Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Fiume e d’Annunzio. I cento anni di un caso storiografico ancora aperto

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Abstract

The essay aims to examinate the Italian historiography published for the centenary of the “Fiume endeavor” led by Gabriele d’Annunzio. The analysis of the most significant works published during the anniversary allows to reconstruct the paths of the main interpretations and the influence that national memories had on them, identifying new research perspectives and unsolved problems. The purpose of the article is to provide tools that could contribute to a new debate by a transnational perspective.

La questione dannunziana e la storiografia

Il centenario dell’impresa fiumana ha offerto diverse opportunità di aggiornare il dibattito pubblico e storiografico sulla Prima guerra mondiale e le sue conseguenze in Europa. La contesa della città adriatica di Fiume-Rijeka tra Italia e Regno dei serbi, croati e sloveni, con la sua occupazione da parte di una spedizione ribelle di militari italiani guidata da Gabriele d’Annunzio, costituisce uno snodo storiografico che presenta diversi livelli di lettura.

Il caso di Fiume può essere considerato come un episodio emblematico delle crisi confinarie che attraversarono l’area eurasiatica a partire dal biennio 1917-18. In un recente studio sul dopoguerra europeo, Robert Gerwarth inserisce l’occupazione fiumana tra le manifestazioni di malcontento per il nuovo ordine mondiale creato a Parigi (Gerwarth 2017, 216-217). A confronto di altre aree travolte dalle “guerre dopo la guerra”, a Fiume la frattura sembra meno cruenta, ma solo sul breve periodo: come altri avvenimenti del dopoguerra, introdusse lacerazioni e attori che influenzarono profondamente la politica italiana. L’esperienza dannunziana è infatti nota alla storiografia internazionale come momento in cui un artista al potere perfezionò i linguaggi di una nuova politica di massa fondata sull’esasperazione del culto nazionale e che avrebbe ispirato i regimi totalitari (Mosse 2002).

L’opera di Michael A. Ledeen, D’Annunzio a Fiume, costituisce forse quella che ha più influenzato la percezione globale di Fiume dannunziana fino ai giorni nostri (Ledeen 1975). Lo storico statunitense ricostruisce il regime del “poeta” come un’esperienza rivoluzionario-progressista in cui vennero sperimentati linguaggi estetici successivamente adottati dal fascismo. Il celebre volume di Ledeen sintetizza, in realtà, un’interpretazione già diffusa in Italia a partire dagli anni Cinquanta con gli studi di Nino Valeri (1956; 1963). Tale corrente si fonda sui giudizi di una nuova memorialistica dannunziana post-fascista, che intende svincolare l’impresa fiumana dalla mitografia di regime e valorizzare i punti di vista di chi la vide come sfaccettata e palingenetica vetrina di una nuova politica, poi plagiata da Mussolini[1]. Questa lettura nutre successivamente gli studi che Renzo De Felice riassume nel compendio D’Annunzio politico (1978), sulla cui matrice interpretativa si è fondata gran parte della storiografia e della pubblicistica italiane[2].

In Italia, l’affermazione del filone Valeri-De Felice ha gradualmente isolato le interpretazioni differenti. Non si tratta tanto del caso della cronistoria compilata da Ferdinando Gerra, che nonostante il taglio apologetico è tuttora considerata un utile strumento (1963; 1975), quanto del percorso tracciato da Paolo Alatri. Con il saggio Nitti, D’Annunzio e la questione adriatica (1959), e altri studi su d’Annunzio (1980; 1983), Alatri propone un bilancio critico in cui il dannunzianesimo viene svincolato dalle rappresentazioni coeve e contestualizzato come espressione della galassia eversiva, nazionalista e paramilitare del primo dopoguerra.

Sull’interpretazione cultural-psicologica di De Felice e Ledeen si sono saldati diversi approfondimenti sulla convergenza tra dannunzianesimo, mondo intellettuale e avanguardie, poi condensati nella monografia di Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione (2002). La fortuna di questo lavoro ha quindi favorito il consolidamento di una rappresentazione pubblica di Fiume dannunziana come “controsocietà sperimentale”, approccio che ha saputo guadagnare un respiro internazionale, incuneandosi anche in alcune diramazioni della memoria pubblica nella Croazia post-bellica[3]. Si può affermare, dunque, che il filone Valeri-De Felice-Salaris abbia trainato le interpretazioni dell’impresa fiumana fino alla ricorrenza del 2019-20.

Il centenario: nuove piste

Il centenario dell’impresa fiumana ha riacceso l’interesse degli storici, sull’onda lunga degli studi europei sulle conseguenze della Prima guerra mondiale che hanno favorito il graduale ampliamento della prospettiva alle connessioni tra crisi politica, esasperazione delle narrazioni nazionali e ridefinizione dei confini[4]. In Italia la stagione storiografica dedicata al centenario dell’impresa dannunziana è stata significativamente inaugurata da due contributi dedicati alla peculiare identità di Fiume: nel 2017 Giovanni Stelli ne ha tracciato la storia “dalle origini” all’annessione jugoslava; l’anno successivo Raoul Pupo ha dedicato un’importante monografia alle vicende della città nel Novecento, inquadrando Fiume come caso emblematico di quegli “eurasian borderlands” che nell’arco di un secolo hanno conosciuto fratture, migrazioni, risemantizzazioni (Pupo 2018). Poi nel 2019 sono state pubblicate cinque monografie sul tema: due titoli confermano o perfezionano l’interpretazione della rivolta in chiave rivoluzionaria; due ne recuperano la dimensione nazionalista e autoritaria; l’ultimo riassume le questioni sollevate fino a oggi dalla storiografia croata e gli snodi su cui si dovrà confrontare quella internazionale.

La monografia di Giordano Bruno Guerri, Disobbedisco. cinquecento giorni di rivoluzione (2019), è la prima cronistoria dell’impresa fiumana dopo Ledeen e può essere considerata come la trattazione risolutiva del filone Ledeen-De Felice-Salaris. La rivolta è dipinta come l’impulso di un d’Annunzio “patriota e libertario, cultore del passato e celebratore della modernità” che “seppe cogliere e comprendere la profonda ansia di rinnovamento della nuova generazione” (Guerri 2019, 13). L’autore estende all’intero fenomeno fiumano lo stessa interpretazione proposta nella biografia di d’Annunzio (Guerri 2008): l’elemento artistico, psicologico, prosopografico suggerisce un’interpretazione di Fiume come “ribellione generazionale”, attraverso una prospettiva che “aggira” la cultura totalitaria e cerca piuttosto l’onda lunga dell’esperimento fiumano nelle contestazioni globali del mondo contemporaneo (Guerri 2019, 5). Il volume cerca un’esaustiva ricostruzione degli eventi, e pur non distaccandosi dal punto di vista dannunziano, pone l’interpretazione defeliciana di fronte alla prova delle fonti primarie, intercettando nodi insoluti e possibili piste d’indagine.

A pochi mesi di distanza, l’innovativa ricerca di Enrico Serventi Longhi, Il faro del mondo nuovo (2019), dimostra come molto ci sia ancora da dire sulla natura “rivoluzionaria” del fenomeno dannunziano. Sulla scorta della documentazione incrociata per il precedente studio su De Ambris (Serventi Longhi 2011), l’autore identifica l’impresa fiumana come una mobilitazione eversiva con un compiuto sistema ideologico “nazional-socialista”, che a posteriori nutre l’affermazione del totalitarismo. Serventi Longhi propone una coerente anatomia dell’ideologia dannunziana, identificando l’origine della sua tensione antidemocratica in una idealizzata “fusione tra ‘popolo nobile’ e ‘aristocrazia militare’” (Serventi Longhi 2019, 57-58). L’impresa fiumana è ricostruita sotto una lente nazional-rivoluzionaria in grado di ridiscutere il paradigma defeliciano che identifica una fase “moderata” e una “sovversiva” (134).

La revisione del centenario ha portato altresì a un ritorno sulle piste tracciate da Alatri, che portano a riesaminare il caso Fiume come complesso laboratorio di nazionalismo e autoritarismo. La luna di Fiume di Lucio Villari, concentrandosi sulle premesse della rivolta nell’estate 1919, legge il fenomeno come primo tentativo di abbattere – da destra – il sistema democratico in opposizione alle forze neutraliste, moderate, socialdemocratiche.

D’Annunzio viene identificato come ispiratore della cospirazione militare e nazionalista, sulla scorta delle fonti esplorate in un precedente lavoro sulla figura di Sinigaglia (Villari 1991). Secondo Villari, l’occupazione della città contesa è un pretesto per accelerare la destabilizzazione politica del paese (Villari 2019, 73-76, 83). È dunque necessario rivedere gli schemi interpretativi che attribuiscono solo alla mobilitazione bolscevica la crisi politica del dopoguerra, tornando invece sulle forze militariste che cercarono di ostacolare liberalismo e socialdemocrazia in Italia e nella Repubblica di Weimar (93).

Il caso fiumano, analizzato attraverso il punto di vista dei suoi registi, permette all’autore di intessere una riflessione di lungo periodo diametralmente speculare a quella “sessantottina” proposta da Guerri. Se quest’ultimo spiega la successiva convergenza tra d’Annunzio e il fascismo “come una risposta alla crisi del dopoguerra e alle minacce di una rivoluzione comunista, più che come il tentativo di instaurare un totalitarismo” (Guerri 2019, 512-513), per Villari:

L’Italia ha vinto nel 1918 la guerra contro i nemici esterni ma ha innescato quasi subito un tempo da guerra civile (...). Fiume è l’anteprima di una illegalità durata più di un anno. Nel 1922 si svelerà per altra via. Le forze occulte sconfitte a Fiume non sono una imperfezione, un caso della nostra storia. Sono l’antica “destra profonda” dell’Italia (Villari 2019, 40).

Nella monografia Fiume 1919. Una guerra civile italiana, Marco Mondini propone una sintesi articolata in tre macro-tappe: la mobilitazione per la “vittoria mutilata”, la fenomenologia della ribellione, la repressione della sedizione. Integrando precedenti studi sulla politicizzazione dell’esercito italiano (Mondini 2006) al bilancio di Gerwarth, Mondini affronta Fiume come un teatro particolare dei conflitti europei del dopoguerra. La contesa territoriale è anche qui identificata come il pretesto per un conflitto interno e politico tutto italiano, che traghetta il paese “dalla guerra mondiale alla guerra civile” (Mondini 2019, 10, 32, 59). Mondini identifica “la vittoria mutilata” come “uno degli slogan che avrebbe più contribuito ad avvelenare (...) la transizione dalla guerra alla pace” (45). La rivolta dannunziana sarebbe dunque opera di una minoranza militare che, prendendo le mosse dal caso “mediatico” di Fiume, stravolge apertamente la tradizionale apoliticità dell’esercito italiano, preparando il terreno a Mussolini (65-66). Le ragioni della frattura sono indagate attraverso i profili sociali e personali dei militari coinvolti e dei volontari adolescenti cresciuti durante la guerra (78-79).

I quattro contributi segnalati forniscono abbastanza stimoli per avviare un nuovo confronto sul ruolo della crisi di Fiume nella storia d’Italia.

I quattro casi analizzati lasciano intravedere il recupero, da parte della storiografia italiana, di un dibattito critico che restituisce al caso Fiume una prospettiva problematica capace di riconnetterla al contesto europeo. Dal momento che questi nuovi contributi offrono nuovi strumenti interpretativi e esplorano un ventaglio di fonti più ampio e ragionato di quello a disposizione di Ledeen, c’è ragione di sperare che il dibattito si estenda anche sul fronte degli studi internazionali e delle memorie pubbliche europee.

L’opera della storica croata Tea Perinčić, Rijeka or death! (2019), propone, oltre a una cronistoria complessiva dell’impresa dannunziana, un bilancio per collocare criticamente l’episodio nella memoria storica di Fiume-Rijeka e nel solco della narrazione nazionale croata. Perinčić rilegge l’occupazione di d’Annunzio e la campagna irredentista dal punto di una comunità multietnica che subisce, suo malgrado, un esperimento nazionalista e proto-totalitario. L’intento dell’autrice è colmare una lacuna, offrendo al lettore la ricostruzione di un evento “swept under the rug of croatian historiography”, che ha condotto a “political and ideological manipulations and faulty interpretations” (Perinčić 2019, 5). Perinčic confuta la lettura di Fiume dannunziana quale “a luminous beacon of freedom”, che secondo l’autrice distoglie l’attenzione dall’aspetto centrale di quell’esperienza: “d’Annunzio’s sole objective was to secure for his homeland (...) a little more living space on the eastern shore of the Adriatic sea” (9). Perinčić sottolinea inoltre come l’esperienza dannunziana abbia contribuito a quelle forzature nazionaliste che, a partire dalla Prima guerra mondiale, colpirono l’Alto Adriatico e diedero origine agli spostamenti di popolazione forzati o indotti che caratterizzano le dominazioni italiana e jugoslava nel corso del Novecento (206-209). L’espulsione e la marginalizzazione dei fiumani croati durante l’occupazione dannunziana è il più significativo dei numerosi snodi messi in evidenza nel contesto del centenario e che dovranno essere discussi dal nuovo dibattito[5]. Vediamone alcuni.

Una trama da ricucire

La pluralità delle interpretazioni emerse nel bilancio storiografico del centenario ha evidenziato questioni che conferiscono al caso Fiume un ruolo affatto periferico nella storia europea e che meritano di essere riprese in esame.

Il primo snodo è legato al ruolo di d’Annunzio, cui i nuovi contributi restituiscono una piena responsabilità politica. Se l’analisi di Mondini conferisce a d’Annunzio il ruolo di uomo-simbolo di un ingranaggio molto più vasto (Mondini 2019, 47), gli altri autori riconoscono allo scrittore un ruolo molto più pervasivo. Secondo Guerri, l’intera esperienza fiumana può essere ricondotta alla “visione rivoluzionaria” di d’Annunzio: “rovesciare l’Italia conservatrice instaurando la supremazia dell’individuo” (Guerri 2019, 509, 522). Serventi Longhi, dopo aver fornito una ricostruzione innovativa circa l’‘ingaggio” del poeta (Serventi Longhi 2019, 54-58), propone un’articolata ricostruzione del suo disegno aristocratico-sociale che avrebbe guidato l’esperienza fiumana (95-96). Villari gli attribuisce un’autorità da ideologo nazionalista: l’impresa fiumana è il culmine di una lunga parabola intellettuale e personale volta a “contrastare i fondamenti etici di una democrazia italiana allo stato nascente” (Villari 2019, 20). Un giudizio condiviso e così sintetizzato da Perinčić: “the rhetorical artist/poeta d’Annunzio set an out-standing foundation for fascism and nazism” (Perinčić 2019, 201-202).

Un altro aspetto centrale è l’identificazione di Fiume dannunziana come luogo di “festa” – intesa come sospensione della norma – e di emancipazione[6]. Nonostante il suo radicamento nella pubblicistica e nella storiografia, tale interpretazione si fonda su un campione limitato di memorie individuali. Capofila di questo paradigma memorialistico è il legionario Giovanni Comisso, i cui ricordi fiumani (1924; 1928; 1951) vengono chiamati in causa anche in gran parte delle nuove trattazioni qui esaminate. Comisso viene citato per evocare un’atmosfera di euforia libertaria (Guerri 2019, 102-103) o per ammettere un’“atmosfera di anomia” (Mondini 2019, 70). Insomma, sembra indiscussa l’immagine di una città “eccitata (...) dalle droghe, dai divertimenti, dalle coreografie, dalle azioni di commandos” (Villari 2019, 111-136). Anche Serventi Longhi evoca l’“atmosfera festaiola”, analizzando in parte l’origine di questa narrazione nella propaganda avversaria (Serventi Longhi 2019, 164). Nonostante le diverse interpretazioni, manca ancora un sistematico esame critico di questa rappresentazione e delle sue fonti[7].

Lo stesso si può dire sulla questione dell’orientamento della politica dannunziana. La riflessione sui lineamenti progressisti e rivoluzionari, che emergono analizzando la propaganda e la retorica dannunziana o alcuni punti di vista particolari, prevale ancora sul loro esame alla prova dei fatti e sul contesto in cui maturarono. Ciononostante, non mancano nuove prospettive di dibattito, come quelle fornite dalla ricostruzione in chiave rivoluzionaria proposta da Serventi Longhi, o il contributo di Villari che analizza la convergenza tra nazionalismo e sindacalismo rivoluzionario culminata nella Carta del Carnaro anche in relazione alla sua distanza dalla coeva esperienza democratica di Weimar (Villari 2019, 46-47, 130).

Di converso la storiografia italiana sembra dedicare un’attenzione ancora marginale al ruolo della coercizione nel regime dannunziano, nonostante l’intenzione di riempire la lacuna lasciata dalla precedente stagione: anche il bilancio complessivamente benevolo di Guerri include riferimenti alla violenza verso la popolazione neutrale o ostile (Guerri 2019, 163-166, 280-281). Anche gli altri contributi lambiscono soltanto questo aspetto. Mondini sostiene che “la violenza rimase verbale o stampata” e avvalora la rappresentazione “più incline a una villeggiatura disordinata che alla vita spartana di una piazzaforte assediata” (Mondini 2019, 82). Villari identifica nel regime dannunziano il paradosso di “una occupazione basata sulle parole e sulle promesse libertarie (...) e sulle gesta sempre più cupe e morbose di truppe immotivate” (Villari 2019, 70). Secondo Serventi Longhi è possibile identificare, oltre a un concreto esperimento rivoluzionario, anche “un atteggiamento più aperto nei confronti dei rappresentanti slavi e socialisti” (Serventi Longhi 2019, 118). Diverso, tuttavia, è il bilancio di alcuni filoni della storiografia croata o esterna agli studi dannunziani, in cui emerge un clima caratterizzato da prevaricazione, militarismo, xenofobia[8].

Restituire all’analisi storiografica del dannunzianesimo il discorso sul rapporto tra coercizione e consenso significa riaprire il dibattito sul suo rapporto con il fascismo. Nei contributi esaminati non c’è accordo sull’interpretazione consolidata dal filone Valeri-Gentile-De Felice, secondo cui l’esperienza dannunziana viene “plagiata” a posteriori dal regime. Tale interpretazione viene ribadita da Guerri, che spiega la contiguità storica tra i due fenomeni con il fatto che l’esperienza dannunziana sarebbe stata, in sostanza, “inquinata dalla mitologia fascista” e neutralizzata dall’originaria essenza progressista: “da Fiume, il duce prese la liturgia della politica di massa, sperimentata per la prima volta dal Vate” (Guerri 2019, 4). A rafforzare questa lettura, la ricerca di Guerri ribadisce a più riprese la distanza personale tra Mussolini e d’Annunzio (104-110, 510-514). L’articolata ricostruzione di Serventi Longhi conferma la tesi della separazione tra “rivoluzione” fiumana e fascismo, estendendo, tuttavia, il “plagio” fascista anche alla ideologia dannunziana, che il regime spoglia anche dei “caratteri universalistici e sindacalisti” (Serventi Longhi 2019, 156-157, 182-183). In questo caso, tuttavia, l’autore spiega come il fiumanesimo preannunci un modello di società “latina” fondata “sul ridimensionamento della sfera parlamentare” (53), con “elementi di novità che si ritroveranno poi nelle concezioni totalitarie del fascismo-regime e del nazismo” (148-149).

Nessuna soluzione di continuità emerge invece nelle interpretazioni che considerano il caso Fiume come parte di un processo iniziato con l’esperienza dell’intervento e del conflitto. Mondini inserisce la rivolta dannunziana nella fenomenologia di quella “cultura dell’odio” che s’incunea nella politica europea a cavallo della guerra mondiale[9]. I registi dell’impresa intendevano mostrare che in Italia questa cultura “non andava affatto deposta, ma semplicemente indirizzata verso una nuova crociata (...) contro altri italiani”. Quanto all’apparato retorico dannunziano confluito nel fascismo, l’autore identifica in Fiume un esempio emblematico dell’interdipendenza tra “cattivo uso dei media e fine della democrazia” (Mondini 2019, 13).

Villari proietta la riflessione sul lungo periodo, indicando l’esperienza dannunziana come manifestazione di un fenomeno che si allunga sino a oggi, dal momento che “la destra italiana, emersa o sommersa, ha sempre trovato nel linguaggio, nelle tecniche dannunziane nazionalistiche, nel non volerle rielaborare con spirito aperto e critico, le cellule originarie del suo essere” (Villari 2019, 17). Secondo Villari, la figura e l’opera di d’Annunzio dovrebbero trovare una nuova centralità nella didattica e nell’educazione civica, per identificare le radici della sua retorica e della sua mitografia “in quell’incandescente frammento della vita e della cultura del Novecento che fu la guerra” (18). Perinčić, in linea con le premesse della sua sintesi, evidenzia la lunga durata dell’eredità dannunziana: “to celebrate d’Annunzio means to celebrate chauvinism, nationalism, and imperialism, everything abhorred by contemporary Europe” (Perinčić 2019, 10-11).

Le questioni “aperte” sopra segnalate sono solo i punti più significativi di un dibattito che in Italia si sta riaprendo, preparando il terreno ad approcci sempre più transnazionali e a nuove ricostruzioni. A titolo di esempio, rimando ai convegni internazionali Cities and regions in flux after border change, presso l’Università di Fiume-Rijeka, e Fiume 1919-2019. Un centenario europeo tra identità, memorie e prospettive di ricerca, presso la Fondazione Il Vittoriale.

Circa le ricerche in pubblicazione durante la realizzazione di questo articolo, ricordo il numero monografico di “Memoria e Ricerca” intitolato Fiume 1919-20. Uno sguardo internazionale, a cura di Marco Cuzzi e Annarita Gori, dedicato all’impatto politico e culturale dell’esperienza dannunziana nel mondo. Segnalo, inoltre, due saggi in cui l’impresa fiumana viene riesaminata dalle origini, ovvero partendo dall’identità complessa della città che troppo spesso rischia di rimanere sullo sfondo dell’epopea dannunziana[10]. Nella corposa ricerca di Dominique Kirchner Reill, The Fiume crisis, la parabola irredentista e dannunziana viene analizzata attraverso il punto di vista dalla popolazione multietnica di Fiume e alle sue strategie per sopravvivere e prosperare dopo la caduta dell’impero asburgico. Analizzando le scelte e il vissuto della popolazione, il politico appare profondamente connesso all’aspetto sociale e soprattutto economico. In chiusura, mi permetto di segnalare la ricostruzione da me proposta in D’Annunzio e il mito di Fiume, in cui indago l’origine delle liturgie e delle narrazioni dannunziane in rapporto all’identità fiumana e all’evoluzione del contesto politico.

Il campione bibliografico qui analizzato, nella pluralità delle interpretazioni, dimostra come l’impresa fiumana possa essere considerata come uno snodo di storia europea ancora aperto, e la cui onda lunga influenza ancora le categorie dell’antipolitica, del nazionalismo, dei miti di palingenesi sociale, dell’uso pubblico della storia.


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Note

1. Per un esempio significativo di questa stagione memorialistica, rimando a Foscanelli 1952, sulla cui testimonianza si fonda la distinzione tra fiumanesimo e fascismo affermata da Gentile ne Le origini dell’ideologia fascista (1975).
2. Si veda, a titolo esemplificativo gli atti del convegno D’Annunzio politico tenutosi al Vittoriale nell’ottobre 1985 (De Felice, Gibellini, 1985).
3. Tea Perinčić, nel 2010 curatrice della prima mostra sull’impresa fiumana organizzata a Fiume-Rijeka, ha riferito che uno dei problemi fondamentali dell’esposizione era aggirare una nuova narrazione, in fin dei conti simpatizzante, concentrata sugli aspetti libertini dell’occupazione dannunziana (Perinčić 2020, 6).
4. Il percorso può dirsi iniziato con la raccolta di interventi raccolti da Pupo e Todero nel volume Fiume, d’Annunzio e la crisi dello Stato liberale in Italia (2010).
5. Per questo aspetto, generalmente ignorato dalla storiografia italiana, si veda Sobolevski 2003 e Badurina 2019.
6. Tappe significative di questa interpretazione: Isnenghi 1994, 231-237; Salaris 2002, cap. VII; Bru 2018, 84.
7. Circa le rappresentazioni di d’Annunzio e dell’impresa fiumana nell’immaginario e il ruolo della memorialistica e delle scritture private, rimando a Cavassini 2008, Curreri 2008, Leo 2020.
8. Oltre ai contributi già segnalati, si veda Crnković 2019 e l’introduzione al convegno dedicato alla memoria dannunziana nella città di Ronchi dei legionari (Meneghesso, 2019).
9. La cornice interpretativa fa riferimento al processo di “brutalizzazione” identificato da Mosse 1990 (175-199) e alla “couture de la haine” teorizzata da Becker e Audoin-Rouzeau 2002 (212-222). Per comprendere l’evoluzione di questa categoria, utile anche a contestualizzare le interpretazioni del caso Fiume, rimando alle recenti considerazioni di Albanese (2020).
10. Sul rapporto tra identità culturali e narrazioni nazionali a Fiume si veda D’Alessio 2019.