Storicamente. Laboratorio di storia

Comunicare storia

Raccontare la Shoah nella scuola primaria?

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Abstract

The article deals with the complex issue of Shoah teaching aimed at primary school pupils. Taking as its starting point the regulatory framework and the guidelines prepared by Italian Ministry of University Education and Research (Miur) in 2018, it intends to offer some examples of "good practices" experimented in schools, without giving up on problematizing not only "why", "how" and "what" to teach, but also the implicit assumption that knowing the past is enough to prevent contemporary racism and anti-semitism.

Didattica della storia e giorno della memoria

Benché avesse già una sua storia alle spalle, la didattica della Shoah è “esplosa” in Italia dopo l’istituzione del Giorno della memoria, nel luglio del 2000. È utile tornare al testo della legge, anche per orientare la nostra riflessione. La legge 211 del 20 luglio 2000 ha infatti istituito il Giorno della memoria in Italia

al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati

Elena Loewenthal, “Contro il Giorno della memoria”, ADD Editore, 2014.
Elena Loewenthal, “Contro il Giorno della memoria”, ADD Editore, 2014.
Ha altresì affidato a non meglio precisati interlocutori, ma “in modo particolare” alle “scuole di ogni ordine e grado” il compito di organizzare “cerimonie, iniziative, incontri e momenti di narrazione dei fatti e di riflessione (…) su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa e affinché simili eventi non possano mai più accadere[1]”.

Da quel momento in poi, la parte più “volenterosa” della scuola si è mobilitata nell’attuazione di progetti per il Giorno della memoria, mentre intorno al 27 gennaio i mezzi di comunicazione tutti dedicano ampio spazio, nella propria programmazione, alla Shoah. Si potrebbe aprire, a questo punto, una digressione sugli aspetti più deleteri che un certo uso pubblico della storia sta producendo a vari livelli: sull’attenzione confinata a quella sola settimana (il 27 gennaio è il giorno della memoria “di chi”? ci chiede Elena Loewenthal (2014) nel suo pamphlet dal significativo titolo Contro il giorno della memoria); sull’apparizione ovunque e a tutte le ore, senza mediazione, come trailer di programmi di vario genere, delle immagini più crude dello sterminio nei campi; sulla Shoah diventata “prodotto di massa” per l’industria editoriale e cinematografica – una Pop Shoah? si chiedono Recchia Luciani e Vercelli (2016) – che ogni anno fa uscire nuovi libri e nuovi film, moltiplicando l’offerta, ma con un’attenzione alla qualità non sempre all’altezza della sfida.

La memoria della Shoah come ‘antidoto’ al “dovrebbero bruciarli vivi”

Limitiamoci invece a considerare l’assunto implicito della legge. Le parti del testo che ho evidenziato in corsivo ci inducono a ritenere che la conservazione della memoria prevenga il ripetersi della catastrofe, secondo l’equazione “Per non dimenticare = Mai più”. La memoria della Shoah sarebbe un antidoto contro il razzismo e l’antisemitismo, ovvero conoscere il passato indurrebbe a una “maturazione morale” degli allievi. Ma siamo sicuri che sia proprio così? O non c’è piuttosto qualcosa che, in questi passaggi, si inceppa? [2]

A tal proposito è significativo come il collega Carlo Scognamiglio, docente di storia e filosofia in un liceo romano, apre le proprie riflessioni intorno alla didattica della Shoah. È il racconto di una mattinata scolastica in cui molti di noi si potrebbero riconoscere:

Carlo Scogliamiglio, “Insegnare la catastrofe. Discorso sulla didattica della Shoah”, Stamen, 2017
Carlo Scogliamiglio, “Insegnare la catastrofe. Discorso sulla didattica della Shoah”, Stamen, 2017
Poco più di dieci anni fa, in una classe prima di un istituto superiore della periferia romana, accadde un episodio inquietante. Era il 27 gennaio, e tutti i docenti avevano stabilito di riorientare la propria didattica per ricordare e riflettere sui più tragici eventi della nostra storia recente. Ci furono lezioni di approfondimento e dibattiti nelle classi, la proiezione di un film e ancora un po’ di discussione. Intorno alle ore dodici, alcune studentesse cominciarono spontaneamente a rievocare come già nelle scuole medie inferiori avessero avuto l’opportunità di incontrare personalmente i testimoni delle persecuzioni nazifasciste, e iniziarono a condividere con i compagni le esperienze di didattica della Shoah da loro vissute nel proprio percorso scolastico. Minuto dopo minuto, cresceva la commozione, una dopo l’altra le ragazze cominciarono a piangere. Tutti avevano gli occhi lucidi. L’emergere di un’empatia con le vittime aveva contaminato anche coloro che ascoltavano per la prima volta quelle storie. Io ero in aula, insieme a una collega. Temendo di non riuscire a gestire una situazione emotivamente così vibrante, provai a dedicare l’ultima mezz’ora della mattinata a una discussione su temi d’attualità meno coinvolgenti, invitando i ragazzi a ragionare sui problemi del proprio quartiere e della città di Roma. Dopo soli dieci minuti, il discorso scivolò sulla questione dei campi nomadi e sulla presenza di comunità etniche eterogenee nel nostro territorio. Il pianto che poco prima aveva fatto tremare gli occhi delle ragazze si era subito tramutato in rancore, e le parole di solidarietà si voltarono, nel giro di dieci, quindici minuti, in espressioni violente, e tra uno sfogo e l’altro sentii pronunziare anche la terribile frase: “dovrebbero bruciarli vivi”. Ecco. Non riesco a dimenticare quella giornata. Per anni ho vissuto con la sensazione che ci fosse qualcosa di inadeguato nel nostro modo di raccontare le tragedie del passato. Come se troppo debole risultasse l’impatto pedagogico delle molteplici iniziative promosse o i libri consigliati o commentati in classe. C’è qualcosa, nella nostra didattica della Shoah, che non coglie nel segno, che non riesce a favorire una maturazione morale. (Scogliamiglio 2017, 15-16)[3]

Il racconto coglie un elemento essenziale e ci fa interrogare. Se ciò che si fa comunemente nelle scuole è “inadeguato” alla sfida della maturazione morale dei nostri studenti, qual è allora un modo adeguato? E come declinarlo nella scuola primaria?

Il Ministero della pubblica istruzione sta da tempo dedicando risorse ed energie preziose per formare i docenti alla “didattica della Shoah”[4]. Nel 2018, in occasione dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali, sono state emanate le Linee Guida Nazionali “Per una didattica della Shoah a scuola” (MIUR 2018). Come già le precedenti linee guida elaborate dalla Task force dell’ITF (International Task Force for Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research) questo nuovo documento riprende gli interrogativi che dovrebbero precedere la decisione di intraprendere un qualsiasi intervento formativo, ovvero “perché”, “cosa” e “come” insegnare un qualsiasi contenuto di apprendimento[5]. Nel caso dell’“argomento” Shoah, la risposta a queste domande ci permette di fare qualche considerazione.

Perché insegnare la Shoah

Le Linee Guida definiscono la Shoah – “ossia il progetto di sterminio sistematico degli ebrei” - “un evento storico (…) che non può e non deve essere ignorato”. Il testo rimarca l’importanza del termine “storico”: l’evento è umano e rappresenta il “paradigma di altri genocidi e atrocità di massa”. Ne vanno indagati tutti gli aspetti concreti, tutta la complessità, per evitare di dare letture metastoriche: “la contestualizzazione puntuale e l’esame dei fatti storici restano fondamentali e imprescindibili”. Ma, si aggiunge, “la peculiarità dello scarto tragico e l’enormità dei fatti accaduti fanno sì che l’attenzione non si esaurisca mai nella sola dimensione storica” (MIUR 2018, 4-5). Il testo si sposta infatti immediatamente dalla storia al campo dell’educazione civile e morale delle giovani generazioni:

Insegnare la Shoah può rappresentare una straordinaria occasione pedagogica, anche in relazione al nostro presente. Addentrarsi con lucidità nella complessità di questi eventi è un’operazione significativa in riferimento al presente, nel tentativo di sviluppare gli anticorpi necessari per riconoscere e combattere le nuove manifestazioni di discriminazione, sopraffazione, razzismo e risorgente antisemitismo, come sappiamo – purtroppo – ancora oggi in agguato; per capire come l’intolleranza verso qualcuno sia sempre sintomo di un’intolleranza e di una violenza più generalizzata (5).

Di più

Quel passato può e deve essere analizzato, compreso, spiegato nel suo aberrante sviluppo anche per imparare a cogliere con prontezza tutti i segnali di allarme e di pericolo che continuano a mettere a rischio lo sviluppo della vita civile e democratica e il rispetto dei fondamentali diritti umani. Mai come in questo caso scomporre il passato e cercare di comprenderlo aiuta a capire e vivere il presente. È un modo per imparare ad esercitare nella nostra società una cittadinanza attiva e consapevole. Sappiamo bene che la democrazia senza educazione non si regge (6).

Alla storia viene affidato il compito di far scoprire di quali “influssi” ed “effetti nefasti” è capace il razzismo.

Ogni episodio di cronaca segnato da manifestazioni di intolleranza, razzismo e antisemitismo da parte di giovani che stanno vivendo la loro esperienza scolastica mette in crisi gli educatori e pone di nuovo il problema di cosa fare, di come agire, perché la lezione del passato sia compresa davvero, perché la conoscenza non resti fine a sé stessa, ma aiuti a crescere, a gestirsi, a criticarsi e amarsi (6).

Difficile non ravvisare, in queste parole, le preoccupazioni da cui ci siamo mossi e il ricorso all’equazione “Per non dimenticare = Mai più”.

“Cosa” e “Come” insegnare la Shoah nella scuola primaria

Le Linee Guida non elencano contenuti da dover necessariamente trattare per poter affrontare l’“argomento” Shoah[6], ma invitano ad operare una “riflessione preliminare sulle ragioni, sulle motivazioni e, talvolta, sullo scopo specifico del proprio studio” (7). La scelta di contenuti e testi di riferimento, in una bibliografia che è ormai vastissima, non può che derivare da questa riflessione. Due sole sono le indicazioni suggerite: porre attenzione alla specificità della Shoah italiana nel contesto complessivo del progetto genocida e contestualizzare la presenza delle comunità ebraiche nella storia europea di lungo periodo. Si sottolinea infatti come, nella realtà ormai multietnica delle nostre classi, occorra ricercare una “modalità di presentazione dei fatti in cui le culture si incontrano e si scontrano positivamente, nell’ambito di una storia universale” e “nella prospettiva della lunga durata” (7). Si rimarca, inoltre, la necessità di estendere la trattazione dell’argomento a “tutto il curricolo (…) non soltanto ai momenti in cui la normativa prevede lo studio del periodo storico specifico” e “non soltanto nelle occasioni celebrative” (8).

È nella sezione “Come insegnare la Shoah” che le Linee Guida pongono attenzione ai diversi gradi di scuola. Premesso che, fra le molteplici possibilità didattiche, le scelte “vanno commisurate (…) all’età” ma anche “alla sensibilità degli studenti”, si suggeriscono:

un’attività di ricerca e riflessione sviluppata nel corso del curricolo in maniera adeguata all’età e alle classi di riferimento, l’individuazione di occasioni significative di formazione e di approfondimento, formali o informali (che sempre più numerose vengono offerte a livello locale, nazionale e internazionale), l’approccio interdisciplinare e l’apporto di diverse modalità comunicative (6).

Per tutti i gradi di scuola si auspica un

coinvolgimento diretto degli studenti nella ricerca delle fonti, nell’indagine dei fatti, nello sviluppo delle storie di vita e nella rielaborazione creativa dell’enorme varietà delle forme espressive (6).

ma, volgendo l’attenzione ai giovanissimi, si specifica che

La moderna pedagogia e l’esperienza didattica internazionale hanno (…) individuato per i bambini delle scuole primarie modalità di approccio graduali e non traumatiche, che privilegino vicende in cui i protagonisti si salvano, testimoniando valori positivi di speranza e fiducia negli altri e nella vita (7).

Dalle Linee Guida emerge chiaramente come sia rischioso proporre nella scuola primaria percorsi didattici che vertano attorno ai campi di sterminio e alla politica genocidaria del nazismo. In altre parole, per dirla con lo storico francese Georges Bensoussan (2013):

Non si può mostrare ai bambini Treblinka perché è una memoria troppo pesante, troppo dura da portare e finisce per colpevolizzarli. Si può, anzi si deve, insegnare loro cosa c’è intorno alla Shoah, cosa sono il razzismo o l’intolleranza. Alle elementari puoi parlare di Anna Frank. Delle camere a gas, no.

Dalla teoria alla pratica

Cercando di calare nella pratica didattica i suggerimenti indicati dalle Linee Guida – che riprendono, in questo, l’impostazione proposta dallo Yad Vashem – i percorsi indicati per la scuola primaria sono quelli che vertono sulle leggi razziali e le discriminazioni, sulle vicende dei cosiddetti “bambini nascosti”[7] e sulle storie esemplari di “giusti fra le Nazioni”[8]. Nella pratica scolastica, questi percorsi sono spesso arricchiti, laddove ancora possibile, dal ricorso al prezioso incontro coi “testimoni”, che offre il “valore aggiunto” dell’immediata empatia, ma che vanno preparati con accuratezza e sensibilità.

Sulle modalità per presentare questa difficile tematica nelle scuole, la rete degli istituti di storia della Resistenza si sta interrogando da anni. L’ultima Summer school organizzata dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri aveva per focus proprio la “Didattica della Shoah”. Una delle caratteristiche metodologiche che contraddistinguono tutte le proposte didattiche della rete è quella di puntare su un approccio laboratoriale, anche se l’offerta formativa comprende, in alcune regioni, l’organizzazione di viaggi della memoria e la predisposizione di concorsi tematici. Consiglierei di prendere contatto con l’istituto territorialmente più vicino per avere informazioni puntuali. In questa sede vi rimanderei ai percorsi, tutti rigorosamente sperimentati, che sono apparsi sulla rivista online di didattica della storia Novecento.org. Può essere utile consultarli per riproporli in classe, o per trarne spunti utili a una rielaborazione personale.

Lia Levi, Una bambina e basta, edizioni e/o, 2020
Lia Levi, Una bambina e basta, edizioni e/o, 2020
Tutti riguardano, va da sé, l’ambito della storia[9]. Per quanto riguarda la scuola primaria, è dedicato al tema delle discriminazioni seguite all’emanazione delle leggi razziali il laboratorio “Bambini e basta. 1938: ‘Via da scuola, sei ebreo!’” [10] (Febbraro e Manera 2014).

Partendo dalla lettura del celebre racconto di Lia Levi (1997), il laboratorio – articolato in più momenti e luoghi – prevede l’utilizzo del fondo archivistico Diari della vita di scuola del 1937-38 e del Diario scolastico 1938-39 di Elena Ottolenghi, conservato presso l’Istituto di Torino, ma accessibile anche online[11]. Prendono invece spunto dal rapporto con uno speciale “testimone”[12], Franco Debenedetti Teglio, gli articoli pubblicati da Elena Mastretta (2017) sotto forma di intervista in due parti dal titolo “Il bambino nascosto”[13]. Una riflessione teorica sulla didattica della Shoah alla scuola primaria si ha, ad opera della stessa autrice (Mastretta 2019), nell’articolo “Spiegare le leggi razziali ai bambini”[14].

Franco, Luisa e Silvana Levi
Franco, Luisa e Silvana Levi

In qualche caso, la lunga pratica laboratoriale ha portato alla pubblicazione di preziose risorse didattiche. Ne vorrei segnalare in particolare due, esemplificative di percorsi didattici di eccellenza. Il primo è il libro che Maria Bacchi e Fernanda Goffetti (2011) hanno dedicato alla figura di Luisa Levi, una ragazzina mantovana che subì la deportazione e morì nel campo di Bergen Belsen. Nel volume, dopo una parte introduttiva di saggi, sono presenti delle accurate schede didattiche che permettono di conoscere la famiglia Levi e seguirne le sorti a partire dalle leggi razziali sino alla morte di quasi tutti i suoi componenti. Accuratamente studiate, tali schede sono suddivise fra un primo percorso, destinato alla scuola primaria, che si arresta allo scoppio del conflitto mondiale, e un secondo percorso, pensato per la secondaria di primo grado, nel quale prosegue la trattazione storica affrontando anche il tema della persecuzione delle vite dei membri di questa famiglia. Il testo è fruibile a vari livelli e permette davvero ad ogni insegnante di scegliere e adattare il percorso alle proprie esigenze. Uno dei laboratori didattici che più mi impegnano durante l’anno scolastico è tratto proprio da questo libro[15].

Liliana e la sua stellina. La storia di Liliana Segre raccontata dai bambini, People, 2020
Liliana e la sua stellina. La storia di Liliana Segre raccontata dai bambini, People, 2020
Il secondo volume che inviterei a consultare è Eri sul treno per Auschwitz?, in cui Donatella Giulietti (2013), già docente comandata presso l’Istituto di storia contemporanea della provincia di Pesaro e Urbino, ha sistematizzato la sua lunga e preziosa esperienza di didattica della Shoah. L’input, nel suo caso, è derivato dalla consuetudine di rapporto con un testimone privilegiato, Cesare Moisé Finzi, più volte invitato nelle classi a testimoniare la propria esperienza. Anche in questo volume, al percorso didattico sperimentato nelle scuole primarie e secondarie di primo grado e documentato dall’apparato di schede che costituisce tutta la seconda parte del libro, si è voluto accompagnare un ricco corpus introduttivo con saggi di riflessione storiografica e pedagogica.

Il libro ha per titolo Eri sul treno per Auschwitz?, perché, come racconta Giulietti, questa è una delle prime domande che i bambini pongono al “testimone”. La scelta di non affrontare con gli studenti più giovani la storia dei campi di sterminio non ci esime dall’essere preparati alle domande che, grazie agli infiniti stimoli che attorno al Giorno della memoria giungono anche ai più distratti, possono arrivare dai nostri allievi. Quanto maggiore sarà la nostra preparazione sull’argomento, tanto più corrette saranno le risposte che riusciremo a fornire. L’accortezza di non fornire inutili dettagli o informazioni maggiori di quelle richieste va comunque accompagnata alla scelta di termini storicamente precisi. Del resto, negli ultimi tempi sono usciti prodotti editoriali che raccontano le vicende di bambini o ragazzi che dai lager sono riusciti a tornare.

Liliana Segre, “scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria”, Piemme, 2018.
Liliana Segre, “scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria”, Piemme, 2018.
Mi riferisco, in particolare, ai libri riguardanti la senatrice a vita Liliana Segre e le due sorelle Andra e Tatiana Bucci. Fra le proposte editoriali basate sulla loro storia, ve ne sono alcune destinate proprio ai lettori più piccoli[16]. Sulle sorelle Bucci è stato addirittura prodotto un cortometraggio animato mandato in onda sulle reti Rai[17]. Si tratta, in questo caso, di storie “a lieto fine”, che raccontano di un possibile ritorno persino dall’inferno di Auschwitz. Gli aspetti più crudi dell’esperienza concentrazionaria vengono risparmiati, ma invito comunque gli insegnanti che intendessero servirsene, a prepararsi e preparare il percorso con cura[18].

Immagine tratta dal film “La stella di Andra e Tati”, di Alessandra Viola e Rosalba Vitellaro, Direzione artistica Annalisa Corsi, 2018
Immagine tratta dal film “La stella di Andra e Tati”, di Alessandra Viola e Rosalba Vitellaro, Direzione artistica Annalisa Corsi, 2018

È possibile insegnare la Shoah ai bambini? Tra “effetto saturazione” e buone pratiche

Torniamo dunque alla domanda fondamentale: “perché” insegnare la Shoah? In questi anni mi sono imbattuta in situazione diversificate. Nei casi peggiori (ci sono anche le “pessime pratiche”) a gennaio arriva in Istituto la fatidica telefonata: “Cosa offrite alle scuole per la Giornata della memoria?”. Si tratta di realtà scolastiche – a dire il vero più nei gradi successivi di scuola che alla primaria – che sentono di dovere ottemperare all’“obbligo di legge” che impone la “celebrazione” e si ingegnano in progetti di plesso che includono: visioni occasionali di film, con nessuna ricaduta didattica; richiesta di “testimoni” da accompagnare in qualche aula magna a raccontare la propria esperienza; ricorso a interventi di “esperti” esterni per attività concentrate tutte attorno al 27 gennaio, con adesione indifferenziata di tutti gli insegnanti, senza programmazione didattica specifica. Si perdonerà la franchezza, ma piuttosto di attività posticce svolte tanto per tacitare la coscienza, meglio non fare nulla. È questo tipo di approccio che porta, negli anni, all’effetto “saturazione” per cui, arrivati alla fine della secondaria di secondo grado, molti ragazzi dicono di “non poterne più” di sentir parlare di Shoah. La domanda, di fondamentale importanza, sul “perché” si voglia intraprendere un percorso didattico sulla Shoah, va posta innanzitutto a se stessi.

È dunque è possibile insegnare la Shoah ai bambini? Sì, ci dicono le esperienze di “buone pratiche”, ma

è importante farlo con il giusto approccio, ovvero con gli strumenti più adatti alle loro capacità cognitive, emozionali, quelli che servono ad alimentare la conoscenza e la competenza interpretativa. […] il percorso didattico si sviluppa a partire dalla costruzione graduale di quei concetti che stanno “intorno” alla Shoah e che consentono, in una prospettiva curricolare, di affrontare conoscenze storiche via via sempre più complesse

con la consapevolezza che ci si deve muovere anche sul piano emotivo e che si deve

tenere in equilibrio due aspetti indispensabili dell’apprendimento: da un lato il coinvolgimento emotivo, dall’altro l’interesse, la motivazione a conoscere, a indagare il passato con gli strumenti della storia (Giulietti 2013, 75). 

Come si diceva, purtroppo non basta “conoscere il passato” per essere certi che si creino “gli anticorpi necessari per riconoscere e combattere le nuove manifestazioni di discriminazione, sopraffazione, razzismo e risorgente antisemitismo”, che tutti noi vorremmo inoculare ai nostri studenti. Se vogliamo che la “didattica della Shoah” sia “un’operazione significativa in riferimento al presente” (MIUR 2018, 5), il percorso che dobbiamo pensare non può che essere: 1) di lungo periodo, in un’ottica curricolare; 2) bilanciato fra sfera cognitiva e sfera emotivo-relazionale. Un percorso in cui trovino, sì, posto le attività laboratoriali di conoscenza storica, ma anche un lavoro sulla decodifica delle emozioni proprie e altrui, sulle competenze relazionali e la comunicazione, sulla gestione dei conflitti, insomma sull’insieme di quelle che la teoria del Cooperative Learning chiama “abilità sociali” e che, a mio avviso, andrebbero insegnate in ogni caso. Anche a prescindere dall’“argomento” Shoah. Sono quelle i veri anticorpi che possono favorire quella maturazione morale dei nostri studenti che noi tutti vorremmo.


Bibliografia

  • Bacchi, Maria e Fernanda Goffetti, cur. 2011. Storia di Luisa: una bambina ebrea di Mantova. Mantova : Gianluigi Arcari.
  • Bacchi, Maria, e Nella Roveri, cur. 2016. L’età del transito e del conflitto. Bambini e adolescenti tra guerre e dopoguerra 1939-2015. Bologna: il Mulino.
  • Bensoussan, Georges. 2013. “Non si può insegnare.”, La Stampa, 23 gennaio. https://www.lastampa.it/cultura/2013/01/23/news/non-si-puo-insegnare-1.36131114
  • Bucci, Andra, Tatiana Bucci, e Alessandra Viola. 2020. Storia di Sergio. Novara: Rizzoli.
  • Febbraro, Flavio, e Enrico Manera. 2014. “Bambini e basta. 1938: ‘Via da scuola, sei ebreo!’”, Novecento.org 2 (giugno). doi: 10.12977/nov26.
  • Giulietti, Donatella, cur. 2013. Eri sul treno per Auschwitz?: strumenti per raccontare la Shoah ai bambini, Pesaro-Rimini: ISCO-Fulmino.
  • Levi, Lia. 1997. Una bambina e basta. Roma: E/O.
  • Loewenthal, Elena. 2014. Contro il giorno della memoria. Torino: add editore.
  • Maida, Bruno. 2013. La Shoah dei bambini. La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia. 1938-1945. Torino: Einaudi.
  • ———. 2017. L’infanzia nelle guerre del Novecento. Torino: Einaudi.
  • Marcellini, Carla. 2014. “Testimoni a scuola. Una riflessione sull’uso delle fonti orali per la didattica della storia”, Novecento.org 3 (dicembre). doi: 10.12977/nov42.
  • Mastretta, Elena. 2017. “Il bambino nascosto, Novecento.org 7 (febbraio). doi: 10.12977/nov168.
  • ———. 2019. “Spiegare le leggi razziali ai bambini, Novecento.org 12 (agosto). doi: 10.12977/nov303.
  • MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). 2018. Linee Guida Nazionali “Per una didattica della Shoah a scuola”. Roma: Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. https://www.miur.gov.it/-/linee-guida-nazionali-per-una-didattica-della-shoah-a-scuola
  • Olivieri, Nadia. 2020. “Storia di Luisa. Una bambina ebrea mantovana, Novecento.org 13 (febbraio). doi: 10.12977/nov320.
  • Olivieri, Nadia, Elena Mastretta, e Chiara Nencioni. 2020. “Formarsi sulla didattica della Shoah: un ventaglio di esperienze”. Novecento.org 13 (febbraio). doi: 10.12977/nov311.
  • Pisanty, Valentina. 2020. “Che cosa è andato storto? Le politiche della memoria nell’epoca del post-testimone”. Novecento.org 13 (febbraio). doi:10.12977/nov309.
  • Recchia Luciani, Francesca R., e Claudio Vercelli, cur. 2016. Pop Shoah? Immaginari del genocidio ebraico. Genova: il melangolo.
  • Scognamiglio, Carlo. 2017. Insegnare la catastrofe. Discorso sulla didattica della Shoah. Roma: Stamen.
  • Scuola primaria “Odoardo Giansanti”. 2020. Liliana e la sua stellina. La storia di Liliana Segre raccontata dai bambini. Gallarate: People.
  • Segre, Liliana. 2018. Scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria. Milano: Piemme.
  • Stein, André. 2013. Hidden Children. Forgotten Survivors of the Holocaust. New York: Penguin Books.
  • Studenti classi V - Scuola primaria IC Verolengo. 2018. Tullio e i giusti del Canavese. La vera storia di Tullio Levi raccontata dai bambini per tutti i bambini. [S.l.]: [s.n.].
  • Tagini, Paolo. 2011. “‘Le prefazioni di una vita’. I bambini ebrei nascosti in Italia durante la persecuzione nazifascista”. Tesi di dottorato, Università degli studi di Verona.
  • Viola, Alessandra, e Rosalba Vitellaro. 2019. La stella di Andra e Tati. Novara: De Agostini.

Note

1. Il corsivo è mio. Il testo della legge è reperibile facilmente online sul sito del Parlamento italiano: https://www.camera.it/parlam/leggi/00211l.htm. Il presente intervento si concentrerà esclusivamente sulla Shoah, tragico epilogo delle persecuzioni e delle deportazioni ai danni dei cittadini di religione ebraica. La legge, tuttavia, non fa riferimento solo al “popolo ebraico”, ma anche ai “deportati militari e politici”, su cui pure è possibile indagare in classe coi bambini. Grandi assenti dal testo di legge, benché perseguitati anch’essi per motivi razziali, sono invece i rom e i sinti italiani, le cui vicende richiederebbero una approfondita riflessione a parte.
2. All’ultima Summer School organizzata dall’Istituto nazionale Ferruccio Parri, dedicata alla “Didattica della Shoah” (Assisi, 29-31 agosto 2019), Valentina Pisanty si chiedeva proprio Che cosa è andato storto?; vedi Pisanty 2020.
3. Il corsivo è mio.
4. Un breve e parziale report di alcune fra le più significative azioni formative messe in campo dal Miur è in: Olivieri, Mastretta, e Nencioni 2020. Vd. http://www.novecento.org/la-didattica-della-shoah/formarsi-sulla-didattica-della-shoah-un-ventaglio-di-esperienze-6352/.
5. Di questo primo interessante lavoro di riflessione sono ancora consultabili i documenti – suddivisi, appunto, nelle sezioni “perché”, “cosa” e “come” insegnare l’Olocausto – nell’archivio del Ministero della pubblica istruzione al link https://archivio.pubblica.istruzione.it/shoah-itfitalia/ewg.shtml.
6. In questo si discostano dalle precedenti linee guida (vd. sopra alla nota 5), che avevano elencato una serie di argomenti storici correlati allo studio della Shoah che comprendevano: l’antisemitismo; la vita degli ebrei in Europa prima dell’Olocausto; le conseguenze della Prima guerra mondiale; l’ascesa dei nazisti al potere; la dittatura nella Germania nazional-socialista; gli ebrei nel Terzo Reich; le prime fasi della persecuzione; i primi campi di concentramento; la reazione mondiale; la Seconda guerra mondiale in Europa; ideologie e politiche razziste del nazismo; il programma di “Eutanasia”; persecuzione e assassinio degli ebrei; persecuzione e assassinio di vittime non ebree; reazioni ebraiche alle politiche naziste; i ghetti; gli squadroni della morte; l’espansione del sistema dei campi; i luoghi di eliminazione; il collaborazionismo; la resistenza; il salvataggio; nuovamente la reazione mondiale; le marce della morte; la liberazione; i processi del dopoguerra; i campi dei dispersi e l’emigrazione.
7. Il termine indica tutti quei bambini e adolescenti che furono costretti a vivere “nascosti”, appunto, per sottrarsi alle persecuzioni e alle deportazioni. Fino agli inizi degli anni ’90 le loro vicende, ritenute da essi stessi poca cosa in confronto ai racconti dei campi di sterminio, furono ignorate: Stein 1993. Eppure, le conseguenze determinate dalla paura, dall’isolamento, dall’impossibilità di frequentare coetanei sulla crescita di questi “testimoni” sono state rilevanti e, negli ultimi anni, riconsiderate con attenzione anche dagli studiosi: Tagini 2011; Maida 2013. Più in generale, sull’infanzia in guerra, si vedano anche: Bacchi e Roveri 2016 e: Maida 2017.
8. Le storie di “bambini nascosti” si incrociano spesso con quelle dei “giusti fra le Nazioni”, persone che, a rischio della propria vita, hanno dato soccorso a loro e alle loro famiglie. Un bell’esempio di lavoro in classe su queste tematiche è quello presentato dalle classi V della scuola primaria dell’IC di Verolengo al Concorso nazionale Miur “I giovani ricordano la Shoah”. Vincitore per la Categoria Scuola primaria nella Regione Piemonte, l’elaborato è stato successivamente pubblicato; vedi: Studenti classi V 2018.
9. Vi sono certamente moltissimi altri esempi di buone pratiche, basati sull’utilizzo, come suggerito dalle stesse Linee Guida, di una pluralità di diversi linguaggi come l’arte, la poesia, la musica, creazioni letterarie o digitali. La creatività e l’esperienza degli insegnanti sono davvero infinite. Rimando per questo ad almeno due autorevoli portali, quello dello Yad Vashem (https://www.yadvashem.org/) e il portale “scuolaememoria” del Miur (https://www.scuolaememoria.it/ ), che nelle sezioni dei materiali, riportano esempi, bibliografie, filmografie ecc. Segnalo inoltre che il sito di Laura Fontana (http://www.fontana-laura.com/) responsabile per l’Italia del Mémorial de la Shoah di Parigi, contiene materiali riguardanti anche la persecuzione di rom e sinti, su cui esistono pochissime esperienze didattiche in Italia.
11. I Diari si possono consultare agli indirizzi: http://www.metarchivi.it/dett_documento.asp?id=9020&tipo=FASCICOLI_DOCUMENTI (per i diari del 1937-1938) e http://www.metarchivi.it/dett_documento.asp?id=9021&tipo=FASCICOLI_DOCUMENTI (per i diari del 1938-1939). Molto altro materiale è stato prodotto dall’Istoreto in occasione dell’80° anniversario dall’emanazione; si può esplorare il tutto a partire dalla pagina web: http://www.istoreto.it/approfondimenti/leggi-razziali/.
12. Sull’uso dei testimoni in classe si è interrogata, sulla rivista, la collega Carla Marcellini; vedi Marcellini 2014, in http://www.novecento.org/pensare-la-didattica/testimoni-a-scuola-una-riflessione-sulluso-delle-fonti-orali-per-la-didattica-della-storia-996/.
15. Ho cercato di illustrare la mia proposta in un articolo uscito nei mesi scorsi su Novecento.org; vedi: Olivieri 2020 (http://www.novecento.org/didattica-in-classe/storia-di-luisa-una-bambina-ebrea-mantovana-6138/). Esaurito da tempo, l’intero volume è scaricabile dal sito dell’Istituto mantovano di storia contemporanea al link: http://www.istitutomantovanodistoriacontemporanea.it/wp-content/uploads/2019/03/Storia_di_Luisa.pdf.
16. Le loro preziosissime testimonianze sono state pubblicate in diverse versioni, adatte a pubblici differenziati, anche adolescenti. Sono specificamente destinate a bambini di 9 e 10 anni il volume Scolpitelo nel vostro cuore (Segre 2018) e la trasposizione letteraria del cortometraggio animato La stella di Andra e Tati (Viola e Vitellaro, 2019).
17. Il video non è in vendita, ma si può agevolmente recuperare su Raiplay al link https://www.raiplay.it/video/2018/08/FILM-La-stella-di-Andra-e-Tati-b384236c-2e8c-4e7d-b5bc-ab2eafce4c87.html.
18. Nel lasso di tempo intercorso fra il convegno di novembre 2019 e la redazione di questo resoconto, è stato rieditato il percorso didattico che, sulla base dei racconti di Liliana Segre, una classe quinta di Pesaro ha svolto nell’anno scolastico 2013-2014, elaborando una storia a fumetti dal titolo Liliana e la sua stellina (2020). Andra e Tatiana Bucci hanno invece ripreso con Alessandra Viola (2020) il terribile racconto della sorte del loro cuginetto Sergio, in un volume destinato, però, a lettori delle scuole secondarie di primo grado.