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Il Manifesto Russell-Einstein (1955): scienza, politica e impegno civile di fronte alla minaccia nucleare

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Abstract

The Einstein-Russell Manifesto, made public in 1955, ten years after the advent of the atomic age, can easily be found and read on the internet, and images, audio recordings and various reproductions of the text from its public presentation in London in July 1955 are available, but it seems to have been forgotten in the history of the 20th century. Yet we believe it to be a historically relevant source, as well as one that is once again topical in the current geopolitical context. It is, therefore, a source that deserves to be brought back to attention. 

Il Manifesto Einstein-Russell, reso noto al pubblico nel 1955, a dieci anni dall’avvento dell’era dell’atomica, si può facilmente trovare e leggere in internet e della cui presentazione pubblica, a Londra nel luglio 1955, sono accessibili immagini, registrazioni audio e varie riproposizioni del testo, ma che sembra essere entrato nel dimenticatoio della storia del XX secolo. Eppure, ci pare una fonte storicamente rilevante, nonché di rinnovata attualità nel contesto geopolitico in cui ci troviamo. Una fonte, dunque, su cui vale la pena ritornare.

Portare la conoscenza scientifica al grande pubblico per renderlo consapevole: il potere comunicativo di un manifesto

Il Manifesto fu in primo luogo un’iniziativa di Bertrand Russell, già dagli anni Venti una figura di spicco della società civile e del mondo intellettuale britannico, la cui levatura etica era andata consolidandosi in decenni di critica antimilitarista e impegno pacifista sfociati peraltro in forme di disobbedienza civile non prive di conseguenze penali a suo personale discapito (Russell 1969). Negli anni Cinquanta del ’900 Russell era insomma una figura pubblica, inserito in una rete di relazioni che aveva saputo costruire nel tempo. La sua formazione accademica e la sua biografia gli garantivano un duplice livello di riconoscimento: pubblico, per il suo impegno civile e intellettuale (nel 1950 era peraltro stato insignito del premio Nobel per la letteratura), e scientifico per le sue competenze nei campi della matematica e della fisica. In particolare, Russell mantenne rapporti stretti con alcuni esponenti di quegli ambiti scientifici – fisica quantistica e nucleare in primis – che in virtù della loro rilevanza militare dagli anni Quaranta si trovarono stretti nelle maglie della guerra mondiale prima e della Guerra fredda poi. Questo ricco bagaglio di capitale culturale e sociale, per dirla bourdieusianamente, gli consentì di assumere con successo il ruolo del mediatore tra mondo della scienza e società civile, come di fatto avvenne con l’iniziativa del Manifesto.

L’intenzione sottesa al Manifesto risiedeva infatti nella volontà di compiere un atto comunicativo con cui raggiungere il più vasto pubblico possibile per renderlo consapevole di ciò che gli scienziati coinvolti nella ricerca sul nucleare avevano oramai ben capito, ossia che l’atomica costituiva la più drammatica minaccia alla sopravvivenza della vita umana sul pianeta. In quanto esponente del mondo della scienza e al contempo cittadino attivo da decenni, Russell, e altri scienziati come lui, sentiva fortemente il bisogno o, meglio, la responsabilità di divulgare le conoscenze sull’atomica e mettere l’opinione pubblica internazionale nella condizione di poter assumere una posizione consapevole.

A livello nazionale Russell era già entrato in relazione con l’opinione pubblica britannica su questi temi: nella primavera del 1954, in occasione del primo, tragico test della bomba a idrogeno da parte degli Stati Uniti [1], Russell e il fisico Józef (Joseph) Rotblat erano stati invitati a una trasmissione radiofonica della BBC (la radio era allora il mezzo di comunicazione massa più diffuso ed efficace) per informare il pubblico sulle particolarità di questo nuovo tipo di ordigno. Ma fu soprattutto con il discorso sul Man’s peril, anche questo trasmesso per radio dalla BBC il 23 dicembre 1954, che il giudizio di Russell sulla responsabilità degli scienziati verso il grande pubblico in tema di atomica si fece più chiaro e determinato [2]. Il suo discorso ebbe notevole risonanza, contribuì peraltro a intensificare il dialogo con scienziati che condividevano le sue stesse preoccupazioni, tra cui il fisico comunista Frédéric Joliot-Curie, e che lo convinsero che si dovesse fare di più. Da qui l’idea di lanciare un manifesto, un appello da rivolgere all’umanità intera, indipendentemente dalle contrapposizioni politiche e ideologiche in cui il mondo si trovava diviso.

Già nella prima metà del Novecento lo strumento comunicativo del manifesto, spesso sottoscritto da un ragguardevole numero di figure stimate, si era affermato come forma comunicativa a elevato impatto pubblico, efficace sia per raggiungere le masse che per mobilitare il mondo intellettuale, della cultura e scientifico (Pedrini 2015). Sotto questo profilo l’iniziativa di Russell si poneva dunque nel solco di una pratica comunicativa già ben collaudata e non presentava, almeno nella forma, nulla di particolarmente originale. Russell era però consapevole che la sua sola voce, purché autorevole, non sarebbe stata in grado di raggiungere un’audience adeguata ai fini dell’iniziativa. Per garantire massima fondatezza al messaggio era necessario ricorrere alla competenza specifica e all’autorevolezza della scienza. Da cui l’idea di coinvolgere in prima battuta Albert Einstein, il gigante della fisica del XX secolo, una figura la cui statura scientifica era inopinabile (ricevette il Nobel per la fisica nel 1921) e che godeva anche di altissima stima per la sua levatura etica, manifestatasi nella sua decisione di rimanere a margine del fatidico progetto Manhattan e non solo: basti ricordare il suo scambio intellettuale con Sigmund Freud sui temi della violenza, della guerra e della pace (Nathan e Norden 1981; Belilos 2018) [3]. Einstein condivideva con Russell la preoccupazione di diffondere consapevolezza sui rischi dell’atomica al di fuori degli addetti ai lavori [4], soprattutto dopo che, come già accennato, l’avanzamento della ricerca aveva portato alla prima sperimentazione di un nuovo e ancor più potente ordigno termonucleare, la bomba a idrogeno (o bomba-H, a cui si fa riferimento nel Manifesto). Anche alla luce di questi ultimi sviluppi Einstein rispose prontamente e senza alcuna reticenza all’invito di Russell:

Dear Bertrand Russell,

Thank you for your letter of April 5th. I am gladly willing to sign your excellent statement. I also agree with your choice of the prospective signers.

With kind regards,

Albert Einstein [5]

Come si sarebbe chiaramente spiegato nel Manifesto, la portata della minaccia atomica creava una dimensione di uguaglianza di condizioni dell’umanità intera al di sopra di ogni possibile ordine di distinzione, una condizione che rendeva necessaria la ricerca condivisa di metodi, politiche e culture, con cui prevenire il ricorso all’atomica e sventare così le sue più catastrofiche implicazioni: “All, equally, are in peril, and, if the peril is understood, there is hope that they may collectively avert it”.

Bertrand Russell mentre legge il Manifesto durante la conferenza stampa del 9 luglio 1955 alla Caxton Hall di Londra..
Bertrand Russell mentre legge il Manifesto durante la conferenza stampa del 9 luglio 1955 alla Caxton Hall di Londra..

Sfortunatamente, Einstein ebbe solo il tempo di condividere e sottoscrivere il Manifesto senza poter partecipare alla sua divulgazione pubblica: il 18 aprile 1955, il giorno stesso in cui Russell ricevette la risposta all’invito, Einstein morì. La sua firma, il suo ultimo gesto di impegno civile, funse tuttavia da sigillo di indiscussa autorevolezza e, come è stato osservato, conferì al Manifesto quasi una sorta di “eternal potency” (Ionno Butcher 2005, 22). Furono poi invitati ad aderire altri eminenti scienziati, coinvolti sulla base di criteri di riconoscimento disciplinare, ma anche di rappresentatività su scala politica-mondiale, così da travalicare le barriere politico-ideologiche della Guerra fredda. La lista dei sottoscrittori doveva insomma non solo attestare la fondatezza scientifica del Manifesto, ma anche l’indipendenza da ogni appartenenza ideologica, così da enfatizzare massimamente la portata universale del messaggio che si voleva comunicare. Non tutti gli scienziati interpellati – 18 complessivamente – accolsero la proposta, pur se nessuno per ragioni di disapprovazione del contenuto. Tra i firmatari spiccavano numerosi premi Nobel ma anche personalità di riconosciuta levatura etica: il fisico Max Born, Nobel per la fisica nel 1954; il fisico e filosofo Percy W. Bridgman, Nobel per la fisica nel 1946; il fisico e collaboratore di Einstein Leopold Infeld; il fisico nucleare e Nobel per la chimica (1935) Frédéric Joliot-Curie; il biologo-genetista Hermann J. Muller, Nobel per la medicina nel 1946; il Nobel per la chimica (1954) Linus Pauling; il Nobel per la fisica (1950) Cecil F. Powell; il fisico ed eminente pacifista Józef (Joseph) Rotblat, noto per aver rifiutato di portare a termine il progetto Manhattan chiamandosene fuori (Brown 2012); il Nobel per la fisica (1949) Hideki Yukawa. Russell aveva cercato di coinvolgere anche fisici e altri scienziati sovietici e uno cinese, ma in quei casi la sua chiara mancanza di simpatia per il comunismo aveva presumibilmente costituito un ostacolo insuperabile [6].

Conclusa la fase della raccolta delle firme, nell’estate del 1955 il Manifesto era pronto per il passaggio che ne costituiva il suo fondamentale obiettivo: la sua divulgazione. Per far sì che il contenuto, l’avvertimento sui rischi dell’atomica, potesse propagarsi al di là di confini politici e cortine di ferro e sensibilizzare l’opinione pubblica su scala mondiale, il testo doveva essere reso pubblico in modo da ottenere massima risonanza internazionale. La presentazione del Manifesto fu pertanto organizzata con una imponente conferenza stampa che si tenne il 9 luglio 1955 alla Caxton Hall di Londra-Westminster – sede di alto valore simbolico per la storia politica britannica del Novecento [7] – gremita da un pubblico internazionale di giornalisti. In questo modo l’evento raggiunse una solennità adeguata a enfatizzare massimamente la portata politica del Manifesto e ad amplificare la risonanza pubblica nazionale e soprattutto internazionale.

La conferenza stampa fu presieduta dal firmatario Józef (Joseph) Rotblat, noto, come già accennato, per avere sospeso la sua collaborazione al progetto Manhattan dopo essersi reso conto, alla fine del 1944, che la Germania nazista non sarebbe mai riuscita a produrre l’atomica per prima (Boutwell e Cotta-Ramusino 2005, 3-4).

Nel discorso di apertura dell’evento, Russell illustrò il percorso, gli incontri e le sollecitazioni che lo avevano indotto a prendere l’iniziativa, sottolineando a più riprese la necessità di mettere l’umanità a conoscenza delle implicazioni che l’avvento dell’atomica, la corsa agli armamenti, le continue sperimentazioni nucleari comportavano per la sua stessa sopravvivenza [8]. Dopo di che si passò alla lettura del Manifesto, presentato alla conferenza come una Notice to the World. Di seguito il testo del documento:

Russell-Einstein Manifesto

In the tragic situation which confronts humanity, we feel that scientists should assemble in conference to appraise the perils that have arisen as a result of the development of weapons of mass destruction, and to discuss a resolution in the spirit of the appended draft.

We are speaking on this occasion, not as members of this or that nation, continent, or creed, but as human beings, members of the species Man, whose continued existence is in doubt. The world is full of conflicts; and, overshadowing all minor conflicts, the titanic struggle between Communism and anti-Communism.

Almost everybody who is politically conscious has strong feelings about one or more of these issues; but we want you, if you can, to set aside such feelings and consider yourselves only as members of a biological species which has had a remarkable history, and whose disappearance none of us can desire.

We shall try to say no single word which should appeal to one group rather than to another. All, equally, are in peril, and, if the peril is understood, there is hope that they may collectively avert it.

We have to learn to think in a new way. We have to learn to ask ourselves, not what steps can be taken to give military victory to whatever group we prefer, for there no longer are such steps; the question we have to ask ourselves is: what steps can be taken to prevent a military contest of which the issue must be disastrous to all parties?

The general public, and even many men in position of authority, have not realized what would be involved in a war with nuclear bombs. The general public still thinks in terms of the obliteration of cities. It is understood that the new bombs are more powerful than the old, and that, while one A-bomb could obliterate Hiroshima, one H-bomb could obliterate the largest cities, such as London, New York, and Moscow.

No doubt in an H-bomb war great cities would be obliterated. But this is one of the minor disasters that would have to be faced. If everybody in London, New York, and Moscow were exterminated, the world might, in the course of a few centuries, recover from the blow. But we now know, especially since the Bikini test, that nuclear bombs can gradually spread destruction over a very much wider area than had been supposed.

It is stated on very good authority that a bomb can now be manufactured which will be 2,500 times as powerful as that which destroyed Hiroshima. Such a bomb, if exploded near the ground or under water, sends radioactive particles into the upper air. They sink gradually and reach the surface of the earth in the form of a deadly dust or rain. It was this dust which infected the Japanese fishermen and their catch of fish.

No one knows how widely such lethal radioactive particles might be diffused, but the best authorities are unanimous in saying that a war with H-bombs might quite possibly put an end to the human race. It is feared that if many H-bombs are used there will be universal death —sudden only for a minority, but for the majority a slow torture of disease and disintegration.

Many warnings have been uttered by eminent men of science and by authorities in military strategy. None of them will say that the worst results are certain. What they do say, is that these results are possible, and no one can be sure that they will not be realized. We have not yet found that the views of experts on this question depend in any degree upon their politics or prejudices. They depend only, so far as our researches have revealed, upon the extent of the particular expert’s knowledge. We have found that the men who know most are the most gloomy.

Here, then, is the problem which we present to you, stark and dreadful and inescapable: Shall we put an end to the human race; or shall mankind renounce war? People will not face this alternative because it is so difficult to abolish war.

The abolition of war will demand distasteful limitations of national sovereignty. But what perhaps impedes understanding of the situation more than anything else is that the term “mankind” feels vague and abstract. People scarcely realize in imagination that the danger is to themselves and their children and their grandchildren, and not only to a dimly apprehended humanity. They can scarcely bring themselves to grasp that they, individually, and those whom they love are in imminent danger of perishing agonizingly. And so they hope that perhaps war may be allowed to continue provided modern weapons are prohibited.

This hope is illusory. Whatever agreements not to use H-bombs had been reached in time of peace, they would no longer be considered binding in time of war, and both sides would set to work to manufacture H-bombs as soon as war broke out, for, if one side manufactured the bombs and the other did not, the side that manufactured them would inevitably be victorious.

Although an agreement to renounce nuclear weapons as part of a general reduction of armaments would not afford an ultimate solution, it would serve certain important purposes. First: any agreement between East and West is to the good in so far as it tends to diminish tension. Second, the abolition of thermonuclear weapons, if each side believed that the other had carried it out sincerely, would lessen the fear of a sudden attack in the style of Pearl Harbour, which at present keeps both sides in a state of nervous apprehension. We should therefore welcome such an agreement, though only as a first step.

Most of us are not neutral in feeling, but, as human beings, we have to remember that, if the issues between East and West are to be decided in any manner that can give any possible satisfaction to anybody, whether Communist or anti-Communist, whether Asian or European or American, whether White or Black, then these issues must not be decided by war. We should wish this to be understood, both in the East and in the West.

There lies before us, if we choose, continual progress in happiness, knowledge, and wisdom. Shall we, instead, choose death, because we cannot forget our quarrels? We appeal as human beings to human beings: Remember your humanity, and forget the rest. If you can do so, the way lies open to a new Paradise; if you cannot, there lies before you the risk of universal death.

Resolution:

We invite this Congress, and through it the scientists of the world and the general public, to subscribe to the following resolution:

“In view of the fact that in any future world war nuclear weapons will certainly be employed, and that such weapons threaten the continued existence of mankind, we urge the governments of the world to realize, and to acknowledge publicly, that their purpose cannot be furthered by a world war, and we urge them, consequently, to find peaceful means for the settlement of all matters of dispute between them.” [9]

Max Born

Perey W. Bridgman

Albert Einstein

Leopold Infeld

Frederic Joliot-Curie

Herman J. Muller

Linus Pauling

Cecil F. Powell

Joseph Rotblat

Bertrand Russell

Hideki Yukawa [10]

L’onda lunga del Manifesto

Come ci si poteva aspettare, il Manifesto ebbe vasta e immediata risonanza. In un contesto di allarmante intensificazione della ricerca sul nucleare e accelerazione della corsa agli armamenti, l’appello lanciato con quel documento non poteva rimanere inascoltato: espresso in termini semplici, ma precisi, il monito seppe raggiungere simultaneamente la comunità scientifica internazionale, i segmenti più sensibili della società civile e, indirettamente, anche le classi politiche dirigenti. L’opinione pubblica internazionale fu messa a conoscenza delle serie questioni che le armi termonucleari ponevano non solo in termini etici, ma anche e soprattutto fisici e biologici per il futuro dell’umanità; fu sollecitata a interessarsi dei potenziali pericoli e di conseguenza a reagire, prendere posizione, esercitare pressione sulle rispettive classi dirigenti affinché collaborassero a una gestione condivisa del controllo sul nucleare.

Il Manifesto marcò uno snodo estremamente significativo sotto varie angolature, tra cui in primo luogo la ridefinizione dei confini tra scienza, in particolare la fisica nucleare, e interessi militari, profondamente intrecciatisi negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Con forza si sentiva insomma l’esigenza di rivedere tali confini per riportare la ricerca scientifica sotto il controllo civile. In maniera chiara ed esplicita il Manifesto esortava il mondo della scienza ad assumersi con piena consapevolezza una responsabilità politica rispetto alle sorti del mondo. Indipendentemente dai diversi “feelings” dei singoli scienziati, la scienza nel suo complesso era chiamata alla collaborazione nell’interesse generale della sopravvivenza della specie umana. La scienza non doveva per questo sostituirsi alla politica, ma fornire a questa le conoscenze necessarie per poter governare la cosa pubblica con piena consapevolezza del salto di qualità raggiunto con l’avvento dell’atomica. Il Manifesto esprimeva di fatto l’apprensione che tormentava gli scienziati più esperti nella ricerca sul nucleare sin dai primi passi del progetto Manhattan. In diverse occasioni alcuni di questi avevano anche cercato di esprimersi pubblicamente, faticando tuttavia a superare i confini della ristretta comunità scientifica [11].

Le sollecitazioni espresse dal Manifesto incoraggiarono in certa misura il modus operandi degli scienziati. Nonostante le difficoltà ad agire “oltrecortina”, a promuovere cioè la collaborazione tra scienziati afferenti alle due contrapposte sfere di influenza geopolitica, nel 1957 si giunse a organizzare un incontro di scienziati, a Pugwash (Nova Scotia), esattamente nello spirito auspicato dal Manifesto. In questo caso l’iniziativa fu dovuta soprattutto all’impegno di Józef (Joseph) Rotblat, il quale oltre ad aver sottoscritto il Manifesto si adoperò per darvi seguito con ferma determinazione e coerenza [12]. Grazie alla rete di relazioni che Rotblat e altri riuscirono a costruire nel tempo, con l’incontro del 1957 si inaugurò una serie di Conferences on Science and World Affairs coincidenti con il Movimento Pugwash, un’associazione di scienziati per la pace capaci di ottenere attenzione pubblica grazie sia al loro eccellente profilo scientifico che alla esplicita volontà di esprimersi su questioni di rilevanza mondiale al di là della logica della Guerra fredda (Rotblat 1982). Dalla fine degli anni Cinquanta il Movimento Pugwash divenne così un attore rilevante per la sua capacità di alimentare l’attenzione e il dibattito internazionale sui rischi delle armi nucleari e sull’imperativo del controllo della loro proliferazione e, da ultimo, dell’affermazione della pace come via necessaria a preservare la vita umana sul pianeta [13]. Tema peraltro discusso anche in occasione della Conferenza dei paesi afroasiatici di Bandung, che si svolse nell’aprile 1955, ossia nello stesso periodo in cui Russell raccoglieva le adesioni degli scienziati al suo Manifesto [14]. Il Manifesto si collocava insomma in un contesto di diffusa preoccupazione sui rischi dell’atomica e funse da amplificatore di auspici provenienti da diverse aree del mondo. Preoccupazioni che nell’arena della politica sovranazionale – Nazione Unite in primis – trovò poi traduzione concreta con l’istituzione, a Vienna nel 1957, dell’agenzia delle Nazioni Unite International Atomic Energy Agency (IAEA), per la promozione dell’uso pacifico dell’energia nucleare e il controllo dell’impiego dei materiali fissili per evitarne l’uso a scopi militari.

L’approccio scientifico alla pace stimolò inoltre, nello stesso periodo, la formazione di un nuovo ambito di studi e ricerche interdisciplinari spaziante dalla fisica nucleare alle scienze sociali. Ci si riferisce qui ai Peace studies, che dalla fine degli anni Cinquanta trovarono progressivamente riconoscimento accademico e un proprio spazio istituzionale – si pensi alla creazione, nel 1959, del Peace Research Institute di Oslo e al ruolo decisivo dello scienziato sociale Johan Galtung (Venturi 2013). Sulla scia degli auspici espressi dal Manifesto, anche la ricerca della e sulla pace diventava così una delle vie da percorrere per prevenire i più foschi scenari nell’era dell’atomica (Moro 2006).

Il Manifesto marcò poi uno snodo significativo anche rispetto alla mobilitazione della società civile e alla sua capacità di agire sulla formazione dell’opinione pubblica e sulle istituzioni politiche chiamate a farsene interpreti.

Gli avvertimenti lanciati dal mondo della scienza e popolarizzati dal Manifesto raggiunsero infatti ambiti sociali variegati, stimolando iniziative da cui presero forma veri e propri movimenti di protesta. In Gran Bretagna continuò ad avere un ruolo di straordinario rilievo l’infaticabile, seppur ormai anziano Bertrand Russell (era nato nel 1872). Sulla scena pubblica il filosofo-matematico era noto per il suo rifiuto della guerra sin dagli anni del primo conflitto mondiale, quando nel 1918 era stato condannato e detenuto per il suo rifiuto della guerra, pubblicamente espresso in diversi scritti, tra cui un periodico di una organizzazione pacifista in cui militava [15].

Se la sua voce era diventata nota con le trasmissioni della BBC, la sua presenza pubblica divenne una costante nelle iniziative contro le armi nucleari. Coerentemente con quanto propugnato nel Manifesto, Russell fu poi tra i fondatori della Campaign for Nuclear Disarmament (CND), un movimento collettivo che dalla fine degli anni Cinquanta sarebbe assurto a modello di riferimento per altri movimenti pacifisti in Europa. In particolare, la CND suscitò attenzione pubblica internazionale per la pratica delle marce pasquali a partire dalla prima Peace March, un corteo nei giorni pasquali (dal Green Friday alla domenica di Pasqua) del 1958 per protestare contro la ricerca nucleare militare sostenuta dal governo britannico: da Trafalgar square un variopinto corteo si incamminò su un percorso di circa 50 miglia per giungere a Aldermaston, sede di un importante centro di ricerca e sperimentazione nucleare dell’apparato militare britannico. Il sorprendente successo della marcia incoraggiò gli attivisti a ripetere l’iniziativa in occasione della Pasqua successiva, dando di fatto vita a una “tradizione” che si sarebbe a lungo protratta negli anni Sessanta, galvanizzata peraltro dallo scoppio della guerra in Vietnam.

L’iniziativa britannica ebbe grande risalto anche oltre i confini nazionali, stimolando iniziative simili anche in altri paesi. Particolarmente ricettivi si dimostrarono alcuni ambienti della società tedesca-occidentale, dove al più tardi dal 1955, ossia dalla firma degli accordi alleati che riconoscevano piena sovranità alla RFT, era in corso un dibattito estremamente controverso sulla questione del riarmo. Le componenti sociali più determinate a portare la protesta sulla scena pubblica diedero vita alla campagna Kampf dem Atomtod, mentre in alcune città (Amburgo tra le prime) si iniziò a organizzare marce pasquali sulla falsariga di quelle britanniche, consolidatesi poi nel movimento delle marce pasquali – Ostermarschbewegung – dei primi anni Sessanta (Bethge 1981, 357-368).

Movimenti affini, focalizzati sulla condanna delle armi nucleari e sul pacifismo in generale si svilupparono in quello stesso periodo negli Stati Uniti, in Giappone (Ziemann 2008), nei paesi scandinavi e, non da ultimo, in Italia. Qui la prima marcia per la pace organizzata al di fuori delle iniziative di partito si svolse con la Perugia-Assisi del 1961 su iniziativa di uno dei principali teorici e attivisti della nonviolenza in Italia, il filosofo umbro Aldo Capitini (Tolomelli 2015, 55-95). Con l’avvento della guerra del Vietnam il pacifismo avrebbe poi assunto un nuovo profilo, ma non è questa la sede per approfondire. Ciò che invece ci interessa rimarcare a commento della fonte a cui è dedicato questo intervento sono gli effetti più immediati che esso seppe innescare. Il messaggio lanciato con il Manifesto non raggiunse l’intera umanità, pensata in senso astratto, ma ampi settori della società civile di numerosi paesi. Dalla fine degli anni Cinquanta questi seppero costruire reti di relazioni – tra gruppi di attivisti, associazioni, organizzazioni – che per alcuni anni continuarono ad alimentare una vasta ondata di movimenti pacifisti, antimilitaristi e contro le armi nucleari su scale spaziali molteplici – locali, nazionali, transnazionali (Nehring 2013; Tompkins 2016). Ne nacque un movimento di opinione capace di esercitare una pressione costante sulle istituzioni politiche – nazionali e sovranazionali – e a favorire della distensione. Dai primi accordi sulla messa al bando parziale dei test nucleari (1963) a quelli sulla limitazione della proliferazione delle armi nucleari (SALT I e SALT II), si può sostenere che lo spirito del Manifesto continuò per un certo periodo a propagarsi attraverso le iniziative – nell’ambito della scienza e della società civile – che aveva in certa misura stimolato.

Il Manifesto Einstein-Russell non fu un battito di ali scatenante movimenti epocali, ebbe però un importante effetto catalizzatore e moltiplicatore di sentimenti e preoccupazioni che attraversavano sia il mondo della scienza, sia, in un secondo momento, la società civile [16]. Rimane un documento emblematico di quanto incisive possano essere l’assunzione di impegno civico e di responsabilità pubblica da parte di chi possiede particolari competenze o risorse (scientifiche o di altra natura), ma anche, e non da ultimo, della cittadinanza comune.


Bibliografia

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Note

1. Il test della bomba-H nell’atollo di Bikini (isole Marshall) aveva causato una imprevista dispersione di materiale radioattivo con conseguenze fatali per l’equipaggio di un peschereccio giapponese, il Lucky Dragon. Wittner 1997, 128-29.

2. Il messaggio, dal titolo Man’s Peril from the Hydrogen Bomb, fu trasmesso il 23 dicembre 1954. Esso fu poi ripreso e divulgato dalla stessa BBC anche in forma scritta. Cfr. https://russell.humanities.mcmaster.ca/wp-content/uploads/2019/05/28-16.pdf. Una nuova edizione di Man’s Peril è stata curata da Andrew G. Bone nel 2003 (London: Routledge).

3. Sull’influenza che il pensiero di Freud e le posizioni di Einstein sulla guerra esercitarono su Russell si veda l’autobiografia dello stesso (Russell 1969).

4. Già nel 1945 Albert Einstein in una lettera al New York Times aveva affrontato il tema delle implicazioni devastanti di una guerra nucleare auspicando la costruzione di un ordine giuridico mondiale. Nello stesso anno anche Bertrand Russell era intervenuto sul tema con un discorso tenuto alla Camera dei Lords in cui auspicava la collaborazione tra scienziati occidentali e sovietici come principale via di prevenzione di un conflitto nucleare: Betts 2020, 177-181.

5. La copia digitalizzata della lettera originale di Einstein a Russell è visibile sul sito del McMaster University: https://dearbertie.mcmaster.ca/sites/dearbertie.mcmaster.ca/files/letters/sRC0096_B05.15_049705_Einstein%2C%20Albert_0.jpg.

6. Questo è quanto si evince dal discorso di apertura dello stesso Russell il 9.7.1955 a Londra. La registrazione dell’evento è accessibile all’URL: https://pugwash.org/1955/07/09/audio-bertand-russell-joseph-rotblat-manifesto-press-conference-9-july-1955/.

7. Dai primi del Novecento, dopo essere stato sede del governo britannico, l’edificio della Caxton Hall era diventato un luogo di rifermento importante per movimenti e associazioni politicamente impegnate su temi di rilevanza politica e sociale. Anche il movimento suffragista aveva utilizzato questo spazio come luogo di incontro e organizzazione delle proprie attività, la seda era insomma rappresentativa della società civile britannica.

8. Il discorso fu poi registrato e riprodotto in un disco di vinile con l’emblematico titolo Notice to the World: https://expo.mcmaster.ca/s/scientists-for-peace/page/the-manifesto-is-released-caxton-hill-press-conference

9. Il testo del documento è stato ripreso dal sito web del centro Linus Pauling and the International Peace Movement presso la Oregon State University. La versione digitalizzata del Manifesto è accessibile al link: https://scarc.library.oregonstate.edu/coll/pauling/peace/papers/peace6.007.5-01.html.

10. All’epoca i firmatari ricoprivano le seguenti posizioni: Max Born era professore di fisica teoretica a Gottinga; P.W. Bridgman era docente di fisica alla Harvard University e Foreign Member of the Royal Society; Leopold Infeld insegnava fisica teoretica all’Università di Varsavia ed era membro dell’Accademia delle Scienze polacca; J.F. Joliot-Curie professore di fisica al Collège de France; H.J. Muller, professore di zoologia alla University of Indiana; L. Pauling, professore di chimica al California Institute of Technology; C.F. Powell, professore di fisica alla Bristol University; J. Rotblat, professore di fisica alla University of London e al St. Bartholomew’s Hospital Medical College; Hideki Yukawa, professore di fisica teoretica alla Kyoto University.

11. Un organo di stampa specialistica che sin dal 1945 aveva aperto un dibattito sulle implicazioni dell’atomica fu il Bullettin of the Atomic Scientists. Una certa risonanza, pur se sempre limitata agli addetti ai lavori, ebbe inoltre una raccolta di articoli dell’Associazione degli scienziati americani pubblicata nel 1946 sotto il titolo emblematico One World or None. Il libro apriva con un’allarmata prefazione da parte del Nobel per la fisica Niels Bohr in cui si auspicava la demilitarizzazione della scienza (Betts 2020, 178). La versione italiana del testo fu pubblicata nel 1946 col titolo Un mondo unito o il caos, con un’appendice di Giovanni Giorgi sull’opera di Enrico Fermi (Roma: Migliaresi).

12. Per il suo impegno civico in favore della pace Rotblat sarà insignito del premio Nobel per la pace nel 1995. Sulla biografia di questo straordinario scienziato si veda Brown 2012.

13. Sulla formazione del movimento si veda la pagina web di presentazione dello stesso: https://pugwash.org/about-pugwash/.

14. La Conferenza di Bandung ebbe un ruolo cruciale nell’estensione del dibattito internazionale sui rischi dell’atomica in area asiatica e africana. Non si può tuttavia sostenere, a differenza di quanto scrive Vijay Prashad (2007, 42), che Bandung sia stata l’artefice della IAEA.

15. Il Bertrand Russell Research Centre della McMaster University ha reso accessibili, digitalizzandole, lettere di Russell durante il periodo della detenzione nel carcere di Brixton: https://russell-letters.mcmaster.ca/.

16. Come è stato osservato: “it […] pulled together many other efforts and thoughts at the time. It gave a rallying point for those who were already seeking a way forward, and provided an ongoing forum for these discussions to continue” (Ionno Butcher 2005, 22).