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Massimo Firpo, Germano Maifreda, “L’eretico che salvò la Chiesa”

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Massimo Firpo, Germano Maifreda, “L’eretico che salvò la Chiesa. Il cardinale Giovanni Morone e le origini della Controriforma”, Torino, Einaudi, 2019, XXXIV – 1126 pp.

Riprendendo un’interpretazione coeva allo stesso Morone, Hubert Jedin, autore di imponenti volumi sulla storia della Chiesa e del Concilio di Trento e di un discusso pamphlet su Riforma cattolica o Controriforma (1946), affermava che il merito di aver salvato il Concilio di Trento dal fallimento va attribuito al cardinal Giovanni Morone. Jedin dimenticava però di ricordare che il provvidenziale intervento salvifico era stato ritardato dall’inconsueta circostanza che il salvatore del Concilio, considerato eretico, era stato sottoposto a processo inquisitoriale da Paolo IV Carafa. Dunque, ecco il paradosso: una parte della Chiesa di Roma processa l’eretico Morone, mentre un’altra lo celebra come salvatore.

Può un eretico salvare la Chiesa?

Scritto a quattro mani da due studiosi autorevoli che provengono da scuole diverse, Massimo Firpo e Germano Maifreda ci regalano un volume di più di mille pagine, ricco, denso, intenso e difficile. La veste elegante di Einaudi solletica e invita alla lettura, tuttavia in un tomo del genere le note poste a piè di pagina piuttosto che in chiusura dell’intero volume (occupano circa 200 pagine) avrebbero aiutato. In ventisette capitoli si esplora la vita appassionante di Morone che, per natali e capacità, seppe conquistare e mantenere posizioni e ruoli autorevoli malgrado le avversità: vescovo di Modena, nunzio nel Sacro Romano Impero tra il 1536 e il 1555, cardinale nel 1542, legato pontificio a Bologna dal 1544, un cursus honorum che si interrompe con il processo inquisitoriale, e riprende, nonostante il sospetto non venga mai meno, quando è candidato in pectore alla tiara e poi designato a risolvere questioni scottanti e fondamentali come i lavori del Concilio di Trento.

Per seguire le tracce di Giovanni Morone, si deve cominciare dalla Milano del primo Cinquecento, dove nasce nel 1509: suo padre, Girolamo, è senatore e gran cancelliere. Le guerre d’Italia e la contesa per la città influenzano i rapporti di potere in costante mutamento: Girolamo seppe muoversi con una certa spregiudicatezza sul teatro milanese tra Francia e Spagna, giungendo a ordire una congiura, per poi riposizionarsi rapidamente. Le sue avventate manovre provocarono non poche conseguenze sulla vita della famiglia che fu costretta a indebitarsi pesantemente per riscattare le azioni del padre. Grazie a documentazione archivistica ora portata alla luce, queste vicende si proiettano con forza sull’esperienza di Giovanni. Costretto a lasciare gli studi per le imprudenze paterne, conquistò credito e posizioni di rilievo, ampliando conoscenze e mettendo alla prova le doti diplomatiche e l’acume politico in “una commistione tutta ambrosiana di autentica fede religiosa e percezione pienamente politica delle relazioni tra sfera secolare e quella ecclesiastica” (p. 21). Nel 1529, giovanissimo, Morone fu designato in una legazione straordinaria per discutere della pace di Cambrai. Impegnato nella nunziatura in Germania, fu lontano dalla città emiliana, Modena, in cui l’eresia era diffusa, maturando dalla prospettiva tedesca idee e sensibilità sulle strategie per affrontare i fermenti ereticali e per tentare di ‘dominarli’. Nei primi anni Quaranta Morone fu affascinato dal valdesianesimo e si avvicinò a Reginald Pole, facilitando così l’accreditarsi dei sospetti sulla sua ortodossia in un momento in cui gli schieramenti all’interno della Chiesa erano già definiti e gli arsenali pronti.

Molte speranze svanirono con l’ascesa al soglio pontificio di Carafa: la resa dei conti tardò per via delle questioni di politica internazionale che distrassero dal fronte interno. Soltanto il 31 maggio 1557 Morone fu arrestato: da anni si andavano raccogliendo prove e testimonianze contro di lui nonostante gli interventi fermi di papa Giulio III per limitare le crescenti ambizioni dell’inquisizione. La guerra di Paolo IV contro gli Asburgo ritardò il processo e il tentativo di convincere Filippo II della colpevolezza di Morone salvò l’imputato che, ancora una volta, giocò con grande abilità le poche carte che aveva in mano. La morte di Paolo IV fece il resto: l’assalto al palazzo dell’inquisizione e la distruzione di moltissima documentazione consentirono sonni tranquilli a tanti, ma il lavoro capillare e certosino degli inquisitori non fu del tutto cancellato come si sarebbe scoperto nel giro di qualche anno. Per il momento, però, Morone fu scarcerato ed ebbe la soddisfazione di poter prendere parte al conclave nonostante la bolla Cum ex apostolatus officio con cui Paolo IV aveva voluto impedire che Morone e qualunque cardinale sospettato di eresia potessero entrare in conclave. Dopo la liberazione, si discusse e si concluse che il cardinale aveva diritto all’elettorato attivo e passivo, una sconfitta clamorosa per il partito inquisitoriale. Divenuto papa, Pio IV, del ramo milanese dei Medici, pronunciò la sentenza assolutoria di Morone che non lo allontanava dal mirino dell’inquisizione e di Michele Ghislieri. Nel 1563 Pio IV diede l’incarico di legato a Morone al Concilio di Trento, di cui salvò i lavori, il suo “capolavoro politico” (p. 650).

Negli ultimi anni, consapevole dei rischi che correva, Morone si astenne da ogni contatto con persone in odore di eresia e si impegnò nell’attività di riforma della diocesi, continuando ad assumere importanti incarichi curiali, come quello di protettore dell’Inghilterra; morì nel 1580. Qui comincia l’altra storia di Morone, quella dell’immagine che lasciò di sé e di quella che fu costruita. Dalla documentazione familiare conservata a Milano e dall’inventario dei beni di Giovanni, viene fuori tutta la prudenza del cardinale. Non cadde mai nel narcisismo di costruire a posteriori un’immagine, come invece fecero alcuni suoi compagni di avventura e di disavventura. Risoluto visse sobriamente e volle lasciare di sé poco, per non danneggiare la famiglia.

Andando più a fondo, il perno della discussione è una questione storiografica di primaria importanza, quella della Controriforma come esito di un processo, del conflitto tra le varie anime presenti nella Chiesa (p. XXIV). Quella di Firpo e Maifreda è un’operazione di restauro storiografico, con congetture laddove la documentazione non aiuta o dove, come si ricorda spesso, lo stesso Morone non ha voluto lasciare tracce. Accettata l’idea dell’irriducibilità del complesso e variegato Cinquecento, “questi potenziali esiti contrapposti” sono la chiave per affrontare l’avventura di una vita coerente con le sue premesse, circondato dalla diffidenza, uomo ‘cupo e coperto’. In questo saggio, si incontrano le principali figure (gli Asburgo, su tutti) e questioni del lungo Cinquecento, tra aspirazioni alla riforma, nuovi equilibri politici, nascenti conflittualità tra istituzioni concorrenti e su tutto l’inondazione delle dottrine religiose che, grazie agli impulsi delle riconquistate conoscenze filosofiche, si insinuano in ogni pertugio.

Vibranti e intense sono le valutazioni sulla svolta impressa alla storia dalla presa di potere dell’Inquisizione che costellano il saggio (rimando, come esempio, a p. 660). Il caso Morone rappresenta perciò la resa dei conti tra vincitori e vinti, una guerra civile tra due anime di un’istituzione e di una cultura. Che la posta in gioco con i processi inquisitoriali fosse politica diventa così ancor più evidente: “le ragioni della storia (…) ancora una volta si incaricavano di smentire quella della teologia” (p. 720). Per nascondere e occultare contraddizioni e speranze, ambiguità e certezze, Pio V, decidendo di non riaprire il processo, salvò Morone, consapevole di cosa avrebbe significato proseguire sulla strada di Paolo IV. Il cardinal Morone, piegato e circondato dal sospetto, assolse a tutti gli incarichi che gli furono attribuiti con serietà e impegno, come testimonia la documentazione: “i suoi clamorosi processi per eresia e i suoi straordinari successi politici e diplomatici, primo fra tutti la conclusione del Tridentino, furono facce della stessa medaglia” (p. 783). In ragione di questa affermazione, argomentata e persuasiva, il titolo è una sfida che supera il dibattito storiografico in cui abbondano toni apologetici.

Concludendo, questo libro è destinato a restare a lungo sullo scrittoio di molti: Morone accompagna il lettore in un’Europa in transizione, dall’umanesimo venato di aspettative di riforma, animato da dispute e confronti sul sapere, con guerre laceranti, a nuovi equilibri geopolitici con orizzonti ampi da Lepanto fino alla Russia. Senza rinunciare a una puntuale analisi delle differenti dottrine di teologi pro o contro Roma, e sui vari temi e indirizzi della riforma della Chiesa, il tutto si inserisce sapientemente in una cornice europea in cui gli scontri militari, giurisdizionali ed economici segnavano l’agenda degli Stati. Alla fine di questa avventura intellettuale, che non può essere ridotta a Giovanni Morone, si rimane persuasi che l’enigma, eretico o salvatore della Chiesa, non possa, né debba essere risolto, mentre lo scenario in cui si forgia la Controriforma come processo storico e politico ne esce decisamente più chiaro.