Introduzione
Nel II secolo a.C., il modo di concepire l’Italia conobbe importanti sviluppi, che influenzarono tale concezione per i secoli a venire. Le innovazioni riguardarono l’ampliamento dei suoi limiti geografici fino alle Alpi, la codificazione del termine come preciso coronimo formalmente indipendente da un toponimo etnico e la formulazione di un’ideologia identitaria suffragata da studi storici, sostenuta da una delle più eminenti figure del periodo, Catone il Censore. Inoltre, il II secolo a.C. è determinante per la discussione sull’Italia anche perché in quel periodo gli autori antichi offrono una significativa varietà di opinioni su temi legati alla storia della penisola1, in particolare sulle origini delle città e sull’appartenenza o meno delle civiltà peninsulari al più ampio racconto mito-storico di matrice greca. Questa epoca ci restituisce quindi una pluralità di idee di Italia che variano sia in relazione ai modi in cui la si osserva (geograficamente, politicamente o etnicamente) sia in relazione ai modi in cui si interpretano le origini dei suoi popoli (autoctoni o inseriti nella più ampia mitologia greca).
Italia fino alle Alpi
Il toponimo Ἰταλία si affermò e si diffuse in seno al mondo greco almeno dal V secolo a.C., per poi essere reinterpretato nel contesto romano a partire dal IV secolo a.C. (Musti 1987, 34-39). A metà del III secolo a.C. il termine latino Italia indicava tutti i territori della penisola a meridione dei fiumi Arno ed Esino (Polverini 2010, 115), corrispondendo alla zona di influenza romana. Non è chiaro quando, di preciso, il termine andò ad indicare i territori compresi tra il corso di questi fiumi e le Alpi. Leandro Polverini ipotizza che la Gallia Cisalpina poteva essere stata inclusa nell’Italia geografica già nell’ultimo quarto del III secolo a.C. nell’opera di Fabio Pittore, dato che Polibio di Megalopoli, servendosi del lavoro di questo storico per riassumere gli eventi bellici di questi anni, include questi territori nell’Ἰταλία2.
Tradizionalmente, tuttavia, si è ritenuto che l’estensione geografica dell’Italia fino alle Alpi si sia affermata nel II secolo a.C., perché a questa epoca appartengono le due più autorevoli concezioni che collocano per la prima volta l’area in Italia. Polibio, che compose le sue Storie a partire dal 167 a.C., in un famoso passo del II libro descrive l’Italia includendovi la Cisalpina (Polyb., II, 14-17). Al contempo, il filologo di IV secolo d.C. Servio ci informa che Catone riteneva che le Alpi fossero le mura d’Italia: Alpes quae secundum Catonem et Liuium muri uice tuebantur Italiam3. Questa opinione del Censore con ogni probabilità era contenuta nelle Origines, opera scritta a partire dal 168 a.C. e sopravvissuta in frammenti, in cui il politico romano discuteva delle origini delle civitates d’Italia e narrava della storia di Roma.
È possibile solo formulare delle ipotesi per stabilire chi, tra Polibio e Catone, espresse per primo l’idea che l’Italia si estendesse fino alle Alpi. Catone scrisse i libri I, II e III delle Origines, che parlano dell’Italia, intorno al 168 a.C. (Chassignet 1986, IX), ma il frammento che parla delle Alpi come mura d’Italia viene solitamente collocato nel libro IV, scritto assieme ai libri V, VI e VII negli ultimi anni di vita dell’autore4, morto nel 149 a.C. Chi si è occupato delle Origines di Catone propende per tale collocazione perché in questo libro si trattava dei conflitti romano-cartaginesi: dato che altri autori antichi propongono l’immagine delle Alpi come mura d’Italia o di Roma quando raccontano del passaggio della catena montuosa da parte di Annibale5, si è ritenuto che la stessa formulazione dovesse trovarsi nelle Origines.
Questa ipotesi conferirebbe il primato a Polibio, che, salvo importanti interventi sul testo, doveva già aver scritto della Cisalpina come parte dell’Italia poco dopo l’inizio della scrittura delle Storie nel 167 a.C. Molti storici, tuttavia, sostengono che il primo a esprimere tale idea fu comunque Catone6, poi utilizzato come fonte da Polibio7. Questa affermazione si scontra col fatto che al tempo della stesura del IV libro delle Origines Polibio doveva aver già scritto i primi XV libri delle sue Storie (Walbank 1972, 80): se la maggior parte della storiografia ritiene che il primato sia di Catone, deve anche ritenere che l’immagine delle Alpi come mura d’Italia provenga dai libri delle Origines che descrivono l’Italia e non dai libri successivi.
Intorno alla metà del II secolo a.C., dunque, la concezione dell’estensione d’Italia da parte degli autori antichi si stava ampliando, come era già avvenuto nei secoli precedenti.
“Italia etnica” e “Italia geografica”
Possiamo riflettere sul modo in cui il toponimo Italia si estese e sul motivo per cui questo avvenne considerando le differenze che avevano contraddistinto l’estensione dei termini Ἰταλία e Italia nei secoli precedenti. In origine, il termine greco indicava la parte più meridionale della penisola, poi fu usato per l’intera Magna Grecia e infine, affiancato all’uso romano del termine, forse fu riferito alla penisola fino al delta del Po8. Allo stesso modo, il termine Italia nel mondo latino era gradualmente andato a indicare l’area peninsulare che corrispondeva ai territori sotto il controllo di Roma9. Un ampliamento nella concezione del termine si ebbe con l’idea che fossero i popoli considerati Italici a conferire “italicità” a un territorio: per questo motivo i Mamertini, stanziandosi in Sicilia, avevano reso l’isola quasi parte dell’Italia10. Questo si dedurrebbe dal fatto che C. Aurelio Cotta poté prendere gli auspici a Messina: dato che questo rituale poteva essere effettuato solo in Italia, si deve ipotizzare che in quel contesto Messina era ritenuta parte dell’Italia almeno dal punto di vista del diritto augurale11.
Queste ragioni avevano portato a una condivisa percezione delle terre considerate parte d’Italia, oggi chiamata “Italia etnica”, ovvero le aree della penisola fino all’Arno a nordovest e all’Esino a nordest. L’estensione dei confini dell’“Italia geografica” alle Alpi, tuttavia, non si accorda con la possibilità che un territorio rientrasse in Italia perché abitato da un popolo italico, poiché la Gallia Cisalpina era abitata anche da popoli non italici, come i diversi gruppi di Galli stanziati nella pianura padana da lungo tempo. È stato quindi ipotizzato che l’ampliamento fino alle Alpi della definizione di Italia da parte degli autori di II secolo a.C. fosse dovuto alla conquista e alla colonizzazione romana della Gallia Cisalpina (Polverini 2010, 116), iniziata a partire dal 224 a.C. e completata solo a metà del II secolo a.C.
A sostenere questa idea potrebbe essere un frammento di Catone, tramandato da Varrone: An non M. Cato scribit in libro originum sic? Ager Gallicus Romanus uocatur, qui uiritim cis Ariminum datus est ultra agrum Picentium12. Se l’Ager Gallicus era chiamato Ager Romanus dal Censore per via della colonizzazione di quella regione, si può ipotizzare che questa sia la ragione per cui Catone e i suoi contemporanei includevano l’area al di là degli Appennini nella loro concezione di Italia. La Gallia Cisalpina era stata colonizzata da un ingente numero di coloni13, e la scelta di dedurre colonie latine aveva fatto sì che i socii italici fossero stati coinvolti in massa e inseriti nel tessuto sociale (Gabba 1985, 39). Così, al condiviso concetto di Italia etnica, si aggiungeva un innovativo concetto di Italia geografica, unito alle vicende politiche di Roma.
È importante sottolineare che, nonostante la presenza di abitanti cis-appenninici contribuisse alla percezione dell’area padana come Italia, essa non comportò una sostituzione etnica dei precedenti abitanti né una cancellazione della precedente toponomastica: il termine Italia andava a indicare un coronimo esteso grazie alla presenza degli Italici ma indipendente dall’effettiva composizione etnica della zona, che, anche se geograficamente inclusa nella penisola, avrebbe continuato a essere chiamata Gallia Cisalpina e a essere amministrata come provincia, fino alla concessione della cittadinanza romana ai suoi abitanti nel 49 a.C. e alla sua inclusione nell’Italia romana tra il 42 e il 41 a.C.14.
La costruzione identitaria
Vi è tuttavia una discrepanza tra l’Italia geografica, ampia e inclusiva, e l’Italia etnica, ristretta ed esclusiva, negli scritti di Catone, che risulta difficile da capire15. Infatti, il Censore accompagnò la nuova definizione dei confini d’Italia a una costruzione identitaria basata sulla percepita somiglianza tra i Latini e i Sabelli16. Al tal scopo, nelle Origines, si basò sul concetto di Italica Disciplina, ovvero l’idea secondo cui i popoli italici erano portatori di tre fondamentali valori: virtù guerriera, austerità contadina e profonda religiosità (Giardina 1997, 31). I mores dell’Italica Disciplina incarnerebbero una versione ancestrale e pan-italica del mos maiorum. Dato che questi mores erano nati in Sabina, e dato che i Romani stessi li seguivano17, il concetto conferiva un primato morale all’elemento extralatino dell’alleanza italica, che si vedeva valorizzato e riconosciuto all’altezza dei Romani. L’idea che questi valori, nati in Sabina, fossero immuni da influenze provenienti dall’esterno e quindi interamente indigeni era centrale nella formulazione di questa costruzione identitaria.
Al fine di sostenere queste idee, nelle Origines Catone trattò del passato delle civitates della penisola, in particolare discutendo dei miti di fondazione dei vari popoli e delle diverse città, cercando di mettere in luce l’autoctonia degli Italici, anche attingendo a fonti native (Chassignet 1986, XXVII), e di minimizzare l’apporto greco nell’ambito storico-mitico. Questa tendenza si rivelò a tratti un’ardita operazione di revisione storica, quando non di invenzione del passato18. Il Censore raccontò miti di fondazione diversi da quelli comunemente conosciuti, con l’obiettivo di valorizzare agli occhi del suo pubblico i diversi popoli d’Italia. Al contempo, Catone non poteva esimersi dal tenere in considerazione i miti legati alla grecità, molto diffusi in Italia, e dovette armonizzarli con il suo pensiero. Per questo si oppose ai miti legati alla mitologia ellenica quando questi erano ideazioni greche, per osteggiare l’ellenismo dei suoi tempi19, non altrettanto quando questi erano miti prodotti dagli italici in tempi di antica orientalizzazione per nobilitarsi20: far valere idee di autoctonia fu dunque una tendenza nel suo operato, non un principio di massima. Possiamo notare questa attenzione in particolare per quanto riguarda i Sabini: la nozione che il loro capostipite fosse Sabo, figlio del dio Sanco21, era arrivata a Catone da fonti indigene22, ma il Censore accettava anche la versione che faceva discendere questo popolo dagli Spartani, percepiti come portatori di virtù guerriere e di frugalità per lui desiderabili23.
L’idea catoniana sulla centralità morale dei Sabini si inseriva nel più ampio dibattito presente allora nella storiografia romana tra la visione “sabinista” e quella “etruschista”, due diverse letture della storia della Città Eterna che tendevano a conferire importanza a uno dei due gruppi etnici e a sminuire l’altro24. Nei decenni precedenti, per esempio, lo storico Fabio Pittore, di origine etrusca, aveva inaugurato la storiografia romana già presentando una visione etruschista e anti-sabinista (Zecchini 2016, 14-15). Questo storico era vicino ai Decemviri sacris faciundis25 quando questo collegio, a seguito della battaglia di Canne (216 a.C.), aveva celebrato un rito tristemente noto che aveva visto seppellire vive una coppia di Greci e una di Galli26, forse interpretabile con l’eliminazione simbolica di due categorie estranee all’Italia27, almeno nella sua più antica percezione cis-appenninica28, sottolineando implicitamente l’appartenenza degli Etruschi al novero degli Italici.
Catone riconosce una certa rilevanza agli Etruschi29, ma non apprezzava particolarmente la loro cultura, come sembrerebbe dimostrare anche un celebre passo in cui deride le loro pratiche divinatorie30. La prospettiva sabinista sembra stridere con l’idea dell’Italia che arriva fino alle Alpi quando vengono considerate le valutazioni del Censore sugli altri popoli d’Italia. I Galli d’Italia non vengono inclusi nell’Italia etnica, così come i Greci d’Italia, che pure erano stati fedeli durante la guerra annibalica, mentre i Liguri sono definiti mentitori31, inaugurando uno stereotipo destinato a riecheggiare pesantemente anche con la completa romanizzazione ai tempi di Virgilio32. Risulta dunque difficile capire la ragione per cui, di fronte all’inclusione della Cisalpina nell’Italia geografica, il Censore portasse avanti idee meno inclusive per quanto riguardava l’Italia etnica: forse Catone voleva inaugurare una nuova lettura “nazionale” romana (Zecchini 2024, 34), ma per farlo iniziò con una assai poco inclusiva lettura sabinista, da usare come ponte per avvicinare i popoli sabellici, che valutava più positivamente33.
È quindi evidente che Catone favorisse l’idea di un sodalizio latino-sabellico per creare una forma di unità italico-romana, da ottenere con una prospettiva incentrata sui Sabini (Letta 2008, 191). La scelta era deliberata: nonostante appaia come un autoelogio del Censore, visto che Catone era cresciuto in Sabina34, bisogna ricordare che il popolo dei Sabini era ritenuto l’origine dei miti fondativi legati al Ver Sacrum35, e aveva un ruolo di spicco nel racconto delle origini di Roma. I Sabini avevano poi per primi ottenuto la cittadinanza romana in massa36 e, secondo una tradizione longeva, abitavano il territorio che costituiva il centro geografico dell’Italia37. Prendere questo popolo come punto di riferimento ideologico permetteva a Catone di creare un forte senso di affiliazione e appartenenza fra una grande parte dei popoli dell’Italia etnica, perché si credeva che dai Sabini fossero derivati tutti gli altri popoli della penisola. (Letta 1984, 418-419).
Diversità di vedute a Roma
La presenza di vedute diverse sull’identità etnoculturale dell’Italia aiuta a capire perché Catone favorisse una lettura più tradizionale, per quanto rielaborata, delle origini dei popoli d’Italia, a differenza delle sue riflessioni sulla nozione geografica. Se l’Italia geografica indicava l’area di pertinenza diretta di Roma, quella etnica indicava l’area i cui abitanti potevano essere pienamente integrati. Possiamo tratteggiare una varietà di interpretazioni nate intorno alla nuova attenzione rivolta all’Italia come spazio geografico e ideologico. Esse derivano da storici e antiquari della seconda metà del II secolo a.C. conosciuti solo tramite frammenti: mancando la loro opera completa, non è possibile farsi un’idea del tutto chiara della loro interpretazione di questi temi, così come, per gli stessi motivi, è difficile farlo per Catone.
Il primo storico a cui rivolgere l’attenzione è Acilio, che decise di scrivere in lingua greca, cioè quella utilizzata per i primi lavori della storiografia romana. La sua opera, pubblicata nel 141 a.C., doveva risultare non al passo con i tempi anche ai più filelleni tra i Romani, dopo che Catone aveva inaugurato la scrittura storica in latino, e la scelta apparve “ormai anacronistica e quasi pateticamente polemica verso la nuova e affermata storiografia in latino” (Zecchini 2016, 21). Acilio sosteneva che Roma era una fondazione greca (Cornell 7, F 7): anche se riconosceva Romolo come fondatore della città (Cornell 7, F 1), nel sostenere che Roma fosse κτίσις greca egli probabilmente poneva attenzione al ruolo ricoperto da Evandro prima dell’arrivo di Enea. Inoltre, Acilio potrebbe essere stato la fonte che riportava lo scambio epistolare tra Publio Valerio Levino e Pirro38, il re dell’Epiro, nel quale l’Italia e i suoi abitanti, quasi che i Romani non lo fossero, appaiono come delle vittime della protervia capitolina. Il racconto di avvenimenti storici, forse volutamente ignorati da Catone, come le guerre sannitiche e la guerra contro Pirro, poteva quindi veder rappresentato un rapporto tra Roma e il resto della penisola ragionevolmente più controverso rispetto a quanto proposto dal Censore.
Anche Cassio Emina sembrerebbe contrapporsi alla visione di Catone, o perlomeno collocarsi vicino alla sensibilità greca. “L’opera di questo annalista rifletteva motivi filosofici che godevano di una certa popolarità” (Mazzarino 1966, 106): in particolare la sua tendenza evemeristica, cioè il pensiero secondo cui le divinità erano anticamente degli umani, sembrerebbe porre i due su posizioni difficili da conciliare, nonostante non sopravviva specifica notizia di una eventuale rivalità fra Catone e Cassio Emina (Santini 1995, 21-22). Inoltre, siccome l’evemerismo di Emina riguardava soprattutto la figura di Saturno39, divinità fortemente legata alla penisola40 ma assente nella mitologia greca, si potrebbe pensare per Emina anche a una diversa interpretazione dell’autoctonia dei popoli d’Italia. Questa ipotesi sarebbe suffragata dal frammento in cui viene spiegata l’origine di Crustumerium, il cui nome, secondo Emina, deriverebbe da una Clitemestra, moglie del siculo che fondò la città41. Lungi dall’essere un riconoscimento della contribuzione dei Siculi stricto sensu, che molti testi di antiquaria ritenevano indigeni italici42, Emina sembra riferirsi alla identità regionale siciliana collettiva, di lingua greca e includente Siculi e Sicani, come andava delineandosi proprio in quei secoli43.
Infine, anche Cneo Gellio, autore dal gentilizio sannita, rientra fra coloro che presentarono idee diverse sulle origini dei popoli d’Italia. I frammenti di questo storico trattano di antiquaria: ne sopravvivono diversi che illustrano luoghi d’Italia connessi al mito greco. Per esempio, l’origine lacedemone dei Sabini è condivisa con Catone, anche se Gellio vi giunge con una diversa metodologia44 e senza fare affidamento a fonti che paiono attingere a mitologie sabine. L’influenza di Emina sembra evidente in questo storico (Cornell 2013a, 254), poiché egli attinge copiosamente a repertori mitologici legati all’ellenismo e riguardanti il mondo orientale, facendo riferimento in particolare a Lidi, Frigi, alle figlie di Eete, tutti attivi, nel tempo mitico, in Italia45. Gellio sembra molto interessato alle origini dei popoli della penisola, e sebbene il suo lavoro non si configuri strettamente come un’opera di Origines, egli sembra quasi elaborare l’idea catoniana con diversi intenti e metodologie. Se ipotizziamo che potessero esistere anche in Sannio storiografie gentilizie46, ovvero racconti storici di gesta attribuite ai propri avi tramandati per generazioni, è possibile che Gellio attingesse a resoconti storici non solo scritti in lingua osca ma addirittura con caratteri antiromani, e che questi racconti potessero convergere in una ricostruzione storica del tutto eterodossa rispetto a quella che andava affermandosi a Roma.
Questi tre storici, secondo quanto è possibile intuire, proposero un’interpretazione delle origini dei popoli d’Italia diversa da quella “italica autoctona” di Catone, facendo riferimento soprattutto a nozioni che valorizzavano il contributo greco in epoca mitica e mito-storica. Questa contrapposizione con Catone potrebbe essere connessa a motivazioni di carattere politico e giudiziario. Nonostante sia difficile identificare con precisione questi storici con altri personaggi dell’epoca a noi conosciuti, è interessante notare che un certo Gaio Cassio aveva portato Catone in tribunale47 e che uno certo Cneo Gellio era stato offeso, sempre in tribunale, da Catone48. Inoltre, è attestata una forte opposizione politica tra Catone e la gens Acilia, i cui membri erano vicini agli Scipioni, i principali nemici politici del Censore. Essi erano anche noti per aver ospitato un medico straniero, categoria invisa a Catone, e un certo Gaio Acilio, forse il nostro storico (Cornell 2013a, 224), aveva fatto da interprete per la delegazione ateniese composta dai famosi filosofi Carneade, Diogene e Critolao, che presto fu cacciata da Roma per iniziativa di Catone, preoccupato dalla loro presenza in città per l’ascendente che avevano sui giovani (Plut. Cat. Mai. 22, 3-4). Catone, inoltre, poteva essere considerato il vero vincitore della battaglia delle Termopili, combattuta nel 191 a.C., durante la quale aveva avventurosamente scalato il monte Callidromo e disperso gli Etoli per poi piombare alle spalle dello schieramento seleucide49. In questa battaglia, al comando dell’esercito romano, vi era il console Manio Acilio Glabrione, probabilmente parente del nostro storico50, che portò un attacco frontale, di scarso effetto, alle fortificazioni di Antioco. Il merito della vittoria, quindi, sembra si debba attribuire all’azione di Catone (inviato dal console a compiere la manovra aggirante), che infatti ricevette un commosso abbraccio da parte di Glabrione51, come si cura di far notare il Censore stesso, in questo passo fonte di Plutarco. Inoltre, quando nel 189 a.C. Catone e Glabrione competevano per la censura, Catone testimoniò contro quest’ultimo, sostenendo che si fosse appropriato di parte del bottino ottenuto contro Antioco52. L’enfasi posta sull’episodio di guerra e l’indignazione di Glabrione per la testimonianza del Censore53 potrebbero aver spinto lo storico Acilio a contrapporsi a Catone, poiché quest’ultimo aveva cercato di attribuirsi la maggior parte del merito54 nella più grande vittoria conseguita dalla gens Acilia e l’aveva osteggiata.
È possibile, dunque, individuare diverse ragioni che potrebbero spiegare le differenze di vedute tra Catone, da un lato, e Acilio, Emina e Gellio, dall’altro. Questa contrapposizione poteva essere causata, come abbiamo visto, dalla ostilità endemica in seno all’aristocrazia romana55. Eppure, sia l’ostilità politica, sia le diverse vedute potrebbero derivare dal modo in cui i tre autori immaginavano la cultura romana, nonché la storia delle città e dei popoli d’Italia, ossia proiettate verso l’integrazione con il vasto mondo ellenico. Infatti, si può scorgere in questi autori una lettura genuinamente diversa rispetto a quella di Catone. Attribuendo anche ad Acilio e a Emina ciò che Santo Mazzarino affermava con certezza solo per Gellio, è possibile pensare che questi autori, prendendo le mosse dalla dimensione italica inaugurata da Fabio Pittore e Cincio Alimento e potenziata dal Censore, volessero raccontare la storia di Roma e della protostoria d’Italia inserendole nel più ampio contesto della storia generale dell’umanità (Mazzarino 1966, 87), e per farlo utilizzavano il mito greco come via d’accesso alla tanto desiderata dimensione “internazionale”.
Questa dimensione “internazionale”, tuttavia, era proiettata unicamente verso le culture greche ed ellenizzate, più ricche ed attraenti per quegli autori, e comportava allo stesso tempo un certo disinteresse per la Gallia Cisalpina. All’opposto di tale visione si poneva Catone, che non solo includeva la Gallia Cisalpina nell’Italia geografica, ma esprimeva anche una valutazione positiva sui Galli, considerati dediti all’arte della guerra e all’arte oratoria56. Ai suoi occhi, la povertà che li contraddistingueva rispetto al mondo greco poteva anzi rivelarsi portatrice di frugalitas e di valori più simili alla Italica Disciplina, forse proprio nell’ottica di integrare col tempo la Cisalpina nell’Italia romana. Diversamente dagli altri tre autori, Catone costruiva le Origines a partire dai presupposti italici della storia romana (Mazzarino 1966, 87), e a tale visione dobbiamo “…la prima concezione etico-politica dell’Italia come ‘nazione’ (insieme di popoli dalle origini, dalle “nascite” affini e omogenee tra loro), non più soltanto come espressione geografica” (Zecchini 2024, 34).
A prescindere dalle diverse interpretazioni, e forse proprio grazie a queste ultime, era nata una visione storica che riteneva la storia d’Italia premessa essenziale alla storia di Roma57.
Conclusioni
Il II secolo a.C. si caratterizzò, dunque, per la codificazione dei limiti geografici settentrionali della penisola e produsse la necessità di interpretare ideologicamente l’inclusione dei nuovi territori nel fluido concetto politico-geografico d’Italia. Inoltre, quel periodo fu animato da un vivace dibattito culturale riguardo l’identità della penisola e dei suoi popoli, in cui spiccano due principali letture ideologiche. La prima vedeva le origini della penisola inserite all’interno della mitologia greca in un’ottica globale e inclusiva delle altre culture del Mediterraneo, la seconda poneva in primo piano l’origine autoctona dei popoli italici, con l’obiettivo di valorizzare il carattere originale delle civiltà d’Italia riunite in un mondo di valori condiviso. Le fonti prese in esame portano a pensare che, con l’affermarsi dello Stato romano come indiscussa potenza egemone nel Mediterraneo, l’attenzione posta sull’Italia fu centrale nel dibattito pubblico di Roma perché legata ai più grandi dibattiti culturali in corso durante il secolo.
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1 Si usa qui tale termine per intendere il territorio peninsulare, e non come sinonimo dell’areale geografico italiano che include le isole.
2 Polverini 2010, 116-117. Polverini non attribuisce a nessun autore in particolare l’estensione del termine fino alle Alpi ma presenta la possibilità che questa nuova concezione geografica sia nata come semplice conseguenza della prima conquista romana della Cisalpina e fosse presente nell’opera di Fabio Pittore.
3 Cat. Orig. Chassignet IV F 10 = Cornell 5 F 150 = Peter F 85 = Serv. Aen. X, 13: “Le Alpi, che secondo Catone e Livio proteggevano l’Italia come mura”. Sulla corrispondenza dei limiti alpini d’Italia in Catone e Livio si veda Mahé-Simon 2003, 244.
4 Nep. Cat. 3. Secondo Plut., Cat. Mai., 20, 5, lo scrisse a lettere grandi, per insegnare a suo figlio a leggere.
5 Oltre a Polyb., III, 54, 2 e Liv., XXI, 35, 8-9, anche Hdn., VIII, 2 e Isid. Etym. XIV, 8, 18 parlano delle Alpi come mura d’Italia. Cornell 2013c, 158 aveva espresso perplessità su questa spiegazione, che trovava fragile. Va infatti considerato che si parla di Alpi anche nel frammento Cornell F 75 sicuramente attribuito al libro III. Lo stesso autore afferma anche che così come talvolta le mura erano lontane dalla città, per la stessa ragione non è detto che Catone ritenesse che l’Italia raggiungesse le Alpi.
6 Walbank 1957, 390; Levene 2012, 154 sostiene che non ci sono intermediari nella narrazione del passaggio delle Alpi tra Polibio e Livio, e lo stesso autore a p. 108 aveva affermato che l’immagine delle Alpi mura d’Italia proveniva da Catone, in una apparente contraddizione, che si può spiegare con la presenza in Catone di una diversa narrazione con gli stessi contenuti, o, alternativamente, con l’utilizzo di Catone da parte sia di Polibio che di Livio.
7 Musti 2001, 32: che Polibio abbia usato Catone come fonte sembrerebbe confermato da cinque passi della sua opera, ma non si può essere certi che egli abbia attinto direttamente a Catone oppure a un terzo autore che conosceva le opere di Catone. Ai cinque passi già individuati è forse da aggiungere Polyb. VI, 52,10, un passo dove lo storico greco parla della superiorità morale e fisica degli Ἰταλιῶται sui Cartaginesi. Il termine Ἰταλιῶται è qui da intendere come Italici: come sostiene Musti 1987, 38, nell’inserimento dei Romani in questa categoria è ravvisabile “un modo di sussumerli sotto un etnico di valore – agli occhi dei Greci dell’epoca (Polibio) – ancora prevalentemente geografico, ma già esteso, in quanto tale, a tutta la penisola.”.
8 Per un’esaustiva ricostruzione della progressiva estensione del concetto geografico greco di Ἰταλία tra i secoli IV e III a.C. si veda Reali 2025 nel presente dossier.
9 Secondo Mazzarino 1966, 88 questo filone di interpretazione geografica sarebbe una conseguenza dell’estensione degli orizzonti geografici dei Romani a seguito del loro trattato coi Cartaginesi del 306 a.C.: i Romani si sarebbero visti nell’areale geografico italico nel momento in cui Cartagine aveva riconosciuto a Roma il diritto di esercitarvi la propria egemonia. Dello stesso parere, Prontera 2014, 207-208 e Russo 2012, 67. Questo avrebbe inevitabilmente fatto percepire ai Romani la penisola diversamente: non più un campo di battaglia diviso da fiumi e montagne, ma una penisola nel Mediterraneo.
10 Russo 2012, 71. Poccetti 2014, 322 ricorda come già Diodoro Siculo usi i termini Iταλιῶται e Iταλικoί per indicare anche gli abitanti della Sicilia, e alcuni dettagli della sua opera storica secondo Zecchini 2016, 133 sono da imputare a un risentimento verso gli Italici forse provato per la non inclusione della Sicilia nell’Italia Romana.
11 Catalano 1978 ricostruisce lo sviluppo di questo concetto.
12 Cat. Orig. Chassignet II F14 = Cornell 5 F 46 = Peter F 43: “Non scrive così Marco Catone nel libro delle Origines? L’Agro Gallico è detto Romano, quello che è dato a coloni viritani da questa parte di Rimini e oltre l’Agro Piceno.” L’affermazione sembra programmatica della contribuzione data dalla colonizzazione allo sviluppo del concetto geografico.
13 Secondo Gabba 1986b, 35 furono più di 100.000 i coloni che si stabilirono nella pianura padana nel II secolo a.C.
14 Si veda Gabba 1986a per una visione d’insieme sulla storia della Cisalpina tra il periodo triumvirale e quello augusteo.
15 La distinzione è tanto forte da far ritenere a Lepore 1963, 103 che il concetto di Italia si estende in Catone solo al mondo cisappenninico.
16 Si usa qui tale termine per riferirsi in generale a tutti i popoli di lingua osco-umbra come fa Pallottino 1981, 91, tenendo a mente che su questo neologismo varroniano e i motivi del suo concepimento ha scritto estensivamente Emma Dench. In particolare, Dench 1995, 187 sottolinea come il termine anticamente identificasse con certezza solo Sabini e Sanniti, e quindi ritiene errato il suo utilizzo per indicare tutti gli “Osco-Umbri”. Dench 1996, 252 spiega come il neologismo andasse a indicare la pars construens dell’italicità nei confronti di Roma. Per l’importanza degli etnici “Sabini” e “Sabelli”, notiamo che l’etnico Sabini/Safini era effettivamente frutto dell’autorappresentazione italica, come sostenuto da Ampolo 1993, 92.
17 Cat. Orig. Chassignet II F 22 = Cornell 5 F 51 = Peter F 51. È da notare che Catone aveva passato molta della sua giovinezza in Sabina (Forde 1975, 13-14), utilizzando poi le virtù ottenute lavorando i campi di questa regione nelle sue orazioni come nota Astin 1978, 1-2.
18 Così l’efficace formulazione di Letta 2008, 191.
19 Gruen 1993, 80 e seguenti, illustrano come Catone non si opponesse del tutto alla cultura greca, ma la approcciasse senza perdere di vista la valorizzazione della romanitas. Sciarrino 2011, 35 illustra bene il rapporto di combattuto amore-odio tra il Censore e la grecità. Secondo la convincente lettura di Smith 1940, 107 la paternità delle nozioni ellenofobe presenti in Plutarco è da attribuire a una fonte greca intenta a denigrare la figura di Catone.
20 In questo senso, secondo Briquel 1993, 36 è da intendere l’ascendenza spartana dei Sabini.
21 Cat. Orig. Chassignet II F 21 = Cornell 5 F 50 = Peter F 50.
22 Briquel 1993, 39-40. È importante notare che in questo caso Catone accetta la lettura che voleva i Sabini provenienti dagli Spartani perché questa proveniva da un antico mito indigeno nobilitante, e non ad un adeguamento greco.
23 Sul tema dell’impatto culturale della “spartanità” in seno al mondo italico ed italiota si veda Russo 2007.
24 Le due tendenze sono state esplorate a fondo in Musti 1970, mentre Farney 2007 ha in particolare illustrato il ruolo che aveva, presso l’aristocrazia romana, sostenere di discendere da Latini, Etruschi e Sabini.
25 Simon 2011, 109. Forse, come si riporta in Cornell 2013a, 161, ne faceva parte.
26 Liv. XXII, 57. Lo storico patavino ritiene importante specificare che il rito sarebbe minime Romano sacro.
27 Musti 1987, 39, perlomeno all’Italia etnica cis-appenninica, e vede in questo rito manifestazione della coscienza etnica di questi popoli.
28 Gnoli 2015, 11-12 riporta l’idea che fosse proprio l’antica idea cis-appenninica dell’Italia uno dei motori ideologici di questo rito.
29 Cat. Orig. Chassignet I F 13 = Cornell 5 F 72 = Peter F 62: In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat. “Quasi tutta l’Italia fu sotto il dominio Etrusco”.
30 Cic. Div., II, 51: Vetus autem illud Catonis admodum scitum est, qui mirari se aiebat, quod non rideret haruspex, haruspicem cum vidisset. “È molto noto quel vecchio detto di Catone, il quale affermava di meravigliarsi che un aruspice non ridesse quando vedeva un altro aruspice”.
31 Cat. Orig. Chassignet II F 1-2 = Cornell 5 F 34 = Peter F 31: Ligures autem omnes fallaces sunt, sicut ait Cato in secundo originum libro. “Tuttavia i Liguri sono tutti bugiardi, come dice Catone nel secondo libro delle Origines”
32 Verg. Aen. XI, 700 e seguenti.
33 Letta 1984 porta l’esempio della lode di un popolo italico, da individuarsi nei Lucani o nei Bruzi, la sodalità coi Firmani, realtà romano-picena, e infine l’(auto)elogio di Tuscolo e dei Sabini.
34 Questo dato biografico è ripotato da Nep. Cat., 1. Smith 2021 ha approfondito il ruolo dell’etnografia sabina nella costruzione dei valori romani anche in base alla nozione per cui, secondo Plut. Cat. Mai., 2 Catone abitava presso la villa di Manio Curio Dentato. Sul legame tra quest’ultimo, la frugalità e la Sabina si veda Angius 2025.
35 Questo filone di miti era, con ogni probabilità, un modello ideologico elaborato dagli antiquari romani per spiegare le migrazioni che essi riscontravano con dei dati reali, secondo Tagliamonte 1994, 63. Musti 1987, 39 sottolinea che i miti del Ver Sacrum erano ciò che più accomunava i popoli italici nella tradizione romana. Pertanto, l’importanza di queste tradizioni non deve essere sottostimata, e in particolare il ruolo dei Sabini: far sì che il proprio popolo discendesse dai Sabini era motivo di grande prestigio politico, come illustra Farney 2007, 31-32. La ricostruzione delle primavere sacre più completa si trova in Strab. V, 4, 12. È da notare che secondo Zenodoto di Trezene (F.GR. Hist. 821. F. 3) i Sabini derivavano da un Ver Sacrum degli Umbri, che, come ricorda Roncalli 1988, 376, erano considerati gens antiquissima Italiae.
36 Vell. Pat. I, 14, nel 290 a.C.
37 Anche se non si può affermare che questa tradizione esistesse già ai tempi di Catone, perché compare per la prima volta in Varro, Ling., V, 32, parlando di Reate, l’odierna Rieti.
38 Secondo Bickerman 1947, 140, probabilmente Acilio era la fonte dell’intero scambio epistolare. Si fa riferimento a quanto conosciamo tramite Dion. Hal., Ant. Rom., XIX, 9, 4. Se consideriamo che, secondo Prontera 2014, 208, nel corso della guerra romano-tarantina nasce la visione dell’Italia come costruzione identitaria opposta ai Romani da parte del mondo sannita-tarantino, possiamo immaginare che Acilio facesse riferimento a un concetto di Italia molto diverso da quello di Catone.
39 Cornell 6, F1a, F1b, F1c = Peter F 1.
40 Si pensi alla celebre formulazione Saturnia Tellus in Verg., Georg., II, 173. È tuttavia da notare che la correlazione Italia-Saturno non è attestata prima dell’epoca augustea, come illustra Wifstrand Schiebe 1986, 48.
41 Cornell 6, F 5. Anche Ariccia sarebbe una fondazione sicula (Cornell 6, F 4).
42 Tuc. VI, 2, Dion. Hal. Ant. Rom. I, 22. Pallottino 1981, 56 ritiene che attribuire fondazioni sicule in Italia centrale sia un’importante attestazione della “connessione originaria” tra le varie popolazioni centro-meridionali. Secondo Marcone 2017 l’idea della consanguineitas dei popoli della penisola poteva risalire addirittura al IV secolo a.C.
43 Su questo tema si vedano Salmeri 2019, 18-21 e Sammartano 2023.
44 Cornell 14, F 20 = Peter F 10. Gellio considera i Sabini discendenti dagli Spartani sulla base della severità del loro carattere, ma racconta che derivavano da Spartani che non riuscivano a sopportare le severe leggi di Licurgo. Secondo Mazzarino 1966, 90-91 questa sarebbe una contraddizione. Gellio è citato con Catone nello stesso frammento, e Letta 2008, 173 ritiene che Catone confutasse la tesi “spartana”.
45 Cornell 14, F 16, F 17, F 18 = Peter F8, F7, F 9.
46 È di questo parere Keaveney 2005, 26, che mettendo questa ipotesi in relazione con altri tentativi di conservare la memoria presso i popoli della penisola ne deduce che la coscienza identitaria delle nazioni italiche ai tempi del Censore fosse piuttosto forte.
47 Cornell 2013a, 220. Sebbene i Cassi fossero una gens molto numerosa trovo comunque possibile che questo costituisse motivo di attrito.
48 Catone sostenne che nessuno sarebbe stato tanto folle da ritenere che Gellio fosse un uomo migliore di Turio (Cornell 14, T 6).
49 Plut. Cat. Mai. 13-14, riporta la scalata nei minimi dettagli, tra cui l’apprezzamento di Catone per i Firmani.
50 Cornell 2013a, 224 fa giustamente notare che l’assenza del cognomen indichi la non affiliazione alla familia degli Acili Glabrioni, e questo dimostrerebbe che lo storico non è figlio o nipote del console del 191 a.C.; però questa mancanza non esclude che potesse essere legato al console con un diverso grado di parentela, come sostiene Zecchini 2016, 21.
51 Plut., Cat. Mai. 14, 3. Glabrione avrebbe reagito con eccessiva emotività, riconoscendo in modo smodato a Catone il merito del successo.
52 Per una ricostruzione dell’evento si veda Bradford Churchill 2000.
53 La pari condizione di uomini nuovi doveva aver fatto sentire Glabrione particolarmente tradito, in base a quanto raccontato in Liv., XXXVII, 58, Postremo in huius maxime inuidiam desistere se petitione Glabrio dixit, quando, quod taciti indignarentur nobiles homines, id aeque nouus competitor intestabili periurio incesseret. “Infine, Glabrione disse di rinunciare alla candidatura soprattutto per suscitare su di lui (Catone) ostilità, dato che, indignandosene gli uomini nobili in silenzio, lo attaccava un candidato homo nouus quanto lui con un detestabile spergiuro.”
54 In Liv., XXXVI, 18, 8 Catone arriva provvidenzialmente mentre i Romani stavano iniziando a subire numerose perdite; tornato rapidamente a Roma è lui a narrare il fatto d’arme e a compiere i sacrifici. Anche in Plut. Cat. Mai., 14, 4 leggiamo del ritorno di Catone, ma non dopo la dura reprimenda che il cheroneo riserva al Censore, colpevole di eccessivi autoelogi: egli avrebbe infatti ingrandito l’importanza della sua azione sulle montagne, e così facendo può essersi attirato le antipatie dell’Acilio storico, tantopiù che il dettagliato racconto della scalata del Callidromo riportato da Plutarco doveva trovarsi proprio nelle Origines, accompagnato al dettaglio del clamoroso abbraccio del Console Glabrione. Questo potrebbe aver fatto desiderare ad Acilio di confrontarsi con Catone.
55 Su questo tema si veda Hölkeskamp 2004, 88-89, che illustra come gli scontri in pubblico fossero centrali nella competitività tra personaggi pubblici; sempre sul ruolo delle contiones nel campo politico si veda Flaig 1994, 17 e seguenti.
56 Cat. Orig. Chassignet II F 3 = Cornell 5 F 33 = Peter F 34. Alla base di queste affermazioni è il carattere etnografico dell’opera di Catone, fortemente ispirato da Erodoto, uno dei principali modelli del Censore secondo Chassignet 1987, 293.
57 Mazzarino 1966, 88: “Un fatto essenziale resta comunque la coscienza, d’intorno alla metà del 2° secolo a.C., e al decennio che la seguì, che una storia di Roma è impossibile senza una storia d’Italia, la quale ne è premessa essenziale; sia che questa storia di Roma s’intitoli decisamente alle “origini” della città e dei popoli italiani, come in Catone (…), sia che essa si ponga all’inizio di normali Annales, come nell’opera di Gellio (…).”

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