Storicamente. Laboratorio di storia

Biblioteca

Azoulay, Ismard, “Atene 403”

PDF

Vincent Azoulay e Paulin Ismard, Atene 403. Una storia corale. Torino: Einaudi, 2025. XXXVIII - 410 pp.

Con la capitolazione nella guerra con Sparta (404 a.C.), Atene subì un traumatico cambio di regime: si impose la famigerata oligarchia dei Trenta Tiranni che, in meno di un anno, uscì sconfitta dalla guerra civile contro la resistenza democratica. Il saggio di Azoulay e Ismard, uscito in Francia nel 2020, si concentra sulla restaurazione democratica del 403 per porre domande di stretta attualità sulla coesione sociale prodotta da uno stato d’eccezione, sui modi di conservare l’unità all’esaurirsi dell’emergenza e, in generale, di “fare società”: non a caso, nell’Introduzione si ricordano due gravi emergenze collettive degli anni recenti, l’attentato a Charlie Hebdo (2015) e la pandemia di COVID-19 (2020).

Per ammissione degli stessi autori, lo studio è stato accompagnato dall’“ombra intimidente” di Nicole Loraux (p. XXXVIII), riferimento ineludibile per chi voglia indagare, attraverso la crisi del 404/3, la società e la politica di Atene. Gli autori, del resto, possono considerarsi fra i più illustri eredi della c.d. “scuola francese” degli studi classici, caratterizzata da un taglio spiccatamente socio-antropologico, che in Loraux ebbe una figura centrale: Azoulay, docente di Storia greca all’Università di Paris-Est, si è distinto per due interessanti monografie, rispettivamente sulla figura di Pericle e sull’iconografia dei tirannicidi nel corso della storia antica (cui si aggiunge un recentissimo studio sull’ostracismo), mentre Ismard, professore di Storia antica all’Università di Aix-Marseille, ha dedicato la propria attenzione alla condizione servile, alla figura dello schiavo pubblico nell’amministrazione ateniese, nonché alla vicenda intellettuale e politica di Socrate. Atene 403 si colloca quindi pienamente nel solco della tradizione di studi francese, e rappresenta una virtuosa intersezione fra i profili dei due autori.

Si comprende perciò l’intimidazione sentita da Azoulay e Ismard, i quali, partendo dall’opera di Loraux, mirano in più punti a svilupparne e superarne le posizioni sul conflitto nella politica greca: per esempio, i due rigettano l’idea dello scontro giudiziario come stasis larvata, vedendovi invece uno strumento per “domare la stasis” (pp. 284-5), e contestano a Loraux di non aver considerato adeguatamente la cronologia, col rischio di appiattire le differenze tra conflitti a bassa intensità e fasi parossistiche di guerra civile. La principale critica mossa a Loraux è però la mancanza di una “indagine sociologica più capillare”, rilevata nella tesi dell’amnistia come oblio attivo imposto dalla città. Gli autori precisano che “non fu la città […] a imporre il rispetto dell’amnistia; fu piuttosto un coro composto da ex oligarchici e democratici” (pp. 100-1). L’amnistia e l’oblio attivo furono cioè operazioni politiche promosse dai moderati per frenare le rese dei conti. Discutendo infine la tesi del conflitto come fattore di unità della città, si precisano i modi in cui la stasis realizza tale coalescenza: la pluralità viene ridotta ad un contrasto manicheo fra amici e nemici, si crea un clima di comunitarizzazione emozionale dove è impossibile la neutralità (si veda la definizione dei Trenta come fobocrazia) e, infine, la comunità è proiettata in uno stato d’eccezione caratterizzato dal tempo unificato dell’emergenza.

Proprio la metafora dei cori consente agli autori di indagare la società ateniese con la capillarità mancata a Loraux: a partire dalla concezione antica del coro e dalle sue rielaborazioni contemporanee nel campo della fiction, viene proposto un “approccio corale” per cogliere la composizione del sociale e le identità nei suoi diversi livelli. Tale schema si propone di evitare rappresentazioni troppo rigidamente legate allo status, e di superare le aporie generate, al contrario, dal ricorso incontrollato alla rete, “concetto-feticcio” che tende a occultare fratture e conflitti. La storia corale è quindi proposta come “terza via tra individualismo e olismo”, capace di mostrare la formazione e dissoluzione dei collettivi, le dinamiche emozionali che li caratterizzano e i loro rapporti (pp. XXX ss.): tornare alla stasis del 403, in questo senso, è un modo per studiare la formazione di cori concorrenti e la fluidità della loro composizione nel corso del conflitto.

Nella pratica, la storia corale si propone di identificare dei personaggi per ricostruire i cori che li circondano: un approccio che, per ammissione dei due autori, presenta la sfida epistemologica e narrativa insieme di penetrare le zone d’ombra di una documentazione selettiva, evitando la facile tentazione di una “storia dei grandi personaggi”. Per questo, dopo una serie di corifei “nell’accezione funzionale”, figure de facto centrali nei loro cori (nei capp. I-V: Crizia, Trasibulo, Archino, Socrate e Lisimaca) si passa a una serie di “vite minuscole” che illuminano settori spesso trascurati dalle fonti antiche (capp. VI-IX, dedicati, nell’ordine, a Eutero, personaggio dei Memorabili costretto al lavoro salariato, a Egeso, rampolla di una ricca famiglia coinvolta in una causa nota grazie a Lisia, a Gerys, schiavo trace liberato dopo la vittoria democratica, e al funzionario civico Nicomaco, anch’egli menzionato nel corpus lisiaco), per concludere con un profilo di Lisia (cap. X), titolare, in quanto fonte primaria, di una posizione privilegiata nel “dispositivo narrativo”.

La galleria di corifei riflette quindi una “tensione irrisolta” fra l’inevitabile centralità delle figure strutturanti, dovuta alla parzialità delle fonti, e l’esigenza di accogliere le istanze di analisi sociale della storiografia contemporanea. Il modello corale ha, in tal senso, il vantaggio di concretizzare interrogativi sulle classi subalterne spesso discussi solo in astratto (come le relazioni e gli spazi sociali accessibili a uno schiavo come Gerys o le forme del lavoro libero e servile nei casi di Eutero e Nicomaco), e rivela ulteriori potenzialità quando applicato alle figure strutturanti: ricostruire le frequentazioni di Lisia, ad esempio, ne ridimensiona l’immagine di democratico radicale e il peso del suo status di meteco, così come restituire Crizia al suo gruppo di appartenenza permette di superare la retorica dell’“uomo-lupo” e di studiare i Trenta come un’esperienza corale.

Di particolare interesse risulta l’analisi dei cori di Trasibulo e di Archino: indagando la formazione dell’armata di Trasibulo, che, partito dall’esilio con un gruppo ridotto composto in larga parte da schiavi e meteci, lungo la marcia su Atene incluse nelle sue truppe molti cittadini mantenutisi, nelle fasi iniziali del regime, cautamente neutrali, si nota come tale mutazione nel fronte dei “resistenti” modificò anche i termini della riconciliazione; se Trasibulo era portavoce di una concezione inclusiva della comunità, proponendo di estendere la cittadinanza a meteci e schiavi benemeriti, il coro di Archino, formato da democratici e oligarchici moderati, difese un’interpretazione tradizionale dei diritti di cittadinanza. Appare calzante l’analogia con il governo De Gaulle del 1943 che, reintegrando molte personalità del vichysmo, ruppe l’illusione di una “Rivoluzione della Resistenza” (p. 57), così come Archino, bloccando l’estensione della cittadinanza e le azioni giudiziarie che violavano l’amnistia, contenne il potenziale rivoluzionario della vittoria democratica. Similmente, i metodi talora violenti dei moderati sono accostati al Terrore Bianco dei termidoriani (p. 69).

Questo non implica però che la democrazia restaurata fosse politicamente più moderata, come vuole una consistente tradizione di studi: l’operato di Archino fu di fatto in continuità con la politica di cittadinanza di Pericle e con la sua retorica unanimista che obliterava, nell’epitaffio, i conflitti interni alla città. Il vero lascito politico della stasis del 403 fu, per gli autori, una modifica del “regime di storicità” degli ateniesi: all’ansia di novità che li caratterizzava in Tucidide si sostituì sempre più un ripiegamento verso il loro glorioso passato, teso a occultare le innovazioni politiche dietro la maschera rassicurante della “costituzione degli antenati”. In questo si realizzò la vittoria politica e storiografica del moderato Archino, che per superare il conflitto impose al resto della città l’oblio.