Come scrivere una storia della Penisola italiana per i secoli che precedono la nascita di uno spazio statuale unitario (1861-1870)? È un problema che si sono già posti gli studiosi che molti decenni fa progettarono il Dizionario biografico degli italiani, o più tardi i curatori della Storia d’Italia Einaudi (Romano, Vivanti 1972-1976), o ancora Giuseppe Galasso quando decise di articolare per aree regionali e per “antichi stati italiani” la parte dedicata al tardo medioevo e all’epoca moderna nell’impresa in più volumi da lui diretta e apparsa per i tipi di Utet tra il 1976 e il 2008. Nel 2017 Andrea Giardina ha prefato la Storia mondiale dell’Italia pubblicata da Laterza tornando ancora una volta su una questione annosa ma cercando di schivare uno scoglio interpretativo acuito dagli usi genealogi, retrospettivi e nazionalistici che del concetto di Italia si sono fatti tra il Risorgimento e gli anni del fascismo. Senza contare che i nodi storiografici non si sono mai limitati all’assenza di una comunità politica unitaria (una “nazione”) sino al XIX secolo. Come evitare, per esempio, la riproposizione di canoni interpretativi che in passato sono stati spesso connotati dall’idea di un Sonderweg della Penisola, di un’eccezione tutta italiana e costellata di mancanze rispetto alla storia del resto degli Stati europei dall’età moderna in poi? In occasione delle celebrazioni per i 150 anni dello Stato unitario, una preziosa raccolta di saggi (Benigno, Mineo 2020) – introdotta magistralmente – ha riflettuto su questi e altri problemi (le idee di primato e di decadenza), mentre il Mulino ha avviato una nuova collana di libri snelli per conoscere gli antichi stati italiani (a oggi ne sono apparsi cinque volumi, cfr. https://www.mulino.it/serie/gli-antichi-stati-italiani).
I tre curatori di Le temps des Italies sono ben consapevoli di questi dibattiti, tanto che la storiografia occupa un posto centrale in quasi tutto il libro. Radunando studiosi italiani che lavorano in Francia, e studiosi francesi che si sono occupati del passato della Penisola, e senza alcuna pretesa di dare risposte a senso unico, Boutier, Landi e Waquet mirano a rendere attrattivo per il pubblico francese un oggetto di non facile definizione, optando per una chiave di lettura plurale: molti autori per ben 34 incursioni (ciascuna corredata da un’immagine “iconica”); una selva di utilissime carte; una complessa articolazione del volume non sempre efficace e di facile comprensione; la scelta di un arco temporale di lunga durata ma del tutto coerente (i secoli XII-XIX)1; la volontà di non parlare mai di Italia ma di “Italie”, al di là del piano politico in senso stretto, con un respiro spaziale che mai si limita alla Penisola ma abbraccia l’Europa, il Mediterraneo e talvolta il mondo (alle relazioni e ai conflitti con l’impero ottomano, ai captivi e alla nascita del sapere orientalistico è dedicato il contributo di Marie Bossaert e di Guillaume Calafat, pp. 615-630). Così contributi più evenemenziali (come quello di Lucien Bély sul contesto geopolitico della prima età moderna, pp. 597-614) si alternano a ricerche di taglio saggistico, componendo un quadro di cui è arduo dare conto in queste poche pagine dedicate ai secoli XVI-XVII, tanto più che larga parte della collezione si focalizza sul Rinascimento e sulla prima epoca moderna. Non si tratta di una scelta arbitraria, imposta dai campi di ricerca praticati dai collaboratori, ma della volontà di tenere insieme la storia e la genesi dell’idea di Italia, che com’è noto ebbe il suo brodo di coltura fra il Quattrocento – si pensi solo a Biondo Flavio – e il primo Seicento.
L’Italia come meta-oggetto, come costruzione culturale o artificiale (parte I)? Non si può certo ignorare il peso della letteratura, e più tardi del paradigma interpretativo di de Sanctis, decostruito da Dionisotti (1967) e da altri dopo di lui, come ci ricorda Cristina Panzera, che infatti insiste sul ruolo giocato da alcuni generi letterari e tipografici – libri di epistole, manuali di comportamento, petrarchini – nel consolidare un sentimento di comune appartenenza (pp. 85-100). L’Italia tenuta insieme da un veicolo di comunicazione fabbricato a uso e consumo delle élites, quasi come risarcimento simbolico alla mancanza di unità politica? Franco Pierno prova a riscrivere i termini della questione della lingua, ricordandoci che il successo del toscano, temperato dai chierici della Chiesa romana, fu dovuto sì alle “tre corone fiorentine” e a Bembo, ma anche ai tipografi, ai mercanti e ai predicatori degli ordini mendicanti nel XV secolo (pp. 69-84). L’Italia come rappresentazione geografica? Sulla scorta di una storiografia consolidata sin dai tempi di Almagià, Boutier illustra la percezione spaziale della Penisola che precipitò a inizio Seicento nell’atlante elaborato da Giovanni Antonio Magini, senza trascurare il precedente vaticano di Egnazio Danti, ma sorvolando sull’importanza della Descrittione cinquecentesca di Leandro Alberti (pp. 27-46). L’Italia degli artisti? Michela Passini (pp. 119-136), che si ispira al contributo di due raffinati interpreti italiani (Castelnuovo, Ginzburg 1981) e analizza i testi dei campioni della letteratura storico-artistica in epoca pre-risorgimentale, si muove a ritroso sino alle Vite di Vasari, si focalizza sulla costruzione di un canone delle scuole artistiche orientato sull’asse Venezia-Firenze-Roma – cioè sull’Italia urbana e comunale del Centro-Nord – rimarcando come esso abbia finito per favorire la patrimonializzazione di alcuni manufatti e relegare ai margini il Sud e le “periferie”.
In questa prima parte, che offre una cassetta degli attrezzi per addentrarsi nella nozione di Italia, non poteva mancare un capitolo sulla storiografia (Caroline Callard, pp. 101-112), che inizia dal Machiavelli detrattore della Chiesa e dai suoi confutatori (un nome per tutti: Scipione Ammirato) per ricordarci che la questione delle relazioni storiche tra la Penisola e la Sede apostolica incappò nella censura tridentina e che gli scrittori e poligrafi italiani, almeno nel Seicento, adottarono un’intelligente arte della fuga verso altri temi, altre geografie e altri generi: trattare delle guerre del Nord Europa (Bentivoglio), raccontare le missioni in Cina, svelare arcana imperii, intrattenere il pubblico con raccolte di notizie sensazionali, praticare l’antiquaria e l’erudizione ecclesiastica per “universalizzare il locale”. Come ha già osservato Simon Ditchfield (1995), l’Italia sacra di Ughelli abbracciò tutta la Penisola, isole comprese, e fu il frutto della collaborazione di una rete non regionale di eruditi, ben prima che iniziasse la stagione di Muratori. Quanto allo sguardo dei non italiani sull’Italia, Gilles Bertrand (pp. 47-68) ribadisce che «le Grand Tour a fait de l’Italie un espace de consommation de biens culturels» (si potrebbe dire che ha impresso la cartolina del Belpaese), imponendo un’immagine e un’idea selettiva d’Italia che avrebbero continuato a mettere al centro Roma anche nell’età dei Lumi e avrebbero insistito da un lato sull’idea di decadenza e dall’altro sul godimento estetico, contribuendo alla percezione di un’appartenenza nazionale senza nazione.
L’economia è presente in diverse parti del volume, ma lo sguardo si rivolge più al tardo medioevo che all’età moderna, anche se nel volume ci si interroga più volte sul presunto declino della produzione e degli scambi a partire dalla fine del XVI secolo (già ridimensionato molti anni fa da Domenico Sella, 1997), rifiutando di usare categorie come crisi, rifeudalizzazione e chiusura passatista delle corporazioni per privilegiare quella di “piccola divergenza” italiana con le regioni più dinamiche dell’Europa. Se poi si tiene conto del bel contributo che Brigitte Marin (pp. 335-354) ha dedicato all’intensa urbanizzazione considerandola quasi come un “carattere originale” della Penisola – soffermandosi sulle diverse strategie di dominio della città sul contado (si vedano i casi di Firenze e Venezia), sulla dimensione metropolitana di Napoli nel Sud della Penisola e sull’emersione di nuovi centri (Torino) – occorre a maggior ragione lamentare la scarsa attenzione che il volume riserva al mondo rurale. Che ne è delle campagne, che per lungo tempo hanno tenuto impegnati gli storici del secondo Novecento? Forse non susciterà stupore, ma in questa come in altre opere recenti di storia l’economia che attrae gli studiosi è soprattutto quella dei porti e dei traffici (si vedano il saggio di Samuel Fettah, pp. 477-498, che ridimensiona l’idea di un’Italia che perde progressivamente il rapporto con il mare a vantaggio del resto d’Europa, compensata dall’importanza crescente delle reti regionali, nonché della finanza genovese; e quello di Bossaert e Calafat, che come Fettah non trattano solo del caso di Livorno), mentre non viene affatto trascurata la questione del dualismo Nord-Sud, che attraversa molti saggi della collezione. A tal proposito, Corinne Maitte (pp. 137-154) rimarca come di recente è emerso un quadro più mosso dell’economia nel Regno di Napoli; un quadro che evidenzia come nella prima età moderna gli scambi si consolidarono soprattutto tra le aree soggette alla composita Monarchia spagnola, negli spazi e al di là della Penisola.
Nei singoli contributi della raccolta l’oggetto Italia viene più volte diffratto guardando attraverso prismi tematici particolari. Nel saggio di Johann Petitjean, per esempio (pp. 155-174), si scompone la storia dell’invenzione degli avvisi fabbricati a Roma e a Venezia, prestando attenzione alla loro progressiva europeizzazione, alla specializzazione per interessi (dalla Serenissima le informazioni sull’Impero ottomano, dall’Urbe quelle sulla corte dei papi), alla più tarda creazione di centri minori di circolazione delle gazzette, ma anche al contributo quasi involontario che la sfera delle notizie diede all’affermazione della percezione unitaria della Penisola come “oggetto mediatico” anche Oltralpe. Sandro Landi (pp. 175-193) si misura invece con la corrente di studi francese dedicata a Machiavelli – che ha interpretato le pagine sue e di altri pensatori italiani della prima epoca moderna alla luce delle categorie non statuali di comunità e moltitudine – per ridimensionare l’immagine “democratica” del Segretario fiorentino e sottolineare l’ambivalenza della sua visione del “popolo” alla luce dell’esperienza e del linguaggio politico e medico del primo Cinquecento. Jean-Claude Waquet (pp. 193-210) riparte da Jakob Burckhardt e Garrett Mattingly per chiedersi, dopo il fiorire della new diplomatic history e sulla scorta degli studi di Hillard von Thiessen (2010) e Isabella Lazzarini (2015), come rileggere la vecchia corrente di studi che aveva individuato nell’Italia del Rinascimento il luogo di nascita della diplomazia moderna, insistendo sulle pratiche di cancelleria, il sistema di informazione e la creazione di un linguaggio e di una cultura del legato che permettono di ribadire che un “sistema Italia” della diplomazia è esistito a partire dal XV secolo, in modo formale e informale, anche se si è trattato di una novità riscontrabile in altre realtà dell’Europa, e non esclusivamente nella Penisola. Quanto ai risultati delle ricerche ispirate dall’archival turn (una rottura storiografica più autoproclamata che reale, osserva giustamente l’autore), Olivier Rouchon (pp. 373-390) fa emergere l’importanza che l’archivio assunse a partire dal XVI secolo, non solo alla corte papale, ma in altri contesti della Penisola, con tanto di distinzione tra archivi segreti (quelli della politica e della diplomazia) e archivi pubblici (quelli notarili), senza trascurare il ruolo che la conservazione ordinata delle carte rivestì per l’auto-rappresentazione continuista delle oligarchie veneziane e l’uso dei documenti come arsenale nelle controversie giuridico-diplomatiche. Valorizzando le riflessioni di Angelantonio Spagnoletti (2003) Hélène Chauvineau (pp. 315-334) mette a fuoco il sistema “italiano” delle dinastie fra 1559 e 1700, insistendo sulle strategie matrimoniali, la promozione dei culti, le carriere militari, l’invenzione di genealogie, le rivalità per i titoli ma anche la circolazione di “forestieri” italiani fra le corti della Penisola. E sempre a proposito delle élites, in un saggio a più mani (pp. 355-372), Boutier e Albane Cogné evidenziano la natura urbana della nobiltà italiana, che controllò la città e la campagna, si antichizzò (perché in larga parte di origine patrizia), cercò nell’affiliazione agli ordini militari una certificazione del sangue blu, si chiuse (ma non troppo) e più tardi si catalogò (nel XVIII secolo), rafforzò il controllo sui feudi, laddove esistevano, li estese nello Stato pontificio e nel Regno di Napoli, conobbe l’afflusso e l’integrazione di un numero consistente di famiglie aragonesi, o di nuovi clan ascesi all’ombra del papato, cercò sbocchi di carriera grazie ai contratti matrimoniali che stipulò con gli alti ranghi della società spagnola e nel Seicento stabilì forti legami di patronage con la corte madrilena.
Curiosamente, in un testo pensato per i cugini d’Oltralpe, non molto spazio è riservato alle relazioni fra la Penisola italiana e il regno di Francia (a eccezione di alcune pagine di Bély sul secondo Seicento), tanto più che l’attenzione è rivolta giustamente ai quasi due secoli in cui gli Stati regionali italiani subirono quella che Romolo Quazza chiamava la “preponderanza spagnuola” (1950). Lontana dal riproporre i dibattiti del Risorgimento o della scuola crociana, la collezione di saggi si interroga comunque sui tempi e sui modi dell’egemonia spagnola nella Penisola – che si esercitò anche sugli Stati non soggetti agli Asburgo – partendo dalle Guerre d’Italia come autentico laboratorio politico. Florence Alazard (pp. 577-596) ci ricorda così che quell’epoca di crisi fu anche il momento di emersione di un modo inusitato di fare guerra, che determinò il declino della figura del condottiero, creò una diversa cultura militare alimentata da un diluvio di informazioni e di scritture, e registrò un impatto senza precedenti della violenza sui civili (facendo cenno al dilagare di visioni e profezie, l’autrice dimentica tuttavia di citare i lavori di Ottavia Niccoli, 1987). Anche Olivier Poncet si sofferma lucidamente sul nodo della guerra e delle lotte per l’egemonia militare (pp. 559-576), aggiungendo alla Spagna e alla Francia un terzo attore, la sede imperiale, il cui peso fu tutt’altro che trascurabile nel Nord della Penisola (Reichsitalien). Senza dimenticare le funzioni che Alessandro Farnese, Ambrogio Spinola o Raimondo Montecuccoli rivestirono negli eserciti dell’età moderna, o l’abilità di molti italiani impegnati nelle reti diplomatiche, Poncet rimarca che servire una Corona straniera non fu vissuto affatto alla stregua di un atto di sottomissione da una parte dell’élite nobiliare e urbana, tanto più che clan di principi come i Gonzaga o gli Este si sforzarono in ogni modo di valorizzare il loro stretto legame signorile con l’Impero, anche per sfuggire alla morsa della Spagna.
Il lemma “Italie” nell’Encyclopédie avrebbe riportato un giudizio terribile sullo stato della Penisola: «Ses peuples sont présentement esclaves des autres nations». Ma come ricorda Albane Cogné (pp. 411-428), l’impronta spagnola sull’Italia non fu né tutta deleteria né tutta connotata dal dominio. Alcuni Stati “clienti” (come la Repubblica di Genova) trassero indubbi vantaggi dai legami con Madrid, senza contare l’ingresso degli italiani in una più vasta rete di relazioni politico-sociali come quella che conformò il sistema imperiale spagnolo, vincolato dalla fedeltà a un sovrano, di cui la Penisola fu un sotto-sistema capace di negoziare, di confliggere e persino di rivoltarsi. Cogné descrive il funzionamento del Consiglio d’Italia, ribadisce che la Spagna si sforzò di non scontentare le élites regionali, riservando loro alcuni spazi di potere, analizza il costo fiscale dell’appartenza alla Monarchia cattolica (che gravò soprattutto sul Regno di Napoli) e accenna al peso economico che il ducato di Milano sopportò per alloggiare le truppe degli Asburgo di Madrid.
E Roma, in questo quadro? Cogné accenna ai numeri della presenza spagnola nella Città Eterna (ambasciatori, membri delle corti cardinalizie, religiosi), ma non ha dubbi sul fatto che la corte pontificia e il suo Stato territoriale non costituirono mai un robusto argine all’egemonia asburgica sulla Penisola. La capitale del mondo cattolico era retta da un sovrano che rivendicava la più ampia potestà sulla Chiesa universale, ma non era affatto un potente attore politico-militare, date le dimensioni del suo Stato. Più tardi la fine della Guerra dei Trent’Anni avrebbe messo a nudo, una volta per tutte, il declino dei papi quali principi territoriali e arbitri delle dispute internazionali. Come ricorda Aurélien Girard, che con Sylvan Parent firma un bel saggio sul ruolo dei pontefici (pp. 499-518), la storia dei papi è strettamente intrecciata con quella della Penisola: dopo il XV secolo l’italianizzazione della Sede apostolica si configurò come il perno delle ambizioni politiche e dell’indipendenza degli eredi di Pietro. Il giudizio circa il ruolo dei papi nella storia d’Italia – ribadisce Girard – è stato uno dei più controversi nella tradizione storiografica della Penisola: dalle celebri pagine di Machiavelli e di Guicciardini, fino al Risorgimento, e oltre. Per questo il saggio dà conto dello spessore della questione, ma sottolinea pure che il papato della Controriforma guardò oltre, in una prospettiva missionaria che però non fu sempre in cima all’agenda dei papi. Inoltre, come hanno messo in luce le indagini più recenti, le Congregazioni della Curia, a cominciare dal Sant’Uffizio, dovettero limitare la loro sfera di intervento alla Penisola italiana, pur rivendicando una giurisdizione universale sul mondo cattolico. L’Italia, insomma, fu per tutta la prima età moderna il perno dell’egemonia spagnola in Europa, ma anche il giardino dei papi (Danti lo comprese bene cartografando la Penisola nei corridoi vaticani). Tuttavia, dopo la crisi innescata dall’interdetto fulminato contro Venezia da Paolo V (1605-1607), le armi spirituali brandite dal papato come una minaccia a danno dei poteri secolari persero la loro efficacia. Lo sottolinea anche Sylvio Hermann de Franceschi (pp. 519-536), che analizza finemente l’ecclesiologia di Paolo Sarpi e di Marc’Antonio De Dominis per rimarcare che una virulenta corrente anti-romana, capace di contestare la monarchia papale e gli esiti del concilio tridentino, è esistita anche nell’Italia barocca, tanto da relazionarsi, e in una certa misura persino ispirare, le grandi battaglie religiose e politiche che scossero l’Europa del Seicento.
Facendo un uso prezioso di anni di ricerche da lei promosse, Antonella Romano (pp. 537-558) mette da parte le polemiche sul ruolo del papato per ribadire che la Sede apostolica romana, anche prima della fondazione di Propaganda Fide (1622), fu un luogo di circolazione dei saperi con pochi eguali in Europa. Il caso Galileo e il consolidato giudizio polemico sull’oscurantismo cattolico e sulla cappa esercitata dalla censura non devono occultare la vitalità di un centro che poté beneficiare della presenza di rappresentanze nazionali, di corti cardinalizie, di reti di informazione diplomatica, di famiglie di religiosi, nonché del prestigio culturale che derivava da un’eredità antica di rovine, dalle spoglie di un impero che si perpetuava, sul piano dell’ideologia, nel potere universale dei papi. Oggetti, piante, animali, medicinali, provenienti dalle quattro parti del mondo toccate dalla globalizzazione cattolica, furono oggetto di curiosità e di studio, mentre l’insegnamento delle lingue trasse impulso dalla vocazione missionaria del papato tridentino. Senza contare il prestigio dei teologi in servizio presso la Curia, istituzioni come la Biblioteca Vaticana, il Collegio Romano e l’Accademia dei Lincei arruolarono menti brillanti che collezionarono i tesori del Nuovo Mondo, mentre si stampavano testi destinati alla conoscenza dell’Asia e dell’Africa e all’insegnamento delle lingue orientali grazie al sapere accumulato dai missionari o da emissari come i fratelli Vecchietti.
Ma se nel contributo di Romano la Sede apostolica prevale sull’Italia, nel saggio di Marie Lezowski (pp. 391-410) la Penisola torna al centro dell’attenzione con una fine analisi degli effetti della Controriforma (terreno anche questo di feroci dispute storiografiche). Fu il papato tridentino il motore della disciplina nell’Italia moderna (Paolo Prodi 2010)? E con quali costi (si pensi solo al divieto di leggere la Bibbia in volgare su cui ha insistito Gigliola Fragnito 1997)? Un fatto è certo: la Curia pontificia estese il suo potere a detrimento dei vescovi, che pure si affannarono a emanare regolamenti su regolamenti come pastori del loro gregge. L’Inquisizione, se non unificò dal punto di vista giudiziario la Penisola (è la nota tesi di Adriano Prosperi 1996), allargò il suo raggio di azione ereticalizzando idee e comportamenti non conformi, ma mitigando i castighi come un tribunale penitenziale. Il solco fra chierici e laici rimase una ferma barriera a scapito soprattutto del protagonismo femminile, e per di più, nonostante l’introduzione di fattispecie criminali come la sollicitatio ad turpia, la tutela dell’onore del clero fu un obiettivo perseguito fino a permettere l’abuso e la violenza sessuale. Sono questioni di scottante attualità, quelle a cui accenna Lezowski, che oltrepassano i confini ristretti della storia d’Italia. Ma la Penisola – come ricorda l’autrice – fu un terreno fecondo per la sperimentazione della pastorale e dell’obbedienza tridentina, favorendo un istinto al conformismo che non impedì all’eterodossia – anche quella venata di libertinismo, anche quella che si occultava alle autorità – di continuare a fiorire persino nell’Italia tridentina.
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1 «Comment lier ensemble, de façon à les réunir dans une trame intelligible, l’histoire d’un État national relativement récent et celle, plus longue, de la péninsule avec laquelle il s’est identifié?» (p. 12).

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