Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

La costruzione geografica dell’Italia dal Risorgimento alla prima espansione coloniale

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Abstract

This article examines the contribution of cartography and the geographical sciences to the political process of constructing Italy, from the period of the Risorgimento to the First World War. The discussion is situated within a body of scholarship that, over the past three decades, has investigated the relationship between nation-building, colonialism, and cartographic representation, interpreting the map as a foundational device in the definition and consolidation of the modern state. In the Italian case, the role of cartography evolved from a privileged instrument addressed to the political elites who, during the Risorgimento, shaped the very idea of the nation, to assume after Unification a broader function of mass education through schooling and propaganda.

 

L’articolo analizza il contributo della cartografia e delle scienze geografiche al processo politico di costruzione dell’Italia, dall’epoca del Risorgimento alla Prima guerra mondiale. La riflessione si situa nell’ambito degli studi che negli ultimi tre decenni hanno indagato la relazione fra nation building, colonialismo e immagine cartografica, interpretando la carta come un dispositivo fondante nella definizione e nel consolidamento dello Stato moderno. Nel caso italiano, il ruolo della carta evolve da strumento privilegiato rivolto alle élite politiche che nel corso del Risorgimento plasmarono l’idea di nazione per assumere dopo l’Unità un ruolo educativo di massa attraverso l’educazione scolastica e la propaganda.

Introduzione

La nascita di un editore di riferimento nazionale per la produzione cartografica italiana risale agli inizi del XX secolo, con la fondazione, da parte di Giovanni De Agostini, dell’omonimo Istituto Geografico. Sebbene lo stesso De Agostini non dirigesse l’attività che per pochi anni, attorno a questa istituzione si concentrarono i principali sforzi editoriali e operarono alcuni fra i più importanti cartografi italiani, impegnati nella produzione di una cartografia didattica e divulgativa destinata a segnare profondamente, per generazioni, l’immaginario geografico nazionale (Sturani 2012). Questo evento colmava una lacuna sentita già prima dell’unificazione nazionale e dovuta all’assenza di un soggetto editoriale capace di sostenere una produzione cartografica e atlantistica in grado di competere con i grandi editori stranieri, presenti e spesso dominanti anche nel mercato italiano. Nonostante la frammentazione che connotava il panorama geografico italiano, l’immaginazione cartografica non fu tuttavia secondaria nell’informare e costruire l’immaginario politico del Risorgimento e della prima epoca post-unitaria.

L’articolo analizza il ruolo della geografia e della cartografia nella costruzione dell’Italia unita, a partire dall’epoca della Restaurazione. Il contributo si focalizza sulla produzione di carte e sul sapere geografico come strumento per forgiare l’immaginario spaziale dello Stato, indagando anche come queste forme di conoscenza abbiano alimentato l’apertura di un orizzonte espansivo oltre lo Stato, sostenendo il progetto imperialista e coloniale. L’articolo si struttura in tre parti, focalizzandosi su distinti aspetti della relazione fra discorso geografico e progetto politico nazionale e imperiale. Dopo una nota biografica sul ruolo di alcuni protagonisti della storia della cartografia italiana, la prima parte si concentra sull’epoca del Risorgimento e sul contributo della riflessione scientifica al processo di costruzione dello Stato. La seconda parte analizza la fase successiva all’Unità, quando il sapere geografico intervenne nuovamente per promuovere un’immagine della Nazione che si rivelerà funzionale al proposito di fare dell’Italia una potenza nello scenario europeo. L’ultima parte riguarda l’aspetto dell’orizzonte coloniale, già esplicitato dalla narrazione politica risorgimentale quale esito naturale dell’affermazione dello Stato unitario. Ogni contesto richiama molteplici attori e istituzioni che contribuirono a implementare la relazione fra geografia, cartografia e politica. Il riferimento a singoli personaggi non vuole tanto suggerire un loro ruolo preminente di singoli attori in questi processi, quanto piuttosto esemplificare, attraverso la loro esperienza, il contesto nel quale agirono e, soprattutto, evidenziare le reti di relazioni e la circolazione delle idee scientifico-geografiche.

Negli ultimi decenni, il rapporto tra geografia, cartografia e processi di nation-building è divenuto un importante ambito di riflessione della storiografia. Un momento decisivo in questa direzione è rappresentato dalla seconda edizione del volume di Benedict Anderson – Imagined Communities (1991) – nella quale lo storico britannico introdusse una fondamentale riflessione sul ruolo delle mappe nella costruzione dell’immaginario nazionale e del sentimento di appartenenza collettiva. A partire da quel contributo, il dibattito si è progressivamente ampliato, concentrandosi sia sugli aspetti teorici del rapporto tra cartografia e Stato-nazione (Winichakul 1994; Scott 1998; Steinberg 2009), sia sulle modalità concrete attraverso cui tale relazione si è manifestata nei diversi contesti storici e statuali (Withers 2001; Strandsbjerg 2008; Seegel 2018; Gyori e Withers 2019; Gòrny 2002).

Nel caso italiano, una importante suggestione sul nesso tra geografia e potere statale si deve al geografo Lucio Gambi (1992), mentre la prima analisi organica del rapporto tra cartografia e discorso politico nell’Italia risorgimentale è stata avanzata dallo storico francese Gilles Pécout (2002). Successivamente, la geografia storica – e in particolare il gruppo geo-storico torinese – ha ulteriormente sviluppato questa linea di ricerca, approfondendo sia il ruolo di singoli geografi e cartografi (Pressenda 2012; Sereno 2017), sia il più ampio intreccio tra geografia, cartografia e costruzione nazionale (Sturani 1998a; 1998b; 2017). Più recentemente, nuovi studi hanno riportato l’attenzione su figure di cartografi meno noti dell’età risorgimentale (Castaldi e Gallia 2023; Gallia e Castaldi 2023) e post-risorgimentale (Siniscalchi 2023), mettendo in luce il loro contributo alla costruzione dell’identità nazionale, nonché le reti culturali, scientifiche e politiche entro cui essi operarono. Parallelamente, il ruolo della geografia come sapere scientifico nella costruzione dello Stato, tanto nel Risorgimento (Ferretti 2014) quanto nell’Italia postunitaria (Proto 2014; 2023; Proto e Buscemi 2025), è stato reinterpretato alla luce del dibattito internazionale sulla circolazione delle idee geografiche, sulla produzione di immagini identitarie e sui loro riflessi nello spazio politico e territoriale.

Nel dibattito internazionale, il rapporto fra colonialismo, geografia e cartografia ha visto numerose riflessioni, volte a mostrare come le pratiche di rappresentazione dello spazio siano state connesse ai processi di costruzione del potere imperiale. Timothy Mitchell (1992), ad esempio, ha mostrato come mappe, esposizioni universali, pratiche censuarie e dispositivi di classificazione abbiano trasformato il territorio in uno spazio leggibile, misurabile e governabile, partecipando alla costruzione dello spazio coloniale. Felix Driver (2001) ha approfondito il legame tra esplorazione geografica, cultura visuale e costruzione dell’immaginario imperiale britannico, evidenziando come le spedizioni scientifiche, gli atlanti, le società geografiche e le esposizioni coloniali abbiano contribuito a costruire una geografia dell’impero fondata sulla distinzione tra centro e periferia, civiltà e barbarie, metropoli e colonie. Del resto, già all’origine degli studi postcoloniali (Said 1978) si era posta la questione del legame fra rappresentazione cartografica e costruzione culturale dell’altrove e dell’alterità, con il suo portato razzializzante e inferiorizzante.

L’analisi del caso italiano, tuttavia, ha sinora posto poco l’accento sulla questione coloniale e il ruolo della cartografia nel supportare tanto il progetto imperiale quanto la costruzione di un immaginario coloniale. La relazione fra sapere scientifico e progetto coloniale ha ricevuto negli ultimi anni molta attenzione, soprattutto per quanto riguarda la relazione fra colonialismo e studi antropologici (Welch 2016; Falcucci 2025) e, più in generale, la costruzione di soggettività razzializzate anche attraverso il discorso scientifico (Nani 2006; Giuliani e Lombardi-Diop 2013).

Muovendo da queste acquisizioni storiografiche, il contributo intende riprendere e sviluppare le prospettive emerse nella letteratura più recente, ampliando il campo di analisi al rapporto tra geografia, costruzione dello Stato-nazione e immaginari coloniali e imperiali. In questa prospettiva, la cartografia non appare soltanto come uno strumento di rappresentazione del territorio nazionale, ma anche come un dispositivo politico e culturale capace di proiettare visioni gerarchiche dello spazio, definire confini simbolici e legittimare ambizioni espansionistiche. L’intreccio tra pratiche geografiche, retoriche nazionali, costruzioni razzializzate e culture imperiali consente così di leggere il nation-building italiano non come un processo esclusivamente interno, ma come un fenomeno profondamente connesso alla dimensione coloniale, alla competizione internazionale e alla produzione di forme durevoli di inclusione ed esclusione razziale.

La carta e lo Stato

Nel febbraio 1882 il geografo e cartografo torinese Guido Cora (1851-1917) scriveva all’amico e collega tedesco Ernst Behm (1830-1884), direttore della rivista Petermanns Geographische Mitteilungen (PGM), all’epoca la più nota pubblicazione geografica dell’Europa se non del mondo. Dal tono della lettera trapelava una certa insofferenza e un pessimismo lamentevole, che del resto sembra caratterizzare l’intera e frequente corrispondenza fra i due, almeno da parte di Cora: “Quest’anno – scriveva Cora – continuerò ancora a titolo d’esperimento il mio giornale: è il 10° anno o 7° volume, e sinora vi ho sempre rimesso nelle spese, tanto che il “Cosmos” mi costa già oltre 30.000 lire”.1

La rivista Cosmos: comunicazioni sui progressi più recenti e notevoli della geografia e delle scienze affini era stata lanciata da Cora un decennio prima, a imitazione – oggi diremmo plagio – della PGM. Fondata da August Petermann (1822-1878) nel 1855, la PGM era divenuta un riferimento mondiale per la comunicazione scientifica e per la produzione di cartografia tematica. (Bernhardt 1981; Lentz e Ormeling 2008). Formatosi a Postdam presso la scuola cartografica di Heinrich Berghaus (1797-1884), Petermann si era trasferito nel 1845 a Edimburgo e poi a Londra, dove aveva approfondito la sua formazione e si era inserito nel dibattito scientifico e nelle reti delle esplorazioni in Africa e nelle regioni polari. Si trattava di un momento storico cruciale per l’esplorazione geografica, soprattutto nel contesto britannico, che avrebbe aperto la fase dell’imperialismo europeo. Concluso il periodo londinese, nel 1854 Petermann divenne il responsabile del settore cartografico presso l’editore Justus Perthes di Gotha, una delle principali case editrici di lingua tedesca, già molto nota per la cartografia legata alla produzione di atlanti, oltre che per la pubblicazione del celebre almanacco: il Gothaischer Hofkalender. Immediatamente dopo il suo arrivo, Petermann fondò la sua nuova rivista geografica, inizialmente con il titolo di Mitteilungen (comunicazioni), poi Geographische Mitteilungen, al quale si sarebbe anteposto il cognome del geografo un anno dopo la sua morte. Grazie alla fondazione della PGM, Gotha divenne un hub internazionale per il sapere geografico. Petermann intratteneva una fitta corrispondenza con i più importanti studiosi, esploratori e viaggiatori dell’epoca, che lo aggiornavano sui progressi della disciplina e sulle scoperte e le conquiste legate ai viaggi di esplorazione ed espansione coloniale oltremare. Articoli, pubblicazioni e notizie di vario genere convogliavano nella casa editrice da tutto il mondo per essere diffuse e pubblicizzate dalla rivista. Inoltre, Petermann aveva rivoluzionato la produzione cartografica, sviluppando un tratto peculiare nel disegno della cartografia tematica, rinomato e conosciuto a livello internazionale come lo stile di Gotha e frequentemente imitato (Schelhass 2009; si veda anche Sereno 2017).

Cora aveva conosciuto per la prima volta Petermann e Behm nel 1870, appena diciannovenne. Terminati gli studi scolastici si era recato a Gotha dove aveva svolto un periodo di apprendistato, perfezionato durante un secondo soggiorno più lungo nel 1872. Come si apprende dallo scambio epistolare fra i tre geografi, oltre all’apprendimento delle tecniche della rappresentazione cartografica e del tematismo, in quei periodi di studio Cora aveva beneficiato delle ricche collezioni di libri e riviste provenienti da tutto il mondo per consolidare il proprio sapere, immerso in un ambiente internazionale dove giungevano cartografi da tutto il mondo per perfezionare la tecnica. In quelle occasioni era anche entrato in contatto con l’ambiente dei viaggi esplorativi, stringendo una duratura amicizia con l’esploratore e africanista tedesco Gerard Friedrich Rohlfs (1831-1896).

Rientrato a Torino e ottenuta una cattedra universitaria in geografia – senza avere mai frequentato l’università né tantomeno conseguito una laurea –fondò una propria casa editrice geografica, grazie all’ingente patrimonio familiare, della quale Cosmos rappresentava la pubblicazione di punta. Come detto sopra, la rivista riecheggiava fin dal sottotitolo la pubblicazione di Gotha, per riproporre anche all’interno la stessa partizione di notizie e articoli, oltre a imitare il tratto grafico della cartografia di Petermann. Lo sforzo, al quale Cora dedicò con totale abnegazione ma risultati altalenanti il resto della sua esistenza, era quello di dotare l’Italia di un editore nazionale specializzato nella diffusione del sapere geografico, per far avanzare l’educazione geografica del paese: per riprendere un passaggio della citata lettera a Behm, “far rifiorire in Italia i serii studi geografici”2. L’obiettivo di Cora era duplice e mirava a consolidare l’immagine cartografica della nazione ma anche a far conoscere agli italiani l’altrove, soprattutto il grande continente africano che in quegli anni era attraversato da centinaia di esploratori italiani ed europei.

Il sogno infranto di Cora sarebbe stato realizzato da un suo allievo, molto più prolifico, un paio di decenni più tardi. Si tratta del geografo Giovanni De Agostini (1863-1941), fondatore nel 1901 dell’omonimo Istituto Geografico. Anche De Agostini, dopo gli studi universitari a Torino dove si era formato in geografia seguendo i corsi di Cora fra il 1883 e il 1885, aveva trascorso un periodo di apprendistato in Germania. Raccomandato dal suo maestro, nel 1890 si era recato a Berlino e poi l’anno successivo a Gotha, sotto la guida del cartografo Bruno Hassenstein (1839-1902), al tempo responsabile della produzione cartografica sulla PGM3. Tornato in Italia si dedicò per alcuni anni alla ricerca prima di abbandonare la carriera accademica per dedicarsi alla creazione e allo sviluppo di una casa editrice geografica in grado di competere con quelle europee e di sviluppare un’editoria geografica nazionale (Morawski 1987).

Se l’obiettivo di creare un editore nazionale fu finalmente raggiunto all’inizio del XX secolo, già nel corso del secolo precedente la cartografia e l’editoria geografica avevano giocato un ruolo importante nell’accompagnare il processo di costruzione dello Stato-nazione in Italia, contribuendo allo sforzo da parte delle élite politiche e culturali di pensarsi come comunità nazionale a partire dall’epoca del Risorgimento.

Tra gli intellettuali dell’età risorgimentale che meglio esemplificano la relazione fra sapere geografico e progetto politico dello Stato-nazione, la figura di Carlo Cattaneo è certamente quella più significativa. Come già evidenziato da Gambi (1973), “con Cattaneo si ha […] il maggior sforzo per fare della geografia italiana […] una disciplina attiva” (9), rivolta non soltanto all’inquadramento statistico e alla descrizione sistematica, ma alla risoluzione di questioni pratiche. Oltre al merito avuto dallo studioso lombardo nel portare la disciplina all’interno del dibattito nei Congressi degli scienziati italiani, Gambi evidenzia come il progetto scientifico di Cattaneo mirasse a fare della geografia un sapere socialmente utile, volto a comprendere l’interazione fra i fenomeni naturali e sociali e a tradurre questa relazione in un processo di civilizzazione. Riprendendo il progetto politico all’origine della geografia borghese di lingua tedesca – avviato da Alexander von Humboldt e Carl Ritter – la geografia diventava uno strumento per costruire e legittimare la fondazione politica dello Stato moderno (Farinelli 2003; Ferretti 2014). Del resto, il concetto di patria artificiale, sviluppato da Cattaneo nella sua riflessione sul processo storico di trasformazione della Lombardia, rifletteva proprio sulla trasformazione dell’ambiente naturale, plasmato dall’azione umana, per evidenziare il legame fra una cultura civilizzatrice e un determinato territorio. Lo Stato, in tal modo, si legava a una precisa estensione territoriale che poteva coincidere con il contenitore spaziale della nazione.

I Congressi degli scienziati italiani, come è noto, rappresentarono un luogo di incontro cruciale per la formazione di un’élite intellettuale che si riconoscesse nel processo politico di unificazione nazionale (Casalena 2007). Sebbene la geografia, come disciplina a sé stante, comparve solo in occasione dell’incontro di Milano nel 1844, scienze geografiche e cartografia svolsero un ruolo importante – come evidenziato anche da Pecout (2002) – nell’informare sulla relazione fra progetto politico statuale e immaginario geografico. In quell’epoca, il sapere geografico era dominato dalla statistica e si traduceva in lavori monografici di sintesi che raccoglievano dati sulla geologia, la popolazione, l’industria, l’agricoltura e il commercio, per presentare un quadro sintetico della regione analizzata. Al congresso di Firenze del 1841, ad esempio, il francese Marc-Antoine Jullien illustrò un inquadramento statistico-geografico della Germania che fosse da modello per i colleghi italiani (Casalena 2007).

Fig. 1. Carta Geometrica, statistica e commerciale, 1832.
Fig. 1. Carta Geometrica, statistica e commerciale, 1832.

La sintesi statistica poteva essere presentata in diversi formati, dal volume monografico alla tavola statistica, fino alla carta geografica vera e propria. Il Fondo Luigi Dal Pane, conservato presso la Biblioteca del Dipartimento di Storia culture e civiltà dell’Università di Bologna, contiene diverse fonti di questo tipo. Le monografie statistiche si strutturavano in parti distinte, partendo solitamente da informazioni sulla geografia fisica e la topografia, per proseguire con i sistemi infrastrutturali come le strade e poi passare agli elementi della geografia antropica ed economica: struttura della popolazione, suddivisioni amministrative, economia del territorio e notizie di storia locale4. La carta riprodotta nella fig. 1, invece, rappresenta un esempio interessante di tavola sinottica che raccoglie informazioni di geografia fisica, demografia, dati economici e commerciali sull’Italia, oltre a elementi relativi alla superficie, alla popolazione, alla ricchezza e alla potenza militare dei principali Stati. Le informazioni vennero ricavate principalmente dal più importante e diffuso compendio statistico italiano del XIX secolo, realizzato da Adriano Balbi (1819) e a sua volta ispirato dai lavori di Conrad Malte-Brunm, autore di uno frai più noti trattati di geografia universale dell’inizio del secolo5.

Balbi rappresenta un’altra figura significativa nel rapporto fra geografia e Risorgimento. Presenza rilevante nei Congressi degli scienziati, svolse anche le funzioni di presidente in occasione del congresso di Venezia nel 1847, dove fu invitato in qualità di principale ospite straniero il geografo tedesco Carl Ritter (Casalena 2007). Balbi, inoltre, fu il maggior interprete in Italia della geografia tedesca humboldtiana e ritteriana, compresa fra un orizzonte cosmopolita e universale che mirava alla conoscenza del mondo e l’idea di costruire e consolidare lo Stato borghese. In questo senso, oltre a sostenere il progetto risorgimentale dello Stato-nazione, il geografo veneziano fu anche fra i primi a interrogarsi sulla geografia del Mediterraneo, sviluppando una comparazione secondo la quale l’idea di un mare circondato dalle terre emerse fosse un modello applicabile in altri contesti marittimi nel globo, dall’America all’Asia. Questa ipotesi, oltre che fondata sulla ragione cartografica e la metodologia comparativa da questa offerta, era anche conseguenza dell’effetto prodotto sulla conoscenza scientifica dai viaggi di esplorazione e dalla scoperta di territori lontani. Lo stesso Balbi aveva sviluppato un’analisi sulla geografia dell’Oceania come continente a sé stante (Gallia e Castaldi 2023). Già dalla riflessione di Balbi, perciò, inizia ad affacciarsi quel connubio fra consolidamento dello Stato-nazione e visione coloniale che non a caso vedrà nel periodo risorgimentale l’origine di una proiezione di dominio politico e culturale italiano sul Mediterraneo (Ertola 2022; Deplano e Pes 2024).

Fig. 2 S. Stucchi, Carta Geografica, Statistica e Postale dell’Italia, 1821.
Fig. 2 S. Stucchi, Carta Geografica, Statistica e Postale dell’Italia, 1821.

La mappa riprodotta alla fig. 2 offre un’immagine più prettamente geografica della sintesi statistica trasposta su un supporto cartografico. Si tratta della Carta Geografica, Statistica e Postale dell’Italia, pubblicata a Milano dall’editore Gioacchino Bettalli e realizzata da Stanislao Stucchi, un incisore abbastanza noto e attivo già alla fine del ’700. Le carte postali iniziarono a comparire dalla fine del XVIII secolo e conobbero un’importante diffusione nella prima metà del secolo successivo. Come nel caso in esempio, erano cartografie che servivano a descrivere la rete delle strade e la localizzazione delle stazioni di posta, per fornire un’informazione sulle infrastrutture di comunicazione. Si tratta di un aspetto importante per ciò che riguarda il processo di territorializzazione dello Stato moderno, legato, come noto, allo sviluppo di determinati dispositivi volti a garantire il controllo del territorio e l’efficacia dell’azione di governo. La carta in oggetto, inoltre, riporta fin dal titolo un ulteriore aspetto statistico, esplicitato nella legenda, relativo a una partizione gerarchica delle città in base al loro ruolo amministrativo, militare e al peso demografico. All’inquadramento infrastrutturale e amministrativo-demografico si somma l’aspetto topografico, che emerge dall’accurata descrizione del rilievo e del profilo costiero, volta a definire il contenitore geografico del quadro statistico. L’Italia come regione, espressione geografica appunto, si definisce così ben prima che il progetto politico dell’Unità nazionale sia compiuto e coincide con il disegno della penisola protesa nel Mediterraneo e delle grandi isole, con la pianura circondata dalla catena alpina, fino a includere parte della sponda orientale dell’Adriatico con l’Istria e la Dalmazia.

Il contesto editoriale di questa mappa illustra anche un fenomeno di più vasta portata riguardo alla diffusione – nella prima metà del XIX secolo – di un’editoria specializzata nella cartografia divulgativa. Questa produzione era concentrata soprattutto nell’Italia settentrionale e nella città di Milano, dove fin dal secolo precedente era attiva la famiglia Vallardi. Fu in particolare Antonio Vallardi (1813-1876) a implementare il settore cartografico, specialmente legato all’editoria didattica (Marazzi 2020). Gli attori, i modelli, le reti e le storie di queste attività editoriali risultano piuttosto difficili da ricostruire, essendo spesso originate in risposta a una domanda di mercato, piuttosto che a un progetto scientifico-culturale definito (Sturani, 1998). Castaldi e Gallia (2023) hanno di recente indagato il lavoro del cartografo parmense Evangelista Azzi (1793-1848) che ben rappresenta il profilo biografico e intellettuale del cartografo risorgimentale. Azzi partecipò come volontario alle Campagne d’Italia napoleoniche e si formò come cartografo dopo la Restaurazione, presso la scuola militare di Parma, entrando poi in contatto con l’ambiente intellettuale del Risorgimento e stringendo una collaborazione attiva con Adriano Balbi. Oltre alla funzione pubblica legata al ruolo assunto quale topografo militare presso la corte di Maria Luigia, Azzi fu anche attivo nella cartografia didattica, realizzando cartografie e atlanti scolastici. La sua produzione cartografica si focalizzò dunque su rappresentazioni statistiche e sintetiche dello Stato, per veicolare un discorso politico, sia su analoghi prodotti destinati all’educazione, evidenziando perciò la funzione pedagogica della cartografia.

Come accennato, il caso di Azzi non fu isolato nelle geografie della produzione cartografica e atlantistica risorgimentale, ma parte di una rete di editori, incisori e stampatori diffusa che poteva, come nel suo caso, interagire anche con le istituzioni degli Stati preunitari e che spesso coltivava anche relazioni con realtà internazionali come la casa Perthes di Gotha, alla quale si è fatto riferimento nell’introduzione. La differenza stava però nella dispersione e frammentazione di queste realtà che impediva potessero definirsi come rappresentative di un contesto culturale più ampio – quale era l’esempio di Perthes per il mondo tedesco – e dunque di figurare in potenza un editore di respiro nazionale.

Non mancarono, tuttavia, alcune figure di maggior prestigio, come il cartografo Attilio Zuccagni-Orlandini (1784-1872), la cui produzione superava non solo i confini dei singoli Stati ma era conosciuta e apprezzata anche in Europa (Von Sydow 1857). Zuccagni-Orlandini operò nel Granducato di Toscana dove partecipò attivamente alla vita delle istituzioni culturali e collaborò anche alla riforma dell’istruzione scolastica negli organismi governativi. Fu anche presente ai congressi degli scienziati, soprattutto a quello organizzato a Pisa nel 1839 (Guarducci 2020). La sua opera più nota è la Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue Isole, pubblicata a Firenze dal 1835 al 1845, un’opera monumentale – fuor di metafora – che consiste in dodici volumi suddivisi in 19 tomi e comprende una gigantesca corografia pieghevole dell’intera penisola in 15 fogli, delle dimensioni complessive di oltre 3 metri per 2 metri e mezzo. Si tratta senza dubbio del più importante atlante prodotto nel XIX secolo in Italia: contiene un’illustrazione storica, dati statistici, tre volumi di incisioni con vedute paesistiche e monumentali dell’Italia, oltre alle vere e proprie mappe, consistenti in corografie regionali e piante di città. A discapito dell’alta qualità del lavoro, quest’opera ingombrante e costosa e perciò di limitata diffusione non poté contribuire molto alla diffusione del sapere geografico e all’idea nazionale, dunque a quel processo di diffusione di un immaginario collettivo che Anderson (1991) condensa nell’idea di capitalismo a stampa. In questo senso, molto più significativi furono i prodotti cartografici veicolati dalle reti editoriali locali sopra menzionate, prodotti la cui origine spesso varcava i confini delle Alpi. Il ruolo dell’editoria di lingua tedesca, all’epoca molto più avanzata, nel produrre e diffondere immagini cartografiche dell’Italia prima dell’Unità fu infatti di assoluto rilievo. Diverse carte di piccolo e grande formato, così come gli atlanti, venivano realizzati nei paesi di lingua tedesca. Un ruolo importante ebbe il cartografo tedesco Heinrich Kiepert (1818-1899), attivo a Weimar e autore di diverse carte corografiche e geografiche dell’Italia prodotte per il mercato italiano, soprattutto fra gli anni 1850 e 18806. Presso la casa editrice Artaria di Vienna, operò il cartografo italiano Carlo Cerri che nel 1852 realizzo una carta stradale e postale dell’Italia7. Lo stesso Atlante Stieler, la più importante opera atlantistica prodotta a Gotha dalla casa editrice Perthes, era diffuso in traduzioni integrali o parziali per il mercato italiano8. Il peso dell’editoria e della cartografia tedesca nella rappresentazione del paese sarebbe divenuto, dopo l’Unità, un argomento di polemica fra i geografi italiani e motivo di impulso ulteriore per fondare una produzione originale di carte su base nazionale.

Il confine naturale e le terre irredente

Dopo l’Unità, il sapere geografico andò incontro a un’importante riorganizzazione, sostenuta dalle istituzioni nazionali, a cominciare dalla creazione, nel 1861, dell’Istituto Topografico Militare – poi divenuto Istituto Geografico Militare (IGM) – dedicato alla stesura della cartografia ufficiale dello Stato (Cantile 2013; Atkinson et al. 2026). Mentre nelle università si moltiplicavano le cattedre di geografia, nel 1867 fu fondata la Società Geografica Italiana per iniziativa di Cristoforo Negri (1809-1896) e Cesare Correnti (1815-1888), figure di rilievo dell’ambiente intellettuale e politico risorgimentale, sostenuti da un certo numero di politici e parlamentari (Cerreti 2000). La Società era pensata su modello di simili realtà esistenti in altri paesi per rispondere alle medesime esigenze di coordinamento e diffusione delle scienze geografiche, un’esigenza già sentita durante il Risorgimento e che aveva conosciuto qualche tentativo di breve durata (Ferretti 2014; Proto 2025). Sebbene lo statuto prevedesse l’impegno a promuovere la conoscenza geografica del Paese, nei primi anni di vita - e soprattutto a partire dalla presidenza di Correnti nel 1873 - l’interesse principale fu rivolto all’organizzazione di spedizioni esplorative che assecondassero il progetto governativo di espansione coloniale in Africa (Carazzi 1972; Proto 2025). Soltanto con l’arrivo a Roma del geografo Giuseppe Dalla Vedova (1834-1919), che divenne segretario della Società nel 1877, iniziò a palesarsi un interesse maggiore per la diffusione della cultura geografica e soprattutto per la produzione cartografica. L’azione di Dalla Vedova si concretizzò nell’assunzione di un cartografo che lavorasse alla redazione di un Atlante di Geografia moderna, un progetto incompiuto del quale furono realizzate solo poche carte (Cerreti 2000). Dunque, come anche evidenziato da una strisciante polemica che per lunghi anni oppose i geografi accademici alla Società Geografica e che sarebbe proseguita anche nel nuovo secolo, questa istituzione stentava a diventare un punto di riferimento nazionale per la ricerca e la divulgazione della geografia (Almagià 1916).

L’aspetto investiva anche la produzione cartografica, che rimaneva affidata a singole iniziative e in buona parte dipendente dall’estero. A riguardo, la prima carta scolastica murale dell’Italia, che il ministero della Pubblica istruzione inviò nel 1864 a tutte le scuole d’Italia, era stata commissionata all’editore Perthes di Gotha e realizzata da August Petermann, avviando uno scambio di informazioni sulla toponomastica fra funzionari ministeriali e la casa editrice tedesca9. La carta, prodotta immediatamente dopo l’Unità, includeva con una linea di confine colorata anche il Veneto e il Lazio, all’epoca non inclusi nella geografia politica del Regno. Tuttavia, come evidenziato in maniera polemica dai geografi accademici, non evidenziava come appartenenti alla regione naturale d’Italia le terre irredente del Trentino, della Venezia Giulia e dell’Istria, comportando così “Omissioni, esclusioni che hanno dato e danno origine ad idee erronee e false” e che impedivano agli insegnanti “di difendere, almeno coi principii della scienza, il diritto imprescindibile dell’Italia ai suoi confini naturali e storici” (Amati 1902, 437).

Nell’ultimo scorcio del secolo, infatti, si apriva la questione politica delle terre irredente, escluse dal processo di unificazione risorgimentale (Cattaruzza 2008). Il dibattito si intersecava, oltre che con la rappresentazione cartografica del paese (Pressenda 1998), anche con la definizione del confine geografico dell’Italia dal punto di vista scientifico (Proto 2014; 2023). Punto di scontro non erano solo le teorie geografiche, ma anche la maniera di rappresentare l’Italia da parte della cartografia tedesca, ancora molto diffusa nelle carte murali, nell’atlantistica e nei manuali scolastici. La polemica prescindeva dalla mera definizione dei confini e riguardava il disegno del rilievo, presente in molte carte, che rappresentava la regione alpina come una propaggine dell’Europa media e, dunque, come appartenente al Deutschtum, lo spazio di lingua e cultura tedesca (Spagnoli 2016; Boria 2018). Ciò si inseriva in una più ampia visione, dominante nella geografia tedesca dell’epoca, che considerava le Alpi, sia dal punto di vista fisico che storico, connesse al mondo tedesco. Ad esempio, questa era la prospettiva enunciata nella monografia sull’Italia di Theobald Fischer (1893), di fatto il primo trattato geografico moderno sull’Italia (Marinelli 1894; si veda anche Proto 2014).

Di fronte alla scarsa azione in tal senso degli organismi istituzionali, alcuni geografi – spesso ai margini del mainstream accademico – si fecero portatori di iniziative promosse a livello individuale per supportare la conoscenza geografica del paese e la diffusione della sua immagine attraverso la cartografia. Oltre a Guido Cora, citato nell’introduzione, un’altra figura significativa è quella del geografo lombardo Arcangelo Ghisleri (1855-1938), repubblicano, esponente di una visione federalista vicina al pensiero di Cattaneo e fortemente anticolonialista (Ferretti 2015). L’attività di Ghisleri, che non ricoprì mai incarichi accademici ma fu a lungo insegnante nelle scuole, si svolse principalmente a Bergamo dove, a partire dalla fine degli anni 1880, contribuì all’affermazione dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche nel campo dell’editoria scolastica e atlantistica. Il progetto culturale di Ghisleri insisteva su due aspetti fondamentali. Il primo era quello di produrre carte e manuali didattici per l’insegnamento della geografia dell’Italia, troppo dipendente dalla produzione estera della quale Ghisleri era uno dei più accesi critici. Fra le opere più significative compaiono il Piccolo Manuale di Geografia Storica per le classi liceali (Ghisleri 1888) e il Testo-Atlante di Geografia Storica (Ghisleri 1890), che conobbero diverse ristampe e edizioni fino alla prima metà del XX secolo (Spagnoli 2016). Il secondo scopo concerneva la diffusione del sapere geografico nella società civile, proposito attuato attraverso la fondazione di una rivista geografica divulgativa: la Geografia per tutti, pubblicata bisettimanalmente dal 1891. Nella visione di Ghisleri, promuovere la cultura geografica nella società rientrava in quell’orizzonte di emancipazione sociale attraverso l’educazione, un portato dell’eredità risorgimentale e dell’emergere delle idee socialiste, come testimoniato anche dallo scambio intellettuale con Gaetano Salvemini (Berardi 2010). Il periodico trattava argomenti relativi all’Italia e agli altri paesi del mondo, con particolare interesse per le esplorazioni coloniali, a discapito del dichiarato anticolonialismo di Ghisleri. Anche il tema del confine geografico-naturale dell’Italia e delle terre irredente trovava ampia discussione nella rivista.

Significativo, a riguardo, è il legame fra Ghisleri e il geografo socialista Cesare Battisti (1875-1916), personaggio simbolo dell’irredentismo, che divenne uno dei principali divulgatori della teoria scientifica sul confine geografico attraverso la cartografia (Proto 2014; Dai Prà e Gabellieri 2021). La collaborazione fra i due studiosi era iniziata nella rivista L’educazione politica, fondata da Ghisleri nel 1898 e alla quale collaborò anche Salvemini. Si trattava di un periodico critico verso la deriva autoritaria governativa e l’esacerbazione del nazionalismo, che promuoveva una trasformazione in senso federale dello Stato. Nel 1899, dopo l’esperienza con Ghisleri, anche Battisti fondò un suo periodico geografico divulgativo – Cultura geografica – in ideale continuazione con la Geografia per tutti, cessata nel 1895 (Biguzzi 2008). Come Ghisleri, Battisti predicava l’importanza di sostenere le posizioni irredentiste in quei territori di lingua italiana esclusi dal processo di unificazione risorgimentale e ancora appartenenti all’Impero d’Austria-Ungheria. Tuttavia, entrambi gli studiosi erano distanti dalle posizioni più radicali che rivendicavano l’inclusione nello spazio politico dello Stato di tutti i territori parte della regione naturale dell’Italia, a cominciare dalla porzione del Tirolo di lingua tedesca a sud delle Alpi. Ghisleri, in nome delle sue posizioni anticolonialiste e antiimperialiste, criticava anche la pretesa sovranità italiana sulla Dalmazia (Sircana 2020).

L’attività di ricerca e divulgazione geografica di Battisti, assorbito dalla militanza politica, si interruppe con l’inizio del nuovo secolo, per riprendere alla vigilia della Prima guerra mondiale. Nel 1915, il geografo socialista pubblicava diversi lavori geografici che comprendevano una nuova monografia sul Trentino (Battisti 1915a) e, soprattutto, un atlante dedicato alla regione ed esteso ad includere anche l’Alto Adige (Battisti 1915b), dove Battisti, per la prima volta, utilizzava in maniera diffusa lo strumento della cartografia tematica. In questo contesto si consolidò la collaborazione con l’Istituto Geografico di Giovanni De Agostini. Come ricordato nell’introduzione, ai primi del ’900 De Agostini, perfezionata la sua formazione geografica in Germania, creò quell’ente geografico e cartografico che era auspicato da decenni dai geografi italiani e che era destinato a diventare un editore di riferimento nazionale e internazionale. Con l’esacerbarsi della tensione internazionale e delle rivendicazioni interventiste, l’editore pensò di avviare una serie di iniziative in campo cartografico per divulgare le questioni geografico-politiche in discussione. Nacque così l’idea di una collana di tre atlanti sulle terre irredente, dedicati, rispettivamente, a Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia e Dalmazia. De Agostini propose a Battisti di curare i primi due, a cominciare da quello sul Trentino (Proto 2015)10. L’opera riscosse un tale successo che l’edizione fu esaurita nell’arco di poche settimane e De Agostini si apprestò ad approntare una seconda edizione, la cui realizzazione fu però interrotta dalla morte di Battisti (Calì 1988).

L’altro grande progetto che De Agostini dedicò alla nazione, ormai entrata in pieno nella dinamica del conflitto, fu l’Atlante della Nostra Guerra (Dardano e De Magistri 1916) (Fig. 3). Si tratta di un’opera di alto livello qualitativo, con 16 carte a colori redatte da Achille Dardano (1870-1938), uno dei più importanti cartografi italiani della prima metà del XX secolo. L’atlante descrive i fronti di guerra, riporta i fatti salienti del conflitto in corso, spiega le ragioni italiane dell’intervento militare, gettando uno sguardo al futuro assetto politico dell’Europa in caso di vittoria. Di fatto, si tratta di un lavoro che, seppure non in maniera esplicita, costruiva una narrazione geopolitica sul conflitto e le dinamiche di potenza. Nel momento in cui si stava portando a compimento quel disegno di unificazione politica della nazione italiana, anche la cartografia e la divulgazione geografica contribuivano a diffondere nella società la visione di questo processo, legittimandola e oggettivandola sul piano scientifico. Ciò coincideva anche con la definitiva emancipazione della produzione cartografica italiana, che non solo si era istituzionalizzata ma aveva anche definito un proprio percorso originale e qualitativamente elevato, indipendente dai modelli stranieri.

L’Italia oltre l’Italia: cartografia e impero coloniale

L’interesse per l’altra sponda del Mediterraneo da parte dei cultori della geografia si era manifestato già prima dell’Unità. Nell’Annuario Geografico pubblicato per breve tempo dall’Ufficio di Corrispondenza Geografica – un prototipo di società geografica fondata nel 1844 dal geografo bolognese Annibale Ranuzzi (1810-1886) (si veda anche Ferretti 2014) – l’attenzione ai viaggi e alle esplorazioni oltremare copriva una parte significativa dei contributi e delle comunicazioni scientifiche. Sebbene il periodico fosse stato pensato per la conoscenza e la diffusione della geografia dell’Italia, l’informazione sulla geografia coloniale e sull’ampliamento dell’orizzonte politico europeo occupava un posto di rilievo (Ranuzzi 1845). Lo stesso Ranuzzi (1842) si era interessato alle esplorazioni britanniche nella regione del fiume Niger. Come accennato, l’attenzione allo spazio mediterraneo e all’oltremare era ben presente non solo nella cultura scientifica del Risorgimento – ad esempio nel lavoro di Balbi – ma rispecchiava un’idea coloniale radicata nel pensiero politico (Ertola 2022; Deplano e Pes 2024).

Fig. 3. A. Dardano, L. F. De Magistris, Atlante della Nostra Guerra, 1916. Frontespizio.
Fig. 3. A. Dardano, L. F. De Magistris, Atlante della Nostra Guerra, 1916. Frontespizio.

Con la fondazione della Società Geografica Italiana l’interesse per l’esplorazione trovò un contenitore istituzionale in grado di sostenerla dal punto di vista organizzativo, al quale si unirono presto altri soggetti, come la Società Africana d’Italia e la Società di Esplorazione Commerciale in Africa. Quest’ultima, attraverso la rivista L’Esploratore, faceva anche da cassa di risonanza alle spedizioni della Società Geografica, diventandone però allo stesso tempo concorrente, attraverso l’organizzazione di missioni parallele (Labanca 2002).

Per quanto riguarda invece la geografia accademica, fu Guido Cora il primo a dedicarsi con interesse alla questione delle esplorazioni, cercando di applicare in Italia quello che aveva potuto osservare a Gotha. L’azione di Cora, come quella di Petermann, fu duplice. Da un lato, consisteva nel raccogliere informazioni sulle spedizioni attraverso la sua rete di contatti e grazie alle molte riviste internazionali che riceveva in scambio. Dall’altro, nell’utilizzare la sua rivista per diffondere l’informazione sui viaggi esplorativi e sulle nuove scoperte e colonizzazioni. Gli articoli sulla geografia coloniale, soprattutto sull’Africa, con il loro corollario di mappe, rappresentavano una parte consistente delle pubblicazioni sul Cosmos (ad es. Cora 1873; 1879). Lo scambio di informazioni fra scienziati ed esploratori italiani e tedeschi, anche grazie alla mediazione di Cora, contribuì notevolmente a implementare la conoscenza geografica delle regioni orientali dell’Africa fra gli anni 1870 e 1880, nel momento in cui erano al centro degli interessi esplorativi e coloniali italiani. Interessante notare in tal senso il progresso nella rappresentazione cartografica dell’Etiopia centro-meridionale grazie alle informazioni fornite dalla spedizione della Società Geografica del 1876 nella regione dello Scioa e soprattutto dai resoconti di Antonio Cecchi e Giovanni Chiarini. In questo contesto, giocò un ruolo il cartografo tedesco Wilhelm Heinrich Frietzsche, noto in Italia anche come Guglielmo Enrico (1858-1895). Fritzsche si era formato in Germania e in Russia, aveva collaborato con la casa editrice Perthes di Gotha e da qui, attraverso raccomandazione, era arrivato a Torino per diventare assistente di Cora e proseguire il suo apprendistato. I rapporti con il geografo torinese erano stati piuttosto burrascosi e in seguito Fritzsche si era trasferito a Roma dove aveva fondato un suo laboratorio cartografico, collaborando attivamente con la Società Geografica Italiana (Cerreti 1996). Oltre alla collaborazione fra cartografi italiani e tedeschi, significativa è anche la diffusione delle conoscenze geografiche raccolte dai viaggi di esplorazione. Queste permettevano di migliorare progressivamente il dettaglio della rappresentazione, sia per quanto riguarda la morfologia che le vie di comunicazione e la toponomastica, oltre alla possibilità di una rappresentazione a scala maggiore e quindi più dettagliata che poteva essere messa ulteriormente a frutto da nuove spedizioni (Proto 2026).

Anche Guido Cora nel corso della sua carriera compì alcuni viaggi di esplorazione. Di rilievo fu quello in Epiro nel 1874-75, che apriva a un interesse italiano verso la sponda sud-orientale dell’Adriatico e l’Albania. Cora riteneva una penetrazione italiana nei Balcani molto più profittevole dal punto di vista economico rispetto alla colonizzazione dell’Africa, caratterizzata da condizioni geografiche difficili e popolazioni ostili. Tuttavia, proprio in occasione del viaggio in Epiro, concluse il suo itinerario attraversando in nave il Mediterraneo, al seguito del governatore ottomano della città di Ioannina, fino alla città di Tripoli, dove esplorò l’inizio degli itinerari carovanieri che erano percorsi dagli esploratori diretti verso sud. Come accennato nell’introduzione, Cora era intimo amico dell’esploratore tedesco Rohlfs che aveva percorso quelle vie in uno dei primi viaggi esplorativi della Tripolitania. Il resoconto della spedizione fu tradotto e pubblicato in italiano dallo stesso Cora (Rohlfs 1887). Oltre alla cartografia, la condivisione di informazioni fra Italia e Germania riguardava anche lettere e relazioni che circolavano fra gli esploratori, la Società Geografica, i direttori delle riviste italiane come Cora e il direttore dell’Esploratore Massimo Camperio e la PGM di Gotha rappresentata da Bruno Hassenstein. Spesso gli esploratori tedeschi – oltre a Rohlfs un’altra figura significativa in quegli anni era quella di Georg Schweinfurth (1836-1925) – attraversavano l’Italia per raggiungere le loro mete di esplorazione o nel viaggio di rientro, fornendo ulteriore occasione per un confronto con gli studiosi italiani e per tenere conferenze pubbliche11. Gli incontri pubblici, assieme ai racconti e ai resoconti di viaggio pubblicati in forma monografica o sulle riviste, furono un momento essenziale per formare le classi privilegiate a pensarsi in maniera imperiale, subendo la fascinazione dell’esplorazione e del colonialismo e immagazzinando lo stereotipo dell’altrove (si veda anche Driver 2001).

In questo senso, importante fu il contributo portato dalla geografia all’immaginazione coloniale attraverso la produzione atlantistica. Fu per primo l’anticolonialista Ghisleri (1909) a dare alle stampe un voluminoso atlante dedicato all’Africa composto di quasi 200 mappe e da estesi apparati testuali che descrivevano la storia del continente dall’antichità, della sua esplorazione e colonizzazione. Il lavoro si presentava anche come una sintesi di quanto raccolto dagli esploratori italiani nei decenni precedenti e mirava a restituire un’idea complessiva e imparziale del continente dal punto di vista scientifico. Implicitamente, il volume voleva anche fornire un impulso al colonialismo italiano, essendo l’Italia, come dichiarato esplicitamente da Ghisleri con disappunto, il paese europeo con minori interessi in Africa. Sebbene diversi autori abbiano cercato delle spiegazioni alla realizzazione di quest’opera da parte di un autore esplicitamente antiirredentista e anticolonialista (si veda ad es. Casti 2001), non si può non considerare la rilevanza del lavoro per la diffusione di un immaginario coloniale che fosse funzionale a sostenere il progetto politico del colonialismo italiano. Lo stesso Ghisleri pensò la sua opera come uno strumento di informazione per politici e militari, uomini d’affari ma anche per l’educazione scolastica, anche prendendo atto dell’ormai definitiva esplorazione del continente da parte europea che ne apriva la strada per la definitiva colonizzazione. Inoltre, una parte significativa del lavoro era dedicata ai territori dell’Africa orientale, già sotto il dominio italiano con i possedimenti dell’Eritrea e della Somalia, ai quali si aggiungeva l’Etiopia, quasi questa porzione del continente costituisse una regione unitaria (si veda anche Proto 2014). Questo si sarebbe rivelato poi l’obiettivo del progetto imperiale italiano.

Due decenni più tardi, con la pubblicazione dell’Atlante delle colonie italiane (Baratta e Visintin 1928), anche la De Agostini metteva in campo una grande opera per celebrare in maniera esplicita l’avventura coloniale italiana. Il lavoro si apriva con la celebrazione e il ricordo dei geografi che, a partire da Guido Cora, avevano sostenuto lo sforzo dell’esplorazione coloniale. Oltre al tema ricorrente della povertà dell’Italia e della pressione demografica incapace di trovare mezzi di sopravvivenza se non ricorrendo all’emigrazione, gli autori sottolineavano la necessità del colonialismo come rimedio alla difesa della vita aprendo la strada a un orizzonte biopolitico che ormai accettava esplicitamente l’idea che la sopravvivenza di alcuni si giocasse a discapito della vita degli altri:

Ricordiamo però che i domini coloniali – e la storia ce lo insegna – non sono eterni: essi si formano, si sviluppano, declinano e si dissolvono per ricomporsi talvolta; seguono, cioè, nella loro evoluzione in massima le vicende della potenza politica che li domina. I popoli che non ànno energie umane capaci di valorizzare le ricchezze potenziali del suolo che occupano; quelli che non dispongono dei mezzi necessari e quelli che ànno dato prova di insipienza e di trascuratezza, tanto che, invece di metter in valore territori vasti, non sono riusciti ad altro che a impoverirli, dovranno per fatalità cedere alle nuove energie che si affacciano desiderose di operare e pretendono aver un posto adeguato nel mondo (Baratta e Visintin 1928, XV).

Conclusioni

Lungi dall’essere uno strumento di rappresentazione neutrale e quantitativo, la cartografia rappresentò un dispositivo rilevante nel processo di costruzione politica dell’Italia. Oltre all’aspetto pratico legato alla tecnica cartografica quale tecnologia politica in molte delle operazioni fondanti lo Stato moderno – dalla statistica, allo sviluppo infrastrutturale e all’esercizio militare – gli esempi qui riportati informano su altri aspetti che prescindevano dall’utilizzo strumentale della carta nel governo materiale del territorio. La possibilità di immaginare lo Stato nella sua dimensione oggettiva, infatti, non era svincolata dalla sua stessa rappresentazione nella cartografia, svelando una potente metafora geografica fra territorio e politica quale essenza del potere statuale. Questo processo, come si è visto, servì innanzitutto a consolidare un certo immaginario dell’Italia nel momento in cui si avviava il processo politico dell’unificazione per informare le élite politiche impegnate a perseguire quel disegno. Da strumento specialistico riservato agli scienziati, la carta si trasformò in dispositivo di massa per l’educazione politica della cittadinanza attraverso l’uso didattico e l’editoria divulgativa. Dalle carte scolastiche a quelle comparse su riviste specializzate, ad esempio nel campo emergente delle pubblicazioni turistiche dopo la fondazione del Touring Club Italiano (Bosworth 1996; Pivato 2006; Proto 2020), le carte iniziarono a diffondersi e a raggiungere anche gli strati meno privilegiati della popolazione. La nazionalizzazione delle masse attraverso la cartografia non servì soltanto ad informare sulla legittimità dei confini naturali dello Stato nello spazio politico europeo, ma anche ad aprire un nuovo orizzonte di potere legato all’espansione coloniale e alla possibilità della nazione di pensarsi in maniera imperiale.

La diffusione e la massificazione della cartografia si accompagnarono anche a un importante cambiamento paradigmatico che riguardava il sapere geografico, soprattutto con l’affermarsi del positivismo scientifico nella seconda metà dell’800. Se già il sapere statistico, nella prima metà del secolo, aveva rivelato l’importanza di una forma di conoscenza classificatoria e oggettivante dei fenomeni sociali, la svolta positivista impresse un ulteriore progresso allo studio della geografia umana secondo principi assoluti, mutuati dalle leggi della natura. Il metodo cartografico diveniva così lo strumento scientifico principale per una disciplina rivolta ad indagare la forma e la distribuzione degli oggetti geografici nello spazio, inclusi quelli relativi alla sfera antropica (Farinelli 2003).

Nell’apertura del suo corso di geografia all’Università di Torino, nell’autunno del 1881, lo stesso Guido Cora, in precedenza sostenitore di un indirizzo storico-umanistico della disciplina, era costretto a riconoscere la vera vocazione scientifica che si andava affermando in quel momento:

Studiando le forme della superficie della terra essa [la geografia] indica il vero sito degli oggetti, vale a dire ne determina la posizione in senso orizzontale e verticale […] stabilisce i rapporti che corrono da queste, dallo stato climaterico e dalla circolazione atmosferica allo sviluppo della vita vegetale ed animale, considera le razze umane nelle loro manifestazioni reciproche e nello sviluppo storico in ordine alla natura terrestre, ossia nei caratteri di stirpe, di lingua, di coltura, d’industria e commercio, di potenza territoriale, rappresenta graficamente queste diverse espressioni delle forme anorganiche ed organiche colla cartografia e, comparando fra di loro tutti questi momenti dell’esistenza […] ne stabilisce le leggi […]. (Cora 1881, 450-451)

La geografia, dunque, si proponeva l’obiettivo di definire attraverso leggi sistemiche e con lo strumento della cartografia specifici modelli per classificare la natura, includendo nello studio anche i fenomeni etnici, economico-sociali e politici, nonché subordinando la dimensione storica a quella fisico-biologica. Si trattava di un passaggio importante che in quel momento era oggetto di un acceso dibattito interno alla geografia di lingua tedesca e destinato a influenzare particolarmente lo sviluppo delle scienze geografiche a livello internazionale, soprattutto grazie alla diffusione del pensiero del geografo tedesco Friedrich Ratzel (Klinke e Bassin 2018; Jureit e Chiantera-Stutte 2023). A Ratzel si dovette soprattutto un passaggio importante verso la concettualizzazione di un rapporto fra vita biologica e suolo che sosteneva l’esigenza di una continua espansione delle forme viventi nello spazio fisico, legata alle esigenze di nutrimento e dunque necessaria alla sopravvivenza delle specie. Ciò determinò un parallelo fra la concezione vitalista ratzeliana e le dinamiche dell’imperialismo europeo, legate all’espansione coloniale e allo sterminio razziale (Jureit 2018; Chiantera-Stutte 2018, Klinke 2023).

Commentando la carta etnografica con la classificazione dei gruppi umani, pubblicata nell’Anthropogeographie – uno dei più importanti lavori di Ratzel – Cora notava come tale classificazione rappresentasse “le affinità storiche che corrispondono alle affinità naturali della Biogeografia” (Cora 1892, 357) offrendo “alle rappresentazioni cartografiche il fondamento sicuro di un ordinamento naturale” (ibidem). L’affermazione di Cora assumeva una duplice valenza. Sul piano scientifico, sanciva il rigore e l’oggettività della rappresentazione cartografica, paragonabile a quello delle leggi della natura. Sul piano dell’etnografia e dell’appartenenza nazionale, stabiliva un’analogia fra le partizioni biologiche e quelle storico-politiche, dunque fra la dimensione della vita – il bios – e quella della politica, aprendo così la strada a un orizzonte biopolitico.

Ciò determinò un processo politico di naturalizzazione delle partizioni fra le diverse forme di vita, sancendo, attraverso un discorso scientifico, le articolazioni e le gerarchie dei gruppi umani. Questo aspetto si sarebbe rivelato fondamentale nelle dinamiche di potere che scaturirono nelle guerre e negli stermini del XX secolo (Proto e Buscemi 2025).


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1 Sammlung Perthes Archiv (SPA), ARCH PGM, 132, Prof. Guido Cora, 61, Lettera di Guido Cora a Ernst Behm del 26 febbraio 1882.

2 Ibidem.

3 SPA, ARCH PGM, 267, Agostini, Giovanni de, 1-5.

4 Si veda, ad esempio, la Monografia Statistica Economica, Amministrativa della Provincia di Forlì, 1866-67. Biblioteca del Dipartimento di Storia culture civiltà, Fondo Dal Pane, inv. 12180.

5 Su Balbi e Malte-Brun si veda Gallia e Castaldi 2023.

6 SPA, ARCH PGM, SPK 20 17 B I, C-01, E. Kiepert, Nuova Carta generale dell’Italia Meridionale, 1882

7 SPA, ARCH PGM, SPK 20 17 B III, B-01, C. Cerri, Carta stradale e postale dell’Italia, 1852

8 Si veda, ad esempio, Atlante novissimo di geografia universale ad uso degl’italiani tradotto dall’originale tedesco edito in Gotha per cura di C.G. Reichard ed A. Stieler ampliato delle più recenti scoperte e pubblicato con illustrazioni dalla tipografia di Alvisopoli in Venezia, stampato nel 1827

9 SPA, ARCH PGM, SPK 20 17 B I, A-04; SPA, ARCH PGM, SPK 20 17 B II, C-40

10 L’opera è disponibile digitalizzata su questa rivista (Proto 2015).

11 SPA ARCH PGM 351/01 Lettera di M. Camperio a B. Hassenstein.