Storicamente. Laboratorio di storia

Dibattiti

L’Italia plurale: uno sguardo francese

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Abstract

The article analyses the considerations on 18th- and 19th-century Italy presented in the volume Le temps des Italies. XIIe-XIXe siècle. Aimed at deconstructing the history of the peninsula as a unified history, which naturally culminates in the nation state, the volume focuses in particular on the 15th-17th centuries, providing a colourful puzzle according to the different areas of investigation. Less in-depth, however, is the analysis of the following centuries, which are examined mainly with reference to Italy’s definitive entry into European culture, obliterating the multiple Italies that took shape at that time.

L’articolo analizza le considerazioni sul Settecento e l’Ottocento italiani presenti nel volume Le temps des Italies. XIIe-XIXe siècle. Volto a decostruire la storia della penisola come storia unitaria, che ha il suo naturale sbocco nello Stato nazionale, il volume s’incentra in maniera particolare sui secoli XV-XVII, fornendo un puzzle cromatico secondo i diversi ambiti d’indagine. Meno approfondita risulta invece l’analisi dei secoli successivi, analizzati soprattutto con riferimento all’entrata definitiva dell’Italia nella cultura europea, obliterando le Italie plurime che prendono forma allora. 

Coniugando fin dal titolo la storia della penisola al plurale, il lettore è avvertito che il ricchissimo volume (trentasei saggi per più di settecento pagine) si inserisce nel mainstream volto a decostruire la nostra storia nazionale. La prima domanda da porsi è a quale pubblico sia indirizzata questa impresa editoriale, alla quale hanno partecipato unicamente studiosi francesi (intesi come storiche e storici che praticano la loro disciplina in Francia). Si sarebbe tentati di rispondere che il pubblico al quale si rivolge il volume sia proprio il loro, considerato che la maggioranza dei saggi sono incentrati su un arco cronologico che spazia dal tardo medioevo al Seicento. Ora mi sembra che sia un’acquisizione storiografica accertata che prima della svolta ottocentesca la storia europea (e tanto più quella italiana) fosse caratterizzata da spazi fluidi e località difformi e centrifughe, che stentavano a ricomporsi e a riconoscersi in un assetto istituzionale burocratico-statale e in un vincolo comunitario esclusivo, come quello della nazione sovrana post-rivoluzionaria (Reinhard 1999; Goody 1999; Blanco, 2020). Se queste sono le conclusioni a cui sono giunti gli storici, in Francia ha prevalso nei contemporanei di quelle vicende un uso frequente dei termini «Italia» e «italiano», che è proprio merito di questo volume disarticolare nei suoi plurimi e densi significati. Ne sono testimonianza eloquente il primo e l’ultimo saggio di questa raccolta: Jean Boutier, uno dei curatori del volume, apre il discorso sulle «Italie» soffermandosi sulle produzioni cartografiche e allargando poi lo sguardo sugli itinerari dei viaggiatori stranieri, dal momento che, sembra suggerirci, l’Italia esiste in quanto sono gli altri a chiamarla così (L’épreuve de la cartographie, pp. 27-43). Caroline Giron-Panel, da parte sua, conclude questa lunga carrellata con un saggio incentrato sulla diffusione europea (e in particolare francese) della musica italiana, dimostrando non solo come quell’aggettivo sia il frutto di una crasi di diversi stili musicali regionali (soprattutto veneziani, napoletani, fiorentini e romani), ma anche delle diverse contaminazioni che specie l’opera cosiddetta italiana subì durante la sua circolazione europea (L’Europe musical: un modèle italien, 644-664). Ma questa visione di un’«Italia» artefatta, frutto di uno sguardo esterno e classificatorio, è presente anche in altri contributi del volume: ad esempio in quello dedicato alla formazione del linguaggio italiano a opera di Franco Pierno (Les questions de la langue, 69-81) o ancora alla tradizione letteraria affrontata da Maria Cristina Panzera (Les voies de la littérature, 85-97). Un’Italia, si avrebbe voglia di affermare, esiste unicamente quando merci, saperi, testi e tecniche prodotti dai diversi contesti della penisola vengono a contatto e si integrano nelle reti europee.

Les temps des Italies, come precisa anche l’arco cronologico menzionato nel titolo «XIIe-XIXe siècles» prescinde dalla formazione dello Stato unitario ed evita, salvo qualche raro caso, di soffermarsi sul processo che ha portato al suo raggiungimento convenzionalmente noto come Risorgimento. Eppure, quell’Ottocento evocato fin dal titolo occupa uno spazio del tutto marginale. Ne parla diffusamente Gilles Bertrand evidenziando come la nuova sensibilità romantica sostituisce al Grand Tour la scoperta delle microregioni, delle isole e degli spazi circoscritti e nello stesso tempo – esempio illustre è quello presente in Corinne di Mme de Staël – riformulandone i caratteri distintivi, contribuisce a inserire la storia d’Italia in quella europea: come è scritto in maniera significativa «le voyage d’Italie aida ainsi à mettre en discussion l’histoire de l’Italie, en en faisant un enjeu dans l’histoire de l’Europe et des Européens» (Les regards des voyageurs, 62-64). Caroline Callard menziona a sua volta la quasi contemporanea Histoire des Républiques italiennes du Moyen-Age di Simonde de Sismondi come grande catalizzatore di un canone nazionale, in base al quale alla decadenza dei tempi a lui contemporanei veniva contrapposta un’epoca segnata dai dissidi e dalla violenza, ma animata da virtù pubbliche e all’avanguardia negli scambi commerciali, tale da riverberarsi come un mito operativo per il futuro degli italiani (L’écriture de l’histoire, 114). Michela Passini da parte sua mette a confronto la Storia pittorica dell’Italia di Luigi Lanzi, pubblicata nel 1809, con la Storia della scultura dal suo risorgimento in Italia di Leopoldo Cicognara, apparsa nel 1823, evidenziando le opposte prospettive che innervano le due opere: più aderente a una ricostruzione geo-politica della propria storia la prima, promotrice di un’esclusiva identità estetica italiana la seconda, dominata dal primato di Firenze (L’histoire et la geo-politique des arts, 119-131). In questo caso la scarto cronologico presente nelle due opere sarebbe potuta essere meglio valorizzata, se teniamo presente che Lanzi fu attivo nella Toscana di Pietro Leopoldo, mentre il primo tomo dell’opera di Cicognara, pubblicata nel 1813, recava nel titolo «sino al secolo di Napoleone». Ma su questo torneremo in seguito.

È un Ottocento, questo ritratto nel volume, che a stento travalica il primo ventennio del secolo. Paradossalmente una trattazione più particolareggiata delle vicende della Penisola per gli ulteriori quarant’anni che anticipano l’unificazione la ritroviamo nel saggio a quattro mani di Marie Bossaert e Guillaume Calafat dedicato alle storie intrecciate dell’Italia con l’Impero ottomano (Les Italies au prisme ottoman: affrontements et échanges, 615-628). Se ne ripercorrono le idiosincrasie reciproche, rappresentate in manera emblematica dal filo-ellenismo di molti intellettuali risorgimentali, replicatosi nel tempo a favore del riscatto delle altre minoranze nazionali, così come le convergenze, testimoniate dall’alleanza del regno sabaudo con l’Impero ottomano nella guerra di Crimea e dall’afflusso degli italiani, in particolare degli esuli politici, nella capitale e nelle altre città della Sublime Porta al seguito degli scossoni rivoluzionari che interessarono molte compagini territoriali a partire dal 1820-21. Alla Restaurazione in senso proprio nel volume troviamo un’unica scheda, firmata da Jean Boutier, che descrive le mutazioni geo-politiche della penisola decise dal Congresso di Vienna. Eppure, quando pensiamo ad un’«Italia plurale», è in questo contesto storico che, in maniera adesiva od oppositiva ai lasciti del riformismo settecentesco e dell’esperienza napoleonica, si cristallizzano le identità plurali più significative dell’Italia (Meriggi 2011).

Viene il sospetto, suggerito dal corposo saggio di Jean-François Chauvard consacrato al periodo rivoluzionario e napoleonico (Le Ventennio francese: une révolution territoriale, 429-445), che la discesa delle armate francesi nella Penisola venga considerata un continuum senza fratture né ripensamenti rispetto al Risorgimento. Sono tre le questioni affrontate da questo contributo: se esistono periodizzazioni interne a questo ventennio assunto a cesura periodizzante nella storia italiana; qual è la natura di questa cesura; e infine, in che modo ha contribuito all’uniformizzazione della Penisola. Per quanto attiene il primo quesito, Chauvard è propenso a individuare, con riferimento alle prassi istituzionali, più le continuità che le rotture tra la stagione propriamente rivoluzionaria del triennio e la successiva stretta amministrativa-burocratica posta in essere con il periodo napoleonico in senso proprio: in realtà, se sorvoliamo sui grandi obiettivi strategici auspicati e poi realizzati, da molto tempo la storiografia ha individuato tornanti significativi nelle modalità di gestione del potere (per tutti Antonielli 1983). Il carattere periodizzante della cesura è invece pacificamente accettato e incontestabile: la soppressione della società cetuale (e nel meridione della feudalità), l’introduzione del Codice civile in tutta la penisola, a consacrazione di una inedita compagine censitaria, il ridimensionamento dei privilegi ecclesiastici sono tutte riforme che aprono spazi fino ad allora impensati per il maturare di una moderna società civile. Non è però con riferimento a queste specifiche innovazioni che, a suo avviso, va colto il processo di uniformizzazione della penisola: è invece la creazione dei dipartimenti, intesa come razionalizzazione degli spazi territoriali, che trasforma l’Italia da espressione geografica a uno «espace en voie d’uniformisation territoriale et fédéré par une communauté d’expériences» (Le Ventennio francese, 445). La nuova ripartizione del territorio è foriera di importanti ricadute sociali e organizzative: ridisegna le gerarchie urbane, è funzionale all’emersione di nuove funzioni amministrative, a loro volta stimoli all’ascensione sociale, consente un controllo maggiore della popolazione attraverso il censimento del nome delle strade e l’attribuzione, all’interno di ciascuna, dei numeri civici, promuove infine importanti investimenti nelle infrastrutture, al fine di integrare i capoluoghi di dipartimento ai territori della loro giurisdizione e rendere più celere la comunicazione amministrativa. Tralasciando di affrontare il nodo della Restaurazione e facendo risalire al «ventennio francese» un patrimonio condiviso di esperienze collettive, sembrerebbe che il prodomo di quello che a distanza di anni diventerà uno Stato unitario vada ricercato soprattutto qui. Il che è certamente vero, se si riflette che fu proprio la generazione cresciuta negli anni francesi, sopravvissuta all’astro napoleonico, a candidarsi a soggetto portante del Risorgimento. E tuttavia se guardiamo ai lemmi significativi che hanno dato forma al «manufatto nazionale» italiano le memorie napoleoniche si intersecano e spesso si fronteggiano con diversi cascami attinti alla cultura di antico regime, siano questi patrimonio dell’ethos nobiliare oppure della cultura cattolica (Banti, Chiavistelli, Mannori, Meriggi 2011).

Nei riguardi del Settecento il volume invece si dimostra più generoso. Per quanto unicamente due saggi lo affrontino in pectore – quello di Emmanuelle Chapron dedicato ai sovrani cosiddetti illuminati e alle riforme da questi tentate o attuate (L’atelier des réformes, 211-227) e quello di Jean Boutier dedicato agli scambi culturali (Circulations européennes: l’échange savant, 631-645) – il ruolo periodizzante dell’apparizione dei Lumi è sempre ben presente. Ne parla Boutier ricordando il ruolo decisivo degli astronomi nel perfezionare le carte geografiche e l’impegno dei sovrani nel sollecitare le rilevazioni geodetiche (Bouvier, L’épreuve de la cartographie, 36, 41); naturalmente grande spazio il Settecento occupa nel tracciare l’espansione del Grand Tour da parte di Bertrand (Les regards des voyageurs, 54-57), esemplificata dal dipinto di Johannes Zoffany, Tribuna of the Uffizi, del 1778, riprodotto nel volume (66), che immortala Giorgio III, circondato dai suoi dignitari, mentre ammira le collezioni d’arte fiorentine. Si valorizza il contributo di Ludovico Antonio Muratori in qualità di antesignano di una storia civile, evidenziando nel contempo come l’Italia, da lui spesso evocata, «demeure une réalité avant tout linguistique et culturelle» (Callard, L’écriture de l’histoire, 113). Si affronta il problema, a lungo imperante nella storiografia italiana del secolo scorso, sulla presunta decadenza dell’economia della penisola nel Settecento, evidenziando come studi più recenti abbiano valorizzato le capacità di adattamento ai mercati internazionali, specie dei territori meridionali (Maitte, L’espace économique, 137-149) e, in maniera corrispettiva, si riscopre la vitalità dei traffici marittimi delle coste italiane, nonostante la perdita di rilevanza del Mediterraneo nei mercati mondiali (Fettah, Hégémonie maritimes et dinamiques territoriales, 477-490). La crescita demografica, che interessa anche l’Italia a partire dai primi anni del XVIII secolo, viene analizzata da Brigitte Marin in relazione alla crescita dei poli urbani e delle trasformazioni conseguenti sia nei distretti sottoposti alla loro giurisdizione sia all’interno delle stesse mura cittadine (Les villes et leurs territoires, 343-349). Il Settecento, con la sua aspirazione alla razionalità, modifica in profondità la tenuta degli archivi, di cui l’esempio più illustre è l’introduzione del metodo peroniano nella riorganizzazione di quello di Milano, volto a rileggere il passato in funzione del presente: ma una tale esigenza, pur attuata con criteri diversi, la si ritrova, ricorda Olivier Rouchon, sia nella Firenze di Pietro Leopoldo alle prese con l’opacità delle carte del dominio mediceo, sia nella Torino di Vittorio Amedeo II, monumentalizzata nella costruzione del palazzo dell’Archivio di Corte affidata a Filippo Juvarra (L’Etat et le pouvoir des archives, 375-385)

Sono tutte tracce di un dinamismo che viene compiutamente tematizzato nei due saggi espressamente riferiti al secolo dei Lumi. Bouvier si concentra sulla partecipazione a pieno titolo degli scienziati italiani nel gotha dell’Europa «savante». A partire dal viaggio compiuto da Jean-Antoine Nollet in Italia nel 1749, che rappresenta l’incipit di una riscoperta della vitalità culturale della Penisola, dove in maniera inaudita anche le donne venivano accolte a pieno titolo nella cerchia dei competenti, Bouvier ripercorre la costruzione delle reti internazionali in cui progressivamente vengono cooptati i sodali italiani. Le note elogiative di Nollet vengono infatti ribadite a distanze di anni dal matematico Charles Marie de La Condamine e da Jérôme Lalande, portando gli italiani a essere la componente più significativa dei soci corrispondenti della prestigiosa Académie royale des sciences. E a sua volta questa sprovincializzazione della scienza italiana ha significative ripercussioni interne, poiché a partire da quegli stessi anni diverse città italiane si dotano di consessi accademici, organizzati seguendo i moduli delle più prestigiose istituzioni europee. La «république des sciences» italiana finisce così per rappresentare un prisma in cui si riflette l’Europa intera, venendo in tal modo a stemperare ancora una volta la specificità di ciò che è interno (vale a dire specificatamente italiano) e di ciò che è esterno e non-italiano, e rilevando il carattere composito e stratificato di questo mondo di intellettuali: esempio calzante di questo ibridismo culturale è la carriera accademica del torinese Giuseppe Luigi Lagrange, che dopo aver diretto per vent’anni la classe di matematica dell’Accademia di Berlino, nel 1786, alla morte di Federico II, si stabilisce a Parigi dove insegna in diverse prestigiose istituzioni e verrà nominato senatore all’indomani del 18 brumaio.

È con lo sguardo rivolto all’Europa, piuttosto che alle Italie plurime, che anche Chapron si sofferma sui laboratori delle riforme che interessano alcuni Stati italiani. Sotto un duplice punto di vista: perché queste riforme si nutrono dei dibattiti coevi che avvengono un po’ dovunque nella koinè europea e perché sono oggetto di una vigile attenzione da parte dell’opinione pubblica illuminata. L’aggancio con l’Europa è poi rafforzato dai nuovi legami dinastici, che vedono Lombardia e Toscana gravitare nell’area asburgica, mentre i Borboni si affermano a Parma e Piacenza, a Napoli e in Sicilia. Tutto ciò provoca una vera e propria sincronizzazione del movimento riformatore, che è merito del saggio aver evidenziato in tutta la sua complessità. Se agli occhi dei viaggiatori stranieri l’Italia appare «une mosaïque d’États où s’opposent les réformes éclairées de Lombardie et de Toscane, les Lumières sans réformes du royaume de Naples, les réformes sans Lumières du royaume de Piémont, et enfin les États sans réformes ni Lumières, comme la république de Gênes, les États du pape, voire la république de Venise» (Chapron, 221), l’analisi qui proposta smentisce in parte questa classificazione, ricordando come anche laddove apparentemente non dovrebbero esserci né riforme né Lumi qualcosa si muove, al traino di un processo emulativo maturato spesso da episodi emergenziali comuni (come la grande carestia del 1763-1764). Il vento riformatore che soffia da un lato all’altro della Penisola, se non cancella dovunque i particolarismi atavici, rafforza poi la consapevolezza di un destino condiviso abbozzando l’idea di un’identità specificatamente italiana.

Tutto ciò in parte è vero – ne è testimonianza il titolo dell’opera maggiore di Carlo Antonio Pilati, Di una riforma d’Italia – ma un volume volto a rintracciare le diverse scale in cui l’Italia nei secoli si è frantumata avrebbe potuto dare più peso ai diversi sbocchi identitari apportati dal movimento riformatore. Prendiamo per esempio i casi della Lombardia austriaca o della Toscana leopoldina. Nel primo, fin dalla Relazione dello stato in cui si trova l’opera del censimento universale dello Stato di Milano, pubblicata da Pompeo Neri nel 1750, vengono esplicitamente menzionati gli «interessi della Nazione», intendendosi col termine uno spazio omogeneo rispetto al proprio sovrano, frutto dell’abolizione delle strutture cetual-corporative al seguito del catasto teresiano: da allora l’«Universale lombardo» «costituì la premessa allo sviluppo di un aggiornato senso di appartenenza comunitaria» (Mori 2012, 66), destinato a perpetuarsi con fasi alterne fin dentro lo Stato unitario. Anche nella Toscana di Pietro Leopoldo il ridisegno delle comunità territoriali, insieme alla riforma doganale del 1781, che cancellava la tradizionale frammentazione dei dazi e delle gabelle intersecanti il territorio, conduceva a esiti non tanto diversi da quelli che nel frattempo avvenivano nel Ducato di Milano: l’intento del sovrano, come è stato ricordato, era quello di mutare il «paese» in «nazione» (Mannori 2016). Se nell’immediato il progetto leopoldino di trasformare i propri sudditi in un insieme di gruppi produttivi razionalmente indirizzati a perseguire il proprio interesse ben inteso sotto lo sguardo paterno del proprio sovrano si scontrò contro gli inveterati particolarismi del ceto dirigente toscano, la crescita successiva degli apparati amministrativi portò quello stesso ceto dirigente a rinverdire le intenzioni del progetto, innalzandolo a mito costitutivo della propria identità. È proprio nella stagione storica che si dipana dalle riforme all’età napoleonica che l’Italia vide nascere sul suo suolo diverse nazioni «locali» che renderanno cromatica la nazione unitaria. Anche se il volume in maniera consapevole ha voluto obliterare quest’ultima prospettiva, un cenno almeno fortuito a queste diverse Italie meritava di essere ricordato.

Bibliografia

  • Antonielli, Livio. 1983. I prefetti dell’Italia napoleonica. Repubblica e Regno italico. Bologna: il Mulino.
  • Banti, Alberto Mario, Antonio Chiavistelli, Luca Mannori e Marco Meriggi, a cura di. 2011. Atlante culturale del Risorgimento, Lessico del linguaggio politico dal Settecento all’Unità, Roma-Bari: Laterza.
  • Blanco, Luigi. 2020. Le origini dello Stato moderno. Secoli XI-XV. Roma: Carocci.
  • Goody, Jack. (1996) 1999. L’Oriente in Occidente. Una riscoperta delle civiltà orientali. Bologna: il Mulino.
  • Mannori, Luca. 2016. “La riforma comunitativa e il progetto costituzionale”. Rassegna storica toscana 1: 17-28.
  • Meriggi, Marco. 2002. Gli Stati italiani prima dell’Unità. Una storia istituzionale. Bologna, il Mulino.
  • Mori, Simona. 2012. “La Lombardia settecentesca come ipotesi di spazio nazionale: iniziativa asburgica e culture territoriali a confronto”. In Nazioni d’Italia- Identità politiche e appartenenze regionali fra Settecento e Ottocento. A cura di Angela De Benedictis, Irene Fosi e Luca Mannori. Roma: Viella.
  • Reinhard, Wolfgang. (1999) 2001. Storia del potere politico in Europa. Bologna: il Mulino.