelle pure sorgenti ove a bere eransi avvezzati con sobrietà e vantaggio, siccome insipide abbandonaronle, e cercarono agli ottusi palati liquori più acri e mordenti. Agli oltramontani ed oltramarini scrittori si rivolsero, e voller di questi farsi ammiratori e seguaci. In tal guisa se l’età nostra evitò gli scogli dal naufragio infami de’ nostri Padri, ruppe miseramente incontro a un altro niente men pericoloso e fatale. Ecche’ dall’imitazione degli stranieri venga alle italiane lettere il pericolo di corrompere e guastare le proprie forme e lo special loro carattere è quello appunto che intendo di dimostare se di sostener vi piaccia il mio dire di vostra cortese attenzione.11
2. Anche i quaderni e le annotazioni del professore gesuita Francesco Manera, in particolare quelli conservati presso l’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana e presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ‘Vittorio Emanuele II’12, restituiscono un ambiente didattico in cui si avverte l’esigenza di accostare la lingua e la letteratura nazionale ai tradizionali insegnamenti del latino e del greco.
Nel 1824 Manera è incaricato dal Generale dell’Ordine gesuita padre Luigi Fortis di ricoprire la cattedra di Eloquenza italiana del Regio Ateneo di Torino, rimasta vacante dopo la morte di Giuseppe Biamonti13. La cattedra vantava una tradizione di grande prestigio, ed era questa la prima volta in cui era ricoperta da un gesuita, una scelta voluta fortemente da Carlo Felice di Savoia. Manera non diede mai nulla alle stampe nel corso della sua vita, ma dimostrò una grande predisposizione alla scrittura: le sue carte autografe si presentano sotto forma di una grande quantità di quaderni miscellanei, zibaldoni personali, carte sciolte e bozze di prolusioni universitarie14. In questo insieme, composto principalmente da appunti, è stato possibile individuare tre prolusioni universitarie tenute in diverse occasioni presso il collegio di Torino15. Nessuna di esse ci permette di comprendere quale fosse la percezione maneriana del canone italiano, tutte piuttosto danno la possibilità di indagare alcune specifiche tematiche, quali il rapporto tra cultura e principato o la tradizione culturale piemontese. Per comprendere a pieno il canone letterario di Manera sarà necessario dunque ripercorrere l’insieme delle tracce delle sue letture, tramite un veloce percorso attraverso i suoi quaderni di studio privato.
Dei trentadue quaderni autografi, quindici trattano di argomenti letterari, linguistici o storici (APUG: F.C. 196, F.C. 1408, F.C. 1913, F.C. 1922, F.C. 2173/C, F.C. 2173/D, F.C. 2230/1, F.C. 2230/2; BNCR: Ges. 65, Ges. 1128, Ges. 1129, Ges. 1136, Ges. 1137, Ges. 1138, Ges. 1596). Appare di rilievo notare che quasi la metà dell’intero corpus si articoli in questi contenuti: si tratta della più concreta riprova del ruolo di rilievo che queste discipline hanno ricoperto nel patrimonio culturale del Padre ignaziano. Lo studio della letteratura italiana è condotto da Manera con costanza nel tempo, e dai quaderni emerge una concezione delle lettere legata sì al mondo classico, ma allo stesso tempo aperta all’indagine dei testi italiani della modernità. Gli autori della tradizione nazionale sono considerati dal docente come un vero e proprio vanto per il Paese. In APUG, F.C. 2230/1, egli infatti scrive:
Li Alighieri i Petrarchi, gli Ariosti, I Torquati, gli Alfieri, i Metastasj, i Parini, d’allun canto e dall’altro alcune cose del Chiabrera, altre del Filicaja, altre del Mazza sono tali, che possiamo sedere al fianco e veggi sostenere non senza vantaggio in alcune parti il paragone degli antichi modelli di Grecia e di Roma; e guardare con occhio dispettoso le nazioni sorelle, ingiuste e mengrate disconoscitrici del nostro valore, di quel valore che non mai s’invilì sotto giogo straniero; e se l’Italia può a ragione disfogare con lamenti pietosi l’acerbezza del nostro dolore nella ricordanza delle piaghe mortali da cui fu tante volte coperto il suo bel seno, ha di che scemare la sua doglia nel vedersi posseditrice [...] di que’ tesori, e bellezze che non guasta punta di spada, né sperde furia di battaglie.16
L’interesse per la letteratura italiana attraversa i secoli della storia; se uno studio particolareggiato è rivolto a Dante (Mauriello e Saverna 2022), ben più ricca è la rosa di autori che catturano il suo interesse. In vari luoghi è possibile individuare tracce delle letture ariostesche (BNCR, Ges. 1137, c. 48v; APUG, F.C. 1922, cc. 4v-5r; APUG, F.C. 2230/2 cc. 32r-39r). Accanto ad Ariosto, un ruolo di rilievo è dato poi a Tasso, i cui Discorsi sull’arte poetica sono soggetti a varie trascrizioni di excerpta destinati a indagare il tema del mito (BNCR, Ges. 65, cc. 38r-39v, 57r-58r). Il ms. APUG, F.C. 1922_9 (cc. 326r-327v) è testimone dell’attenzione con cui il padre gesuita legge non solo Francesco Guicciardini, ma anche la Storia d’Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1814 di Carlo Botta (Botta 1824). Esempio significativo della varietà degli interessi di Manera nel campo della letteratura italiana, almeno per quanto riguarda la produzione in rima, è il manoscritto APUG, F.C. 1913. In esso, nell’ambito di un progetto di studio dedicato ai temi dell’amore e dell’amicizia, Manera trascrive un vasto numero di componimenti incentrati sul sentimento amoroso, sia nella sua dimensione religiosa sia in quella più propriamente passionale, dando vita a una vera e propria antologia che attraversa i secoli, dal Cinquecento fino alla contemporaneità dell’autore. Gli autori inclusi sono, tra gli altri, Angel Antonio Sacco, Angelo di Costanzo, Annibale Caro, Anton Maria Salvini, Antonio Volpi Padovano, Carlo Maria Maggi, Cornelio Bentivoglio, Dientello Epano, Eustachio Manfredi, Fabillo Giunonio, Francesco Frosini, Francesco Redi, Gian Giuseppe Orsini, Giovan Battista Cotta, Giovan Battista Pastorini, Giovanni della Casa, Girolamo Tartarotti, Giuseppe Antonio Fiorentini Vaccari Gioia, Giuseppe Orsi, Gregorio Casali, Pietro Antonio Bernardoni, Silvio Stampiglia, Teobaldo Ceva, Teresa Grillo, Vincenzo da Filicaja.
Presso l’Archivum Romanum Societatis Iesu è conservata oggi la totalità della corrispondenza di Francesco Manera; anche questa è da considerarsi testimonianza viva del successo e dell’interesse che le sue lezioni degli anni torinesi destarono tanto tra i suoi alunni quanto nella società piemontese delle lettere. In ARSI 1010 XXIV (olim Manera 2. XXIV) – fascicolo denominato in fase di catalogazione “Lettere di alcuni alunni del Manera al loro Professore” – sono conservate 20 missive in forma originale autografa ricevute dal padre gesuita tra il 20 aprile 1829 e il 21 maggio 1846. Nel 1826, al termine di una lezione in data non specificata, Dionigi Bianchini scrive a Manera le sue sincere congratulazioni affermando di sentirsi così emotivamente toccato da quanto ascoltato che all’uscita dall’accademia era “tanto turbato nella persona da non poter quasi reggere il passo”17. Non è noto il titolo dell’ode letta e commentata da Manera e a cui Bianchini fa riferimento con tanto fervore, ma a destare interesse è la richiesta che più avanti egli aggiunge, ovvero: “Ma tocca a V.R. di vincere quella timidezza e di far si che questa scrittura vada subito subito alle stampe. Tutta la scolaresca è avida di averla: mille persone a quest’ora ne parlano, e non sarà sera che tutta la città non brami di vederla”18.
Di particolare rilievo è inoltre la lettera inviata invece al maestro da Angelo Brofferio il 9 giugno 1825. In questa Brofferio indirizza a Manera una sua operetta, ovvero il Lamento di Dante, il cui testo integrale rimane invece presso l’APUG. Nel proporlo in lettura, l’autore afferma: “Questo argomento mi è stato da lei proposto, e quindi con maggior calore intrapresi a trattarlo”19. Le lezioni di Manera hanno dunque un ruolo fondamentale per i suoi studenti: tramite l’insegnamento della letteratura italiana, il padre gesuita diviene anche promotore della scrittura, e, al contempo, fermo giudice.
L’importanza del suo ruolo di guida è evidente anche grazie a una ulteriore raccolta di lettere, preservata sempre presso l’ARSI con segnatura 1010 XXV (olim Manera 2. XXV), in cui sono preservate 13 lettere di autori torinesi indirizzate al padre gesuita nel medesimo lasso di tempo delle precedenti. Particolarmente interessante è la seconda del fascicolo, indirizzata a Manera da Cosimo Grassi che scrive: “Farei opera dai sacri doveri della gratitudine, se cercassi con parole di sdebitarmi dell’obbligo che mi corre colla P.V. per l’encomio tutto spontaneo, che Ella ha fatto di me e de’ poveri miei scritti nella solenne tornata della Regia Università degli Studi”, per poi allegare una sua opera a noi non pervenuta e con titolo non esplicitato, aspettandone un giudizio di valore20. La testimonianza mostra come lo spettro del canone letterario italiano di Manera, oggetto delle sue lezioni, abbracci un arco cronologico che si muove dalla Classicità alla produzione coeva. Tre operette sono inoltre inviate da Gabriele Ponza a Manera in allegato a una missiva del 1829, in cui al padre gesuita è riconosciuto un ruolo fondamentale, ovvero quella di guida nel mondo delle lettere in luce della sua posizione presso l’accademia torinese:
oso venirla disturbando, per rendervene quelle grazie, che maggiori per me si possono, niuna Laude potendo giungermi né più grata, né più onorevole di quella, che muove da cui per gran sorte del Piemonte, e a rande incremento delle Lettere diede Maestro, e Dottore dell’arte del dire in cotesta R. Università.
[…]
Con pregare V.P. Rev.d.mo di soler aver la bontà di non isgradire il tenue tributo della mia più ossequiosa considerazione ne’ qui acchiusi esemplari delle due suddette e di altre tre mi operette, non meno che nel manuscritto dei precetti d’umane lettere italiane da me compilati, che assoggetto al fino suo giudizio invocandone i Lumi, ed i consigli; onde a questi, se avverrà, che giuovato ne vengan sa tutto tuttissimo suo bel agio però scrupolisissimamente uniformandomi riuscir possa meno imperfetta, e più utile agli studiosi della lingua italiana questa mia lucubrazione.21
In un ambiente, quello ecclesiastico e universitario, ancora fortemente ancorato al latino e alle lingue classiche (le prolusioni ufficiali erano ad esempio spesso ancora tenute in latino), Manera dunque non solo redige gran parte dei suoi studi in lingua italiana ma ad essa, e alla letteratura nazionale, dà un’importanza somma e una dignità che supera anche quella di altre nazioni. Le sue lezioni, declamate in italiano, trattano della letteratura volgare; inoltre, molti dei suoi estratti sono tratti da opere puriste in “difesa della lingua italiana” o da elogi di letterati che si sono occupati della questione della lingua come Melchiorre Cesarotti, Antonio Cesari, Michele Colombo, Giulio Perticari, Vincenzo Gioberti. In un suo zibaldone di studio egli, parafrasando una citazione di Vittorio Alfieri, definisce la lingua italica “gigantesca” e afferma che se lo stesso Alfieri avesse scritto in francese “non avrebbe nemmeno la quarta parte del merito”22.
La valorizzazione dell’italianità per Manera passa del resto non di rado attraverso il confronto con altre nazioni. Usi, costumi e storia degli altri paesi affascinano il professore e lo portano ad adottare un’ottica comparatistica che difende ed esalta la tradizione della Penisola. Nel manoscritto FC 2230/2, parlando dei francesi, scrive che tutta la loro gloria risiede nella lingua ma che essa deriva in qualche modo da quella italiana: “Ma l’Italia è la fonte che ha irrigato tutta l’Europa. Alcune nazioni riconoscono questo, altre no e dicono che loro sono i maestri e noi italiani i discepoli. Ma noi abbiamo la filosofia, la geometria, la scienza”23.
La concezione di Eloquenza di Manera è dunque esplicitamente collegata all’uso perfetto della lingua italiana, così come quella di Rezzi che, in una prolusione risalente al 1816, afferma come non sia “una millanteria se noi italiani ci crediamo a preferenza d’ogni altro moderno un popolo retto d’immaginazione”24. Gli scritti dei due docenti e letterati mostrano dunque la valorizzazione della tradizione nazionale in ottica, diremmo, anche di supremazia rispetto sia al passato classico sia al coevo panorama letterario internazionale, di fronte al quale le ali “italiche” sono quelle che hanno corso il volo più alto25.
L’attenzione per la produzione letteraria italiana manifestata da entrambi li differenzia dunque dall’impostazione tradizionalistica dei loro predecessori e li inserisce non solo all’interno della corrente tradizionalista che si opponeva al romanticismo ma, soprattutto, in un più ampio dibattito sull’insegnamento dell’eloquenza che si andava svolgendo in quel periodo e che intendeva valorizzare la letteratura italica di tutti i secoli.
Trascrizioni
Nella sezione che segue si trascrivono alcuni dei documenti alla base dell’indagine qui presentata. Questi testi autografi di Luigi Maria Rezzi e Francesco Manera, finora inediti, sono stati selezionati, tra i numerosi a disposizione, perché a nostro avviso rappresentativi di un tentativo di profonda valorizzazione del canone nazionale italiano.
I documenti 1 e 2 provengono dal fondo Rezzi, presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiana. Si tratta della prolusione accademica del 1816 dall’incipit, di per sé emblematico, “Che l’imitazione degli Scrittori stranieri è all’italiane lettere sommamente pericolosa”, e di un altro scritto inedito riguardante la buona educazione della gioventù nobile. Entrambi i testi sono caratterizzati dalla volontà di valorizzare la grammatica e le belle lettere italiane, da contrapporre come è evidente soprattutto nel primo e più polemico testo – alla diffusione delle lingue estere. Nel secondo scritto Rezzi costruisce infatti un suo canone nazionale per i fondamenti dell’arte del parlare, del leggere e dello scrivere, “prime cose necessarie ad ogni uomo che viva in società”.
I documenti 3, 4, 5 e 6 sono poi la trascrizione integrale di quattro lettere ricevute da Francesco Manera e analizzate in questo studio. La corrispondenza del padre gesuita è ad oggi nella totalità inedita e conservata nel fondo a lui nominato presso l’ARSI.
1. Roma, Biblioteca Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, fondo Luigi Maria Rezzi, ms. 18.I.10, cc. 32r-37r.
Che l’imitazione degli Scrittori stranieri è all’italiane lettere sommamente pericolosa
egli è ovvia e facile osservazione a chiunque, che le colte nazioni benchè talora su i modelli medesimi formatesi di quel modo siccome han per natura una particolar diversa fisionomia di volto, una aria maniera di portamento, un’abitudine di civili costumanze che fra loro chiaramente le distingue e discerne, così
[…] Le culte nazioni hanno del pari nelle opere d’ingegno e d’immaginazione una distinta maniera di pensare e di esprimersi […] Ciò solo a farvi riflettere mi conduca che, siccome correrebbe certo pericolo di divenire lo scherno commune chi con mentiti colori le sue native adulterando ritrarre tentasse in s stesso straniere fattezze; […] così correrebbe pericolo di corrompere la propria natura senza che una straniera ne acquistasse chi volesse trasportare ne’ suoi scritti le altrui maniere di pensare e di scrivere.
[…] Non è una millanteria se noi italiani ci crediamo a preferenza d’ogni altro moderno un popolo retto d’immaginazione. Gli eruditi e filosofi osservatori che con sagace benchè il più delle volte fuggitiva curiosità hanno percorso viaggiando queste nostre contrade se son talvolta discordi nelle lor relazioni e ingiusti e invidiosi prezzatori ben spesso de’ nostri talenti e costumi; tutti però convengono, e si fan tutti un dovere di attribuirci una tale qualità. Anche recentemente a citarne qualche d’uno in più luoghi lo confessa l’elegante ginevrina autrice della Corinna, e prima di lei con più savienza e profondità lo spagnuolo Eximeno nel lodatissimo suo trattato dell’origine della musica. Il solo primo presentarsi d’un italiano all’altrui cospetto mostra abbastanza, che tutto il signoreggia e volge l’immaginazione. Tutto è in lui parlante ed animato. La sua loquace fisonomia già vi dispinge al di fuori i pensieri e gli affetti che tien chiusi al dentro ed accoglie. Il mover delle ciglia, il vibrar delle pupille, il sollevare le mani, la posizione i moti l’andamento di tutta la persona già vi accennano da lungi quali saranno le sue parole. Apre finalmente le labbra al dire ed ecco che gli escono spontanee le imagini più vive, i tropi le metafore le figure le immagini più leggiadre e vivaci, e all’armonioso succedersi delle sue parole rispondono in grata consonanza i gesti e i movimenti delle membra; […] Maniere son queste che a nostro scherno appellano gli stranieri facili sempre a biasimarsi; e a lodarsi difficili più da teatro che da usar familiare; ma che tali a nostra laude chiamar si possono poiché producono il lusinghiero incanto di una cara ed amabile illusione. Il qual privilegiato talento d’immaginazione non fù egli dagli Italiani superiormente spiegato in que’ generi diversi di poesia e di eloquenza, e in quelle arti tutte in cui più sfoggia e pompeggia? La lirica, L’epica, La drammatica son senza dubbio, dice il Ceretti, que’ generi di poetare dove più trionfa la fantasia. E qual nazione moderna ci ha che possa in essi gareggiar con noi, e mettersi al paro? Petrarca l’immortale Petrarca, che sul primo albore della nascente letteratura amorosa fondò in Italia una lirica sconosciuta ai Romani e ai Greci medesimi, una lirica che sublimemente insegna a farsi scala della umana bellezza per salire alla contemplazione delle eterne bellezze della virtù. Una lirica figlia della più rara sensibilità e del cuor più ben fatto non è egli ancora primo e solo nell’aperto arringo? Qual nazione moderna può contrapporre lirici in numero ed in valore uguali a que’ d’Italia? Al pindarico Chiabrera all’energico Guidi al robusto Filicaja a un fecondo Frugoni che emulatori fortunati di Pindaro e di Orazio levarono altissimo il volo non già sulle fragili cerate penne di Dedalo ma sull’ale italiche di una italica fantasia si spinsero al volo altissimo pel poetico cielo senza che dessero cadendo un nuovo nome al mare?
2. Roma, Biblioteca Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, fondo Luigi Maria Rezzi, ms. 18.I.10, cc. 131r-136v.
A me pare, che a chi prende ad educare nelle prime lettere un nobile e ricco giovanetto ha da intendere a due fini principali. L’uno è d’ammaestrarlo in tutte quelle cose, le quali alla condizione di lui generalmente si convengono, qualunque sia per essere, procedendo gli anni, lo sviluppo dell’ingegno e la scelta degli studj ed delle occupazioni sue. L’altro è d’osservare e conoscere qual indole particolare d’ingegno si vada in lui di mano in mano mostrando, cioè s’egli per potenza e vivacità d’imaginativa manifesti più acconcia disposizione agli studj delle belle lettere o per seria riflessione a quegli delle scienze. In una parola gli insegnamenti d’un ottimo maestro debbon essere di due maniere, l’una generale, e l’altra particolare. La prima è necessaria per due ragioni; e perché ne’ primi anni difficil cosa è di conoscere qual sia per essere l’indole particolare de’ giovanetti; onde sarebbe opera vana l’istruirli in dottrine diverse da quelle che giovino a qualunque de’ varj generi di studj si conosca dappoi a debita stagione esser meglio d’indirizzarli; e perché ci sono cognizioni le quali sono necessarie ed utili ad ogni specie di studj, anzi ne sono il principio e il fondamento.
La seconda maniera poi dee usarsi per cavare con acconcia istruzione maggior frutto dall’indole particolare dell’ingegno, secondandone, diriggendone, e fortificandone la naturale disposizione; ed anche perché oltre all’altezza de’ pensieri e alla bontà migliore del cuore, cui il sapere chi ben vi guardi, suole naturalmente nell’animo umano generare26 è cosa onorevole e vantaggiosa non solo alla società, ma anche ai buoni costumi che le persone ricche e nobili occupino i loro ingegni in qualche genere di bella letteratura o di scienze, aggiungendo per tal guisa allo splendore della nascita e alla gloria degli avi uno splendore e una gloria che sia frutto proprio loro, ed avendo occasione e stimolo d’occupare in utile e piacevole fatica qual tempo che altrimenti, trascinati dalla noja del signorile lor ozio, spenderebbero in inezie, e forse in vituperevoli e scostumati sollazzi. Per la qual cosa io sono di fermo avviso, che abbia a tenersi assai malcontento di sé quell’educatore il quale non abbia saputo conoscere per tempo nel nobile suo allievo l’indole particolare dell’ingegno fornitogli dalla natura e trasfondere in lui un vivo e forte desiderio di seguitarla e d’ornarla con gli studj convenienti.
Ora qual il metodo più facile ed efficace per giungere a questo doppio scopo? Dirò quel che sento: e prima quanto al metodo che riguarda l’insegnamento generale.
Il saper parlare, leggere e scrivere sono le prime cose necessarie ad ogni uomo che viva in società. Ma ad un uomo del volgo non son esse necessarie nella stessa guisa che ad un uomo nato ed educato nobilmente; dappoichè la società assai più richiede, e a buona ragione, da questo che da quello.
V’ha una favella popolare ed una colta. La prima può bastare a quelli, ma non a questo; ch’egli dee parlare coltamente, non popolarmente. La favella colta consiste principalmente in due cose, nella qualità e aggiustatezza cioè dell’espressioni, e nella bellezza e convenienza della pronunzia. A ciò s’oppongono i vizj […] de’ dialetti particolari. Quanto l’educazione italiana è mai in questa parte trascurata! Un ottimo maestro però si guarderà dal cadere in questa negligenza, ed avvezzerà il suo allievo a dipartirsi, parlando, dalle frasi proprie del volgo; ad esprimere i suoi pensieri con proprietà sceltezza e aggiustatezza di termini secondo il linguaggio comune e colto, e con sintassi bell’ordinata guardandosi soltanto da quelle espressioni, che, se si usano con lode scrivendo, pajono e sono affettate nel conversare famigliare. Soprattutto egli ha a prendersi cura di regolar bene la pronunzia delle parole e il suono del discorso. I giovanetti contraggono talora il vizio, di parlar troppo presto o troppo lentamente, di alzare o abbassare di soverchio il suono della voce, di falsificare gli accenti naturali delle voci, i quali accenti sono pure varj secondo i varj dialetti italiani, mentre i soli toscani debbono essere e sono riguardati proprj della favella colta degl’italiani. Tutti questi difetti l’educazione ha da aver cura di notare e correggere appoco appoco senza mai stancarsi. Ne paja esser questa cosa di picciol rilievo, essendochè nell’umano consorzio la bella parlatura ha gran lode e vantaggio maggiore di quello che taluno può imaginare. Quanto più volentieri è ascoltato da tutti e con quanto più d’efficacia non tratta gli affari, chi parla con proprietà, con nobiltà, con chiarezza, con ordine, con vivacità e con grata e conveniente pronunzia, che chi è nel suo dire triviale, imbrogliato, sgraziato e monotono.
A tal uopo gioverà, più che altro esercizio, il far leggere, pronunziare e declamare a senso e con posatezza naturalezza e memoria luoghi scelti d’ottimi prosatori e poeti, e massime per uso del parlare conversevole le lettere del Tolomei, del Caro e le famose de’ letterati Bolognesi del secol XVIII. E per insegnare la buona e conveniente pronunzia degli accenti toscani potrà servire la Prosodia italiana dello Spatafora, la prima parte della Grammatica del Buonmattei, e meglio l’Oppiano volgarizzato dal Salvini che con carattere diverso ha notato la diversa pronunzia delle vocali. È vero che la pronunzia romana è quella che più accosta alla toscana; ma anch’essa ha i suoi difetti che spiacciono e specialmente alcune terminazioni di parole che appunto per antonomasia si chiamano romanesche e la niuna differenza che in più voci fa dell’O largo e dell’o stretto; onde talvolta nascono notabili ambiguità nell’intendere i sensi delle parole.
Quanto allo scriver bene, supposto che il giovinetto abbia appresa buona scrittura di forma dal maestro a ciò destinato, non ha l’educatore da attendere se non che alla buona ortografia, la quale comprende la maniera di scrivere le parole particolari a ciascun linguaggio, e la punteggiatura. Non è gran lode di sapere scrivere con buona ortografia; ma è gran biasimo di non saperlo. I rudimenti del Soresi o gli elementi del P. Soave bastano per insegnare come e con quali e quante consonanti e vocali abbiasi a scrivere ogni parola. A ciò è necessaria l’ortografia del Facciolati, ovvero il Vocabolario o il compendio della Crusca: libri a che si dee avvezzare di ricorrere ne’ casi dubbj. La buona ortografia si guasta pure o si disimpara, leggendo libri di stampa scorretta, e perciò dovrebbesi aver riguardo di mettergli in mano le edizioni più corrette d’ogni libro; oppure dee esser di cura del maestro di avvertirlo degli errori che gli cadranno sotto gli occhi.
Il parlare, il leggere e lo scriver bene sono i primi insegnamenti necessarj che si danno ai giovinetti; ma non si intende con questo, che debbasi mai gli altri studj trascurare e perder di mira. Un ottimo maestro non ha da lasciare giammai di porre in ciò la sua attenzione; perciocchè son esse cose le quali si hanno ad acquistare e sìacquistano più per la continua abitudine, che per particolari lezioni. Questo avvertimento a me pare di grande importanza e perciò non ho voluto ommettere le osservazioni sinqui fatte, quantunque agli studi del giovinetto di cui si parla possono essere assai più avanti che il leggere e scrivere.
Gli altri studj che si convengono generalmente ad un nobile giovinetto, finché non s’abbia potuto scoprire con sicurezza l’indole particolare del suo ingegno, e che sono acconci a svilupparlo e farlo conoscere sono quelli della Grammatica latina e italiana, dell’Aritmetica, della Cronologia, della Geografia, della storia, della Morale, e del bello scrivere in prosa e in verso. E di altre elementari e scientifiche cognizioni che si possono aggiungere. Tocchiamo qualche cosa di tutti siffatti studj.
3. ARSI, 1010/368 (olim Manera 2. XXIV, 2), Dionigi Bianchini a Francesco Manera, Torino, 1826
Io mi congratulo sinceramente colla R.V. per la magnifica composizione del Cavalier Basilico. Io non posso esprimerle con parole la commozione che ne provai nell’animo; mi giovi solamente di dirle che nell’uscire dall’accademia io era tanto turbato nella persona da non poter quasi reggere il passo. Né quest’effetto fu solo proprio di me: tra forse venti persone, colle quali con grande mio contento ho favellato di quell’ode, non ne trovai una sola che non avesse provato il medesimo effetto. Il pubblico non s’inganna: Basilico è poeta, ed è egli veramente poeta, che non mi mette il cuore d’andare a pranzo, prima ch’io non faccia a lei le mie felicitazioni, e ch’io non la preghi di vincere quell’altra sua virtù che dicesi modestia. Gran Dio! Come sta bene un giovane un debole sentire di se congiunto a un valor virile! Ma tocca a V.R. di vincere quella timidezza e di far si che questa scrittura vada subito subito alle stampe. Tutta la scolaresca è avida di averla: mille persone a quest’ora ne parlano, e non sarà sera che tutta la città non brami di vederla. L’ode del maestro della giustizia è cosa perfetta: egli è la più calda, la più commovente, la più filosofica, la più etica di quanto composizione s’intendono mai nell’accademia, ed io le confesso, che mi terrei da molte, se Iddio mi conducesse tanto da scrivere alcun che possa starle vicino. […]
Dionigi Bianchini
4. ARSI, 1010/369 (olim Manera 2. XXIV, 3), Angelo Brofferio a Francesco Manera, Milano, 9 giugno 1825
Colla persuasione, che non te ne sia discara mi faccio lecito d’inviarle una mia canzone col titolo il lamento di Dante. Questo argomento mi è stato da lei proposto, e quindi con maggior calore intrapresi a trattarlo. Non so se mi abbia ragione, ma di questo lavoro a preferenza di ogni altro singolarmente mi compiaccio. Monti me ne ha bene augurato e sta in ora pelo a pelo esaminandolo. Le riflessioni, che la Sig. V.R. Non dubito vorrà favorirmi, via più mi porranno in chiaro, se a soverchia tenerezza paterna la mia predilezione ascrivere si debba. Avrei scritto al nostro Debajer, se il non sapere il suo nome, e la difficoltà di scrivere con ortografia il suo cognome poco italiano, per tema che andasse a vuoto la lettera, non m’avessero trattenuto. Me lo saluti caramente, e lo inviti a scrivermi.
Gradisca Sig. Professore questo tenue tributo del mio rispetto, e della mia gratitudine. Mi richiami qualche volta alla sua memoria considerandomi sempre della S. V. R. onoratissimo servo ed allievo
Angelo Brofferio
5. ARSI 1010/391 [olim Manera 2. XXV, 5], Cosimo Grassi a Francesco Manera, 10 novembre 1825
M.o Rever.do Padre Sig.re P.ron Col.mo
Farei opera dai sacri doveri della gratitudine, se cercassi con parole di sdebitarmi dell’obbligo che mi corre colla P.V. per l’encomio tutto spontaneo, che Ella ha fatto di me e de’ poveri miei scritti nella solenne tornata della Regia Università degli Studi. Basti il dirle, che questo preclaro segno dell’umanità e bontà sua, rimarrà per sempre scolpito nel fondo d’un cuore, che sente i benefizii, e vive della loro memoria; però che vero benefizio mi sono state quelle affettuose parole nella stanca e travagliosa vita, alla quali cogni conforto morale giunge nuovo, insperato, e perciò soavissimo. Ben la severa ragione mi vieta di consentire in quella lode certamente non meritata, ma il cuore parla più forte, e le si apre con piena gioia.
La P.V. ha voluto rinnovellare verso di me quei tratti di generosità e di gentilezza d’animo coi quali l’illustre Compagni di Gesù è da gran tempo usa a favorire e promuovere non solamente le scienze e le lettere ma ben anche i loro cultori comunque sfolgorati dalla fortuna.
Affidato pertanto a così nobili virtù, io prendo ardire ad offerirle una mia operetta della quale arrossisco meno delle altre non per alcun valore che essa abbia o di stile o di dottrina, ma piuttosto per la schiettezza dei sentimenti in essa professati in tempri ne’ quali l’amore e le lodi della lingua italiana, e la ricordanza delle glorio dei Reali di Savoia non erano senza novità e senza pericolo. Con questa sola raccomandazione, e sicure nel retto giudizio della P.V. questo primo saggio de’ miei studii giovanili osa venire al cospetto di Lei, ansioso di essere accolto qual pegno umile ma sincero di tutta riconoscenza, e letto con benigno riguardo al tempo in cui fu scritto. Chè se piacerà a Dio, datore d’ogni bene, di ridonarmi l’amabile salute, io spera ancora di poter venire innanzi a Lei con qualche Opera più degna dell’ambito suo suffragio, che sia testimonio solenne dei sensi d’alta stime e d’intiera devozione co’ quali ho l’onore di protestarmi.
Di V.P.
Torino, il 10 di novembre 1825
Umil.mo e Dev.mo servitore
Grassi
6. ARSI, 1010/393 [olim Manera 2. XXV, 7], Michele Ponza a Francesco Manera, Rivoli, 28 luglio 1829
M.to Onorand.mo e Rev.do Pre.
Penetrato da più caldi sentimenti di riconoscenza e pur ancor di dolcissima inesprimibile consolazione per il favorevole giudizio, che come da taluno mi venne udito. V.P. M.to chiarissima si degnò esternare intorno alle due ultime mie opericciuole, oso venirla disturbando, per rendervene quelle grazie, che maggiori per me si possono, niuna Laude potendo giungermi né più grata, né più onorevole di quella, che muove da cui per gran sorte del Piemonte, e a rande incremento delle Lettere diede Maestro, e Dottore dell’arte del dire in cotesta R. Università.
Con pregare V.P. Rev.d.mo di soler aver la bontà di non isgradire il tenue tributo della mia più ossequiosa considerazione ne’ qui acchiusi esemplari delle due suddette e di altre tre mi operette, non meno che nel manuscritto dei precetti d’umane lettere italiane da me compilati, che assoggetto al fino suo giudizio invocandone i Lumi, ed i consigli; onde a questi, se avverrà, che giuovato ne vengan sa tutto tuttissimo suo bel agio però scrupolosissimamente uniformandomi riuscir possa meno imperfetta, e più utile agli studiosi della lingua italiana questa mia lucubrazione.
Prego Dio, che voglia prolungare il più lungamente possibile i suoi giorni cotante preziosi e necessari ai piemontesi cultori delle buone Lettere, fra i quali me ultimo di rassegnarmi coi sentimenti del più profondo rispetto.
Di V.P. Rev.ma
Rivoli, addì 27 Luglio 1829
Devot.mo Obbligat.mo Ubb.mo Serv.
Sac. Michele Ponza Maestro di 4’ in Rivoli
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1 L’articolo è stato scritto in piena collaborazione; è tuttavia attribuibile a Ludovica Saverna il paragrafo 1 e a Serena Mauriello il 2.
2 Ci si riferisce alla Raccolta di prose a uso delle regie scuole di Tagliazzucchi (Torino, 1734) ma anche alla Scelta di sonetti di Teobaldo Ceva (1735), testo dalla lunga fortuna editoriale, che sono stati del resto individuati come capostipiti del moderno genere antologico. Si ricordino anche l’emblematica Accademia rettorica intitolata Se ne le scuole d’Umane Lettere al comun’uso di scrivere ornatamente in latino, il nuovo ancora aggiungere si debba di scrivere pulitamente il volgare nostro e il discorso Della maniera d’ammaestrare la gioventù nelle umane lettere, nei quali Tagliazucchi interpreta l’uso del volgare come alternativa al monopolio educativo collegiale, che impiegava il latino come lingua principale, ed evidenzia la necessità di superare il carattere esclusivamente propedeutico degli studi di umanità, di renderli oggetto di studi specifici incentivando tra i giovani l’utilizzo della lingua toscana e della letteratura italiana. Di area lombarda è anche la più fortunata antologia settecentesca di letteratura italiana: Le rime oneste […] ad uso delle scuole di Angelo Mazzoleni (Bergamo, 1750). Cfr. Tongiorgi 2011; Tongiorgi 2023, 157.
3 Per il radicato sentimento antifrancese e il “patriottismo linguistico” diffuso fin dal Settecento tra alcuni scrittori e pensatori italiani cfr. anche Fournier e Habicht 2012.
4 Su Rezzi (1785-1857) si vedano: De Longis 2016; Cugnoni 1879; Cugnoni 1886; Novelli 1857; Spezi 1857a; Spezi 1857b; De Cesare 1907; Gnoli 1956; Pinto 1956; Colapietra 1963; Nigro 1996; Di Simone, 2000; Boutry 2002, 740; Saverna 2020; Ead 2026.
5 “Discorso accademico recitato nell’Accademia Tiberina di Roma nel Maggio dell’anno 1816”, BANLC, Fondo Rezzi, ms. 18, I, 10, cc. 32r-37r.
6 Si veda anche Righetti 1911, 103: “Gli scrittori dell’Arcadico, sopra tutti il Betti, collazionarono testi di classici italiani, esumarono inedite scritture del trecento ma fedeli alle teoriche del maestro non limitarono il loro studio al secolo di Dante, lo estesero ne’ successivi ne temettero rivelarsi ammiratori del Bartoli e del Segneri seguendo le orme del Giordani il quale non s’era peritato d’esaltare la gesuitica triade secentista”.
7 Lettera del 20 marzo 1824 da Piacenza Gussalli 1862, 378.
8 Sulla Sapienza durante il periodo della Restaurazione vd. anche Gemelli e Vismara, 1933; Bidolli, 1979-1980; Gasnault 1984; Adorni 1997, 161-178.
9 BANLC, Fondo Rezzi, ms. 38, I, 5, cc. 70r-73r: Prolusione al corso di Eloquenza dell’anno scolastico 1822-1823 recitato nel cominciamento dell’anno scolastico per la cattedra di eloquenza.
10 “Chiarissimo e cortesissimo Signor Professore, Mi è stato caro di vedere nel signor Angelini un gentil giovane, studioso e modesto; ancor più caro per essere discepolo affezionatissimo di V. S. Il.ma, e portatore della sua lettera del 17 luglio. Per la qual lettera io debbo e rendo molte grazie alla bontà di Lei; e principalmente perché mi dà causa e anzi debito di scriverle. È da un pezzo che io desiderava occasione di poterlo fare […] perché volevo ringraziarla del gran bene che fa costì a’ buoni studi, volgendo e ritenendo ad essi una fiorita gioventù di belle speranze. […] Si deve a Lei questo antimuro opposto in Roma alle moderne stravaganze letterarie, che per tutto traboccano. E io voglio esser uno de’ tanti che glie ne fanno ringraziamenti cordiali […].” (Parma, 28 settembre 1846): si veda Gussalli 1862, 365.
11 Cors., Fondo Rezzi, ms. 38, I, 10, c. 42r. Discorso accademico “Recitato nell’Accademia Tiberina di Roma nel Maggio dell’anno 1816”.
12 L’approfondimento e il materiale concernenti il “fondo Francesco Manera” nascono da un lavoro finanziato grazie al Progetto di Avvio alla ricerca dell’Università La Sapienza (2020) che ha dato vita ad una ricerca portata avanti dalle autrici di questo contributo e incentrata sull’attività didattica di Francesco Manera a partire dai documenti d’archivio conservati presso l’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana (APUG) e presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (BNCR). Il lavoro è ora edito in Mauriello e Saverna 2023.
13 Cfr. ARSI, Rom. 1011, II, 5, Torino 20-10-1824, Roothaan a Fortis. Cfr. anche Longe e Pirri 1935; Monti, 1915, 91-102; Chiosso 1994; Di Pol 1994. Su Biamonti vd. Ponte 1968.
14 Il censimento è edito in Mauriello e Saverna 2023.
15 Ibidem.
16 APUG, F.C., 2230/1, c. 20r.
17 ARSI, 1010 XXIV/368 (olim Manera 2. XXIV, 2), Dionigi Bianchini a Francesco Manera, Torino, 1826.
18 Ibidem.
19 ARSI, 1010 XXIV/369 (olim Manera 2. XXIV, 3), Angelo Brofferio a Francesco Manera, Milano, 9 giugno 1825.
20 ARSI, 1010 XXV/391 (olim Manera 2. XXV, 5), Cosimo Grassi a Francesco Manera, 10 novembre 1825.
21 ARSI, 1010 XXV/393 (olim Manera 2. XXV, 7), Michele Ponza a Francesco Manera, Rivoli, 28 luglio 1829.
22 BNCR, GES 1596, c. 93v e APUG, F.C. 2230/1, c. 33v.
23 APUG, FC 2230/2, c. 51r.
24 BANCL, fondo Luigi Maria Rezzi, ms.18.I.10, cc. 32r-37r, si veda la sezione Documenti, dove si può leggere il documento integrale.
25 “Petrarca l’immortale Petrarca, che sul primo albore della nascente letteratura amorosa fondò in Italia una lirica sconosciuta ai Romani e ai Greci medesimi, una lirica che sublimemente insegna a farsi scala della umana bellezza per salire alla contemplazione delle eterne bellezze della virtù. Una lirica figlia della più rara sensibilità e del cuor più ben fatto non è egli ancora primo e solo nell’aperto arringo? Qual nazione moderna può contrapporre lirici in numero ed in valore uguali a que’ d’Italia? Al pindarico Chiabrera all’energico Guidi al robusto Filicaja a un fecondo Frugoni che emulatori fortunati di Pindaro e di Orazio levarono altissimo il volo non già sulle fragili cerate penne di Dedalo ma sull’ale italiche di una italica fantasia si spinsero al volo altissimo pel poetico cielo senza che dessero cadendo un nuovo nome al mare?” Rimandiamo ancora alla sezione trascrizione (BANLC, fondo Luigi Maria Rezzi, ms.18.I.10, cc. 32r-37r).
26 Da “oltre” a “generare” è un piccolo asterisco inserito a lato.

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