Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

La Nuova destra: visioni economiche ed identità territoriali

Il movimento di pensiero a cui ci si riferisce parlando di Nuova Destra, a prescindere dalle numerose trasformazioni e maturazioni che ne caratterizzarono il tragitto e l’evoluzione storica, tentò costantemente di intendere il concetto di destra, politicamente e culturalmente, come portatore di una «Weltanschauung e non di una filosofia politica», il cui tratto principale sarebbe quello di essere fortemente caratterizzato da una «mentalità fondatrice di valori, dalla capacità di tradurre nei vari piani dell’esperienza una visione del mondo e della vita» [1]. Questa concezione politica e filosofica rimase alla base del tentativo degli animatori della corrente, sia in Francia che in Italia, di creare una comunità intellettuale e di pensiero che si riconoscesse in determinati principi capaci di rappresentare una «concezione del mondo all’interno della quale si delinea una pluralità di trasposizioni filosofiche, ideologiche, religiose», che trasportano con sé una specifica teoria dell’uomo e del suo rapporto con il cosmo e con il mondo[2]. All’interno di questa rappresentazione della realtà politica e filosofica, che sta alla base anche della scelta di impegnarsi esclusivamente nell’attività metapolitica e nella «riacquisizione della cultura» [3], alla vera e propria scienza economica è riservato un interesse relativo, tanto che gli studi e gli interventi incentrati su argomenti specifici ad essa immediatamente riconducibili risultano sicuramente marginali rispetto all’impressionante quantità dei temi ai quali è stata dedicata l’attenzione della corrente. Tuttavia, da un punto di vista più generale, non si può sostenere che la Nuova Destra non sia mai entrata nel dibattito economico, anzi, la sua veemente e costante critica al sistema liberale, al modello di sviluppo imposto dall’Occidente al resto del mondo, agli «effetti devastatori della mondializzazione» ed al sistema capitalista come ossatura di una civilizzazione che ha fatto «dei valori economici, finanziari e mercantili le norme indispensabili della sua visione del mondo», ha costituito un’analisi ed una riflessione che ha profondamente integrato questioni economiche nella sua griglia interpretativa della realtà politica e sociale [4]. In linea di massima, la Nuova Destra, in maniera connaturata alla sua struttura di un movimento di pensiero aperto e non dogmatico, non si dotò mai di una dottrina o di una proposta economica basata su uno schema preciso o su una teoria complessa e ben delineata, ciò nonostante, al di là dei singoli studi e degli accostamenti di alcuni suoi esponenti all’uno e all’altro autore, la materia economica venne sempre trattata di riflesso, filtrata cioè da analisi ed interventi più nettamente filosofici o politici, di modo che le più approfondite considerazioni economiche si trovano a rappresentare solamente delle parti all’interno di una visione del mondo che si esplica pienamente solo nell’intervento metapolitico privilegiato dalla corrente. Alla base di un tale atteggiamento nei confronti dell’economia e delle dottrine ad essa correlate, si colloca una radicale «avversione alla concezione mercantilistica dell’esistenza», ed una ferma negazione dei principi materialistici che costituiscono il fondamento necessario di teorie politiche quali il liberalismo o il marxismo. In questo senso la visione del mondo della Nuova Destra respinge in maniera radicale la deriva consumistica dell’odierna società di massa che sembra poggiarsi sull’ideale dell’homo oeconomicus, o appunto dell’homo consumans, fino a rimettere completamente in discussione il concetto stesso di Occidente che invece animava in origine quei movimenti dell’estrema destra francese dalle cui fila emersero i principali esponenti della Nouvelle Droite. E’ infatti anche grazie a questa impostazione ideologica e di valore, che ricusa e rifiuta il primato dell’economico sul politico, che gli interventi degli autori riconducibili all’area neodestra potranno avventurarsi in animate riflessioni su numerose tematiche come l’individualismo e la comunità, la globalizzazione e le sue conseguenze, lo sviluppo storico del capitalismo, l’ecologia e il rapporto fra l’uomo e la tecnica, fino all’antiamericanismo ed all’identificazione del liberalismo come il principale nemico.

Nonostante questa impostazione costituisca senza ombra di dubbio una premessa necessaria che resta stabilmente viva nelle fondamenta di entrambe le varianti del movimento di pensiero, esistono, e si riconoscono nella ricostruzione storica, delle costanti e delle differenze, di metodo e di contenuti, sia fra la più matura Nouvelle Droite e l’omologa italiana, che all’interno della stessa evoluzione del pensiero di Alain de Benoist, il principale intellettuale della corrente culturale francese. Se, infatti, le due esperienze sono indubbiamente accomunate dal fatto di avere avuto un atteggiamento nei confronti dell’economia più di distruzione che di costruzione, impostato cioè in maniera preminente sulla critica del sistema mercantilista vigente che sull’elaborazione di dottrine economiche alternative, la versione francese è stata nel complesso molto più attenta allo studio della scienza in genere e, quindi, ha sviluppato anche delle riflessioni sulle scienze economiche più approfondite ed articolate. Tuttavia, anche sul versante francese, fra i maggiori esponenti del GRECE, la società di pensiero attorno a cui si articolavano le attività della Nouvelle Droite, non si trova praticamente nessun economista puro, la cui presenza resta oltremodo scarsa anche nel Comité de patronage della rivista «Nouvelle École», che pure si avvalse della partecipazione di svariati nomi prestigiosi provenienti dal mondo accademico ed intellettuale. Se, quindi, da una parte, si può riscontrare una sorta di sprezzante disinteresse per l’elaborazione di teorie economiche specifiche, strutturate e coerenti, dall’altra si può rilevare come grandissima mole della riflessione ideologica e dottrinale della Nuova Destra costituisca una sorta di filtro interpretativo atto a scardinare criticamente sia i presupposti dell’ideologia liberale che il capitalismo stesso considerato come suo necessario corollario economico.

La Nouvelle Droite: dal “nemico principale” alle nuove sintesi

La Nouvelle Droite, fin dalle sue origini, ha sempre cercato di impegnarsi intensamente nello studio e nel confronto con la scienza in genere ed il suo atteggiamento nei confronti delle visioni economiche è rientrato in questa prospettiva di metodo. Si può inoltre riscontrare un’interessante evoluzione nel pensiero politico di Alain de Benoist, le cui posizioni hanno da sempre fornito il nucleo dottrinario edificante attorno al quale ha gravitato l’impianto ideologico della formazione, che è giunto, negli ultimissimi anni, ad indagare e valutare teorie emergenti e di stretta attualità come l’ecologia, gli obiettivi della decrescita ed il comunitarismo.

L’editoriale del primo numero di «Nouvelle École» dedicato all’economia, probabilmente scritto dallo stesso de Benoist, impone all’analisi del fenomeno economico un taglio singolare che prende spunto dagli interessi sulle lingue indo-europee che hanno caratterizzato il primo periodo di gestazione della rivista. Partendo dalla costatazione che nelle lingue indo-europee non esistono «parole comuni per designare il commercio e i commercianti» e che gli affari economici erano considerati come «un’occupazione che non risponde a nessuna delle attività consacrate o tradizionali», l’editoriale passa a ricordare che, nel pensiero dell’antichità classica, il negoziato commerciale era considerato «indegno» per l’uomo, poiché, al suo interno, la volontà del soggetto non derivava più da una libera relazione fra sé ed il cosmo, ma veniva inficiata dagli automatismi del mercato stesso e di conseguenza era costretta a passare «per la volontà degli altri». L’autore prosegue affermando che la vita economica si è sempre ritrovata «brutalmente condizionata dalla morale d’ispirazione metafisica», ed in questo senso il cristianesimo prima, ed il protestantesimo poi, hanno, in forme diverse, imposto nel campo economico delle conseguenze fondamentali, come ha ben messo in luce Max Weber, che hanno condizionato l’intero sviluppo della società contemporanea e determinato l’avvento del dominio dei valori mercantili [5]

Nel 1977 vide la luce in Francia una delle opere fondamentali di Alain de Benoist, Visto da destra, che in sostanza ne riassume, e lo approfondisce, il cammino intellettuale ed ideologico svolto dal maître à penser della Nouvelle Droite fino a quel momento.  Anche in queste pagine all’economia in senso stretto è dedicato uno spazio relativamente esiguo, ma si può leggere un’importante critica rivolta alla società dei consumi che verrà sviluppata in seguito in maniera più articolata. Le considerazioni di de Benoist prendono avvio dal tentativo di analizzare comparativamente i due principali sistemi economici vigenti all’epoca della Guerra Fredda, il capitalismo ed il marxismo, un confronto che comunque, a suo parere, risulta sempre «falsato», poiché:

«Il marxismo è un sistema completo. Comprende una filosofia generale, una morale, una concezione della politica e dello Stato, eccetera. Il capitalismo resta innanzitutto una dottrina economica. Lascia senza risposta le questioni eterne. Fornisce mezzi di sussistenza, ma non ragioni di vita. Nondimeno, l’economia non è neutra. Anche la vita economica ha un corpo e un’anima».

Nell’odierna società dei consumi, maturata dall’evoluzione del sistema capitalista che ha eretto la dimensione economica a parametro decisivo a scapito persino della volontà politica, e che ha generato delle diseguaglianze ancora più opprimenti di quelle che intendeva cancellare, non si possono sorvolare l’insoddisfazione latente e gli aspetti negativi più evidenti, che secondo de Benoist si possono riassumere in questi termini:

«Il consumo totale e simultaneo dell’avvenire (fenomeno del credito) e del passato (si “consuma” tutto quello che le generazioni precedenti hanno trasmesso in eredità, senza preoccuparsi di ritrasmettere), la creazione dei bisogni artificiali eccessivi ed il sistema dell’usura incorporata (planned obsolescence), il totalitarismo di fatto dei media. (…) Il “consumo” non pare infine esecrabile a molti se non perché è stato eretto a valore dominante, perché la sfera delle attività economiche si è imposta ad ogni altra sfera, approfittando dell’indebolimento – che ha contribuito a provocare – della funzione sovrana, cioè del potere politico. (…) Una nuova forma di dominio che appare insopportabile. (…) la riduzione del politico all’economico conduce a fare del criterio di redditività il criterio di ogni attività o più esattamente a ridurre la redditività ai suoi aspetti economici, e più particolarmente ai suoi aspetti economici immediati. Il che comporta la sottovalutazione dei costi marginali dei beni non-mercantili» [6].

Qualche anno più tardi, nel 1980, lo stesso de Benoist, diede alle stampe un nuovo volume, Le idee a posto, una raccolta di scritti precedentemente pubblicati su varie testate, con l’intenzione di fare chiarezza sulle linee guida del proprio pensiero politico a seguito della confusione che si era scatenata con quella campagna di stampa che, caratterizzata dalla «pratica del sospetto» e da vere e proprie «operazioni di demistificazione», si era abbattuta nel 1979 sulla Nuova Destra [7]. Nell’opera appare uno scritto dove, ancora una volta attraverso la comparazione con il marxismo, vengono duramente attaccate le teorie liberali, colpevoli, a parere dell’autore, di aver imposto all’uomo una visione del mondo avulsa da ogni dimensione spirituale e portatrici di quell’egualitarismo astratto che ha, da sempre, costituito uno dei maggiori bersagli del GRECE:

«La concezione dell’uomo come “animale/essere economico” (L’homo oeconomicus di Adam Smith e della sua scuola) è il simbolo, il segno stesso, che connota contemporaneamente capitalismo borghese e socialismo marxista. Liberalismo e marxismo sono nati come due poli opposti di uno stesso sistema di valori economici; l’uno difende lo “sfruttatore”, l’altro difende lo “sfruttato” – ma in entrambi i casi non si esce dall’alienazione economica. Liberali (o non-liberali) sono d’accordo su di un punto essenziale: per loro la funzione determinante di una società è l’economia. E’ l’economia a costituire l’infrastruttura reale di ogni gruppo umano. Sono le sue leggi a permettere di valutare “scientificamente” l’attività dell’uomo (…) i marxisti assegnano il ruolo predominante al sistema di produzione; i liberali, dal canto loro, lo assegnano al mercato. Sono il modo di produzione o il modo di consumo a determinare la struttura sociale. All’interno di questa concezione, il benessere materiale è il solo scopo che la società civile acconsenta ad assegnarsi».

In queste pagine comincia a delinearsi una impostazione ideologica, che trovò una piena esposizione solamente più tardi con la pubblicazione dell’articolo Il nemico principale, che vide le posizioni di de Benoist allontanarsi progressivamente dall’anticomunismo classico, tipico della destra tradizionale, per svoltare su un sistema di valori criticamente costruito sulla negazione del liberalismo e della società mercantile da esso sviluppata. Per de Benoist una tale dottrina economica, come visto anche in precedenza, non può assolutamente essere neutra, ma deve necessariamente fondarsi su un sistema di valori e su una concezione dell’uomo che ne devono costituire le premesse. Il liberalismo, infatti, attraverso l’idea che l’uomo ricerchi il proprio vantaggio individuale in maniera «naturale», erige l’economia al rango di una sorta di scienza antropologica dove non potrebbero agire i fattori umani non razionalmente afferrabili. Tuttavia, in un caso del genere, l’uomo non sarebbe più padrone del proprio destino, bensì «l’oggetto di “leggi economiche”» ed il suo «divenire storico» sarebbe così agito e modellato da dati anch’essi puramente economici, in cui il mondo e la storia dovrebbero procedere «necessariamente verso un maggior progresso». In questo senso de Benoist, sulla scia di Henry Lepage, vede nell’economicismo  una sorta di «laicizzazione» della teoria giudeo-cristiana che, a suo tempo, aveva traumaticamente introdotto una visione «lineare» della storia in opposizione alla visione «circolare» tipica del mondo antico. Allo stesso modo il liberalismo porta in grembo l’idea di eguaglianza, basata sulla constatazione logica che «se gli uomini non fossero fondamentalmente eguali, non sarebbero tutti capaci di agire “razionalmente” secondo il “loro maggior interesse”», ma anche in questo caso, nella costruzione di de Benoist, essa è stata strappata dalla «sfera teologica» per venire a sua volta «laicizzata e ricondotta sulla terra in nome di una metafisica profana» [8]

Altra opera di grande incidenza per far luce sulle visioni economiche della Nouvelle Droite è quella che scaturì dalla penna di Guillaume Faye, all’epoca altro insigne membro del GRECE: Il sistema per uccidere i popoli del 1981. Secondo Faye, dalla fine della seconda guerra mondiale, si sarebbe pienamente sviluppato in tutta la sua forza un Sistema su scala planetaria che egli definisce in questi termini:

«La caratteristica precipua del Sistema, che oggi esercita la sua azione alienante e repressiva in gradi diversi su tutti i popoli e tutte le culture, è in effetti quella di essere costituito da un insieme di strutture di potere – di carattere principalmente economico e culturale, ma anche direttamente politico, tramite le grandi potenze e le istituzioni internazionali – completamente inorganico, funzionante in modo meccanico, senza altro significato che la propria sopravvivenza ed espansione in vista di un’uscita definitiva dell’umanità dalla storia (…) le espressioni particolari del suo potere sociale sono (…) il monopolio dell’informazione e l’uso repressivo del potere culturale» [9].

La descrizione non può non ricordare da vicino le caratteristiche della Megamacchina «tecno-socio-economica» delineata da Serge Latouche, che sarebbe ormai divenuta «un bolide che marcia a tutta velocità ma ha perso il guidatore», i cui effetti determinano delle «conseguenze distruttive non solo sulle culture nazionali, ma anche sul politico e, in definitiva, sul legame sociale, tanto al Nord quanto al Sud» [10]. Nello stesso senso la «piovra gigante» di cui parla Faye, attraverso dinamiche come «l’invasione della tecnica» o la diffusione di una mitologia fondata sull’illusione dell’esistenza del «migliore dei mondi», che non sarebbe altro che la consacrazione della way of life occidentale, starebbe lentamente stritolando «tutte le popolazioni ancora radicate nella propria specificità», omogeneizzando ed appiattendo ogni forma di differenzazione culturale e di legame tradizionale, che hanno da sempre costituito l’identità propria di ogni civiltà, mediante l’imposizione di un unico modello di sviluppo e di progresso [11]. La principale arma in mano al Sistema per assoggettare tutti i popoli della terra “uccidendone l’anima” è una subdola forma di penetrazione culturale che tende ad omologare innanzitutto i costumi, e quindi, in conformità al vigente complesso economico, i consumi.

Un ulteriore passaggio decisivo, come già rilevato in precedenza, si deve inoltre identificare nell’articolo che de Benoist pubblicò nel 1982 sulla rivista «Éléments». Queste pagine segnano una svolta risolutiva per la Nouvelle Droite e lo sganciamento definitivo e totale dalle posizioni della destra tradizionale francese, sempre più arroccata in un radicale anticomunismo e nella scelta atlantista in campo geopolitico. L’ideologo del GRECE sostiene che l’Europa degli anni Ottanta è un territorio occupato da due superpotenze fin dall’ordine internazionale instaurato a Yalta, tanto che «dire che l’Europa è oggi occupata a Est è una menzogna per omissione. La verità è che l’Europa è occupata militarmente e ideologicamente a Est, economicamente e culturalmente a Ovest». Emerge in queste righe quel radicale antiamericanismo che aveva, da sempre, contraddistinto le posizioni ideologiche di de Benoist, che vedeva negli USA il principale vettore della tanto osteggiata società mercantilista. Una impostazione del genere si traduce nel tracciare una strada da percorrere per l’Europa, che non poteva essere altro che una «terza via» dove il continente potesse diventare finalmente «una potenza autonoma, indipendente, volontaria e imperialmente sovrana». In questa prospettiva diviene obbligatorio per la Nouvelle Droite «gerarchizzare gli avversari», designare cioè il nemico principale in un «atto di coraggio e di lucidità elementare», individuando il sistema politico, fra i  modelli socio-economici delle due superpotenze, «meno favorevole all’universalismo all’egualitarismo e al cosmopolitismo», quello che sia cioè meno decisivo nel provocare la «disgregazione sociale e lo sgretolamento delle identità», la cui diffusione non condurrebbe altro che alla «fine della storia». Per il GRECE

«Il nemico principale (…) sarà quindi il liberalismo borghese e “l’Occidente” atlantico-americano, di cui la società-democratica europea non è che uno dei più pericolosi surrogati. (…) L’America non è una nuova Roma, ma una nuova Cartagine. Noi saremo sempre per Roma, contro Cartagine» [12].

Nel 2000 Alain de Benoist cercò di rilanciare l’immagine della Nouvelle Droite, che nel corso degli ultimi tempi era stata fortemente indebolita da un’altra campagna denigratoria, scatenata dalla stampa francese nei suoi confronti fin dal 1993. Il GRECE inoltre era rimasto scosso e ridimensionato, verso la fine degli anni Ottanta, da numerosi allontanamenti. Attraverso la pubblicazione di due manifesti programmatici, il primo pubblicato sul n. 94 di «Éléments», firmato da Alain de Benoist e da Charles Champetier, dal titolo La Nouvelle Droite de l’an 2000, ed il secondo incluso nel volumetto Manifesto per una rinascita europea, il movimento di pensiero che si era riunito fin dal 1968 attorno al GRECE, cercava di orientarsi attorno ad un riepilogo delle proprie attività ed ad una messa a punto delle sue posizioni principali [13]. Nonostante questo tentativo la Nouvelle Droite nel suo complesso e l’associazione GRECE, attorno alla cui effettiva composizione odierna «regna il vago», risultarono sempre più portare l’impronta decisiva del proprio filosofo principale, nella cui orbita continua a gravitare il «nocciolo duro» delle iniziative metapolitiche, tanto che risulta quantomeno difficile riferirsi ancora storicamente e politicamente ad un movimento di neodestra, come quello che si era benissimo potuto identificare fino a questa data, mentre è divenuto più interessante e suggestivo tentare l’indagine delle ultime sintesi a cui è approdato il pensiero politico di Alain de Benoist [14]. Gli ultimi saggi del filosofo francese, infatti, si articolano attorno ad una critica sempre più serrata nei confronti del sistema economico capitalista, della globalizzazione e delle dottrine liberali, per approdare a posizioni che abbracciano l’ecologia, il comunitarismo o l’idea della decrescita. Nell’articolo Il liberalismo contro le identità collettive, intessuto da forti connotazioni antiutilitariste, de Benoist nega fermamente il potere regolatore del libero mercato che sta alla base dell’ideale economico capitalista e che si manifesterebbe attraverso quella che Adam Smith ha chiamato la mano invisibile, il cui potere è ritenuto capace di portare una giustizia sociale fra gli uomini. Così nelle teorie liberali:

«Il mercato può infatti essere considerato alla stregua di una legge regolatrice dell’ordine sociale senza legislatore. Regolato dall’azione della “mano invisibile”, neutra per natura perché non incarnata da individui concreti, esso instaura a sua volta una modalità di regolazione sociale astratta, fondata su “leggi” obiettive che si presume permettano di regolare le relazioni fra gli individui senza che esista fra di essi alcun rapporto di subordinazione o di comando. L’ordine economico sarebbe in tal modo chiamato a realizzare l’ordine sociale (…). Le connotazioni teologiche di questa metafora sono evidenti: la “mano invisibile” non è altro che un’incarnazione profana della Provvidenza. (…) La società liberale non è altro che il luogo degli scambi utilitari ai quali partecipano individui e gruppi, tutti quanti mossi dall’esclusivo desiderio di massimizzare il proprio interesse. (…) Tutto diventa fattore di produzione e di consumo, tutto è presupposto risultare dall’aggiustamento spontaneo dell’offerta e della domanda. (…) tutto ciò che non può essere espresso in termini quantificabili e calcolabili è considerato privo di interesse o inesistente. Il discorso economico si rivela perciò profondamente portato alla reificazione delle pratiche sociali e culturali. Esso si contrappone di nuovo alle identità collettive, dato che queste identità hanno un valore che non si esprime in termini di prezzo. Riducendo tutti i fatti sociali ad un universo di cose misurabili, esso trasforma alla fine gli stessi uomini in cose, in cose sostituibili e intercambiabili al cospetto del denaro»[15].

E’ proprio sulla base di questi presupposti di negazione dell’individualismo liberale che il pensiero di de Benoist si avvicina a quel fenomeno politico sorto attorno ad alcuni teorici statunitensi, fra cui Alasdair Mac-Intyre e Charles Taylor, durante gli anni Ottanta ed identificabile con il termine di comunitarismo, ed è, quindi, anche grazie a nuovi movimenti di pensiero come quest’ultimo che, per de Benoist, la comunità può tornare ad essere il centro di una nuova politica che si possa ritenere emancipata dalla dittatura della società mercantile, e possa, in tal senso, divenire l’oggetto di nuove prospettive economiche e sociali che siano capaci di trasformare gli stessi concetti di identità e di appartenenza in conformità all’era postmoderna in cui sarebbe già entrata l’umanità. In questo senso:

«il concetto di identità si ridispiega in una maniera che respinge i raggrinzimenti essenzialistici per assumere la forma di una narratologia aperta, di tipo fondamentalmente dialogico. La problematica comunitaria (…) riveste un’acutezza nuova nel quadro di un’interrogazione sul pluralismo e sul “multiculturalismo” delle società contemporanee (…) nella prospettiva di un ritorno a piccole unità di vita collettiva che si sviluppano al di fuori dei grandi apparati istituzionali (…) la comunità appare come il contesto naturale di una democrazia di prossimità, democrazia organica, democrazia diretta, democrazia di base fondata su una partecipazione più attiva e sulla ricostruzione di nuovi spazi pubblici locali» [16].

Un altro tema di cui il capofila della Nouvelle Droite si è largamente occupato, e sul quale ha, già da tempo, stabilito interessanti dibattiti ed avvicinamenti, come ad esempio il confronto con Serge Latouche e con il movimento antiutilitarista, raccolto attorno al MAUSS link a www.revuedumauss.com , avviato fin dagli anni Ottanta, è quello della decrescita link a www.decrescita.it e della conseguente messa in discussione delle idee di progresso, di crescita economica e di sviluppo[17]. Nello studio Obiettivo decrescita de Benoist si schiera apertamente a sostegno di una visione del mondo e della società che ponga l’ecologia, ed i comportamenti civili da essa derivati, ai primi posti dei propri valori fondanti. Il mondo contemporaneo oggi deve, infatti, confrontarsi con due problemi che non possono più venire ignorati e che rimettono in discussione le stesse forme di vita, di consumo energetico e di integrazione con il pianeta dell’umanità: «la degradazione dell’ambiente naturale di vita sotto l’effetto degli inquinamenti (…) e (…) l’esaurimento delle materie prime e delle risorse naturali oggi indispensabili all’attività economica». Problemi come la deforestazione, la desertificazione, il riscaldamento globale, la dipendenza dei consumi dal petrolio e dalle altre energie non rinnovabili, come il carbone o i gas naturali, l’allargamento della forbice fra ricchi e poveri etc., obbligano ad una profonda riflessione che metta sotto processo l’idea stessa alla base del progresso capitalista, la crescita illimitata dello sviluppo economico. Alain de Benoist spiega che la nozione di decrescita sostenibile «parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito», dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti deve giustamente essere il concetto di «limite» a venire privilegiato. L’idea stessa della decrescita, sollevando problematiche aperte e, per certi aspetti, del tutto nuove, nella sua proposta di «ripensare interamente l’attuale modo di organizzazione della società, di finirla con l’egemonia del produttivismo e della ragione strumentale, in poche parole di rompere con la religione della crescita e con il monoteismo del mercato, di agire sulle cause piuttosto che sugli effetti», deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, ad un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad «inevitabili convergenze», fra una «sinistra socialista», che sia in grado di abbandonare il «progressismo», ed una destra che abbia saputo rompere con «l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto» [18].

Queste nuove prospettive si innestano, nel pensiero debenoistiano, in una critica sempre più serrata rispetto allo schizofrenico andamento dell’economia mondiale contemporanea, che sposa pienamente l’interpretazione che Luc Boltanski ed Eve Chiapello hanno dato del moderno capitalismo [19]. Per i due autori, a partire dalla crisi petrolifera del 1973, ci troveremmo di fronte ad una nuova forma di capitalismo, il turbocapitalismo, la cui maggiore caratteristica risiederebbe nella straordinaria crescita di peso dei mercati finanziari, i cui effetti perversi si palesano nella distorsione endemica fra economia reale ed economia finanziaria. Partendo da questa considerazione, de Benoist si lancia nell’accusa nei confronti della concezione liberale dell’economia che ha creato i presupposti per quella svolta capitale che è stata la «deregolamentazione», inaugurata dalle politiche di Ronald Reagan negli USA e da Margaret Thatcher in Gran Bretagna durante gli anni Ottanta. In tal modo la «liberalizzazione dei mercati finanziari è stata uno dei motori essenziali della globalizzazione», la deregolamentazione e le privatizzazioni hanno così fatto parte di una stessa tendenza: «il passaggio da una liquidità bancaria a una liquidità puramente finanziaria», i cui effetti perversi sono stati quelli di aver dato origine ad un inarrestabile processo di fusione e di concentrazione delle grandi imprese multinazionali, dotate di sempre maggior potere, persino nei confronti degli stessi stati nazionali, ormai esautorati nelle loro tradizionali prerogative, in nome di un capitalismo che reclama «in maniera statuaria una libertà di manovra totale» [20]. Le conseguenze sulle persone, per richiamare il sottotitolo di un celebre testo di Zygmunt Bauman, sono in questo caso terribili[21].

Tuttavia, in questo sistema di economia capitalista che appare inarrestabile, ed il cui trionfo risiede nel fatto di apparire come una dimensione obbligata e fatale del progresso dell’umanità, che è stato capace di diffondere un modello di consumo ormai talmente interiorizzato dalle menti delle persone da apparire irrinunciabile, nonostante le immense diseguaglianze che ha generato, e di ergere il benessere materiale alla sola attrattiva possibile per tutti coloro che sono esclusi dai suoi privilegi, si possono notare delle crepe che potrebbero minarne fatalmente le fondamenta. Le speculazioni finanziarie degli agenti di borsa e delle multinazionali e gli incontrollati trasferimenti e spostamenti di capitali hanno dato origine ad una «“bolla” speculativa che non potrà gonfiarsi indefinitamente», ed anche se, per il momento, «tutto il mondo vive a credito» questo sistema non  potrà camminare per molto tempo con le sue gambe [22]. La recente crisi finanziaria, in questo senso, potrebbe essere solamente l’ultima di quelle terribili conseguenze, congiunturali al vigente modello di sviluppo, che diversi autori hanno da tempo cominciato a denunciare. Ad Alain de Benoist bisogna sicuramente riconoscere il merito di essere stato uno di questi, ed indubbiamente uno dei pochissimi che abbia cominciato a farlo partendo da prospettive politiche collocabili a destra, pur con tutte le ambiguità che questa definizione comporta in riferimento al percorso intellettuale del maggior autore della Nouvelle Droite.

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Note

[1] Marco Tarchi, Ipotesi e strategia di una Nuova Destra, in AA. VV., Proviamola nuova. Atti del seminario ipotesi e strategia di una Nuova Destra, LEDE, Roma 1980, p. 109.

[2] Marco Tarchi, Dalla politica al “politico”: il problema di una nuova antropologia, in AA. VV., Al di là della destra e della sinistra. Atti del convegno Costanti ed evoluzioni di un patrimonio culturale, LEDE, Roma 1982, p. 11.

[3]  Gennaro Malgieri, Prefazione, in AA. VV., Proviamola nuova, cit., p. 11.

[4] Robert de Herte, Alter eco, in «Éléments», 98 (2000).

[5]  Itinéraire, «Nouvelle École», 19 (1972); Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano, 2000.

[6]   Alain de Benoist, Visto da destra. Antologia critica delle idee contemporanee, Akropolis, Napoli 1981, p. 421-424.

[7]  Pierre-André Taguieff, Sulla Nuova Destra. Itinerario di un intellettuale atipico, Vallecchi, Firenze 2004, p. 242.

[8]  Alain de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p. 88-92.

[9]  Guillaume Faye, Il sistema per uccidere i popoli, Società Editrice Barbarossa, Milano 1997, p. 37-38.

[10] Serge Latouche, La megamacchina. Ragione tecnoscientifica, ragione economica e mito del progresso, Bollati Boringhieri, Torino 1995, p. 29.

[11] G. Faye, Il sistema, cit., p. 49-50.

[12]  Alain de Benoist, L’ennemi principal, «Éléments», 41 (1982).

[13] Alain de Benoist, Charles Champetier, La Nouvelle Droite de l'an 2000, «Éléments», 94 (1999); Alain de Benoist, Manifesto per una rinascita europea. Alla scoperta del GRECE. Le sue idee. La sua storia. La sua organizzazione, Nuove Idee, Roma 2005.

[14] Pierre Milza, Europa estrema. Il radicalismo di destra dal 1945 a oggi, Carocci Editore, Roma 2003, p. 212.

[15] Alain de Benoist, Il liberalismo contro le identità collettive, in Alain de Benoist, Oltre il moderno. Sguardi sul terzo millennio, Arianna Editrice link a www.ariannaeditrice.it, Casalecchio di Reno, 2003, p. 72-76.

[16]  Alain de Benoist, Il pensiero comunitarista, in A. de Benoist, Oltre il moderno, cit., p. 103, 104.

[17]  Serge Latouche, La Nouvelle Droite, le MAUSS et la question du Tiers Monde, «Bulletin du MAUSS», 20 (1986).

[18] Alain de Benoist, Obiettivo decrescita, in Alain de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, p. 107, 127, 129, 154.

[19] Luc Boltanski, Eve Chiapello, Le Nouvel esprit du capitalisme, Gallimard, Paris 1999.

[20]  Alain de Benoist, La terza età del capitalismo, in A. de Benoist, Comunità e decrescita, cit., p. 21-22.

[21]  Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari 2001.

[22] Alain de Benoist, La terza età, cit., p. 31, 39.