Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

“Terre di sangue” e frontiera adriatica nella prima metà del XX secolo

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Abstract

The essay aims to verify whether the formula of the “Bloodlands” coined by Timothy Snyder is also applicable to the “Adriatic frontier”. To do so, the article proposes a profile of the logics of political violence during the first half of the 20th century in the Adriatic area. Thus a series of clearly identified “seasons” is highlighted: the “season of flames” (1915-1921), the season of state violence (1922-1941), the “season of massacres” (1942-1945/6), a new season of state violence (1954-1956). This overview confirms the reputation of the Julian-Dalmatian region as a “laboratory of the contemporary” in its most dramatic aspects, while the comparison with the “Bloodlands” shows similarities and differences. The essay concludes by discussing the advantages and limitations of comparative history.

“Terre di sangue” sono state chiamate da Timothy Snyder (Snyder 2011) le vaste aree dell’Europa centro-orientale comprendenti la Polonia centrale e orientale, gli stati baltici, la Bielorussia, l’Ucraina e la parte più occidentale della Russia con Leningrado, nelle quali si succedettero nel giro di pochi anni la dominazione staliniana, quella nazista e poi ancora staliniana, e dove l’interazione fra i principali regimi totalitari novecenteschi generò un’esplosione di violenza di massa che in alcuni casi arrivò al genocidio. La proposta interpretativa di Snyder ha suscitato molti commenti, alcuni entusiastici e corroborati da una pioggia di pubblici riconoscimenti, altri decisamente critici in riferimento vuoi ad alcuni dei giudizi storici espressi, vuoi alla possibilità di isolare le dinamiche di un periodo e di un’area ben circoscritti da quelle comuni a molti “borderlands” dell’Europa centro-orientale nella prima metà del ventesimo secolo (Bartov 2011; Sémelin 2013).

È proprio a proposito sia di “borderlands” sia di analisi delle logiche della violenza politica, che lo spunto offerto da Snyder sollecita il confronto con un’altra area, molto più ridotta e decisamente meno presente nel dibattito storiografico internazionale (Klabjan 2019), le cui vicende però in Italia hanno suscitato un interesse decisamente significativo nel corso dell’ultimo ventennio, dopo un lungo periodo invece di scarsa considerazione. Mi riferisco a quella terra dai molti nomi, che nella terminologia ufficiale italiana suona come “Venezia Giulia”, cui talvolta viene associata anche la Dalmazia, mentre altre culture storiche e formule diplomatiche l’hanno invece chiamata “La Marche Julienne” o “Juliskaja Kraina” (Ministry of Culture Yugoslav 1946; Roglić 1946a e 1946b]). Della Venezia Giulia dopo il 1947 poco è rimasto e l’unione al Friuli avvenuta con la costituzione dell’omonima regione autonoma ne rende alquanto difficoltosa l’individuazione da parte del cittadino italiano medio, compresi gli operatori della comunicazione. Di “La Marche Julienne” e “Juliskaja Kraina” non si parla quasi più dal tempo delle discussioni fra esperti durante le conferenze di pace dei due conflitti mondiali, anche se il termine kraijna sta vivendo una nuova popolarità per la sua associazione con il conflitto russo-ucraino, che offre purtroppo il destro a sconsolate considerazioni sulla capacità delle aree di frontiera, situate lungo la grande faglia che dal Baltico scende verso i mari caldi, di continuare a generare conflitti che si speravano estinti con il volgere del secolo. All’interno di tale faglia si collocano storicamente anche le terre giuliane e proprio questa loro caratteristica è stata di recente esplorata in sede scientifica e comincia a far capolino anche nell’uso pubblico in Italia.

Subito si apre qui una questione terminologica, che non è bizantina proprio perché strettamente connessa con quell’uso pubblico in cui parole ed espressioni assumono una densità che va ben oltre il loro valore denotativo. Tradizionalmente, in Italia i territori friulani, giuliani e dalmati sono stati compresi nella formula del “confine orientale”, largamente presente sia nella letteratura scientifica, sia nella pubblicistica, e ancora nel linguaggio politico (Cattaruzza 2007; Ghisalberti 2008; Valussi 1972; Wörsdörfer 2009). Il termine è ovviamente corretto nella prospettiva italiana, all’interno della quale si è pure caricato di significati fortemente emotivi, perché attorno a quel confine si è ripetutamente realizzata nel corso del ventesimo secolo una vasta mobilitazione del sentimento patriottico italiano – si pensi alla Grande guerra e poi alla “questione di Trieste” fino alla metà degli anni Cinquanta (Baioni 2016; Baioni 2023; Maggi 2023; Vinci 2015) – tanto che alcune di quelle vicende storiche e, soprattutto, le loro trasfigurazioni mitiche, sono divenute elementi costitutivi dell’identità nazionale italiana. Altrettanto ovviamente, quella di “confine orientale” è formulazione unilaterale e quindi del tutto insoddisfacente sotto il profilo scientifico. Lo stesso si dica per il mero cambio di punto di vista, parlando di confine occidentale jugoslavo prima e sloveno poi, mentre la dizione più ampia di “confine italo-jugoslavo” è stata cancellata dalla storia, come quasi un secolo prima quella di “confine italo-austriaco”.

Per superare tali aporie, è ormai comune fra gli storici il ricorso al concetto di “borderlands” (Bartov e Weitz 2013), la cui traduzione letterale in lingua italiana non trova però grande diffusione. Ciò non stupisce perché i significati attribuiti a termini quali “confine” e “frontiera” cambiano nelle diverse lingue e, per esempio, la distinzione fra “boundary”, “border” e “frontier” presente nella letteratura anglofona non è immediatamente riproponibile in quella italiana (Baud e Van Schellen 1997; Zanini 1997). Piuttosto che alle parole, conviene allora badare al valore che a esse viene attribuito nei singoli contesti discorsivi. In questo senso, certamente una novità è costituita dal mutamento di paradigma intervenuto in alcuni atti ufficiali dello stato italiano che hanno pure una notevole ricaduta sul piano comunicativo e didattico.

Nel 2004 la legge 92, istitutiva del “Giorno del ricordo”, utilizzava come di consueto l’espressione “confine orientale”. Invece, nell’autunno del 2022 il ministero dell’Istruzione ha emanato alcune Linee guida per la didattica applicativa della medesima legge 92, in cui quel termine convenzionale è stato sostituto da quello inedito di “frontiera adriatica”. Che non si tratti di un cambiamento casuale lo dimostrano le spiegazioni contenute nelle medesime Linee Guida, dove si propone una distinzione fra i confini intesi come “linee di separazione fra realtà ben definite e […] assai variabili nel tempo” e la frontiera intesa come “un’area di ampie dimensioni, entro la quale nel corso dei secoli si sono moltiplicate le linee di confine”, caratterizzata dal suo essere “area di sovrapposizione fra periferie”. È una distinzione che ricorda quella presente in Zanini: “il confine separa due spazi […] in maniera più netta di quanto non faccia la frontiera […] una fascia, una vaga zona dove molte volte tutto si confonde” (Zanini 1997) e di fatto traduce ad usum delphini la categoria di “borderlands”, funzionale a definire “quella dell’Adriatico orientale [come] una tipica area di frontiera e la sua storia [come] una tipica storia di frontiera”; per di più, le Linee Guida sottolineano “l’opportunità di utilizzare la storia vicina della ‘Frontiera Adriatica’ quale occasione per esplorare le dinamiche proprie di altre aree di frontiera più lontane, che hanno svolto ruoli essenziali per le vicende della ‘grande storia’ europea nella contemporaneità”.

Su di un altro piano, il tradizionale insegnamento di Storia della Venezia Giulia impartito presso l’Università di Trieste nell’anno accademico 2023-24 ha cambiato la sua denominazione in quella di Storia della frontiera alto-adriatica, che nella versione in inglese suona appunto “borderlands”. È possibile quindi parlare di una tendenza presente in Italia diretta a sostituire a diversi livelli la categoria ormai frusta di “confine orientale” con quella di “frontiera adriatica”, in modo da spostare l’asse analitico dalla contrapposizione binaria e iperpoliticizzata – a lungo trionfante nell’uso pubblico, ma ben radicata anche nel campo degli studi da parte degli “storici per la nazione” – a una visione complessiva e multilaterale dei processi storici di un’area complessa.

Tornando a Snyder, due sono gli aspetti della sua proposta di lettura che qui ci interessano: la veloce successione di regimi totalizzanti in alcune regioni contese dell’Europa orientale e, a ciò connessa, l’esplosione di violenze di massa. Nell’area alto-adriatica è possibile riscontrare fenomeni analoghi, anche se naturalmente con diverse peculiarità. Le regioni di frontiera sono infatti transitate da un impero multinazionale come quello asburgico a due stati per la nazione (come l’Italia) o per le nazioni (come la Jugoslavia) e hanno visto una forte mobilità dei confini politici nel corso di tutto il ventesimo secolo (Bucarelli 2008 e 2016; Cattaruzza 2007; Zaccaria 2018; Tenca Montini 2020). A quella del confine si è accompagnata pure una forte mobilità delle popolazioni legata a motivazioni prevalentemente politiche: i flussi migratori hanno interessato aliquote consistenti dei residenti nelle zone di frontiera e – addirittura – hanno portato alla scomparsa quasi integrale di una componente autoctona, quella italiana, da alcuni dei suoi territori di insediamento storico, cioè tutti quelli passati nella primavera del 1945 sotto il controllo jugoslavo (Cecotti 2001; Pupo 2022; Purich 2010). Dal punto di vista politico, l’intera area ha visto il succedersi non di due ma di tre regimi con forti pulsioni totalitarie: quello fascista italiano, quello nazista tedesco e quello comunista jugoslavo. Infine, in concomitanza con alcuni degli spostamenti di confine e con il susseguirsi dei diversi regimi, l’Adriatico orientale ha conosciuto pure fenomeni assai gravi di violenza politica, frutto in buona misura della sovrapposizione fra rivalità nazionali e sociali.

Giunti a questo punto, per andar oltre le parentele d’ordine generale fra aree diverse, conviene esplorare più a fondo il fenomeno che maggiormente ha attirato l’attenzione degli studiosi e cioè quello della violenza politica. Per farlo, può tornar utile partire da un profilo complessivo delle stagioni della violenza politica novecentesca nello spazio adriatico nord-orientale (Pupo 2021a; Pupo 2021b).

In epoca asburgica dunque, la violenza politica non era certo assente – anche perché purtroppo mai lo è nella società – e si manifestava talvolta in episodi drammatici, che in alcune occasioni appaiono legati ai conflitti nazionali – come nelle azioni di piccoli nuclei terroristi italiani attivi fra il 1868 e il 1892 e negli scontri di piazza fra patrioti italiani e sloveni a Trieste e fra italiani e croati a Fiume ai primi del Novecento (Klabjan 2018; Pupo 2018) –, in altre alle dinamiche di classe, come nell’eccidio proletario del 1902 (Saranz 2002). Tale violenza fisica però mostrava un carattere eccezionale e venne contenuta dalle istituzioni che, a loro volta, la praticarono solo in circostanze estreme; inoltre, suscitava in genere riprovazione da parte della pubblica opinione. D’altro canto, la diffusione del linguaggio politico dell’intolleranza, soprattutto nazionale (Catalan 2015), e degli appelli all’uso della forza, preparò il terreno alle esplosioni successive, avvenute in corrispondenza con le crisi catastrofiche che attraversarono l’Europa e innescarono quasi ovunque nel continente le più varie forme di “brutalizzazione delle politica” (Albanese 2006; Albanese 2020; Audoin-Rouzeau e Prochasson 2008; Gerwarth e Horne 2013; Graziosi 2001; Kershaw 2005; Lowe 2012; Mosse 1990; Newman 2017; Rodrigo 2014; Rodrigo 2016).

A riguardo, accordare esclusiva enfasi ai pur esistenti fili di continuità fra le esperienze di violenza politica degli ultimi decenni di amministrazione asburgica e quelle del primo dopoguerra (Klabjan 2018) impedisce di vedere l’autentico salto di qualità che le logiche della violenza politica compirono in concomitanza con la Grande guerra. In concomitanza non vuol dire dopo: infatti, l’episodio periodizzante in questo caso fu il pogrom anti-irredentista del 23 maggio 1915, quando a Trieste andarono a fuoco la sede del giornale Il Piccolo, della Lega nazionale e della Ginnastica triestina e vennero devastati luoghi d’incontro degli irredentisti e locali di proprietà di cittadini del regno d’Italia. Ci vuole davvero una grande buona volontà per non scorgere in sede interpretativa il rimando politico e simbolico fra quei roghi e quello che nel luglio 1920 avrebbe distrutto il Narodni dom di Trieste. Badando quindi sia alle tipologie che ai livelli di violenza raggiunti, è possibile parlare di un’unica “stagione delle fiamme”, che copre l’intero arco di tempo intercorrente fra la vigilia dell’intervento dell’Italia nel conflitto e i primi anni Venti.

All’interno di quella breve ma convulsa stagione, d’incendi ce ne furono tanti: meno noti, come quelli delle sedi socialiste sparse in tutta la regione, o della tipografia del giornale cattolico croato Pučki Prijatelj, per non dire delle case di contadini sloveni e croati distrutte durante le spedizioni squadriste (Apih 1966; Apollonio 2001; Kacin Wohinc 1972; Klabjan 2018; Manenti 2021a; Manenti 2021b; Vinci 2011;); più famosi, come quello del giornale socialista Il Lavoratore e, soprattutto, quello del Narodni dom di Trieste il 13 luglio del 1920 (Apollonio 2001; Klabjan 2023).

In una serie ormai lunghissima di studi – per non parlar della pubblicistica minore – è stata proprio quest’ultima data fatidica a venir scelta come periodizzante all’interno della storia di frontiera novecentesca. Si tratta di un’opzione condivisibile, ma solo fino a un certo punto. Per esempio, è assolutamente adeguata dal punto di vista degli sloveni e croati in Italia, perché rappresenta il momento iniziale di una tormentata fase di persecuzioni consapevolmente rivolte a cancellare l’identità nazionale delle minoranze linguistiche. È del tutto comprensibile quindi che l’immagine drammatica di quell’evento si sia impressa a fuoco nella memoria collettiva slovena fino a trasformarsi in una costruzione mitica, grazie anche al consistente apporto della letteratura (Pahor, Boris 2001).

Dal punto di vista della storia del fascismo si potrebbe dire lo stesso, perché effettivamente fu quell’iniziativa a conferire al fascio triestino un ruolo di assoluto protagonismo sulla scena politica giuliana, attraverso la combinazione fra uso sistematico della forza e connivenza delle istituzioni. Questa è l’opinione unanime degli storici, che hanno pure sottolineato come sia stata proprio quella giuliana del luglio 1920 la prima clamorosa discesa in campo in Italia del nuovo squadrismo fascista (De Felice 1965).

È davvero un peccato quindi, che gli antifascisti del tempo non se ne siano accorti. Se si leggono i commenti al fatto espressi dal Lavoratore, è facile notare il distacco dell’articolista da quelli che agli occhi dei socialisti sembravano conflitti tutti interni ai movimenti nazionalisti, italiani o slavi che fossero (Il Lavoratore, 14 luglio 1920). È un atteggiamento che può lasciar perplessi per la sua miopia, ma non sorprendere quando si pensi che il più lucido fra gli intellettuali espressi dal socialismo giuliano, Angelo Vivante, fervente anti-irredentista, nell’anteguerra si era più volte scagliato contro i “demagoghi del Narodni dom” accomunandoli nelle sue denunce ai nazionalisti italiani (Vivante 1914).

Altri antifascisti in quel momento non è che ve ne fossero; al contrario, mentre i partecipanti agli incidenti del 13 luglio furono forse un migliaio, di cui un numero assai minore si dedicò all’assalto al Narodni dom, l’impresa suscitò una soddisfazione assai più larga nella pubblica opinione patriottica italiana. Si può forse dire che ciò che agli sloveni e croati apparve come l’inizio della fine, agli ex irredentisti sembrò piuttosto la fine dell’inizio, cioè della fase in cui l’italianità assoluta della città era stata messa gravemente in discussione dall’azione congiunta della “minaccia slava” interna e delle istituzioni statali ostili, fino a venir arsa nella primavera del 1915. Ora invece, da tutti i punti di vista, il gioco si ribaltava.

Quanto ai fascisti, è ovvio che dell’impresa menassero un gran vanto, ma non a lungo. Se nei primi anni dopo la presa del potere, l’incendio del Balkan – come comunemente veniva chiamato – venne eretto a simbolo dell’affermazione fascista contro il “nemico storico” slavo (Chiurco 1929), nel successivo decennio il regime preferì sorvolare sulle sue origini eversive, per trasmettere invece un’immagine ben più rassicurante d’ordine e pacificazione (Di Figlia 2016).

Ecco dunque come il medesimo evento, disincagliato dalla sua dimensione mitica, può diventare crocevia di periodizzazioni diverse, riferite a una pluralità di contesti. D’altra parte, la data stessa del fatto – l’estate del 1920 – segnala come allo squadrismo fascista non vada riconosciuta la primogenitura della violenza politica nel dopoguerra, ma solo – e purtroppo non è poco – la sua più efficace applicazione, anche grazie alla complicità delle istituzioni.

Il primo, significativo, atto di forza del periodo risale infatti al dicembre del 1918, quando una squadraccia di nazionalisti italiani, probabilmente ispirati dai servizi segreti militari, mise a soqquadro la curia vescovile di Trieste, in odio al presule austriacante e filo-jugoslavo (Apih 1966; Apollonio 2001). Nell’estate del 1919 poi, ecco i primi gravi incidenti di piazza, dove i socialisti si trovarono ad affrontare non solo le forze di polizia, ma anche le squadre nazionaliste, militarmente inquadrate (Apih 1966; Apollonio 2001). Certamente, alcuni esponenti nazionalisti dell’epoca avevano anche partecipato alla fondazione dei fasci di combattimento, che però rimanevano una realtà affatto ancillare rispetto alle formazioni della “sinistra patriottica”, ovvero i gruppi d’ispirazione mazziniana, ferventemente antislavi e assai scarsi di simpatie nei confronti dei socialisti, accusati di orientamenti antinazionali.

Le differenze di fondo rispetto alla posteriore esperienza dello squadrismo fascista riguardano almeno due elementi. Per prima cosa, i nazionalisti erano espressione radicale della tradizionale piccola borghesia patriottica triestina, mentre lo squadrismo avrebbe reclutato i suoi accoliti di preferenza fra il sottoproletariato e i “regnicoli”, entrambi alla ricerca di un ruolo e di una legittimazione politica (Vinci 2011). Ben più importante, i nazionalisti mazziniani per il loro repubblicanesimo non si prestavano a venir scelti come interlocutori privilegiati da parte dei rappresentanti del Regno sabaudo – governatori militari o commissari civili che fossero – a differenza degli squadristi inventati un anno dopo da Francesco Giunta, che a far profferte di fedeltà monarchica non mostrava alcun imbarazzo, in sintonia con i nuovi orientamenti di Mussolini. La loro comparsa risolse il problema che fino a quel punto aveva angustiato le autorità italiane e cioè quello di trovare un referente politico adeguato da contrapporre ai socialisti e ai nazionalisti slavi (Visintin 2000; Pupo 2014).

Le prime imprese dei giovani ex arditi nazionalisti non ebbero un seguito immediato semplicemente perché nell’autunno del 1919 si trasferirono in massa a Fiume, al seguito di D’Annunzio. Su quell’impresa sono stati versati fiumi d’inchiostro, forse anche in sovrabbondanza, e non è il caso di infierire. Un aspetto però risulta interessante ai fini del ragionamento sulla storia di frontiera. Nell’operazione dannunziana infatti sembrano convergere due grandi filoni di violenza politica: l’uno, che si rifà direttamente alle esperienze italiane del “radiosomaggismo”, l’altro che rimanda invece alla diffusione del paramilitarismo in larga parte dei territori ex asburgici nella lunga transizione fra guerra e pace (Beneš 2017; Gerwarth e Horne 2013; Lowe 2012). Già prima dell’intervento di D’Annunzio del resto, a Fiume i nazionalisti italiani avevano organizzato formazioni paramilitari equipaggiate e addestrate dal regio esercito (Pupo 2018), anche se a dire il vero esse non giuocarono un ruolo determinante, a fronte del ben più incisivo ammutinamento dei soldati regolari ammaliati da D’Annunzio. Più in generale, il colpo di mano dannunziano risulta parente stretto di quelli che si verificarono in altre regioni dell’Europa orientale nel medesimo torno di tempo, per esempio nei paesi baltici: tutte situazioni in cui atti di forza dei quali i governi interessati non potevano assumersi ufficialmente la responsabilità venivano attuati da personaggi carismatici certi di interpretare un sentire diffuso dal basso e condiviso dall’alto. In questo senso, Fiume rappresenta emblematicamente un punto d’incontro fra logiche eversive procedenti da occidente e oriente, disegnando in questo una tendenza caratteristica della storia della violenza politica alla Frontiera adriatica.

Un ultimo equivoco va dissipato rispetto alla crisi del primo dopoguerra: quello che vede contrapporsi una violenza aggressiva, quella fascista, e una difensiva, quella antifascista. È un giudizio che fa torto alle fonti ma anche alla buona volontà dei giovani massimalisti che, una volta acquisito il controllo del partito socialista giuliano, cercarono di farne uno strumento autenticamente rivoluzionario (Karlsen 2018b; Karlsen 2019). A lungo credettero che fosse sul punto di scoccare l’ultima ora della “traballante piattaforma borghese”, come la definì Vittorio Vidali in un infuocato appello alla guerra civile dell’ottobre 1920; e ancora nel 1921 ritennero possibile reagire all’ormai scatenata violenza squadrista passando all’offensiva contro le istituzioni del nemico di classe, compresi i suoi centri di potere economico. È in questa logica che attaccarono e poi incendiarono il cantiere San Marco, con un’operazione che scatenò l’entusiasmo fra i rivoluzionari – tanto che il neocostituito partito comunista sfondò a Trieste la soglia del 20% dei consensi – ma gettò gli operai in mezzo alla strada (Karlsen 2018b; Karlsen 2019). Il punto è, che per fare la rivoluzione non basta l’intenzione, ma ci vogliono molte altre condizioni che allora non si davano: e, come si vide nel settembre 1920 – quando l’insurrezione popolare del quartiere di San Giacomo a Trieste venne stroncata a cannonate – mentre i prudenti dirigenti riformisti dei sindacati non erano in grado di controllare l’aggressività delle masse, i giovani esponenti massimalisti non erano capaci di guidarla (Apih 1966; Apollonio 2001).

Con gli ultimi sussulti – questi, sì, ormai disperatamente difensivi – della repubblica sovietica dell’Arsa e della rivolta contadina di Prostina (Bertoša 1978; Vorano 2018) il 1921 si rivela l’anno periodizzante per la fine della “stagione delle fiamme”. Il picco della violenza crollò, semplicemente perché non ce n’era più bisogno, lasciando in eredità probabilmente un centinaio di vittime, oltre alle devastazioni materiali e politiche (Karlsen 2018b; Karlsen 2019). Poco cambiò con la marcia su Roma e i veri connotati della nuova stagione di violenza politica si precisarono qualche anno più tardi, con l’emanazione delle leggi fascistissime e l’estensione alla Venezia Giulia della normativa in materia di nomi e toponimi originariamente concepita per il Trentino. È da tale complesso di provvedimenti, infatti, che prese forma la duplice oppressione fascista alla Frontiera adriatica: quella rivolta a tutti gli italiani e quella specifica a danno delle minoranze linguistiche, sottoposte a una severa politica di snazionalizzazione.

Con la seconda metà degli anni Venti è dunque legittimo parlare di una nuova stagione della violenza politica, quella della violenza di stato fascista: una violenza esercitata dalle leggi, con le leggi e oltre le leggi. Dalle leggi, poiché esse erano intrinsecamente liberticide e verso la fine degli anni Trenta avrebbero subito un ulteriore aggravamento con l’introduzione della legislazione antiebraica (Bon 1972; Bon 2000). Con le leggi, vale a dire tramite l’azione repressiva delle forze di polizia, della magistratura ordinaria e di quella speciale, la quale ultima comminò un totale di 14 condanne a morte, di cui 10 eseguite (Dini 2004; Janjatović 1973; Pahor e Milan 2021; Pirjevec 1982; Puppini 2003). Oltre le leggi, perché lo squadrismo rimase sempre di riserva, pronto a colpire anche dove i pubblici poteri sembravano concedere qualche spazio residuale di espressione alle realtà minoritarie: fu questo il caso dell’omicidio di Lojze Bratuž, ucciso nel 1937 dopo aver diretto un coro natalizio in lingua slovena regolarmente autorizzato dalla questura di Gorizia (Loik 1989).

Com’è noto, a tale violenza di stato cercò di reagire quella terrorista dei gruppi antifascisti e irredentisti Borba / Tigr (Kacin-Wohinz 1988; Pahor e Milan 2021; Sofri 2019). Val la pena di notare a riguardo come della loro esplicita scelta terrorista i protagonisti non fecero all’epoca alcun mistero, tanto che nel logo del TIGR, la I venne sostituita da un candelotto di dinamite. A posteriori invece il termine cominciò a suscitare imbarazzo, tanto da venire accuratamente evitato da storici, pubblicisti e commemoratori. Lo stesso era accaduto qualche decennio prima ad altri terroristi, quelli irredentisti italiani, che la pubblicistica e la storiografia patriottica preferirono battezzare goliardicamente “petardieri” anche se, oltre a metter bombe, minacciavano di sfigurare con l’acido i loro avversari.

Sino alla fine degli anni Trenta dunque i profili della violenza politica nei territori frontalieri hanno rivelato un andamento sinusoidale, che viene confermato dalla successiva crisi. La Seconda guerra mondiale generò infatti un nuovo picco, però assai più alto di quello occasionato dal precedente conflitto, tanto che sembra legittimo parlare di una “stagione delle stragi”. In questo caso il motore del nuovo salto di qualità fu esterno all’area frontaliera, il che segnala come a partire dall’aggressione alla Jugoslavia della primavera 1941 i borderlands adriatici, sempre sospesi fra contesti diversi, vennero progressivamente risucchiati nelle logiche estreme che si stavano affermando nell’entroterra centro-europeo e in particolare jugoslavo. È questo un cambio di prospettiva che la storiografia italiana ha faticato a metabolizzare fino a tempi recenti (Karlsen 2018a; Karlsen 2022; Pupo 2021a), mentre letteratura minore e uso pubblico ne sono rimasti largamente estranei, con il risultato di rendere largamente incomprensibili ai più fenomeni pur molto discussi, come il sovrapporsi di alcuni movimenti resistenziali e le violenze di massa dell’autunno 1943 e della primavera 1945.

La storiografia, anche italiana, ha oramai ampiamente esplorato il drammatico incrocio sul territorio jugoslavo di guerre civili, lotta di liberazione, guerra rivoluzionaria e operazioni antiguerriglia, che favorì il diffondersi dello stragismo, dimensione radicale di lotta in cui risultarono in diverso modo coinvolte tutte le parti in causa (Becherelli 2012; Caccamo 2008; Capogreco 2019; Collotti 1997; Conti 2008; Cuzzi 1998; Ferenc 2000; Gobetti 2013; Gombač 2004; Hodzic 2008; Kersevan 2003; Osti Guerrazzi 2011). Lo stragismo si estese abbastanza rapidamente anche nelle province giuliane, dove pure si attivò un movimento di liberazione sloveno e croato e di conseguenza s’innescò la spirale repressiva italiana. Prime vittime della stagione di violenze di massa furono i civili sloveni e croati fucilati dalle truppe italiane: emblematico a riguardo è l’eccidio di Podhum, ma ve ne furono anche altri meno noti, come per esempio quello a Ustje (Kovačić 2007; Lokar 1958; Miccoli 2013; Petelin 1983), mentre pratiche sistematiche di tortura vennero introdotte dall’Ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia (Cernigoi 2013; Coco 2017). L’anno successivo la sorte si ribaltò e nell’autunno 1943 fu la volta delle stragi di italiani conosciute come “le foibe istriane”. In tal caso, le pratiche di lotta correnti da parte del movimento di liberazione jugoslavo, che prevedevano l’immediata eliminazione dei “nemici del popolo”, causarono la maggior parte delle vittime, fucilate a seguito di giudizi sommari ovvero eliminate in massa al momento del ritiro delle forze partigiane, mentre a tale repressione organizzata si sovrapposero, in un contesto di generale confusione, esplosioni di ribellismo contadino cui vanno invece addebitati gli episodi più truculenti (Apih 2010; Dukovski 2001; Dukovski 2009; Pupo 2003; Rumici 2002).

Lo stragismo divenne poi routine durante la dominazione germanica, inaugurata da un grande rastrellamento che fece quattro volte più vittime delle “foibe” – 2.000 contro 500 – cui seguirono eccidi troppo numerosi per venir qui elencati, anche con la collaborazione dei fascisti repubblicani (Bolzon 2012; Di Giusto 2005; Di Giusto 2017; Karlsen 2022; Liuzzi 2014; Patat 2019). A tali attività di repressione antipartigiana, le cui direttive non differivano in maniera significativa da quelle precedentemente emanate dai comandi italiani nei territori jugoslavi, si sommò da parte nazista l’attività del campo della morte della risiera di San Sabba, dove le eliminazioni assunsero una scala industriale (Apih 2000; Fölkel 2000; Matta 2012; Scalpelli 1996): una modalità d’intervento, questa, che confermava emblematicamente come l’intera area frontaliera compresa nella Zona di operazioni Litorale Adriatico venisse gestita dai nazisti con i criteri tipici del fronte orientale e non di quello occidentale (Collotti 1974; Stuhlpfarrer 1979). Al contesto politico dell’Europa orientale – con la sua contrapposizione di fondo non tra fascismo e antifascismo, bensì tra nazismo e comunismo –, e specificatamente a quello jugoslavo e alla sua capacità di attrazione sul movimento partigiano d’ispirazione comunista in Friuli e nella Venezia Giulia, rimanda anche l’eccidio di Porzȗs, episodio conclamato di guerra civile all’interno della Resistenza italiana e proprio in quanto tale pensabile solo all’interno di una realtà di frontiera tra modi diversi d’intendere la lotta di liberazione (Franceschini 1996; Karlsen 2018a; Karlsen 2022; Piffer 2012).

Senza soluzione di continuità lo stragismo continuò con le violenze di transizione, note come le “foibe giuliane” del 1945. A riguardo, mentre le chiavi interpretative del fenomeno sono già state individuate a cavaliere fra gli anni Novanta del Novecento e il nuovo secolo (Commissione italo-slovena 2000; Pupo e Spazzali 2003; Rumici 2002; Valdevit 1997), il dibattito successivo ha portato un’infinità di polemiche e pochi apporti significativi (Pirjevec 2009; Troha 2009). Già i contributi di più di vent’anni fa avevano messo in luce come, per comprendere l’accaduto, fosse indispensabile uscire dagli schemi mentali propri della storiografia italiana sulla Resistenza, in quanto le esperienze vissute dall’area frontaliera nella primavera/estate del 1945 rimandavano invece alle dinamiche proprie della storia jugoslava del periodo. Sviluppando tali indicazioni, studi più recenti hanno sottolineato come non tanto di parentele strette convenga parlare fra gli eccidi della Venezia Giulia e quelli della vicina Slovenia, quanto piuttosto di un fenomeno unitario riguardante tutti i territori che le truppe jugoslave liberarono dai tedeschi ai primi di maggio del 1945 e dove instaurarono il nuovo regime comunista, attuando immediatamente una politica di eliminazione su vasta scala dei “nemici del popolo” – l’ordine di grandezza sta fra le 60 e le 100mila vittime, fra le quali alcune migliaia di italiani – che coinvolse sia diretti collaboratori dei nazisti che persone e gruppi per qualsiasi ragione ritenuti ostili al movimento di liberazione (Ferenc 2012; Rulitz 2016; Tomasevich 1999).

Sarebbe naturalmente ingenuo pensare che nelle località abitate da italiani la differenza nazionale sia stata irrilevante nella scelta dei bersagli, ma certamente gli ordini impartiti per avviare una tipica repressione dall’alto, gestita da un organo dello stato come la polizia politica, esplicitavano la dimensione politica e non etnica della purga, in cui a contare non era l’appartenenza nazionale bensì l’atteggiamento nei confronti del movimento di liberazione jugoslavo e delle sue rivendicazioni (Pupo e Spazzali 2003; Pupo 2010; Moscarda 2018). Se sul piano scientifico tale lettura può darsi per acquisita, così purtroppo non è su quello dell’uso pubblico, dove continua a venir usata a sproposito la categoria di “pulizia etnica”, fra l’altro del tutto inapplicabile in un’area dove a sovrapporsi non sono state solo le genti, ma anche le idee di nazione.

Come data finale della “stagione delle stragi” si potrebbe indicare quella del luglio 1945, quando il Burò del Comitato regionale del Pcc dell’Istria ordinò di “coprire le foibe” e stilare l’elenco dei liquidati (Moscarda 2016), ma in realtà in molti casi la detenzione nei campi di prigionia si protrasse ancora per anni, con un’elevata mortalità (Barral 2007; Di Sante 2007; Lampe 2021). Inoltre, lo stragismo ebbe un ultimo colpo di coda nell’estate del 1946 con l’eccidio di Vergarolla, nei pressi di Pola, di cui esecutori e mandanti permangono tuttora sconosciuti e che può venir considerato come la prima delle stragi impunite della storia d’Italia nel secondo dopoguerra, perché all’epoca la città istriana ricadeva ancora sotto la sovranità italiana, anche se amministrata da un governo militare anglo-americano (Dato 2014; Radivo 2015).

Negli anni successivi le logiche della violenza politica si divaricarono. Nei territori sotto controllo jugoslavo si esercitò la violenza di stato del regime comunista, che visse diverse fasi cumulative (Moscarda 2016): quella della lotta per l’annessione, quella della socializzazione dei mezzi di produzione e infine la crisi del Cominform (Bonelli 1994; Previšić 2019; Scotti 1997; Scotti 2012). Tale forma altamente pervasiva di violenza politica colpì tutta la popolazione, anche se in maniera asimmetrica: nell’area frontaliera infatti, gli italiani erano nel loro insieme considerati pregiudizialmente sospetti vuoi come eredità del passato conflittuale, vuoi perché notoriamente in larga misura tutt’altro che entusiasti del nuovo ordine. Nei loro confronti quindi lo zelo repressivo dei poteri locali fu particolarmente accanito, anche al di là e talvolta in contraddizione con le direttive impartite dagli organi di partito a livello repubblicano e federale (Moscarda 2016). Ciò non vuol dire che furono le politiche del terrore a svolgere un ruolo determinante nel fenomeno dell’esodo, frutto di processi ben più articolati, anche se certo violenze dirette e clima generale di insicurezza indebolirono gravemente le capacità di resistenza delle comunità italiane (Colummi 1980; Pupo 2022). Più in generale, il termine stesso di “italiani” costituisce non una definizione univoca ma un problema, perché esso veniva inteso in maniera assai diversa da parte degli attori politici in campo: fra chi si riconosceva culturalmente e sentimentalmente in un’identità nazionale a prescindere dalla propria origine familiare – come buona parte degli “optanti” per la cittadinanza italiana – e chi invece – come le autorità jugoslave, in linea con una tradizione di “nazionalismo etnico” – negava qualsiasi valore alla scelta individuale, introducendo per esempio la categoria di “taljanaci”, cioè di slavi italianizzati da ricondurre, con le buone o le cattive, alla nazionalità “giusta” (Moscarda 2001; Moscarda 2016).

Nei territori sotto controllo anglo-americano la cui sorte finale rimase incerta fino al 1954, fu invece endemica la violenza di piazza, che vi svolse un ruolo politico strategico dal momento che costituì lo strumento principe per l’affermazione dei soggetti politici concorrenti, dato che potere e allocazione delle risorse rimasero tutti in mano agli Alleati. Costoro lasciarono campo libero alla competizione politica, anche assai aspra, ma mantennero con polso d’acciaio il controllo della situazione, non esitando a intervenire pesantemente contro chiunque cercasse di compromettere il loro programma di law and order (Valdevit 1986).

Fino al 1948 bersagli principali dei loro interventi repressivi furono quindi le forze “slavo-comuniste”, che si ponevano come alternativa esplicita al Governo Militare Alleato. In una fase successiva, scompaginato il fronte di sinistra dalla crisi del Cominform, nuovi antagonisti del GMA divennero i gruppi irredentisti che si battevano per il ritorno di Trieste all’Italia. Dopo i primi incidenti del 1952 il picco della violenza venne raggiunto nel 1953 con la “rivolta di Trieste” contro il governo militare alleato, che lasciò sei dimostranti morti per le strade (D’Amelio 2015; De Castro 1981; Millo 2001). La pace tornò dopo il Memorandum di Londra del 1954 che chiuse di fatto la “questione di Trieste” e con l’esaurirsi dell’esodo istriano alla fine del decennio.

Questa sintetica panoramica conferma innanzitutto la triste fama della regione giuliano-dalmata come “laboratorio della contemporaneità” nei suoi aspetti più drammatici, mentre lo spunto comparativo con gli altri borderlands dell’Europa centro-orientale, e in particolare con quelli indicati da Snyder, segnala analogie e differenze, oltre alla necessità di esaminare l’intero arco temporale dall’inizio fin oltre la metà del secolo ventesimo.

Anche nel caso adriatico la successione di regimi totalitari si accompagnò infatti a imponenti eruzioni di violenza politica, ma l’acceleratore dei fenomeni sembra costituito, più che dall’affermazione dei diversi sistemi politici, dalle due guerre mondiali, ciascuna delle quali determinò macroscopici salti di qualità nell’esercizio della violenza politica, con un netto peggioramento tra le due fasi. Se la Prima guerra mondiale infatti accese la “stagione delle fiamme”, la Seconda innescò la “stagione delle stragi”, segno evidente che l’orizzonte del pensabile si era nel frattempo spostato, trasformando in prassi diffusa forme di conflittualità così esasperate da non risultare nemmeno concepibili vent’anni prima. A sua volta, tale slittamento appare figlio della diversa natura del secondo conflitto mondiale rispetto al primo: una guerra, la seconda, in cui i fronti attraversavano l’intero continente, attivando anche furiosi conflitti locali; una guerra senza retrovie, dove in ogni punto potevano scatenarsi i comportamenti più distruttivi; una guerra fortemente ideologizzata in cui le declinazioni in armi degli “assoluti” politici e nazionali lasciavano poco spazio alla pietà; una guerra – soprattutto – in cui era completamente saltata la distinzione fra militare e civile e il rispetto precedentemente dovuto ai non combattenti si era trasformato nella loro individuazione quali bersagli di azioni belliche terroristiche – come i bombardamenti sui centri abitati – e di repressioni feroci per garantire il controllo di territori ostili.

Si è trattato in ogni caso di fenomeni traumatici, tali da generare memorie collettive di sofferenza e rancore destinate a durare decenni. È, quello delle memorie, un campo d’indagine fertilissimo (Focardi 2020; Klabjan 2019), ma che per venir adeguatamente esplorato richiederebbe un contributo specifico, estraneo ai fini di questo saggio. Al polo opposto rispetto alle pratiche memoriali si situa il problema della quantificazione, solo apparentemente più “oggettivo”. Si tratta infatti di una questione sempre spinosissima, perché è noto come le stime delle vittime di guerre, eccidi e altre disgrazie del genere varino moltissimo a seconda di chi le propone. Il caso alto-adriatico non fa eccezione, considerata la lunga durata dell’uso controversistico, le cui male abitudini si sono frequentemente fossilizzate in “verità ufficiali” particolarmente ardue da scalfire, si tratti dei 100mila sloveni e croati costretti a emigrare durante il fascismo, dei 10mila e più infoibati, dei 350mila esuli italiani dall’Istria e Dalmazia.

Anche senza considerare peraltro tali retoriche prive di fondamenta scientifiche, rimane un problema interpretativo di non poco conto, dal momento che nell’area frontaliera tra le vittime della stagione delle fiamme e quella delle stragi vi è un fattore dieci di differenza, più qualche numerale. Uno scarto così macroscopico sembra difficile che in sede analitica non attiri l’attenzione, mentre invece nella storiografia non ha tradizionalmente suscitato grandissimo interesse. Probabilmente ciò è dovuto al timore che tale confronto potesse venir utilizzato, sempre in ambito prevalentemente polemico, come argomento a discarico delle colpe del regime fascista rispetto a quelle dei suoi successori nel dominio del territorio, quello nazista tedesco e quello comunista jugoslavo. Rimuovere un problema però non significa risolverlo, mentre invece è possibile arrivare a spiegazioni plausibili senza spingersi sul terreno minato dei giudizi di valore sui diversi sistemi ideologici – fascismo, nazismo, comunismo – ovvero su di una supposta propensione alla barbarie dei diversi popoli.

Più utile sembra quindi ragionare sulle finalizzazioni delle diverse forme e dimensioni della violenza politica, rilevando tra le altre cose come le pratiche utilizzate all’inizio degli anni Venti dallo squadrismo fascista risultassero largamente sufficienti a garantire a Mussolini la conquista del potere in un contesto istituzionalmente a lui favorevole, mentre soluzioni più estreme, anche ammesso che qualcuno avesse potuto a quell’epoca pensare di applicarle in Italia e non nelle colonie, sarebbero apparse del tutto controproducenti. Ben diversa invece era una situazione rivoluzionaria come quella del 1945, seguente per giunta a una fase in cui l’abitudine alle violenze di massa si era già largamente affermata. Del resto, in un contesto assai ostile come quello jugoslavo dopo il 1941, anche gli organi dello stato fascista italiano, a cominciare dalle forze armate, non avevano mostrato remore ad applicare le tecniche repressive già sperimentate in Africa, si trattasse delle rappresaglie, degli eccidi o del ricorso ai campi d’internamento per civili.

Ancora, può tornare utile riferire i comportamenti collettivi alle diverse culture e modelli di violenza politica. Dietro lo squadrismo stava dichiaratamente l’esperienza dell’arditismo; dietro le pratiche di lotta del partigianato jugoslavo, come pure dietro quelle repressive dello stato comunista jugoslavo, stavano invece le ben altrimenti radicali esperienze della guerra civile in Russia, delle purghe staliniane, della guerra di Spagna e dell’inferno scatenato nei Balcani dall’attacco dell’Asse: chiaramente, siamo in presenza di retroterra sostanzialmente diversi.

Sempre in tema di quantificazione e sempre prescindendo dalle sensazioni e autorappresentazioni di sofferenza e oppressione delle comunità coinvolte, va anche rilevato che i livelli di violenza globalmente raggiunti sulle sponde adriatiche appaiono decisamente più contenuti rispetto ad altre aree di crisi dell’Europa centro-orientale. Restringendo il focus nello spazio e nel tempo, l’ondata repressiva jugoslava comunista della primavera 1945 sembra aver colpito i territori frontalieri – all’epoca ufficialmente appartenenti, sì, all’Italia, ma di fatto considerati annessi alla Jugoslavia e trattati come tali – relativamente meno di quelli di altre zone della Jugoslavia (Orlic 2023). Peraltro, l’appartenenza largamente prevalente delle vittime delle stragi del maggio/giugno 1945 nell’area di frontiera a uno solo dei gruppi nazionali presenti nella regione, quello italiano, ha svolto certamente un ruolo di moltiplicatore dell’impatto delle violenze sulla popolazione di tale nazionalità.

Ciò ha favorito in sede interpretativa una certa confusione tra l’esistenza indubbia, da parte jugoslava, di un progetto di distruzione a qualsiasi costo dell’italianità adriatica in quanto fenomeno storico indissolubilmente connesso all’egemonia nazionale, sociale, culturale e politica della componente italiana (Pupo 2016) e un disegno, invece, di eliminazione totale della presenza italiana nell’area frontaliera, di cui le stragi del 1945 sarebbero state solo il primo atto, come supposto dalla tradizione nazionalista italiana. L’esistenza di un simile intento ai vertici dello stato jugoslavo è negata dalle fonti, disponibili già da un trentennio per quanto riguarda le “foibe giuliane”, mentre invece il ritardo con cui gli studiosi hanno potuto accedere a quelle croate, fondamentali per la comprensione della situazione istriana del secondo dopoguerra, ha consentito solo di recente di sciogliere gli interrogativi posti da comportamenti apparentemente contradittori delle autorità jugoslave: è questo il caso delle fortissime pressioni sul gruppo nazionale italiano che indussero la maggior parte dei suoi componenti a prendere la via dell’esodo, a fronte del tentativo dei poteri locali di frenare l’esodo stesso con provvedimenti repressivi (Colummi 1980). Tale contraddizione si supera combinando fra loro due fattori: i limiti intrinseci della politica della “fratellanza italo-slava” – riguardanti la supposta appartenenza nazionale secondo un criterio etnicista, la collocazione di classe e la fedeltà politica – che ne ridussero drasticamente e progressivamente il campo di applicazione, e la sua gestione da parte di una classe dirigente locale che non ci credeva affatto, ma non era preparata ad affrontare le conseguenze estreme dei sui comportamenti (Moscarda 2016; Pupo 2022).

Quanto alla dimensione genocidaria, questa è presente sia nelle aree prese in considerazione da Snyder sia in altre est-europee, come pure in quelle adriatiche. In queste ultime, tuttavia, essa è limitata agli aspetti locali della Shoah (Walzl 1991), perché né le intenzioni né le pratiche di lotta degli altri soggetti storici – segnatamente, fascisti e soldati italiani, partigiani comunisti jugoslavi – ebbero nulla a che vedere con i genocidi, nonostante raggiungessero punte di grande crudeltà. Certamente, la percezione a riguardo delle vittime e il conseguente portato di memoria sono talmente diversi da evocare in più casi la prospettiva genocidaria a danno degli uni o degli altri, ma il giudizio storico si fonda su di una più ampia platea di fonti oltre a quelle memoriali, nonché sulla loro analisi critica, e conduce in una direzione differente.

Ben presenti in entrambe le aree sono invece i fenomeni di sostituzione nazionale, capaci di configurarsi come vere e proprie fratture storiche. Nello spazio adriatico possiamo parlare innanzitutto di una sostituzione imperfetta in epoca fascista, quando le politiche snazionalizzatorie, per quanto radicali, determinarono una flessione contenuta delle componenti slovena e croata (Kalc 1996; Purich 2010); e invece di una sostituzione perfetta, invece, nei territori giuliano-dalmati passati nel secondo dopoguerra sotto il controllo jugoslavo, quando la quasi totalità della popolazione di “sentimenti italiani” – cioè che si sentiva appartenete alla nazione italiana anche al di là delle sue origini etniche – fu costretta a prendere la via dell’esilio (Colella 1958; Mileta 2005) e venne sostituita da immigrati provenienti da tutta la Jugoslavia (Kalc 2019). La forma prevalente di tale sostituzione è stata quella dell’esodo che – com’è noto – rappresenta una modalità di spostamento forzato di popolazione diversa nei modi dalle deportazioni e dalle espulsioni, in quanto il potere non gestisce direttamente né impone formalmente il trasferimento del gruppo bersaglio, ma si limita a creare condizioni ambientali tali da indurre i membri di quel gruppo a “scegliere” la via dell’esilio (Ferrara 2012). Da questo punto di vista, quello dei giuliano-dalmati appare un caso da manuale.

Ancora, pure nell’area adriatica risultano ben presenti i fenomeni di urbicidio/policlastia, diffusissimi nell’Europa orientale, tanto per quel che riguarda la distruzione fisica di centri urbani come nel caso di Zara, quanto, e soprattutto, in riferimento al ricambio forzato e pressoché integrale della popolazione, con conseguente cambio dell’identità nazionale prevalente, come in tutti i centri urbani passati alla sovranità jugoslava (Leone 2009; Pupo 2018; Pupo 2022; Schlöghel 2011). Da tale punto di vista, la sorte di centri come Fiume, Pola e Capodistria non differisce sostanzialmente da quella di Leopoli, Breslavia e Königsberg, solo per citarne qualcuno.

Tutte le considerazioni fin qui svolte – seppur come semplici spunti da sviluppare – evidenziano l’utilità della comparazione storica. Infatti, per comprendere fino in fondo le dinamiche di un territorio fortemente plurale e inserito di volta in volta – e talora simultaneamente – all’interno di contesti diversi, mantenere lo sguardo ampio diventa una condizione obbligata. Di fronte a tale necessità emergono tutti i limiti delle storiografie che privilegiano un punto di vista nazionale rispetto a un altro, posto che ogni storiografia nazionale non riesce a dar conto della complessità di una storia di frontiera. Naturalmente, auspicare una storiografia post-nazionale è più facile a dirsi che a farsi, perché alcuni presupposti culturali sono stati così fortemente interiorizzati dagli studiosi di frontiera da riemergere spesso in maniera inaspettata, magari con nomi diversi, all’interno di contesti discorsivi più raffinati, ovvero come riferimenti considerati ovvi quando invece si rivelano del tutto problematici, oppure ancora mediante la costruzione di nuovi miti – come quelli dell’ibridismo nazionale o dell’identità regionale istriana – che rischiano di prendere il posto delle vecchie mitologie nazionaliste (Ballinger 2004; Orlic 2023).

Tornando alla storia comparata, la condizione fondamentale per un suo corretto esercizio consiste nel paragonare fenomeni appartenenti alla medesima “famiglia”. In questo senso, è sicuramente proficuo confrontare diversi processi di nazionalizzazione in aree linguisticamente miste come – per restare nell’Impero asburgico – il Litorale e la Galizia; oppure i trattamenti delle minoranze linguistiche fra le due guerre mondiali nella Venezia Giulia, nell’Alsazia-Lorena, in Cecoslovacchia e in Polonia; oppure l’irredentismo italiano con quello sloveno e croato; oppure stragi come quelle naziste in Polonia e Russia, le fosse di Katyn, le foibe; oppure sempre le foibe e gli eccidi del secondo dopoguerra per un verso nell’Italia settentrionale e per l’altro in Slovenia; oppure ancora l’esodo dei giuliano-dalmati e quello dei circassi dalla Crimea; oppure sempre l’esodo dei giuliano-dalmati, lo scambio di popolazioni greco-turco nel primo dopoguerra e l’espulsione dei tedeschi dall’Europa centrale nel secondo.

Invece, non hanno alcun senso i paragoni incrociati tra fenomeni di natura diversa. Così, per esempio, non conduce a nulla confrontare la Shoah – che rappresenta un caso paradigmatico di genocidio – con le stragi, ovvero con gli spostamenti forzati di popolazione; o paragonare i processi di assimilazione forzata, per quanto brutali, ai genocidi. Si tratta purtroppo di cattive pratiche alquanto frequenti nell’uso pubblico, in parte per ignoranza e in parte per calcolo strumentale. Di fronte a tali derive, spesso figlie di un approccio al passato ancora intriso di passioni e fondato su di un impianto vittimistico/accusatorio, l’applicazione rigorosa del metodo storico-critico offre antidoti importanti. Tutto sta a volerli usare.


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